“…qui chi vi trasse? qual timor? qual desio? Tutto per voi, tutto io vo’ far. Crudo sarei se in petto non sentissi pietà di tal consesso”.
Sofocle, Edipo Re.
“Mi sembra che noi diamo troppa importanza ai sintomi e ci preoccupiamo troppo poco della loro provenienza”.
S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, 1908.
Introduzione
Lo scopo di questo scritto è rappresentato dal tentativo di fornire alcune ipotesi che aiutino a comprendere più a fondo una certa evoluzione clinica, riletta a partire dai fatti che ne costituiscono l’epilogo.
Due sono le caratteristiche peculiari di questa discussione: la prima riguarda il caso in esame, mentre la seconda concerne il metodo di indagine utilizzato. Per quanto riguarda il caso clinico, esso è rappresentato da una vicenda in cui il protagonista è ad un tempo presente in quanto soggetto sofferente e portatore di una patologia di interesse psichiatrico, e contemporaneamente soggetto responsabile di un grave delitto quale il matricidio. Si tratta dunque di una vicenda personale, il cui interesse è tutto pertinenza della psichiatria clinica, che inequivocabilmente e drammaticamente si esplica nella dimensione sociale, divenendo pertanto oggetto di interesse della Legge che si pone il quesito di applicarvi la giusta sanzione.
Per quanto concerne la seconda caratteristica, sulla scia di numerose indagini presenti nella letteratura psichiatrica (citerò per tutte il lavoro di Jacques Lacan sul crimine delle sorelle Papin), le notizie di questa storia clinica sono ottenute in maniera indiretta.[1] Tale indagine si snoda quindi da un particolare angolo di visuale che, se non permette di vedere alcune cose, contemporaneamente permette di vederne altre che rimangono invisibili all’osservatore direttamente implicato nel rapporto terapeutico. La consapevolezza di intervenire “dopo”, in un tempo successivo, si accompagna alla consapevolezza di non essere visti dall’oggetto dell’osservazione, e pertanto di poter agire indisturbati; inoltre, in tale situazione, si ha la possibilità di attenuare la luminosità, a volte troppo intensa e pertanto abbacinante, di alcuni particolari che “in vivo” possono abbagliare.
Ci si potrebbe forse sorprendere scoprendo che, per tutti questi motivi, l’oggetto della presente discussione risulterà essere meno la storia interiore del paziente che non l’interpretazione di quanto accaduto nella sua vicenda terapeutica ma, sebbene non sia certo possibile una sicura divisione tra i due aspetti, mi sembra utile cogliere l’opportunità presente per tentare di determinare in che modo tali circostanze esterne si siano collegate nell’esperienza psichica del soggetto.
Il fatto
L’epilogo di questa storia clinica vede Alfio, il paziente, che, una sera di novembre, chiamata la madre sulle scale, mentre i fratelli sono seduti a cena, la strangola.
Quindi chiama la sorella e si lascia condurre senza opporre resistenza.
Interrogato dopo l’omicidio afferma: “Dovevo farlo”. Al medico che lo va a trovare in carcere raccomanda i fratelli dicendo: “Ormai io non posso far niente altro per loro”.
Il comportamento, come del resto nei giorni precedenti l’aggressione, mentre già meditava quando avrebbe compiuto, è apparentemente tranquillo.
Punti peculiari della storia. Situazione familiare
Alfio ha 22 anni, è il figlio secondogenito, primogenito dei maschi; ha quattro fratelli tra maschi e femmine ed una sorellastra; alcuni presentano problemi psichici.
Il padre è assente, da lunghi anni, dalla scena familiare. Vive e lavora all’estero.
La madre è ancora attraente e, probabilmente, non aliena a comportamenti volti alla seduzione. Di fatto ha un amante, da qualche tempo convivente, molto più giovane di lei, poco più anziano di Alfio. La differenza di età tra Alfio e l’amante della madre è minore di quella esistente tra Alfio e la sorellastra, che ha 7 anni, figlia dell’amante. Inoltre, quest’ultimo ha un portamento piuttosto infantile, tanto che la madre di Alfio lo ha in alcune occasioni paragonato apertis verbis ad uno dei propri figli.
Alfio è un ragazzo fragile: ha tentato il suicidio nel mese di maggio dello stesso anno mediante ingestione di farmaci ed è stato per questo ricoverato due settimane presso il Servizio di Diagnosi e Cura di competenza. Verrà dimesso con la diagnosi di Sindrome Borderline.
