I. INTRODUZIONE
Nel presentare la storia di questo giovane paziente, storia il cui esito è tuttora estremamente incerto – a distanza di cinque anni ormai dal momento in cui abbiamo incominciato ad occuparcene – il mio intento è duplice. In primo luogo, spero che l’analisi ed il commento della storia siano utili per ricavare un insegnamento di valore generale in relazione all’autismo: il paziente infatti è affetto da un forma di schizofrenia che possiamo definire indifferentemente, a seconda che si seguano i criteri della nosografia classica, simplex o, secondo Crow, di tipo II, allo scopo di mettere in risalto la sintomatologia quasi esclusivamente negativa costituita dall’habitus autistico e dalla corazza difensiva tendente ad azzerare ogni processo di scambio sia nella sfera affettiva, sia nell’apparente blocco del pensiero, sia nei conseguenti atti comunicativi di tipo verbale. Secondariamente tenterò di analizzare, mediante una lettura del trattamento colto in filigrana rispetto alla storia del paziente, come uno staff istituzionale non preliminarmente selezionato sulla base di convergenze teoriche, di metodologia terapeutica o di formazione psicologica, abbia sostenuto un coinvolgimento intenso ed in alcuni momenti drammatico con lui.
È indubbio infatti che, a partire dal 1985, la storia naturale della malattia del paziente – comprimendo nella definizione di storia naturale anche tutti quegli elementi e quegli influssi costituiti e generati dal e nell’ambiente umano delle sue relazioni abituali – si sia raddoppiata nella storia del suo trattamento, storia in cui compaiono figure di medici e di infermieri, ciascuno dei quali portatore non solo di una particolare competenza e di un proprio ruolo istituzionale, ma anche di una particolare propria motivazione, di una propria certezza o incertezza, in sintesi: di una propria offerta (da intendersi nello stesso senso in cui, nel linguaggio economico, si usa parlare, a proposito del mercato, di domanda e di offerta). In questo senso possiamo rilevare che la storia del paziente evolve strettamente intrecciata alla storia dell’evoluzione dell’immagine che, di lui, i vari operatori hanno formulato ed evolve parallelamente alla storia delle offerte che di volta in volta e più o meno coattivamente gli sono state avanzate. Di più: nella storia del paziente confluisce anche la storia dei punti di attrito tra gli operatori, in ordine al programma ed alle iniziative terapeutiche; punti di attrito che spesso non soltanto non sono dichiarati apertamente, ma che neppure vengono chiaramente formulati come divergenti e che anzi – al contrario – sono spesso intenzionalmente posti in essere come se fossero convergenti o almeno paralleli.
Ne risulta dunque, in senso generale, che la storia del paziente (di ogni paziente come di ogni persona) è indistinguibile dalla storia – in questo contesto: clinica, ma l’aggettivazione resta secondaria – che prende forma per l’intervento e la relazione con altri, esito della rappresentazione mentale, costruita da questi altri, dei motivi e dei significati che agiscono nell’individuo – paziente.
La discussione dei fattori in gioco nel processo terapeutico non può quindi evitare di prendere in considerazione anche questo meccanismo, che propriamente parlando è un meccanismo di alienazione e non può evitare di esaminare se ed in qual senso sia possibile utilizzare tale meccanismo come fattore che apra la strada, se non alla guarigione, perlomeno ad un avanzamento positivo.
In questo contesto istituzionale, ulteriori complicanze sono innescate, quasi con una progressione esponenziale, per i seguenti motivi:
a) non vi è automatica coincidenza (a priori) tra le varie rappresentazioni del paziente che i vari operatori dello staff interagenti con esso formulano;
b) non vi è alcuna garanzia di pervenire – durante il lavoro – ad una rappresentazione comune, stante l’autonomia dei riferimenti culturali e dottrinali di ciascun membro dello staff;
c) la presenza, al contrario, di un effetto istituzione che tende a negare l’esistenza, tra gli operatori, di ogni differenza di rappresentazione del paziente. L’omogeneità del programma terapeutico, in cui ciascun operatore compare rivestendo una funzione interdipendente con quella di altri fino al punto di poter essere chiamato alla supplenza dell’altro, può allora essere frutto di un meccanismo difensivo di annullamento (della differenza) in atto nei membri dello staff. Questo aspetto mostra collateralmente anche un’importante caratteristica della strutturazione dell’esperienza temporale nel rapporto che prende forma all’interno di una istituzione: essa garantisce illusoriamente ai membri che ne fanno parte (paziente ed operatori) una continuità che di fatto è discontinua, ovvero uno svolgimento che può essere presunto come continuo in quanto i cambiamenti previsti o imprevisti, introdotti nella relazione personale, si presumono annullati per il permanere costante della funzione istituzionale medico – terapeutica.
Scopriremo inoltre che quanto più povera ed ostinatamente ripetitiva risulta essere la storia clinica, tanto più ricco apparirà – paradossalmente – l’insegnamento. Esso sarà tanto più eloquente quanto più muto e scarno è il materiale comunicativo, di cui disponiamo, costituito dal testo verbale del paziente.
II. LA STORIA DI DONATO
Dopo questa breve introduzione che fissa le coordinate degli interrogativi che ci poniamo, possiamo accingerci a presentare la storia del nostro malato il cui nome è Donato.
Donato è un giovane che abbiamo conosciuto nel 1985, all’età di 24 anni e mezzo. Egli è l’unico figlio in una famiglia che ci era già nota in quanto il padre, da vari anni, era – ed è tuttora – paziente di uno di noi. Il padre era considerato a quel tempo come affetto da un disordine affettivo maggiore bipolare, prevalentemente depressivo, mentre recentemente – sottoposto il caso a revisione diagnostica – si è ipotizzato che l’iniziale distimia su base endoreattiva in personalità schizo-paranoidea sia evoluta successivamente, a partire dal 1986, verso una forma di schizofrenia tardiva.
La madre di Donato era deceduta in seguito a malattia già dieci anni prima e l’esordio della malattia del marito era avvenuto in seguito alla vedovanza.
La malattia del padre di Donato, a quel tempo maestro elementare, aveva prodotto una condizione di invalidità che rendeva difficoltoso il mantenimento dell’insegnamento (definitivamente abbandonato nel 1985) e da quel momento egli, uomo maturo ma non ancora anziano, era piombato in uno stato di passività, abulia ed isolamento interrotto solo da periodi di franca sintomatologia melanconica durante i quali si ripetevano lunghi periodi di ospedalizzazione, alcuni dei quali in seguito alla messa in atto di gravi tentativi di suicidio.
Completa il nucleo familiare di Donato una zia materna, nubile, più anziana del cognato, che possiamo definire complessivamente come una persona di carattere schivo e gentile, con dei tratti oblativi e materni nei confronti dei congiunti, sostanzialmente equilibrata benché spesso indecisa fino ad essere in alcuni momenti quasi disorientata sul da farsi a causa degli avvenimenti che le si svolgono attorno. Nonostante questi limiti va precisato che il suo atteggiamento si è sempre confermato coinvolto ed affettivamente partecipe nelle vicende del cognato ed a maggior ragione del nipote, essa infatti ha continuato a prendersi cura di entrambi con costanza. Inoltre, solo raramente ha assunto quegli atteggiamenti enfatici o distanzianti che la teoria dell’expressed emotion individua come aggravanti della patologia.
Da ultimo va detto che, per contro, la cerchia più allargata della parentela, composta dai fratelli e dalle sorelle del padre di Donato (di cui una affetta da schizofrenia) e da qualche cugino di età matura, ha sviluppato nel corso di questi anni una progressiva presa di distanza, alternata da sporadiche comparse sulla scena e da iniziative in cui il dichiarato interesse e l’offerta di aiuto rappresentano la copertura ed obiettivamente la conferma dell’atteggiamento di rifiuto sopra detto.
Dopo la licenza media Donato ha lavorato per tre anni, dai 16 ai 19 anni, fino a poco prima della partenza per il militare. Fu licenziato in seguito ad assenze ingiustificate, essendo rimasto a casa senza motivo valido. Giustificò retrospettivamente con me la sua decisione di allora dicendo che il lavoro, in fondo, non era importante e che pertanto non trovava alcun motivo valido per continuare, dal momento che gli bastava poco per vivere.
