Vorrei con questo intervento rispondere a due domande: la prima riguarda il perché del Movimento Cristiani in Psichiatria, le ragioni che hanno portato ormai da qualche anno, precisamente dal 1982, al costituirsi organico di questa trama di rapporti tra operatori, ambiti di volontariato, famiglie.
La seconda domanda a cui desidero fornire elementi di risposta è quella che riguarda lo scopo e la specificità del Movimento, ovvero il contenuto e la testimonianza che insieme, come cristiani presenti in una certa situazione umana, sentiamo la responsabilità di offrire in primo luogo alla comunità ecclesiale del nostro Paese e, non secondariamente, a tutti quanti si ritengano coinvolti nelle problematiche della malattia mentale, della cura e dell’assistenza, a livello personale o istituzionale, culturale e sociale o politico.
In terzo luogo, vorrei comunicare brevemente alcuni spunti attraverso i quali propongo alla riflessione critica comune il giudizio cui siamo pervenuti in merito alla Legge di riforma psichiatrica e all’immagine che, a monte, le dà forma.
I.
Perché è nato il Movimento Cristiani in Psichiatria? Non ci ha mobilitato innanzitutto la percezione dell’esistenza di un bisogno di tipo sanitario o di un’urgenza di tipo politico. Questi elementi, del resto palesemente presenti nella realtà complessiva dell’assistenza sanitaria, hanno occupato ed occupano tuttora una posizione di rilievo nel contesto dell’assistenza specificamente psichiatrica, a causa del processo di trasformazione che l’ha vista protagonista negli ultimi anni, quasi elemento trainante degli ideali della Riforma Sanitaria e conseguentemente banco di prova della loro attualizzazione.
Il dibattito tra gli operatori e nell’opinione pubblica che è stato alla base di tale processo di trasformazione, caratterizzato da un lato da un’ammirevole tensione morale e da iniziative acutamente innovative e dall’altro da un eccesso di spinte polemiche ideologiche e politiche spesso di segno opposto, ha favorito l’individuarsi e costituirsi di raggruppamenti ideologici tra cui sarebbe riduttivo annoverare i Cristiani in Psichiatria.
Lo ripetiamo infatti: la dinamica del bisogno sociale a cui urge fornire risposte politiche convincenti non spiega al fondo le motivazioni ispiratrici del Movimento. Esse possono essere ritrovate invece a quel livello ove si pone l’interrogativo sul soggetto. Ciò vuol dire che l’idea di un Movimento di Cristiani in Psichiatria (ma potremmo sostituire alla parola “idea” la parola “desiderio”) è nata attraverso una duplice presa di coscienza: il percepire che esisteva già, senza che fosse necessario “aggiungere” qualcosa, una soggettività culturale ed ecclesiale precisa anche se spesso disarticolata e scompaginata, e la presa di coscienza che tale soggettività implicava l’assunzione di una responsabilità comune, ovvero esigeva di ricompaginarsi ed articolarsi nel nuovo.
Riprendendo la parola introdotta poco fa, mi sento di affermare che il Movimento è nato per il desiderio che questo soggetto, il soggetto costituito dai cristiani nel mondo della psichiatria e rappresentato da tanti operatori medici e paramedici, da tanti cappellani e religiosi, da molte suore, dalla realtà del volontariato e da tanti tra gli attori del dramma della follia e tra i loro familiari, sempre più divenisse cosciente della propria identità e capace di essereinte grale nella modalità di affronto del bisogno.
II.
Avviandomi ad affrontare il secondo tema della mia relazione, cioè il contributo e la specificità del Movimento, non trovo aggettivo che sia più esauriente per illustrarne lo scopo se non il qualificativo “culturale”.
Siamo convinti infatti che in un campo nel quale le domande più profonde dell’uomo si scontrano con le contraddizioni esistenziali più acute (dal disagio psicologico alla follia) e nel quale si confrontano le opzioni epistemologiche e scientifiche più varie, con il relativo pesante carico di inquinamento ideologico, sia essenziale continuare ad educarci e ad educare all’integralità dell’esperienza cristiana, il cui insegnamento si pone non anzitutto sul piano della coerenza dei comportamenti, ma al livello stesso del sapere sull’uomo e della concezione scientifica.
Vi è un’enorme impresa culturale da compiere, pertanto occorre prendere un poco di distanza dal livello puramente amministrativo o applicativo dei problemi della riforma psichiatrica. In caso contrario si ridurrebbe la crisi e l’interrogarsi attuale a dibattito sulle strutture di ricovero, diluendo e perdendo progressivamente quell’interrogativo radicale e fecondo che, in maniera pressante per la drammaticità coinvolgente del lavoro clinico, emerge in molti operatori; interrogativo che concerne il senso dell’esistenza umana.