In seguito a questo ricovero il paziente è in terapia presso uno psichiatra con il quale ha un rapporto che viene riferito come positivo. All’interno di questo rapporto terapeutico verrà dal curante presa la decisione, per i motivi che esamineremo in seguito, di prescrivere un nuovo ricovero che avrà luogo alla fine di settembre per Sindrome Depressiva e si concluderà con un’autodimissione circa tre settimane dopo, un mese prima dell’omicidio.
Sulla cartella clinica, all’atto della dimissione, viene riconfermata la diagnosi di Sindrome Borderline.
Rapporti di Alfio con i personaggi della scena familiare
Rapporto con il padre
Attualmente non vi è alcun rapporto di fatto, e ciò probabilmente da molti anni. Di sicuro si sa che Alfio lo ha ricercato recentemente.
Questo fatto va valutato con l’importanza che merita, in quanto lo scacco di questo tentativo di stabilire un rapporto col padre può aver assunto il ruolo di evento scatenante.
I fatti: circa quindici giorni prima dell’epilogo, Alfio decide di andare a trovare il padre in Francia. Questa decisione si inserisce in seguito (temporale e di significato) a una particolare vicenda occorsagli nel rapporto con il terapeuta, vicenda che ha determinato il secondo ricovero e l’autodimissione e che esamineremo poi.
La decisione di raggiungere il padre viene preceduta da un tentativo di stabilire preventivamente con lui un contatto per telefono. Pare che il contenuto della telefonata sia stato il chiaro rifiuto del padre di avere con sé il figlio. L’esito comunque è che Alfio non realizza il progetto di riunirsi al padre, probabilmente è ferito da questo rifiuto che può essere letto come rifiuto (ancora una volta) da parte del padre di porsi come tale nella realtà.
Rapporto con le figure che vengono ad occupare il posto del padre. Rapporto con il terapeuta
Il terapeuta viene ad occupare ad un certo punto il luogo del padre: per il ruolo e per il sesso.
Inizialmente il rapporto è riferito essere molto positivo: Alfio ricerca presumibilmente appoggio e certamente anche nel senso di appoggio in qualcuno che, occupando il posto vuoto del padre mancante, gli fornisca il terreno per realizzare l’identificazione paterna: al proprio sesso quindi ed al proprio posto all’interno dell’Edipo.
Sappiamo che l’identificazione al proprio sesso è fragile nel senso che la storia affettiva del paziente non ha dato luogo ad alcun rapporto sentimentale né tantomeno sessuale.
Per quanto riguarda l’altro effetto dell’avvenuta identificazione al padre, e cioè il chiarimento dell’Edipo e la ricerca di un partner sessuale al di fuori della famiglia, siamo per Alfio in una posizione assolutamente problematica.
Tornando al rapporto col terapeuta: Alfio trova risposte che non si pongono al livello in cui le ricerca.
L’esito è che si deprime. C’è una possibilità di suicidio, del resto già tentato in precedenza, per cui il terapeuta prescrive il ricovero che avviene verso la fine del mese di settembre.
Alfio segue la prescrizione, ma intimamente non l’accetta. L’esito è un’autodimissione e la rottura del rapporto col terapeuta, il cui comportamento è vissuto forse come frustrazione del tentativo di stabilire un rapporto con lui in quanto padre.
Che questa frustrazione dovesse attuarsi sembra giustificato dal fatto che certamente Alfio vi investiva delle istanze di tipo immaginario, mentre il rapporto trovava il suo naturale regime di funzionamento ad un livello simbolico, e pertanto non poteva non dar luogo ad una frustrazione dell’identificazione immaginaria.
Dunque: la reazione depressiva può essere compresa, mentre deve essere discusso il valore che può avere assunto il comportamento seguente del terapeuta, e precisamente nelle due circostanze prodottesi di cui rintraccio la prima nella decisione di agire prescrivendo il ricovero al paziente e la seconda nella scelta di mantenere il rapporto con lui, dopo l’autodimissione, attraverso il contatto con la madre.
Prima di discutere l’insegnamento che si può trarre da queste due circostanze, ed in particolare dalla seconda (cioè l’accettazione, se così si può dire, da parte del terapeuta, di “scambiare” il paziente con la madre), si completerà però l’interpretazione complessiva della logica degli eventi succeduti fino all’epilogo.