Al ritorno da militare Donato ha progressivamente interrotto il rapporto con i parenti: da un anno il distacco si era fatto pressoché totale, ed all’epoca del primo ricovero presso il Servizio di Diagnosi e Cura, nel febbraio 1985, si era trasferito nella cantina della casa in cui la famiglia abita, consumando lì, una volta al giorno, anche il pasto che si preparava da solo. Trascorreva la giornata inattivo, a volte usciva per raccogliere materiale ferroso di scarto che accumulava in cantina con l’intenzione di “lavorare”.
A questo proposito è importante presentare anche un altro elemento fondamentale nell’economia affettiva di Donato. Si tratta della casa, che costituisce uno dei due punti focali in cui si struttura la sua proiezione nello spazio, rappresentando il luogo chiuso, protettivo ed esclusivo quasi fosse un utero materno, in cui egli ha imparato a muoversi senza essere scorto, come un’ombra che non è mai afferrabile, segno concreto della sua evanescenza e del suo includersi, segno – in sostanza – della sua impossibilità di accesso alla relazione. L’altro punto focale della proiezione nello spazio di Donato è, come meglio risulterà in seguito, il luogo aperto, preferibilmente impervio ed isolato come le zone boschive che circondano la città, luogo deserto, senza confini e privo di relazioni animate, in cui si esclude, allo stesso modo di quando percorre a passo svelto, infaticabile ed anonimo, le vie della città, metafora di una dis-locazione da se stesso e dal proprio centro, irrimediabilmente senza una meta che non sia la pura ripetizione, anche quando un processo di razionalizzazione secondaria gli faccia dichiarare di averne una.
Sul piano affettivo la casa rappresenta inoltre, in quanto eredità materna, la conferma dell’inesistenza – perfino per quanto attiene al patrimonio – del legame paterno, ovvero dell’interesse del padre per lui. Si tratta di una villetta abbastanza grande ed articolata, con un giardino, posta in una zona quasi periferica della città e costituita da due corpi uniti e comunicanti ma virtualmente separati, di cui uno, arredato completamente e modestamente, è di proprietà della zia che vi abita, mentre l’altro, di più recente costruzione, è stato ereditato da Donato in seguito alla morte della madre, sebbene pure il padre vi abiti e ne goda l’usufrutto, cosa a cui in alcuni momenti Donato si è opposto violentemente.
Il venir meno della madre ha determinato inoltre l’arrestarsi di quel processo di presa di possesso ed umanizzazione dei beni che tanto è evidente appena si faccia la ricognizione di un luogo abitato; la sensazione che si ha entrando invece nella casa di Donato è quella di affacciarsi a qualcosa di non concluso, fredda e morta essa stessa, nell’alternarsi di locali arredati con qualche pretesa e di altri, la più parte, vuoti e con i pavimenti di piastrelle lucenti come se mai fossero state calpestate, fino agli ambienti del sottotetto irrimediabilmente spogli, ancora allo stato di rustico. Proprio questi, insieme alla cantina, erano stati scelti da Donato per abitarvi dopo che, negli ultimi tempi, aveva abbandonato la propria stanza nella casa della zia che lo aveva fino ad allora ospitato, nel tentativo – forse – di trovare un ubi consistam che però la fisicità del suo corpo non ha la forza di evocare.
Osserviamo a questo punto, riprendendo l’aspetto patrimoniale, che esso tragicamente conferma a Donato il fatto che nulla gli sia stato trasmesso da parte del padre: né legge né beni, né amore né interesse. Il padre infatti, fin dai tempi precedenti all’esordio della propria malattia, si è mostrato, a detta della zia, incapace di coinvolgersi nella relazione con Donato e se dapprima ha personificato il modello del padre inflessibile, autoritario ed esigente, per nulla incline alla pur minima manifestazione di affetto, in seguito, ritirandosi nella propria immobile e muta indifferenza anaffettiva, ha semplicemente confermato il precedente messaggio di rifiuto, sostituendo ad un atteggiamento incombente ed impositivo l’attuale inconsistente facoltà di volere e di agire. Si può ben dire dunque che egli, non avendo saputo indirizzare a Donato il proprio desiderio, non abbia assolto al proprio compito paterno di evocarlo ad un’esistenza umana e che così facendo abbia continuato a negargli realtà, sconfessando nel medesimo tempo la realizzabilità del nome che pure gli ha imposto: a Donato, infatti, per iniziativa del padre nulla è donato.
III. LA STORIA DEL TRATTAMENTO
In seguito al primo ricovero in ospedale, a cui Donato si era risolto volontariamente dopo avere ricercato un colloquio con il prete che lo conosceva fin da ragazzo, potemmo incominciare, con grande difficoltà, a penetrare in quella che ci appariva come una landa desolata. La disponibilità di Donato ad iniziare un colloquio si arrestava quasi immediatamente di fronte allo scoglio insuperabile costituito dalla povertà dei contenuti comunicativi. Era come se non vi fosse nulla che valesse la pena di essere vissuto e dunque nulla che fosse degno di essere comunicato. Egli non chiedeva nulla né accusava alcuno. Alla dimissione dall’ospedale accettò per un breve periodo di frequentare il Centro Psicosociale (CPS) e di mantenere la cura farmacologica che gli era stata consigliata (neurolettico retard), ma ben presto un soggiorno a Genova presso uno zio paterno che si mostrava contrario agli psichiatri ed il sopravvenire delle vacanze estive lo indussero ad interrompere ogni rapporto.
Fino a quel momento le persone che all’interno dell’unità operativa si erano impegnate significativamente con lui erano due medici, quello che chiameremo A., responsabile del trattamento durante la degenza e nel primo periodo seguente alla dimissione, e quello che chiameremo B., a cui Donato era stato affidato in seguito per la prosecuzione del trattamento. Oltre al personale paramedico presente in ospedale, intervennero da subito alcuni infermieri del territorio; tra questi, dopo un certo periodo di rodaggio che, per esigenze di servizio, aveva comportato l’alternarsi di due o tre operatori, acquistò particolare importanza Z. il quale, trasferitosi poi nell’équipe del Centro Residenziale di Terapia (CRT) quando questo presidio cominciò a funzionare nell’estate del 1988, divenne il tramite per il coinvolgimento di Donato nelle attività diurne del CRT stesso. Con l’avvio di questa fase, nel settembre 1988, comparve sulla scena anche un terzo medico, C., la cui funzione era quella di occuparsi di Donato per quanto riguardava il suo inserimento nelle attività terapeutiche di questo presidio.
L’elenco degli operatori impegnati con Donato deve essere completato menzionando l’intervento di altri tre medici (X1., X2., X3.) che, all’interno dell’ospedale, sostituirono A. quando questi fu assente, ed una dottoressa, Y., che dall’aprile del 1988 quasi regolarmente assistette B. al CPS durante i colloqui con Donato. Va inoltre precisato che questi operatori (i medici A., B., C., X1., X2., X3., Y. e l’infermiere Z.) sono rimasti i medesimi in tutto questo periodo di tempo, che ciascuno ha mantenuto costante la propria funzione (ospedaliera, territoriale o di CRT) e che, per così dire, la regia del trattamento è stata affidata, almeno intenzionalmente, a B. in quanto medico del CPS. Neppure è secondario specificare che A. è superiore agli altri operatori per età e per funzione gerarchica complessiva.
Per chiarezza espositiva completeremo queste informazioni preliminari suddividendo la storia di Donato nelle fasi che ci sembra si siano susseguite durante la storia del trattamento. L’intersecarsi tra storia di Donato e storia del trattamento sarà testimoniato dal nostro oscillare, nella scelta della denominazione con cui indicheremo ciascuna fase, da elementi che riguardano lo stadio della nostra relazione con lui ad elementi che concernono piuttosto qualcosa che ci pare di aver colto della sua esperienza interiore. Poiché inoltre il limite tra una fase e l’altra è segnato spesso dalla ricorrenza di un periodo di ricovero presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), anticipiamo ora che, ad eccezione del primo e dell’ultimo, volontari, in tutti gli altri casi si trattò, per lo meno inizialmente, di ricoveri in regime di trattamento sanitario obbligatorio (TSO), generalmente avviato da B. Data la discreta variabilità nella durata di ciascuno degli otto ricoveri che complessivamente si sono resi necessari fino ad oggi, la loro durata verrà indicata volta per volta quando li menzioneremo nella cronologia delle fasi.
