Questo breve testo è prodotto da un malato affetto da schizofrenia. Lo presentiamo, mantenendo l’impaginazione, la punteggiatura e gli altri aspetti formali che il paziente ha scelto nella stesura avvenuta alla macchina da scrivere, in quanto ci appare meritevole di essere indagato al pari di un sogno e, come il sogno, testimonianza eloquente di quell’altra scena rappresentata dall’inconscio.
NON SO COSA RACCONTARE
In un grande castello , nascosto in una stanza inaccessibile
c’è un vecchio specchio incorniciato. Durante una gita in
Scozia ho conosciuto il padrone del castello che mi ha
rivelato l’enigma da risolvere per poter aprire la porta
della stanza inaccessibile: “cosa vuol dire che…?Grazie alla
fata dell’amore, che io conoscevo da lungo tempo ho capito che
l’enigma voleva dire che:”…”.
GRIDATO davanti alla porta misteriosa la porta si è aperta e io
ho potuto entrare a vedere lo specchio.Ma appena messomi di fronte vi sono caduto dentro e sono diventato l’immagine riflessa di me stessa.Ma, accidenti, pensa cosa mi è capitato , ora rifletto e
non so più cosa raccontare.
Il testo si struttura in due periodi nettamente separati; notiamo che alcuni caratteri distinguono i due tempi. La prima frase riguarda il passato; la seconda descrive un’esperienza attuale o prossima. La prima frase inoltre è costruita interrogativamente attorno ad una questione, rappresenta un enigma dalla cui risoluzione ci si attende di poter essere introdotti ad una conoscenza (forse inaccessibile) di fondamentale importanza; la seconda frase ha il tono incalzante e testimoniale del racconto di un avvenimento da cui si è catturati.
Ancora: il primo tempo ha un carattere rievocativo e termina con una domanda e con il rinvenimento di una risposta che, pur rimanendo implicita, ha il sapore quasi aforistico di una vicenda di portata universale, che ci permette di sentirci, con il suo autore, noi stessi interrogati dai molteplici enigmi dell’esistenza. Nel secondo tempo, al contrario, la narrazione perde i caratteri remoti e quasi senza tempo dell’universalità, e tale universalità collassa repentinamente nella peripezia assolutamente personale di cui l’autore illustra, con aria stupita, gli effetti ormai ineluttabilmente conclusi di perdita di sé, nella cattività di un sussistere solo come immagine riflessa.
Possiamo considerare questo testo una fantasia ad occhi aperti, costruita con un ritmo quasi di contrappunto tra un prima ed un poi che fanno perno attorno alla sospensione di un non detto, o meglio: attorno a qualcosa che è detto – è scritto ovvero prende forma – nel solo modo in cui è possibile esprimere gli enigmi: “ “…” “.
Troviamo qui testimoniata la trasformazione della domanda in enigma (il mutamento enigmatico di quanto viene percepito costituisce la Stimmung caratteristica della trasformazione psicotica dell’esperienza) ovvero: da una frase il cui punto interrogativo finale rilancia il soggetto verso la successiva formulazione di un’altra frase, ad un’enunciazione il cui contenuto di rivelazione ineffabile ne arresta il moto di domanda.
Se tentiamo di interpretare il senso completo del testo, subito ci accorgiamo che penetrare nella prima frase risulta più arduo ed incerto che misurarsi con la seconda.
Innanzitutto, il luogo della vicenda: un grande castello e nel castello una stanza inaccessibile dentro alla quale è custodito un vecchio specchio incorniciato. L’inaccessibilità della stanza, resa tale dall’esistenza di un meccanismo regolato dalla risoluzione di un enigma, oltre che indicare l’esistenza di qualcosa il cui superamento è arduo, svolge una funzione protettiva, di salvaguardia dall’avverarsi del rischio a cui l’imbattersi ed il riflettersi nello specchio espone.
Consideriamo ora i personaggi della vicenda: il padrone del castello e la fata dell’amore, oltre – naturalmente – al protagonista.
Notiamo che il padrone del castello – benché determinante – costituisce per il protagonista una conoscenza occasionale, avvenuta in una circostanza in fondo estranea alla sua vita, come può essere una gita in Scozia. La fata dell’amore, invece, è conosciuta da lungo tempo, è una figura a cui l’autore affida un ruolo tutelare e benigno, ma traspare nei suoi confronti un’intimità perturbante.
Il padrone del castello è inoltre responsabile del porsi dell’enigma, nel senso che la sua funzione sembra essere quella di introdurre il protagonista nel contesto di un enigma pertinente, benché questo avvenga, come abbiamo già notato, nella sfuggevole circostanza dell’occasionalità di un incontro di viaggio. La fata dell’amore, al contrario, scioglie questo enigma nel turbamento di una rivelazione forse proibita e certamente – nell’epilogo – catatonizzante.
Da ultimo, tutta la vicenda si impernia attorno a qualcosa che viene percepito come inaccessibile, interdetto, la cui conoscenza, oltre che ardua, è incerta negli effetti che potrebbe produrre quando la si fosse raggiunta ed a seconda della strada che si fosse percorsa per arrivarvi.
Attraverso una drammatizzazione personale e moderna, la vicenda sembra riproporre il medesimo enigma che la Sfinge di Tebe pone ad Edipo, enigma che a sua volta – per dirla con Freud – sta, “in una forma distorta che si può facilmente eliminare” (), al posto dell’interrogativo circa la questione da dove vengano i bambini.