Rapporto con il convivente della madre
L’amante è un ragazzo giovane, totalmente inadeguato a catalizzare positivamente le istanze aperte sulla figura paterna, questo soprattutto per il fatto che compare necessariamente molto tardi sulla scena, per il fatto di essere quasi coetaneo di Alfio, per il fatto inoltre di avere un aspetto immaturo e di essere considerato come tale dalla madre.
Nonostante questo, egli agisce nella realtà al posto del padre, nel senso che ne prende il posto per il fatto di avere rapporti sessuali con la madre.
Al contrario è sicuramente (per i motivi detti prima) la figura con cui Alfio si può identificare in quanto figlio, figlio dunque che ha rapporti sessuali con la madre.
Questo comporta il fatto di mantenere viva la situazione psicotica (o psicotizzante, ammettendo che non fosse rintracciabile nulla a livello della fenomenologia della psicosi): il padre è assente, l’Edipo è continuamente attualizzato sulla scena: al posto del padre vi è un sosia di Alfio che nella realtà intrattiene rapporti amorosi con la madre.
L’amante è quindi una figura molto importante: di cerniera tra Alfio ed il padre, tra il padre e il figlio, nel senso che completa la confusione totale dei ruoli e la mantiene viva.
Nello stesso tempo è completamente inadatto a riempire il buco del significante paterno, eppure il posto in cui entra in funzione è quello del padre.
Ed è inoltre completamente inadatto a proporsi come modello per il figlio, pur avendo tanti determinanti per esserne il sosia (età, dinamica edipica).
Apparentemente i rapporti di Alfio sono positivi nei riguardi di questa figura e questo può essere spiegato per il fatto che ricoprendo un ruolo così ambiguo, certamente catalizza anche la quota di sentimenti positivi del paziente.
Le correnti affettive meno superficiali sono tutte da indagare.
Rapporto con i fratelli e con le sorelle
Alfio è il primogenito, dunque questo fatto lo può ancor più tenere sulla corda rispetto all’assenza del padre: nel senso che il padre manca per Alfio, ma manca anche per i fratelli e nel senso che Alfio è il primogenito maschio (in posizione di vice-padre) ed inoltre quello dei figli che maggiormente può rispecchiarsi nell’amante.
Dunque, è spinto, dal proprio bisogno interiore di colmare il buco di identificazione al padre e dalla situazione familiare complessiva, ad essere il padre anche per i propri fratelli che come lui ne avvertono la mancanza.
In questo senso possono essere interpretate le frasi che Alfio pronuncia circa il dovere per lui di “fare qualcosa per i suoi fratelli”.
Queste frasi sono enigmatiche e nascondono più di uno scopo:
a) realizzare una presenza paterna accettando l’investitura che gli viene dal fatto di essere il primogenito (e quindi giocare il ruolo di Edipo);
b) punire sé stesso e la madre per aver contraddetto l’interdetto dell’Edipo.
In particolare, un fatto riguardante Alfio e le sorelle può testimoniare l’attualità della problematica edipica: in un tempo molto recente (qualche settimana prima dell’omicidio) egli ha condotto giochi sessuali con le sorelle, probabilmente trasferendo su di esse le fantasie concepite nei riguardi della madre.
Rapporto con la madre
È il più problematico da trattare, anche per la carenza di elementi di osservazione diretta.
Di lei si dice che è una donna che, nonostante le numerose maternità, è ancora attraente. Ha un’attività come fisioterapista e l’intenzione di aprire uno studio in città.
Inoltre, è relativamente giovane (42 anni), tanto da poter intrattenere una relazione abbastanza stabile con un uomo poco più anziano del figlio maggiore.
Sembra che negli ultimi tempi, per stabilire un rapporto con il figlio “difficile”, avesse scelto delle modalità in cui si trovano tracce di seduzione (si appartava con lui per parlare, uscivano insieme da soli alla sera).
Non si sa se e in che termini avesse affrontato con Alfio il problema della sua attuale relazione affettiva.
Si può ipotizzare che il suo comportamento costituisse:
a) un attacco al padre, per il fatto della sua sostituzione con un uomo tanto più giovane;
b) una dimostrazione per Alfio della possibilità di istaurare rapporti sessuali con lei.