Schematizzando possiamo dunque individuare:
– la prima fase, o fase della reciproca conoscenza e del tentativo di guadagnare Donato alla relazione. Essa inizia con il primo ricovero ospedaliero (12 giorni), nel febbraio 1985, e termina nel febbraio 1986, con la dimissione dopo il terzo ricovero ospedaliero (38 giorni). Il secondo ricovero era avvenuto nel periodo immediatamente precedente, ovvero nel novembre 1985 (21 giorni). Durante questa fase avvennero due episodi, di cui parleremo in seguito, che interpretammo come significativi della dinamica di Donato nei confronti delle figure parentali;
– la seconda fase, o fase dell’accettazione di Z. e – forse – del timore di coinvolgersi troppo con lui. Si protrae dal febbraio al maggio 1986 e si conclude con un nuovo ricovero, il quarto (17 giorni);
– la terza fase, o fase dell’accettazione di un “fare insieme” presso il CPS. Si svolge nell’arco di tempo di due anni, fino al maggio 1988. Il suo precipitare nella fase successiva si prepara lungo l’arco del secondo anno, durante il quale Donato più chiaramente mostra di essere in grado di partecipare ad uno spazio comune (spazio della realtà), inteso nel senso dell’accettazione di una iniziale dimensione relazionale/sociale, solo mettendo in atto contemporaneamente una scissione tra questo spazio comune e lo spazio privato (spazio della realizzazione del fantasma) nell’ambito del quale, in casa, agisce un transfert molto inquietante nei confronti della zia; tale periodo si conclude infatti con una crisi di angoscia della stessa (l’unica crisi da essa manifestata) e con il precipitare di Donato nella
– quarta fase, o fase dell’inaccettabilità della vita. Essa si protrae dalla fine di maggio 1988 alla metà di settembre dello stesso anno e viene trascorsa per tutta la sua durata in ospedale (quinto ricovero della durata di 111 giorni);
– la quinta fase, o fase della partecipazione coinvolta al CRT, dura dal settembre 1988 al gennaio 1989. Ad essa fa seguito
– la sesta fase, o fase dell’autarchia materiale ed affettiva. Durante questa fase, che prudenzialmente consideriamo ancora in corso per il semplice motivo che occorre che un certo tempo ci distanzi dagli accadimenti perché essi, nell’après coup, ci permettano di ricostruirne il senso possibile, Donato ha alternato periodi in cui ha continuato a frequentare le attività del CRT – seppure ritagliando spazi, tempi e modalità significative di un movimento interiore che lo portava a ritrarsi nuovamente in un’economia autistica – a momenti in cui ha inaspettatamente tentato di proiettarsi – per la prima volta – verso un possibile proprio futuro, a periodi in cui il rifiuto di qualsiasi contatto e le bizzarrie compiute hanno innescato, ancora una volta, la necessità dell’ospedalizzazione. Rientrano infatti in questa fase il sesto ricovero (nel mese di marzo 1989, per 27 giorni), il settimo (nel mese di maggio, per 10 giorni) e l’ottavo (dalla fine di giugno alla fine di agosto, per 64 giorni).
IV. L’INIZIO DELLA RELAZIONE
Chiariti questi punti di riferimento possiamo proseguire con la storia di Donato, che abbiamo interrotto all’autunno del 1985 dopo che egli stesso si era sottratto all’iniziale rapporto con noi. La suddivisione che abbiamo operato distinguendo sei fasi ci permetterà di organizzare il racconto con relativa libertà rispetto alla cronaca degli avvenimenti e di concentrarci piuttosto su quelli che riteniamo essere i punti significativi della storia, seguendo il doppio filo dell’interpretazione dei motivi inconsci che governano l’esperienza di Donato e dell’interpretazione di come il transfert, ovvero la nostra reciproca relazione, ha operato.
La prima fase, che abbiamo chiamato fase della reciproca conoscenza e del tentativo di guadagnare Donato alla relazione, si svolge per la durata di un intero anno ed è punteggiata dal nostro tentativo, in alcuni momenti non privo di valenze sadiche, di penetrare nel mondo di Donato o, la qual cosa ha lo stesso valore, di trascinarlo al di fuori del mondo di cui ci appare prigioniero per farlo entrare nel mondo più tranquillizzante delle nostre relazioni quotidiane. È la fase in cui B. soprattutto sperimenta un’oscillazione tra gli impulsi paterni e quelli sadici sollecitati, questi secondi, dalla frustrazione e dallo scacco che l’impenetrabilità di Donato oppone. L’impastarsi di queste due componenti nel transfert di B. verso Donato ed il fatto che B. li agisca senza saperli ancora riconoscere, soltanto avvertito dalla sensazione di disagevole godimento provato durante alcuni colloqui punteggiati dallo stillicidio di sollecitazioni che le sue parole, o i suoi silenzi carichi di attesa, indirizzavano al paziente, conduce in seguito B. a riconoscere in questa impostazione il dilemma stesso che il padre di Donato non ha saputo risolvere se non abbandonando il sadismo/attività precedente alla sua malattia, forse innescato dal bisogno di agire una parata virile al cospetto della propria donna, per ritirarsi nel masochismo/passività del suo crollo melanconico, esordito con il venir meno del puntello – necessario alla sua economia libidica – costituito dalla partner.
Abbiamo prima accennato al fatto che in questo periodo occorsero due episodi che possono essere interpretati come significativi della dinamica di Donato nei confronti delle figure parentali e ci sembra ora che essi possano divenire comprensibili alla luce della particolare dinamica di transfert, in atto tra B. e Donato, che abbiamo illustrato come caratteristica di questo periodo. Essi manifestano l’aperta ostilità di Donato nei confronti del padre ed una dinamica molto più complessa ed ambivalente nei confronti della madre. Avvenne che, siamo nel novembre 1985, Donato reagisse all’ingresso in casa di una nuova macchina per lavare i panni, acquistata in sostituzione di quella ormai vecchia di venti anni ed a suo tempo utilizzata dalla madre, distruggendo l’intrusa a colpi di martello. Qualche giorno dopo – secondo episodio -, nel cuore di una notte particolarmente rigida, cacciò di casa il padre in pigiama e lo chiuse all’esterno dell’abitazione rinchiudendo contemporaneamente la zia nella propria camera perché non potesse prestare soccorso.
Benché il secondo episodio appaia abbastanza eloquente della rivolta di Donato contro il padre, persecutore e parassita del solo bene materiale ed affettivo, la casa materna, a cui egli sia legato come ad un sostegno irrinunciabile, e pertanto intruso nell’unico spazio che permetta a Donato, delimitandosi, di riconoscersi in un simulacro di esperienza soggettiva (esperienza soggettiva che – pur nella sua assoluta fragilità ed inconsistenza – egli deve difendere fissandola in una dimensione atemporale in cui nulla accada e muti), pure l’episodio della cacciata del padre è probabilmente innescato nel conflitto originario di Donato – al pari di un ordigno la cui carica esplosiva centrale rimane inerte se un detonatore non l’accenda – dal movimento impressogli dalla relazione con B., che riattualizza i tratti sadici del padre.
La distruzione della lavatrice ci appare invece come un atto sovradeterminato da due sentimenti contrari, per la confluenza della necessità di difesa della madre, che chiamiamo amore immaginario, con l’aggressività che dell’amore è prezzo quando esso non venga riscattato dal sopravvenire di un taglio tra madre e bambino ad opera di un terzo attore, il padre, che agisce nel simbolico portando a risoluzione il complesso di Edipo. La macchina per lavare i panni funziona in questo momento come oggetto a piccolo e non ci si può lasciar confondere resistendo a riconoscere che sia la vecchia sia la nuova lavatrice, sono entrambi oggetto dello stesso amore impossibile ad essere separato, nella sua espressione, dall’aggressività che è comportata quando l’amore verso se stessi – che Donato non prova in quanto non è ancora soggetto separato dalla madre – venga sostituito dall’amore per l’altro primario materno con cui il soggetto si confonde e di cui rimane prigioniero, congelato sine die nello stadio precursore della soggettività in senso proprio.[i]
V. IL COINVOLGIMENTO CON Z.
Giungiamo ora a discutere la seconda fase che abbiamo chiamato fase dell’accettazione di Z. e – forse – del timore, da parte di Donato, di coinvolgersi troppo con lui. Alla dimissione dal ricovero che conclude la prima fase, B., pur non avendo ancora chiarito completamente i termini ambivalenti della propria implicazione con Donato, ipotizza che l’inserimento di Z. nella relazione possa favorire il superamento dell’impasse.