Si può tentare di sfuggire a questo interrogativo considerando la propria funzione come puramente “tecnica” o – all’opposto, anche se in modo similare – specificamente “politica”. Ma chi veramente accetta di misurarsi con questo interrogativo non può non porsi una decisiva domanda e cercare una definitiva risposta: da cosa siamo mossi noi nella nostra pratica? Noi che operiamo all’interno di strutture che trovano la loro legittimazione nell’immagine di uomo in quanto cittadino, definito nell’orizzonte delle leggi dello Stato, siamo mossi dall’accettazione di questo orizzonte (l’ ideologia normalizzatrice) o dalla verità in atto dell’essere umano?
La verità in atto dell’essere umano: ecco il punto. Dell’essere umano che sono i malati, le loro famiglie, i loro amici; ma dell’essere umano che siamo noi, gli operatori, che non possiamo dimenticare di essere soggetti ed autori, insieme ad altri, del programma e dell’azione terapeutica.
Parole come: assistenza, riabilitazione, animazione non indicano in nessun caso delle operatività che possono realizzarsi automaticamente e autonomamente, ma, anche se istituzionalizzate, implicano sempre una partecipazione profonda e sensibile, delle motivazioni consapevoli e decise. E partecipazione e motivazioni possono esistere se il progetto complessivo dell’azione terapeutica ed assistenziale non sfugge dalle proprie mani.
Coloro sui quali il lavoro è esercitato: i malati, dei quali è necessario accogliere la domanda che esprimono su di sé e sul proprio desiderio, e che recano con un’angoscia divorante a volte, e a volte in un godimento spietato. Coloro sui quali ancora è esercitato: le famiglie dei malati, che, seppure alle volte presentino una vera e propria patologia nella trama delle proprie relazioni, non possono in alcun caso essere colpevolizzate. E nemmeno potrebbero essere coinvolte nel farsi carico del malato, quando tale valorizzazione andasse di pari passo con l’opera martellante e metodica – di cui la famiglia è oggetto – di erosione della sua significatività, opera sostanzialmente funzionale al programma di una società in cui l’esercizio della solidarietà venga rinchiuso in ambiti strettamente privati o privatizzabili.
Quindi operatori, malati e famiglie uniti nel lavoro per la salute, per costruire un servizio che promuova la salute mentale. Infatti, una condizione basilare perché la legge sull’assistenza psichiatrica, nel contesto della Riforma Sanitaria, trovi reale attuazione, è che la comunità umana ne sia protagonista.
Ma occorre sgomberare il campo da un possibile equivoco: la salute mentale può essere promossa solo da una società che tutta sia per la salute.
Crediamo che sia responsabilità del corpo sociale decidere se essere e come essere per la salute, corpo sociale che – beninteso – non può essere ridotto a qualcosa di monolitico e uniforme, ma che è composto dall’organico intrecciarsi di esperienze culturali, religiose, sociali, politiche diverse.
Ma cosa vuol dire, quindi, per una società, essere per la salute? Solo una comunità pluralista, che sappia cioè generare e difendere al proprio interno spazi per la libera aggregazione di identità diverse e che sappia inoltre riconoscere il significato pubblico, cioè di arricchimento comune, presente in ognuna di queste identità, solo una società di questo tipo è per la salute; non solo per quell’aspetto di tolleranza per il diverso che è implicata da una simile posizione, ma soprattutto perché, favorendo il costituirsi di identità inequivoche, favorisce altresì lo strutturarsi armonico della personalità degli individui che la compongono.
Da quanto detto risulta ora forse più chiaro quali debbano essere le caratteristiche di una società che intenda promuovere (anche attraverso la realizzazione di servizi) la salute mentale. Si tratta cioè di una società che sappia far vivere in sé un contesto di comunità, capace per questo di accogliere chi è diverso senza pretendere un preventivo adeguamento, senza pretendere di ridurre prima a zero la diversità, senza pretendere che il diverso rinunci alla diversità di cui è prigioniero per lo meno quanto il non-diverso è prigioniero del proprio pregiudizio; in cui e la salute e la malattia rimandino sempre ad un significato della vita; in cui il “bisogno di salute”, che si esprime nella malattia, non sia ridotto a “diritto di salute”, ma in cui il diritto stesso sappia confrontarsi ed essere al servizio del destino dell’uomo, cioè della sua libertà.
Il significato del Movimento Cristiani in Psichiatria è tutto giocato in questo impegno proposto, quasi per diffusione osmotica, a operatori, comunità ecclesiale e corpo sociale, chiamati a lasciarsi interpellare dal diverso e dalla sua presenza reale in modo radicale, tale così da non lasciare alternativa a quella accoglienza-apertura all’altro da cui nasce la cultura e la pratica della solidarietà.
Non è detto che né la possibilità di terapia né tanto meno la dinamica dell’accoglienza senz’altro “risolvano il problema”, ma saper vedere e accettare in noi stessi e negli altri le ferite più profonde da cui in genere ci difendiamo, non può forse aiutarci a meglio rimarginarle?
III.
Da ultimo, come preannunciato, vorrei abbozzare qualche considerazione a proposito della Legge di riforma psichiatrica.