In questo senso si può dire che:
a) fosse oggettivamente connivente col figlio nel suo impulso di liberarsi del padre, di qualsiasi padre (sostituibile con un figlio-fratello);
b) lo istigasse, dal lato dell’Edipo, a non osservarne l’interdetto, abbattendo lei per prima la barriera generazionale.
Discussione
Come si possono concatenare i tasselli che abbiano ricordato fino a dare un significato plausibile a quanto accaduto?
Occorre ordinare quanto si è verificato nella realtà in base a un criterio che permetta di individuare un movente psichico sufficientemente potente e logico (anche se dal punto di vista dell’inconscio) tanto da imporre al soggetto il suo atto come l’unico possibile.
Una premessa è costituita dal riconoscimento dell’a-struttura in gioco: una psicosi, eventualmente un esordio psicotico (o come si dice: una caduta repentina nella psicosi) di cui è necessario, a livello diagnostico, documentare altri effetti sintomatici, che probabilmente fino ad oggi sono stati misconosciuti.
L’ipotesi diagnostica di Sindrome Borderline posta dal curante ci mette pertanto, a mio parere giustamente, sulla pista di una realtà clinica avente a che fare con una realtà psicotica.
Psicosi implica in primo luogo l’avere a che fare con una carenza paterna: un buco al posto del significante paterno che non prende il suo posto per condurre il soggetto alla conclusione della sua vicenda edipica.
Tale conclusione, per il maschio, accettato l’evento della castrazione e l’interdetto posto sulla madre, coincide con la possibilità di funzionare nell’identificazione al padre.
ln questo caso abbiamo un padre che manca, sia fisicamente, da tempo; sia, forse soprattutto, per quanto riguarda l’importanza nulla che la madre gli riconosce.
Dunque, non solo assenza fisica, ma soprattutto insignificanza del padre a livello simbolico, ovvero strutturante la personalità.
La madre dimostra che può ben essere intercambiabile con un figlio, con uno dei figli.
Per Alfio la questione dell’identificazione al padre è un problema ancora aperto: lo cerca e sperimenta ancora una volta il fallimento del padre reale.
Il rapporto col terapeuta è subito investito di questa problematica: il transfert positivo indica che egli spera che questo rapporto gli dia la possibilità di realizzare l’identificazione che però, a differenza di quanto avviene nel procedimento normale dove è il padre che imposta la regola del gioco, cioè la modalità che permette al figlio la possibilità di identificarsi a lui, qui invece avviene all’inverso, in quanto Alfio non è più un bambino e, pur avendo bisogno di un padre cui identificarsi, complica necessariamente tale processo con le aspettative immaginarie che negli anni si è formato.
Questo spiega la reazione depressiva e qui si pone il punto delicato, si potrebbe dire il punto del fallimento della terapia, come cercherò di riprendere e mostrare più avanti.
A questo punto Alfio avendo perso definitivamente ogni aggancio col terapeuta e con il padre, è in balia dell’Edipo. Nulla ne ostacola la realizzazione; abbiamo visto che altri vari elementi anche fuori di lui lo spingono a questo:
a) il giovane amante, che è l’anello di congiunzione tra lui ed il padre essendo l’immagine di sé stesso in funzione al posto del padre;
b) la madre e le sue seduzioni;
c) i fratelli per i quali “occorre fare qualcosa”: ovvero occorre colmare questo vuoto, almeno per loro.
Quindi Alfio deve prendere il posto del padre (“dovevo farlo” dirà), e non in un’altra famiglia, con un’altra donna, ma nella propria, con sua madre.
Ma egli non sa in realtà cosa voglia dire prenderne il posto, non sa cosa vuol dire agire come il padre perché l’identificazione al padre non ha avuto luogo per lui.
L’identificazione che allora tenta di mettere in atto, e questo è il punto capitale, è prodotta totalmente a livello dell’immaginario: non nasce dalla Legge (dal rapporto con l’Altro) ma dalla propria immagine.
Ed occupare il luogo del padre vuol dire prestarsi ad agire il ruolo di padre che immaginariamente (nell’immaginario e non nel simbolico) si pone: il padre vendicatore, Cronos: il padre che uccide e divora i suoi figli.