Z. è un infermiere ancora giovane ma con una ragguardevole esperienza professionale; la sua caratteristica più positiva, all’interno del contesto particolare, è data da un’attitudine rassicurante e bonaria. Egli si pone come unico scopo quello di affiancare Donato nelle iniziative che egli vorrà prendere, acconsentendo inizialmente ad accompagnarlo nelle quotidiane camminate silenziose che fungono per Donato – dal momento che anch’egli, rinunciando al requisito della solitudine, acconsente ad essere accompagnato – da meccanismo di difesa il cui scopo sembra essere quello di rendere accettabile la presenza dell’altro tramite un processo di diluizione del suo esserci nello spazio e nel moto.
L’esito quasi immediato è la ripresa dei colloqui con B. al CPS e l’accesso, che si fa via via regolare, nella stessa sede, alle attività di animazione denominate laboratorio aperto dove, sempre affiancato da Z., Donato incomincia a prendere, seppur timidamente, qualche iniziativa con altri malati ed altri operatori. È a questo punto che, in concomitanza di un’improvvisa assenza di Z., costretto a casa per un breve periodo a causa di una banale malattia, Donato cessa nuovamente e repentinamente ogni rapporto. Quando Z., successivamente al proprio rientro in servizio, lo cerca ripetutamente, egli si rende irreperibile rifugiandosi nei boschi fino all’imbrunire. È in questo momento che, oltre a fuggire egli stesso, incomincia a tenere segregata in casa la zia, impedendole di ricevere e di comunicare con chicchessia.
Ricapitolando, i movimenti significativi che ci sembra si producano in questa seconda fase sono i seguenti:
1. B. comincia a riconoscere qualcosa del proprio transfert e lo corregge ricorrendo all’aiuto di Z.
Non è un disonore per B. riconoscere ora che l’aiuto di Z. si esplica in due direzioni: è aiuto a Donato, a cui propone un’immagine non sadica, ed è aiuto a B. che è messo in condizione di correggere il proprio atteggiamento nei confronti di Donato, proprio come in alcuni casi accade quando l’arrivo di un secondo figlio permette al padre di allentare la presa (persecutoria) sul primogenito. L’esempio ci pare calzante sebbene, sul piano della realtà e dei rapporti personali, nulla vi sia in Z. che permetta a B. di reputarglisi padre.
2. Z. entra nel gioco accettando che sia Donato a determinarne le regole e si propone, come scopo, unicamente quello di rendere la sua presenza talmente discreta che Donato possa arrivare a sostenerla, cosa questa che si produce in un tempo inaspettatamente breve.
3. L’improvviso venir meno di Z. porta Donato a confrontarsi con il venir meno del desiderio dell’Altro che ha caratterizzato in maniera patogena, all’origine, la sua vita relazionale: ad un tempo rinnova la delusione e la conferma dell’inaffidabilità del suo e di ogni partner. La sofferenza per questo abbandono funge probabilmente da potente segnale per Donato che si ritrova a questo punto nuovamente troppo esposto con l’altro, avendolo fatto oggetto di un investimento amoroso che ora costituisce una minaccia per la propria integrità. Il ritiro autistico rappresenta il tentativo, fallimentare, di sottrarsi a questa minaccia.
4. Nel rapporto che Donato stabilisce con la zia avvertiamo che si manifesta qualche cosa che ha il carattere dell’esclusività. Sembra che Donato, ritirandosi dalla relazione con l’altro, ritorni dentro uno spazio abitato da una figura materna con la quale conserva il privilegio dell’indistinzione e della reciproca totale coincidenza punto a punto, come se si trattasse della propria immagine riflessa in uno specchio (o, più correttamente, come se egli stesso non fosse null’altro che il riflesso dell’immagine di lei). Vedremo meglio questa dinamica all’opera nella fase successiva.
VI. LO SPAZIO PUBBLICO E LO SPAZIO PRIVATO
La terza fase, a cui abbiamo dato nome di fase dell’accettazione di un “fare insieme” presso il CPS, occupa il periodo di tempo relativamente lungo che va dal mese di maggio 1986 al mese di maggio 1988. Le tappe quotidiane di questo tratto di vita di Donato appaiono caratterizzate dal consolidarsi dell’abitudine alla presenza di Z. ed alla frequentazione, con Z., del laboratorio aperto. Donato mostra di coinvolgersi nella relazione molto più di quanto non lasci supporre lo stile della sua comunicazione verbale, che rimane scarna e quasi monosillabica, soprattutto nelle occasioni formali di colloquio. Anche nel corso dei normali rapporti quotidiani Donato evita generalmente di iniziare il discorso e soltanto lentamente e con sorpresa gli operatori che gli stanno intorno incominceranno a notare un accenno di partecipazione emotiva attraverso il leggero incresparsi della mimica che potrà spingersi fino alla soglia di un sorriso trattenuto. Similmente avverrà, in quel periodo, che Donato si lasci sfuggire qualche parola a commento dell’atto compiuto, parola che egli non inserisce all’interno di un discorso indirizzato all’altro e pone quasi a mezza strada tra sé e l’interlocutore, come se il significante – non il significato – rappresenti in se stesso l’oggetto che ci si scambia nell’atto comunicativo.
Una conseguenza di questa difficoltà di Donato rispetto alla comunicazione verbale fa sì che egli acquisti in questo periodo una maggiore disponibilità a coinvolgersi nel fare piuttosto che nel dire, e di questo gli operatori terranno conto riservando ai brevi momenti di colloquio con B. la funzione di stimolo alla messa in parole dell’esperienza da parte di Donato. All’infuori della sfera del linguaggio egli si esprime preferenzialmente utilizzando quei canali che gli permettono di padroneggiare la propria distanza dall’oggetto; utilizza pertanto sia azioni intransitive, le quali non godono della possibilità di ritornare sul soggetto che le compie, sia il coinvolgimento con gli oggetti inanimati piuttosto che con le persone con le quali vige il meccanismo della reciprocità, in forza del quale se io mi avvicino all’altro, anche l’altro può avvicinarsi a me, privandomi della possibilità di esercitare il controllo sulla distanza alla quale arrestarmi o farlo arrestare.
In conclusione, sembra che Donato, pur con le evidenti limitazioni che traspaiono dal racconto che abbiamo fatto, possa a questo punto incominciare ad accedere alla dimensione relazionale e sociale. Pertanto, quando – nel maggio 1987 – la zia, riferendosi ad un processo in atto già da qualche tempo, comunica che Donato, in casa, si comporta con lei in maniera strana ed inquietante, noi percepiamo che forse la quasi normalità di cui Donato dà prova nello spazio comune rappresenta solo un polo dell’esperienza che vive in questo momento e che ad essa – nell’opposta polarità – fa riscontro quanto avviene nello spazio privato, dove più liberamente egli agisce il proprio fantasma. La zia di Donato è allarmata per alcune iniziative che il paziente ha preso nei suoi confronti, iniziative in cui facilmente rintracciamo elementi di gioco, di lotta, di fascinazione, insieme a tentativi di padroneggiamento e di studio dell’altro. In concreto Donato segue la zia raddoppiandone i movimenti oppure la blocca e le impedisce di muoversi oppure ancora le si siede accanto e, chiedendole cosa succederebbe se le impedisse di respirare, le stringe tra le dita le narici e, non contento di questo, le serra anche le labbra con le dita ed aspetta che lei dia segni di inquietudine.