Il clima avventuroso che pervade il racconto, attraverso la scelta e l’utilizzazione degli elementi che concorrono a costruirlo (il castello, la stanza inaccessibile, la gita in Scozia, l’enigma da risolvere) conforta nell’ipotesi dell’origine sessuale dell’energia che spinge l’autore in questa ricerca. Egli, dandoci l’impressione di essere seriamente e totalmente impegnato in questa attività esplorativa, fornisce un altro indizio sulla vera natura del quesito – capitale – che rappresenta. Sappiamo che “non sono interessi teorici bensì pratici quelli che mettono in essere nel bambino l’attività esplorativa” () e sappiamo pure che la condizione adulta non è talmente differente da quella infantile da produrre, nel corso della vita, questioni più originarie ed interessanti di quelle.
Possiamo a questo punto tentare di decodificare il messaggio latente contenuto nel testo, messaggio che rendiamo in forma schematica privilegiando una lettura, fra le molte rese possibili dalla regola della sovradeterminazione di ciascun elemento. Ogni termine infatti possiede molteplici connessioni e questa è la ragione che rende idoneo ciascuno di essi a rappresentare contemporaneamente pensieri diversi, in un intrico quasi irrisolvibile.
Una trascrizione potrebbe essere la seguente: il grande castello è il contesto sociale preso in quanto costitutivo dello sfondo dei rapporti simbolici e di linguaggio entro cui avviene l’esperienza umana. Questa esperienza si accompagna al porsi ed al trovar risposta ad alcune questioni; quella cui abbiamo accennato, “da dove vengono i bambini”, è la prima e centrale; alludervi rappresentandola attraverso un vecchio specchio incorniciato significa reperire più che uno dei contenuti sostitutivi della domanda, la forma stessa del domandare. Il domandare è infatti un processo che si rivolge sempre all’Altro; l’Altro incluso dalla domanda è l’Altro del processo di identificazione, l’Altro da cui specularmente procede la propria identità.
Il padrone del castello rappresenta il padre e lo indica come colui che possiede la risposta all’enigma ovvero il sapere concernente la procreazione. La trasmissione al soggetto di questo sapere è mediata dall’entrare di questi nel simbolico della risoluzione dell’enigma. Disgraziatamente – e da qui in avanti la rappresentazione sembra farsi autobiografica – questo padre, seppur bonario, realizza una presenza assolutamente contingente e casuale: egli indubbiamente sa (quanto all’enigma), ma non sa sostenere il soggetto nell’elaborazione di una via simbolica alla risoluzione dello stesso.
Non resta allora che ricorrere alla fata dell’amore, conosciuta da lungo tempo: la madre; anch’essa possiede un sapere riguardo alla procreazione, ma – perso il riferimento al padre – la trasmissione di questo sapere può avvenire solamente nell’immediatezza di una rivelazione da cui è rimosso ogni confine tra il soggetto e l’Altro. Ed è l’incesto, a cui solo inconsapevolmente l’autore può alludere scrivendo il segnale grafico in cui i puntini hanno preso il posto delle parole: “…” . Questa scrittura convenzionale rappresenta, in uno spazio assolutamente concentrato, quanto – nell’esperienza – può essere il risultato di un lungo processo svoltosi nel tempo e la somma di acquisizioni parziali raggiunte in momenti successivi; proprio la coincidenza tra massima concentrazione formale e massima dilatazione di senso ne fa il mezzo espressivo atto alla rappresentazione di ciò che viene espulso dalla coscienza in quanto interdetto.
La seconda parte del testo costituisce una rievocazione rapida e drammatica in cui la fantasia incestuosa affiora non più come enigma, bensì come enigma rivelato (la “porta misteriosa (…) si è aperta”) e perciò senza che al soggetto rimanga più alcuna possibilità di difendersi dagli effetti paralizzanti, di perdita di sè (“vi sono caduto dentro”), da essa implicati.
Le ultime due righe descrivono efficacemente ed in forma sintetica, raggiungendo un grado di condensazione notevole, i disturbi correlati alla psicosi. Il lapsus di scrittura che sostituisce il femminile al maschile (“me stessa”) indica il disturbo dell’identità sessuale che consegue alla psicosi. Le parole seguenti (“ora rifletto”) descrivono, con l’ultimo guizzo offertoci dall’intelligenza dell’autore che sembra cogliere ed utilizzare il valore metaforico del verbo riflettere, il processo di alienazione dal proprio stesso pensiero a cui la psichiatria bleuleriana ha dato il nome di autismo.
Avremmo potuto terminare qui il nostro commento, ed effettivamente qui ci saremmo arrestati, se una persona geniale quanto estranea all’indagine psicologica sistematica non avesse fatto notare che dopo “ora rifletto” vi è la congiunzione “e” che apre la condizione dell’autore, dall’atto del riflettersi nello specchio, alla constatazione di “non so più cosa raccontare”. Mentre l’atto dello specchiarsi è immoto e non dà luogo ad alcuno svolgimento in quanto esso è compiuto e completo nella ricezione – all’infinito – della propria immagine sempre uguale e sempre aliena, l’ammissione – a partire dal riconoscimento di questa condizione di cattività – della propria attonita incapacità a comunicare, costituisce forse la testimonianza della permanenza, nel riflesso, di una capacità di pensare.