Alfio quindi, tentando l’identificazione al padre, non può che lasciare spazio al padre immaginario che viene a fare giustizia della madre e del figlio (non dimentichiamo che il ritorno del padre costituisce l’ultimo atto e che prima di questo, nel penultimo, si è consumato l’incesto e pertanto il figlio merita la morte quanto la madre).
Infatti, c’è un’istanza sicuramente anche, o essenzialmente autopunitiva nel gesto compiuto.
Giustamente non era sfuggito infatti al curante il pericolo di suicidio, anche se era sfuggita l’equazione: suicidio = omicidio, ovvero il fatto che per esigenze di giustizia il suicidio (l’autopunizione) si sarebbe realizzato attraverso l’omicidio.
Confermano in questo anche: l’assoluta mancanza di pentimento mostrata “a caldo” da Alfio, chè anzi riafferma: “dovevo farlo”; la sua tranquillità in quanto finalmente ha rotto la situazione edipica il cui permanere condizionava il permanere dell’evento angosciante, di perdita di sé.
Colpendo la madre non voleva in primo luogo colpire l’oggetto d’amore (ad esempio per il suo tradimento con l’altro inteso come suo rivale) ed infatti non è la presenza o l’assenza fisica dell’oggetto che regola questo meccanismo.
L’uccisione della madre è avvenuta soltanto in quanto voluta dal padre immaginario che, tornato per “rimettere al proprio posto il figlio” ha necessariamente trovato sulla propria strada di giustiziere anche la madre.
Si potrebbe dire che Alfio non ha voluto la morte della madre così come non ne prova pietà: essa è stata semplicemente il prodotto secondario alla realizzazione dell’esigenza autopunitiva.
Il fallimento della terapia
Il fallimento della terapia si è probabilmente giocato laddove all’inevitabile caduta in depressione di Alfio (per il fatto che il rapporto col terapeuta – agendo necessariamente ad un altro livello, quello simbolico – frustrava l’esigenza di identificazione immaginaria) il terapeuta ha reagito introducendo la prima circostanza che ci interessa, ovvero la prescrizione del ricovero.
In questa prescrizione troviamo forse un atto di resa da parte dello psichiatra che, così facendo, in qualche modo ammette non essere la situazione sostenibile oltre con le sole forze disponibili nell’ordine del simbolico, cioè nel regime di funzionamento proprio del rapporto psicoterapeutico.
Il curante sente pertanto l’esigenza di introdurre un atto che avviene nel registro del reale: la realtà dell’ospedalizzazione, atto e non parola che prende il posto di comando nella cura.
Il capovolgimento del transfert avvenuto a questo punto nei riguardi del terapeuta, espresso da quella chiusura e da quel rifiuto che diventa infine rifiuto di continuare il ricovero, autodimissione ed allontanamento dal terapeuta, viene ora, si potrebbe dire, raddoppiato dal terapeuta stesso che si trova a rispondere con una posizione controtrasferale simmetrica, di accettazione di questo rifiuto del paziente e quindi, a propria volta, di rifiuto, pertanto non agendo mediante l’interpretazione. Inoltre, si fa avanti l’illusione di poter continuare o ricostruire il rapporto col paziente attraverso un contatto con sua madre, forse quasi inavvertitamente cedendo alle richieste della stessa di offrirsi come canale di comunicazione tra il terapeuta e il proprio figlio. Qui, a mio avviso, si perfeziona il documento di resa definitiva delle armi della psicoterapia nei confronti delle esigenze della… dura realtà: non solo vien meno il credito nella sufficienza della forza del discorso per dimostrare al soggetto che può “tenere”, ma lo stesso terapeuta diviene in qualche modo subalterno alla madre.
Questo ulteriore e simbolico venir meno del padre apre la strada all’epilogo che può essere tale proprio perché fra Alfio e la propria madre non si frappone più alcun’altra figura. La madre, nel suo comportamento, non solo realizza un attacco al padre, per il fatto della sua sostituzione con un uomo tanto più giovane; non solo rappresenta per Alfio la dimostrazione della possibilità reale di instaurare rapporti sessuali con lei, avendo abbattuto lei per prima la barriera generazionale, ma acquista anche e tragicamente il posto di regista della terapia, attirando nel proprio campo anche quella relazione terapeutica il cui scopo sarebbe dovuto essere precisamente la limitazione del dominio materno.