Avuto sentore della rottura, da parte della zia, di questo segreto implicito a cui egli la costringe, Donato torna a ritrarsi per qualche tempo, quindi abbandona questi acting e li modifica in fenomeni a nostro avviso equivalenti, che si pongono in relazione con la pulsione fonica. Egli si piazza alla sera in camera della zia, qualche volta addirittura sotto il letto, ed insiste per rimanere lì almeno fino a quando lei non si sia addormentata ed egli l’abbia vista addormentarsi e dormire. Oppure si ferma fuori dalla porta della camera e le chiede iterativamente che parli, non importandogli cosa dica essendo teso piuttosto ad ascoltarne la voce. E lei così angariata parla: recita le orazioni e quando le ha terminate racconta di persone incontrate durante le rare uscite di casa, cerca a sua volta di fare parlare lui, il quale infatti parla, ma solo per testardamente richiedere di sentire di nuovo la voce di lei. Solo un argomento lo infastidisce: il racconto di qualche uomo o donna che siano sposati; a questo punto Donato la interrompe con un: “Purscèll…” o “Purscèla…”, in quanto la categoria delle persone sposate è da lui aborrita perché composta da elementi che condividono la colpa dell’aver procreato esseri destinati all’infelicità.
Compare qui per la prima volta il tema della noia e del taedium vitae che porterà, nel modo che illustreremo, alla quarta fase (che consisterà tutta nel quinto ricovero ospedaliero della durata di quasi quattro mesi).
Prima di affrontare questo punto della storia, vorremmo tentare di penetrare il senso dell’acting che si indirizza alla zia. Abbiamo precedentemente affermato che Donato, nel momento in cui accede o tenta di accedere alla relazione con l’altro, sembra essere soggetto ad una controspinta che lo attira nella direzione opposta, tanto da poter dire che questa fase costituisca il risultato di un’oscillazione, di un movimento di va e vieni in cui i tentativi di costruzione dell’immagine dell’altro a partire da come esso è sperimentabile dentro la relazione, vanno di pari passo con il ritorno dentro uno spazio immaginario abitato da una figura materna indistinta da sé, con la quale è possibile coincidere punto a punto. Interpretiamo questo movimento come provocato dalla fissazione allo stadio dello specchio,[ii] fenomeno di fascinazione in cui l’Io sorge come istanza speculare, immaginaria, in relazione alla madre.
Giunto al limitare di un passo che lo porta a confrontarsi con l’alterità mediante l’incontro con altri reali dotati di desiderio e provocanti il sorgere del suo desiderio, Donato mette alla prova la consistenza della propria soggettività facendo appello all’esperienza rudimentale e preparatoria dell’identificazione immaginaria. Il suo cammino verso l’acquisizione di soggettività (opera che sta al padre favorire, entrando nella diade costituita da madre e figlio) si scontra qui con la falla originaria di questo non avvenuto. Il limite della psicosi di Donato è raggiunto e testimoniato in questa impotenza e qui sta l’origine della depressione che conduce alla fase dell’inaccettabilità della vita.
VII. LA FASE DELL’INACCETTABILITÀ DELLA VITA
Questa fase, la quarta, esordisce con il momentaneo crollo della zia che, già sottoposta da tempo alle richieste tiranniche di cui abbiamo detto, si trova – al termine di un crescendo per lei drammatico – ad essere associata da Donato ai suoi progetti di morte. Donato giunge in ospedale dopo aver posto strenua resistenza ai vigili ed agli infermieri che lo hanno raggiunto espugnando uno sgabuzzino di casa in cui si era rinchiuso, assedio ed epilogo avvenuti alla presenza di B. e dopo che B. stesso aveva tentato senza successo, parlandogli per oltre un’ora, di ottenere la sua collaborazione. All’ingresso in ospedale l’atteggiamento di mutismo è rotto soltanto per esprimere profondi sentimenti di apatia, noia vitale, vuoto interiore, che rimandano ad un’esperienza di perdita e di falla interiore non dissimile per certi aspetti dalla strutturazione melanconica: perdita dell’oggetto buono – la madre – con ricaduta dell’aggressività sull’Io; profonda delusione per l’inconsistenza dell’oggetto paterno, tanto freddo, autoritario e forse aggressivo – prima – quanto debole ed inconsistente ora, in modo tale da rendere impossibile l’elaborazione delle valenze di perdita ed aggressività.
I progetti di morte, esito della presa di coscienza dell’impossibilità di esistere, pur se concretizzati in maniera rudimentale e maldestra, appaiono profondamente intenzionati. In essi Donato associa la zia materna la quale, essendo da lui vissuta in funzione sostitutiva della madre, è logicamente vincolata al suo stesso destino dal momento che egli, pur senza esserne cosciente, mai ha vissuto un’esistenza che fosse separabile dalla sua.
Il lungo ricovero ospedaliero, che contrasta con il ritmo e le capacità organizzative e strutturali proprie del Servizio di Diagnosi e Cura inteso come centro di crisi, è necessitato dal permanere di Donato nella situazione di autismo profondamente depresso. Completa il quadro clinico uno stato di inquietudine e di cupa tensione che, soprattutto nelle prime settimane, risulta essere irriducibile anche da parte degli stessi presidi farmacoterapici messi in atto. Donato alterna l’inattività nel letto a momenti in cui, rigorosamente solitario, misura a passi instancabili ed affrettati il corridoio del reparto, sebbene non rifiuti di prendere il cibo con gli altri pazienti nel refettorio. Per il resto rimane inaccessibile e mutacico: nelle rare occasioni in cui, interrogato, risponde, lo fa solo per confermare le proprie intenzioni di morte. L’annullamento gli appare come unica strada, non scelta: è la conclusione logica di un vivere che non gli è possibile concepire e sperimentare al di fuori dell’unico sentimento nei confronti del quale la sua sensibilità non appaia anestetizzata: la noia.
Il tempo trascorre senza apparentemente apportare alcun cambiamento, salvo un sempre maggiore adattamento di Donato all’ambiente del reparto, all’interno del quale la problematica depressiva lascia via via il passo allo stato di passività. A tratti, sembra finalmente non rifiutare il fatto che qualcuno si assuma la responsabilità di avanzargli un’offerta, benché contemporaneamente sia subito costretto a svalutarla – qualunque essa sia – come impotente a risvegliare la possibilità stessa di un interesse nei confronti della vita. Per contro, l’indirizzo che lo staff sceglie di seguire è quello di attendere che sia Donato stesso a fornire un segnale di disponibilità a lasciare l’ospedale, senza forzare i tempi della sua decisione.
All’inizio del mese di settembre si fa strada l’ipotesi che Donato sia in grado di iniziare a frequentare il CRT durante le ore diurne, pur restando a tutti gli altri effetti ricoverato in ospedale. La proposta gli viene formulata da X2. ed è ripresa da B., il quale conferma a Donato che egli uscirà dall’ospedale sotto la responsabilità dell’équipe curante e propria personale. L’intenzione di B. è di mostrare a Donato che vi è dunque qualcuno disposto a volere qualcosa per lui ovvero a sostenerlo nella possibilità che egli riconosca ed assuma in proprio la capacità di desiderare. Il rischio implicato in questo passaggio delicato è quello di riprodurre il meccanismo dell’imposizione paterna, del padre che – avanti l’esordio della malattia – esigeva che Donato fosse il puro completamento della propria (del padre) immagine ideale, complemento del proprio (di padre) desiderio.
Riprendendo in esame quel momento della terapia allo scopo di chiarire quale fosse il segnale che ci risolse a forzare l’immobilità di Donato, ora pensiamo di aver colto – in quel momento – un cambiamento di qualità, per così dire, nel suo modo di porsi. Sebbene restasse immobile, il suo immobilismo ci appare ora meno frutto di una dinamica di pietrificazione melanconica e più connesso alla perplessità che è – al fondo – esito di un movimento tra rifiuto e non rifiuto, tanto quanto si può dire che l’inerzia – in sé – non sia negazione del moto, ma attesa e disponibilità di una spinta adeguata. La traduzione in termini di esperienza umana del concetto di spinta, che traiamo dalla fisica, è, come già abbiamo affermato, il concetto di offerta.
Possiamo dire che l’esitazione di Donato riflettesse l’iniziale movimento, tutto interiore ed impercettibile, mediante il quale egli metteva alla prova la propria capacità di assenso non tanto verso l’iniziativa che gli veniva proposta, ma verso l’Altro stesso che propone, per saggiare se ne fosse degno.