Conclusione
In conclusione, è utile riprendere e specificare ulteriormente due questioni fondamentali nell’interpretazione del caso:
1) l’equazione tra impulso suicidale e omicidale, essenziale da chiarire proprio per il fatto che uno dei due termini (la possibilità dell’omicidio) è passata inosservata;
2) il movente psichico rintracciato in un’istanza autopunitiva, che come tale sembra confermare l’aspettativa del suicidio temuto dal terapeuta e contraddire ultimamente la possibilità di un’azione eterodiretta.
Converrà partire da un esame della seconda questione ammettendo che l’aggressione alla madre costituisca l’azione sintomatica cardine prodotta in questo caso dal meccanismo psicotico. Come tale, l’atto omicidale si configurerà, alla pari di qualsiasi altro meccanismo sintomatico di ordine psicotico (ad esempio il delirio), come un tentativo di guarigione, e guarigione nella psicosi vuol dire riparazione della falla esistente nella struttura del soggetto per la mancanza, come abbiamo già visto, dell’ordine simbolico introdotto dall’avvento del significante paterno.
L’omicidio è dunque il prodotto di compromesso di due aspetti che costituiscono il problema di Alfio:
a) riparare il buco della propria struttura psicotica, ovvero fare avvenire il padre;
b) punire il colpevole.
Per meglio capire il perché di questa consapevolezza si può aggiungere che il soggetto che si trova confrontato ad una mancanza significante così radicale è impossibilitato a raggiungere un assetto della personalità in grado di reggere le vicende della vita.
Per il fatto di non arrivare a collocarsi nella struttura familiare, incerto del proprio statuto di figlio-padre-marito, non può reperirsi in quella funzione autopercettiva che chiamiamo personalità: è per così dire totalmente in balia dell’Altro. In questo caso il soggetto è un puro involucro, un contenitore, e per questo non può percepirsi che come ricettacolo della colpa che circola nella famiglia. Colpa da intendersi anche come mancanza, in quanto è questa mancanza nella struttura del soggetto che lo condanna ad agire fino in fondo la vicenda di Edipo.
Ecco che l’esigenza di riparare si embrica in modo strettissimo con il sentimento di colpa, e la colpa significa punire il colpevole.
Il colpevole non può essere altri che Alfio: visto che egli, per una questione strutturale, può reperirsi là solo dove è la colpa, cioè consiste di una colpa (di una mancanza), potrà aver agito, qualunque cosa abbia fatto, solo in quanto mancante (colpevole).
Risolta così la seconda questione, la prima apparirà più semplice: Alfio non desidera tout court la morte; del resto neppure Edipo si dà la morte bensì, accecato, si autoesilia per essere il segno vivente di colui che non ha trovato posto né nella comunità dei vivi né in quella dei morti. Come Edipo, Alfio ha invece l’esigenza di riparare la mancanza e quindi punire sé stesso dal momento che egli è il simulacro della colpa.
La punizione quindi non può arrivargli che dalla parte del padre (dell’unico padre con cui può avere a che fare e che è il padre immaginario e vendicatore) il quale, avvenendo, non può non trovare sulla propria strada (quasi a schermo) anche la madre. Per questo Alfio uccide meditatamente la madre: anch’essa è uccisa dalla parte de! padre, sottoprodotto della punizione che deve avere luogo.
Un corollario di questa dinamica porta inoltre ad escludere un’aggressione sessuale verso la madre le cui reazioni avrebbero scatenato il raptus omicida. Quello dell’omicidio era infatti ormai il momento in cui veniva, in un certo qual senso, compiuto un atto di giustizia.
L’incesto, da parte sua, era già stato compiuto (probabilmente solo come fantasma) certamente in un tempo precedente.
Bibliografia
Freud S., Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritta autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber), 1910. In: “Opere di Sigmund Freud” vol. VI, Torino, p. 333-406.
Lacan J., Motif du crime paranoïaque: le crime des soeurs Papin. In: De la psychose paranoïaque dans ses rapport avec la personnalité, Paris, Editions du Seuil, 1975.
Lacan J., Le Séminaire, livre III. Les Psychoses, Paris, Editions du Seuil, 1981.
Lacan J., D’une question préliminaire au traitement de toute psychose. Trad. it. in: “Scritti”, Torino, Einaudi, p. 527-579, 1974.
[1] I miei ringraziamenti vanno qui ai Colleghi che mi hanno fornito il materiale clinico unitamente alle loro valutazioni sul caso.