Il momento in cui i curanti comunicano a Donato la decisione di fargli frequentare il CRT, sebbene non costituisca la prima volta che essi entrino a determinare il destino di Donato fino al punto di assumere la funzione di protesi della sua capacità di autodeterminarsi, rappresenta però la prima volta in cui l’esito immediato dell’iniziativa coincide non con la restrizione e la regressione del ricovero ospedaliero (come nel caso dei TSO) ma con il suo contrario. Mentre nel primo caso regressione ed istanze protettive si fondono insieme e con loro il trascorrere stesso del tempo favorisce il realizzarsi del lavoro di elaborazione mediante il quale l’agito dell’altro può essere riconosciuto in quanto di positivo apporta al soggetto, nel secondo Donato è simbolicamente restituito allo spazio aperto e privo di protezione della vita normale. Può accadere che il filo teso del desiderio dei curanti non sia sufficiente a sostenere il peso di Donato che, come un funambolo, è chiamato a percorrerlo.
E Donato non cade.
VIII. QUALCHE PASSO SOLTANTO
Durante le settimane che aprono la quinta fase della nostra storia, l’inserimento di Donato nel gruppo dei pazienti che partecipano alle attività del CRT è buono. La sua frequenza è regolare e si svolge dal lunedì al venerdì; alla sera Donato, dovendo lasciare il CRT per tornare in ospedale e, dopo la dimissione, per fare rientro a casa propria, è sempre l’ultimo ad andarsene. Pur non prendendo mai la parola durante le consuete assemblee del mattino, durante le quali i pazienti e gli operatori valutano il programma della giornata ed affrontano gli argomenti che chiunque tra i partecipanti desideri mettere in discussione, partecipa al livello pratico delle attività comuni mostrandosi anche più che in passato disinvolto ed interessato a quanto accade attorno a lui. Al mattino, quando arriva, giunge al punto di andare a cercare Z. per salutarlo. È anche più rilassato nei rapporti con il padre, ammette che “anche lui fa come può”, manifestando nel medesimo tempo di averne ridimensionato la rigida figura e di tollerarne la presenza in casa.
Nei colloqui al CPS con B. ed Y., che lo ricevono in un setting a tre – la cui peculiarità non verrà affrontata in questo contesto essendo stata discussa in altri lavori[iii] -, si dimostra maggiormente comunicativo anche a livello mimico e sebbene non riesca ad affrontare nel colloquio alcuni argomenti astratti – come ad esempio commentare lo stato delle proprie relazioni con gli altri – sembra comunque che ne colga maggiormente il senso.
Questa fase è purtroppo breve e già dopo poco più di tre mesi dall’inizio di questa esperienza, a metà del mese di gennaio 1989, si coglie il ritorno alle consuete modalità autistiche, dapprima dissimulate in un affaccendamento che lo occupa altrove – nella sistemazione della propria casa – e quindi palesi nelle mutate modalità di presenza al CRT. Il nuovo scivolamento nell’economia autistica appare incomprensibile ad un’indagine che utilizzi come unico paradigma interpretativo il commento degli accadimenti nella realtà esteriore di Donato, in quanto nulla di conflittuale è sembrato accadere in questo periodo. Per comprendere la nuova fase è pertanto necessario, a nostro avviso, tentare di penetrare ex novo all’interno del processo autistico intendendolo, al pari di un motore, come il regime di funzionamento della struttura libidica che esso instaura.
IX. IL PROGRAMMA AUTARCHICO
Abbiamo chiamato, questa sesta, fase dell’autarchia materiale ed affettiva ed abbiamo anticipato che essa rappresenta, nell’esperienza di Donato, il regime di funzionamento tuttora vigente – pur nelle alterne vicende e negli apparenti mutamenti degli ultimi mesi.
Il punto fondamentale attorno a cui ruota la fenomenologia dell’esistenza di Donato in questo periodo è rappresentato da quello che definiamo essere un programma tendente ad azzerare ogni processo di scambio, a partire dagli scambi energetico-metabolici dell’organismo fisico, per passare all’azzeramento degli scambi necessitati dalla sussistenza in un sistema sociale organizzato (benché non implicante, per chi ne faccia parte, alcuna partecipazione in contrasto con il permanere del diritto al rifugio nell’anonimato), fino ad arrivare all’azzeramento di ogni processo di scambio degli affetti. Proprio il raggiungimento del livello affettivo ci pare costituisca il primum movens dei comportamenti messi in atto da Donato nella vita concreta, nel senso che l’aggiustamento che ne deriva nei comportamenti che egli assume – affinché si conformino al programma autarchico sopradetto – funzionerebbe come metafora della dimostrazione dell’applicabilità dell’ipotesi (autarchica) alla vita affettiva.
Donato si comporta infatti come se a lui fosse data la possibilità – al pari di un animale che si appresta ad entrare in letargo – di ridurre al minimo il proprio fabbisogno energetico (di cibo) e la dispersione termica che l’esposizione al freddo comporta per l’organismo vivente. Lo si vede infatti sostare a lungo immobile, nelle rigide mattinate invernali, nel giardino del CRT, mentre più avanti – resosi nuovamente irreperibile – veniamo a sapere che ha ripreso compulsivamente a vagare nei boschi dall’alba al tramonto, senza portare con sé alcun equipaggiamento ed alcun cibo, come se, volendosi dimostrare affrancato dalle leggi che governano il proprio corpo mortale, volesse in realtà liberarsi da pensieri oppressivi, applicando una tecnica ascetica ben conosciuta e praticata fin dai secoli passati all’interno dell’esperienza mistica a cui comunque egli resta estraneo. A questo comportamento complessivamente autolesionistico non fa riscontro, a differenza che in passato, alcuna ideazione depressiva e pure dubbia rimane l’ipotesi di una sottostante costruzione delirante, peraltro non espressa, di cui potrebbero essere spia certe scelte ideologiche, quali la propensione ad una parca dieta vegetariana, la modalità primitiva di cottura dei cibi (che si prepara nel giardino della propria casa su di un vivo fuoco di legna) e l’impegno ad oltranza nell’attività fisica. Ad ogni modo, se pure queste scelte risultassero tra esse organicamente collegate mediante una razionalizzazione delirante, la cosa potrebbe essere significativa, dal punto di vista psicopatologico psichiatrico, della compresenza, attorno al nucleo deficitario, di una sintomatologia produttiva fino a questo momento inapparente, mentre in nulla si opporrebbe alla ricostruzione fin qui tentata dell’intimo bisogno affettivo di cui il delirio costituirebbe comunque il tentativo di risposta.
Prosegue e completa questa stessa tendenza sul versante che prima abbiamo chiamato della sussistenza all’interno di un sistema sociale organizzato, un’attività di accaparramento di scorte alimentari in quantità spropositata non solo rispetto al fabbisogno di un singolo (Donato infatti non ha più rinunciato – da tempo – a consumare i propri pasti separatamente dai familiari) ma addirittura rispetto al fabbisogno di una collettività numerosa; per quanto concerne invece la qualità dei cibi che egli stiva nella propria dispensa, risalta l’uniformità e la monotonia – in una parola, ancora: la ripetizione – delle scelte merceologiche a cui si indirizza. L’esito degli innumerevoli viaggi che compie durante una stessa giornata al supermercato non lontano da casa, dopo aver rovesciato sotto gli occhi increduli della cassiera il contenuto sempre uguale del proprio zaino che ha riempito travasandovi, dal medesimo scaffale, lo scatolame in offerta speciale, sta bene allineato come un piccolo reggimento di soldati inquadrati e sovrapposti nella dispensa di casa da cui giornalmente attinge il cibo sempre uguale.
Oltre a ripetizione e ad affermazione di autosufficienza, cogliamo nel comportamento di Donato un tentativo di spoliazione materiale che, portandolo a disfarsi di suppellettili, di oggetti di casa e soprattutto di libri, da un lato invera la sua affermazione di “non essere legato a nessuno” e dall’altro sembra aiutarlo ad erigere una difesa, dalla conseguente ed ineluttabile condizione di abbandono, tramite un processo di deafferentazione affettiva e di deconnessione dei propri apparati percettivi che neppure sul tavolo anatomico potrebbe essere perseguito con modalità più meticolosamente totale e scientifica.
I ricoveri ospedalieri di questa fase (il sesto, il settimo e l’ottavo) si susseguono anch’essi nel segno della ripetizione. Solo negli eventi immediatamente precedenti a quest’ultimo, la dinamica della relazione con il padre interviene di nuovo per confermare patologicamente a Donato la giustezza (ma non la giustizia) della sua strategia difensiva. Infatti, nel mese di giugno Donato attraversa un momento in cui inaspettatamente tenta di proiettarsi – per la prima volta – verso un possibile proprio futuro. La modalità che sceglie è quella di ricongiungersi al proprio passato di studente, forse per tentare di riannodare da lì il filo di un’esistenza normale. Il mezzo che utilizza è il telefono, attraverso cui tenta di riprendere contatto con la scuola a suo tempo frequentata. Il padre che, passando per casa, assiste fuggevolmente all’episodio, gli rivolge la parola – forse per la prima volta dopo anni – e lo rimprovera di sprecare denaro con il telefono. Nulla accade al momento, ma puntualmente, nei giorni che seguono, in coincidenza di un invito giunto da parte del direttore della locale filiale della Banca d’Italia a ritirare gli interessi maturati da alcuni titoli che a suo tempo aveva acquistato, nonché le cartelle riferentesi a detti titoli essendo la Banca d’Italia stessa impossibilitata a custodirli, rifiuta categoricamente di occuparsene e minaccia la zia di disfarsene qualora si insista ancora con lui affinché si prenda cura del proprio denaro. Giorni dopo, rinchiusosi in cantina, stacca il filo del telefono che scorre sulla parete e gli dà fuoco insieme ad altro materiale, restando egli stesso, nell’impresa, ustionato alle mani.
Il significato di ritorsione contro il padre che questa sequenza di avvenimenti esprime è palese per chiunque tranne che per Donato: egli non riesce a ricostruire la trama degli eventi rintracciando una relazione lineare di causa ed effetto che li leghi tra loro e la relazione più complessa mediante la quale egli stesso risulta implicato, e questa incapacità non riflette semplicemente un atteggiamento di estremo pudore, non si spiega come cauta riserva o diffidenza che lo renda reticente di fronte agli altri, ma per il fatto che la dinamica da cui è mosso rimane per lui strutturalmente inconscia, il che vuol dire che opera attraverso la cancellazione dei nessi tra pensiero ed affetti e pensiero ed azioni.
Il pensiero poi, il mondo del pensiero, sembra essere precluso a Donato. Egli appare gettato nell’esistenza, dal momento in cui il regresso della malattia si fa evidente, senza poter ricorrere a quella struttura difensiva che il pensiero, con la sua traduzione nel sistema della lingua, costituisce. Le cose ed i fatti lo colpiscono senza che alcuna intermediazione gli sia possibile e la sua rigidità mimica e muscolare, ancor prima che intellettuale, è una maschera che ha un che di inerme e di ottuso, di difficile – per se stessi – a sopportarsi, ma, nel medesimo tempo, di artificiosamente semplificato. Così le costruzioni di pensiero che egli riesce a concepire non si discostano da valutazioni strettamente utilitaristiche il cui punto di applicazione è irrimediabilmente legato all’immediato ed al particolare scissi dalla globalità dell’esperienza. Tutto ciò non avviene a caso ma, a nostro avviso, costituisce un aspetto assolutamente non marginale nell’esperienza autistica che raggiunge il suo vertice di sofferenza esistenziale, ma anche il punto fecondo dove può innestarsi – forse – l’avvio di un processo di riparazione, quando – come accade a Donato dopo la dimissione dall’ultimo ricovero ospedaliero – giunge a comunicare la presenza di “pensieri che atterriscono”, senza peraltro saperne dire di più salvo il fatto che essi si ricollegano alla “solitudine” ed all’”abbandono” provati alla morte della madre ed alla conseguente necessità impostagli dal destino “di cavarsela da solo”. Questo inizialissimo saper dire qualcosa della propria storia – in termini non riduttivamente oggettivati ad una sequenza di fatti esteriori, ma tesi a riconnetterla con qualcosa che è accaduto all’interno del soggetto – ripropone la questione centrale dell’autismo dal punto di vista teorico e cioè se una posizione soggettiva esista in nuce così da essere pertanto evocabile tramite il percorso terapeutico o se al contrario essa resti quel limite asintoticamente avvicinabile ma non raggiungibile.
X. I NODI PROBLEMATICI DEL CONTESTO ISTITUZIONALE
Per portare a termine lo scopo che ci siamo proposti all’inizio del nostro lavoro dobbiamo completare la discussione estraendo, dal materiale che abbiamo presentato, alcune osservazioni relative, più che al caso, alle dinamiche proprie del contesto istituzionale in cui il trattamento ha avuto luogo. Affronteremo dapprima alcuni problemi di ordine generale, vale a dire dei problemi che, a nostro avviso, ricorrono costantemente durante la terapia istituzionale di pazienti gravi, allorché venga attivato un trattamento che abbia come prima condizione quella di essere intervento di équipe e come seconda quella di tentare di comprendere e di penetrare le dinamiche psichiche del paziente. Concluderemo la discussione esaminando infine due problemi particolari che il caso di Donato ci sembra abbia posto specificamente, sollecitando l’assunzione di posizioni differenti tra i vari membri dell’équipe.
1. La regia del trattamento ed i criteri in base ai quali individuare il regista.
La decisione di ricorrere all’aiuto di un regista per connettere i vari interventi terapeutici effettuati nel corso del trattamento, ci pare frutto del riconoscimento di un’esigenza reale. Il regista, a nostro giudizio, non ha il compito di ordinare gerarchicamente i diversi interventi terapeutici (psicologico o farmacologico; territoriale od ospedaliero; prescrittivo o di stimolo all’elaborazione personale) e neppure rappresenta la funzione alla quale demandare ogni decisione che riguardi il paziente o dalla quale ottenere il nulla osta per le iniziative dei singoli operatori. Il regista, al contrario, deve tentare di legare tra di loro i differenti quadri della storia del paziente in virtù della continuità del proprio rapporto con lui, deve tentare di penetrarne i conflitti caratteristici e di coglierne i punti di viraggio. Intendiamo quindi la funzione di regia del trattamento non come filtro posto tra i vari operatori ed il paziente, ma come fulcro attorno al quale il materiale – frammenti di storia – che emerge nel corso della terapia, si raccorda e si organizza per permettere la ricostruzione di un’immagine globale del paziente.
2. Integrazione tra terapia psicologica e terapia farmacologica.
Risulta essenziale chiarire all’interno dello staff il ruolo attribuito alle varie componenti terapeutiche del trattamento, con particolare attenzione ai vincoli posti dall’utilizzazione della dimensione psicologica ed agli obblighi che una corretta impostazione dello strumento farmacoterapico implica. Ne consegue la necessità di differenziare e di mantenere distinta l’attitudine all’ascolto, che stimola l’elaborazione da parte del paziente, dall’attitudine medico-prescrittiva conseguente all’utilizzazione dello strumento farmacologico. È necessario altresì che gli operatori si astengano da atteggiamenti di emulazione vicendevole che potrebbero essere attuati ad opera di chi mal sopportasse, a torto od a ragione, di svolgere una funzione ancillare nei confronti di un altro membro dell’équipe. Sono altresì da evitare, da parte di ciascun terapeuta, i messaggi svalutanti indirizzati ad altri appartenenti allo staff, messaggi che possono addirittura nutrirsi delle correnti negative espresse episodicamente dal paziente nei riguardi di questi terapeuti alleati – antagonisti.
3. Grande cura deve essere posta ad evitare ogni forma di interferenza dell’organizzazione gerarchica, amministrativa e logistico-ambientale nella terapia. L’organizzazione degli spazi, dei tempi e delle forme della relazione terapeutica deve avvenire nel rispetto, da parte di tutti i membri dello staff, dei caratteri di privatezza della relazione stessa. Anche le cosiddette procedure di contorno alla relazione terapeutica intesa in senso stretto dovranno il più possibile rendersi omogenee e complementari alla funzione terapeutica principale. Sotto la formula di procedure di contorno comprendiamo tutti quei procedimenti propri della struttura segretariale dell’équipe, che deve essere in grado di fornire risposte differenziate e stabili a fronte dell’intera gamma di evenienze che possono occorrere durante lo svolgersi di un trattamento prolungato, ad esempio: la modalità delle comunicazioni al paziente od alla famiglia; la trasmissione di informazioni riguardanti spostamenti di appuntamenti od altro; le risposte alle richieste di informazioni sulle condizioni del paziente, avanzate da parte di terzi, ecc..
Benché sia nostra convinzione che il fattore terapeutico sia sempre in funzione del coinvolgimento personale tra paziente e terapeuta, pure è indubbio che, tramite l’intervento del singolo operatore, sia l’intero staff a dover maturare un atteggiamento psicologico complessivamente più attento alle dinamiche intrapsichiche e relazionali in gioco e che solo così avvenendo si tragga un guadagno per la capacità operativa dell’équipe nel suo complesso.
Accenniamo ora ai due punti problematici che hanno sollecitato, nei differenti operatori, almeno due orientamenti contrapposti, a seconda che prevalessero – o meno – nelle loro valutazioni, preoccupazioni di ordine pratico riguardo alla vita di Donato. Si tratta delle posizioni assunte nei confronti:
A) del comportamento presentato dal paziente;
B) della sua resistenza al cambiamento.
A) Alla valutazione del comportamento in funzione degli effetti che esso produce nella realtà del mondo esterno (costituita dalla famiglia e dall’ambiente microsociale), si è contrapposta una lettura del comportamento stesso in quanto spia degli accadimenti del mondo interno di Donato. A seconda che la posizione dell’operatore privilegiasse l’una o l’altra chiave interpretativa, risultava immediatamente variato anche il limite che separava il comportamento accettabile da quello che non lo era più, risultando conseguentemente allargata o ristretta l’estensione di quel territorio aldilà del quale si impongono quelle leggi di convivenza sociale e di sopravvivenza individuale che occorre necessariamente rispettare e salvaguardare anche a prezzo di un intervento coercitivo.
B) La resistenza al cambiamento invece, segnalata in particolare dal negativismo e dall’inerzia che caratterizzano Donato, ha visto contrapporsi una valutazione formulata secondo una chiave pedagogica ad un’altra di livello strutturale.
In forza della prima posizione l’immobilismo è stato interpretato come implicita, da parte di Donato, delega all’altro (al terapeuta), della responsabilità del decidere. In conseguenza di ciò, l’intervento dell’operatore avrebbe acquistato il significato di segnalare a Donato che l’altro (il terapeuta) non si tira indietro, ma che è pronto ad assumere la parte richiestagli. In questa ottica il terapeuta è pronto ad occupare lo spazio della prescrizione di un comportamento, in funzione di sostegno e di stimolo al paziente stesso affinché giunga a riparare, attraverso un processo di apprendimento, il disturbo della propria condotta. In forza della seconda interpretazione, informata invece ad una lettura in chiave strutturale della vicenda di Donato, l’immobilismo del paziente è interpretato non come segno dell’insufficienza (periferica e settoriale) della facoltà di decidere e di volere, ma in quanto direttamente connesso al deficit (centrale e globale) di soggettività, ovvero all’incompiutezza del processo di costituzione soggettiva. Da questa posizione discende quindi una visione molto più problematica circa le reali possibilità di superamento del deficit e circa le strade attraverso cui favorirlo.
XI. CONCLUSIONI SULL’AUTISMO
La storia di Donato resta aperta e con essa resta aperto il nostro tentativo di essergli compagni, comes, dal momento che non dimentichiamo che questa, in greco, è la radice ed il significato originari della funzione del terapeuta.
Se conclusione vi può essere, nella precarietà di quanto fino ad oggi ci è dato di comprendere, essa riguarda l’autismo e la formuliamo, nel paradosso, proponendo l’equivalenza di questa forma dell’esistenza con l’altruismo, beninteso quello in cui il soggetto pensasse di realizzarsi attraverso una adeguazione totale all’altro ed in cui l’altro fosse nemico della realtà costitutiva del soggetto.
Il sorgere dell’istanza e della funzione dell’io che chiamiamo soggettività necessita della presenza e dell’intervento favorevole dell’altro per avere luogo e dunque si costituisce, nella realtà psichica, come una reazione analoga a quella che, utilizzando la metafora biochimica, necessita della presenza di un enzima per avere luogo. Tale funzione catalitica nei confronti della soggettività[iv] è uno dei compiti fondamentali di quella realtà, la cui pertinenza alla dottrina freudiana è indubbia benché non le si dia correntemente il rilievo dovuto, che appunto indichiamo con il termine di Altro. L’autismo esprimerebbe quindi il risultato insoddisfacente, e per questo patologico, elaborato e proposto dall’inconscio al soggetto in funzione riparatoria di uno scacco prodottosi, nel processo di costituzione della soggettività, in relazione al venir meno del necessario ruolo che l’Altro vi assume.
La forma clinica che risulta da questa patologia può essere quindi penetrata nel proprio significato intendendola come una strada di occupazione del posto dell’altro da parte del soggetto, strada che l’inconscio offre a quel soggetto che si trovi nella necessità di supplire alla carenza dell’altro, e tesa a preservare, a spese del soggetto, sia l’altro, sia il posto (logico e topologico) dell’altro e dall’altro inoccupato. Il ritiro autistico ci appare dunque in questa luce una retrocessione del soggetto nel luogo non della propria interiorità, che non si è costituita ad esistenza in quanto non stabilita in virtù del riconoscimento che parte dall’altro, ma nell’esteriorità siderale del luogo dove l’altro – che è mancante – si suppone vuotamente risieda e possa pertanto farsi incontrare, senza che questo accada.
In forza di quanto detto risulta la nostra proposta, che ascriviamo alla linea di pensiero freudiano, di considerare la soggettività, sempre e comunque, la risultante di un processo in cui l’apporto dell’Altro è incluso come fondante, producendo capacità (o incapacità, nel caso di un apporto patogeno) di rispetto, nel soggetto stesso, della distinzione tra posto dell’Altro e posto del soggetto. Duplicità di posizione secondo cui alternativamente il soggetto si trova a funzionare nel gioco incessante che lo fa essere, nel contempo, soggetto in relazione al proprio altro in cui si riconosce essendo da lui riconosciuto (compreso: in relazione ai propri altri reali e parentali), e altro di altri soggetti la cui soggettività promuove.
Possiamo allora interpretare l’autismo come quel percorso patologico mediante il quale l’inconscio, messo di fronte alla carenza della funzione dell’altro, risolve tale mancanza non allo stesso modo che nella melanconia benché similmente ad essa quanto ad inconcludenza del risultato. Se l’elaborazione melanconica rifiuta persino di riconoscere e di ammettere la realtà del posto (vuoto) dell’altro, cosicché è sempre il soggetto che giganteggia pur nel cono d’ombra di questa mancanza, l’elaborazione autistica costituisce invece l’estrema ed ingiusta difesa dell’altro (mancante) in favore del quale realizza, agli antipodi della melanconia, l’estremo sacrificio del posto del soggetto, compresso e cancellato nel tentativo illusorio di preservare all’altro che non viene (o che non vuole) il suo.
[i] CAVALLERI P.R. – “Da Lacan a Freud: il senso di un ritorno”, Psychopathologia, Brescia, luglio-agosto 89, vol.VII, 4:223-237.
[ii] LACAN J. – “Le stade du miroir comme formateur de la fonction du Je, telle qu’elle nous est révélée dans l’expérience psychanalytique” (1949), Écrits, Seuil, Paris, 1966.
[iii] CAVALLERI P.R., GORINI L – “Quando l’Altro del paziente è doppio: il transfert nella terapia a tre. Prime osservazioni”, “IX International Symposium on the Psychoterapy of Schizophrenia”, Torino, 14-17 settembre 1988, in corso di stampa. E anche: CAVALLERI P.R., GORINI L. – “In due dalla parte dell’Altro: il paziente ed i suoi terapeuti”, XXXVII Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria, Roma, 6-11 febbraio 1989, in corso di stampa.
[iv] CAVALLERI P.R. – “La posizione autistica: quando il soggetto, per preservare l’Altro, ne occupa il posto”, Congresso nazionale su “Solitudine, isolamento e silenzio nella condizione umana: l’autismo schizofrenico”, Chiavari, 2-3-4-dicembre 1988, in corso di stampa.