In un documento del Movimento comparso sulla stampa nazionale (vedi Avvenire del 12 giugno 1984) affermavamo che “se è vero che l’orizzonte ideologico della Legge 180 ci è estraneo nella sua genesi, tuttavia riteniamo che la spinta utopica che ha ispirato questa legge “costringa” positivamente la società ad un movimento di identificazione con il diverso, e solleciti pertanto il corpo sociale ad una profonda riforma dei suoi meccanismi fin nella prassi e nel costume dei rapporti interumani. Tale prospettiva non può che trovarci concordi”.
Questa valutazione positiva degli attuali indirizzi legislativi non va però disgiunta, a mio avviso, da alcune riflessioni critiche che si applicano ad una certa lettura ideologica di questi stessi indirizzi.
a) Laddove, ad esempio, viene enfatizzato tout court il “territorio” in alternativa all’”istituzione”, vorremmo sottolineare che anche il territorio può svolgere il ruolo di “istituzione totale”, qualora l’immagine che se ne ha sia quella di un tutto indistinto che cancella ogni soggettività. Tecnici e politici possono cadere nell’equivoco di considerare il territorio come un ente, il soggetto con cui interloquire, dimenticando (o censurando) il fatto che esso, il territorio, non è altro che una concettualizzazione di natura sociologica di cui ci serviamo per meglio comprendere e rispettare le esigenze ed i bisogni dei singoli uomini, non per cancellarli.
b) Similmente affermiamo che l’orizzonte e lo scopo del lavoro psichiatrico preventivo, terapeutico e riabilitativo non è solo la ri-socializzazione dell’individuo malato. Di fronte a chi è diverso, a chi manifesta una sofferenza psichica, l’umiltà di ascoltare questo fatto, di registrare l’impotenza ultima di chi sta davanti al sintomo-domanda, di accettare perciò questo dato, senza negarlo o pretendere necessariamente di risolverlo, non è forse in ultima analisi l’atteggiamento più produttivo e fecondo?
La sofferenza psichica in effetti è interpretabile come un segno, per quanto paradossalmente espresso, del limite della condizione umana e per ciò stesso del desiderio ultimo di Altro presente in ogni essere umano. Nasce da qui la possibilità radicale di un atteggiamento d’accettazione, di una radicale alternativa, quindi, a ogni negazione o emarginazione o a ogni progetto ideologico. Laddove accettare non significa rassegnarsi, ma, al contrario, nutrire passione per capire a fondo e lavorare indomitamente per la salute e il cambiamento. Quindi percorrere ogni strada ove questo positivo appaia possibile: ad esempio, verificare quelle novità che di fatto rompono con l’equivoca ed inumana posizione che fa del malato psichico un’oggettivazione insopportabile, una sua riduzione a cosa.
c) Il proprium del contributo che il corpo sociale e in particolare le organizzazioni di volontariato possono dare non si risolve in una sorta di “umanizzazione” di strutture e servizi che tecnici e politici farebbero comunque funzionare. Dal volontariato viene ben di più: esso costituisce sempre perlomeno un tentativo di auto-risposta che manifesta la capacità, da favorirsi, di auto-riparazione propria della comunità. Il volontariato può essere già portatore di un progetto che riguarda il servizio richiesto, addirittura questo progetto può essere qualcosa che già funziona perché delle realtà comunitarie vi si sono impegnate per metterlo in moto e chiedono quindi che ne venga riconosciuta l’utilità e pubblicità e che venga pertanto difeso e messo in condizione di continuare ad operare.
d) Riprendendo il documento citato, vorrei terminare segnalando alcune delle esigenze imprescindibili che, alla luce dell’esperienza recente e secondo il nostro giudizio, dovranno essere assicurate mediante le opportune iniziative legislative.
“1. È necessario anzitutto emanare un provvedimento vincolante per le Regioni che stabilisca uno standard minimo di servizi per la salute mentale di cui le USL devono essere dotate, così da rendere sufficientemente omogenei su tutto il territorio nazionale sia il quadro dei servizi che gli organici del personale e l’utilizzazione delle strutture, evitando altresì sperequazioni o latitanze. […]
2. Occorre altresì far fronte alla domanda posta dai pazienti cronici, per i quali le esigenze terapeutiche si prolungano e si confondono con quelle assistenziali: spesso accade che accanto agli interventi di recupero servano disponibilità di luoghi di soggiorno o di residenza. Tutto ciò all’interno di un progetto globale che abbia al centro la persona-paziente ed attuando una collaborazione tra l’équipe degli operatori, le famiglie e le forze sane del tessuto sociale, così da non far decadere la tensione positiva di questi anni in fatalistica ed opportunistica rassegnazione.
3. Infine, non vanno dimenticate le necessità dei pazienti tuttora ricoverati negli ospedali psichiatrici: occorre vigilare con determinazione perché la riconversione di tali strutture avvenga secondo progetti di recupero delle persone alla dignità personale ed alla vita sociale. Quello della riabilitazione è un obiettivo possibile e realistico se perseguito senza atteggiamenti confusivi ed ambigui e pertanto solo dopo aver chiarito tale progetto si potrà valutare come utilizzare le strutture a disposizione e non viceversa”.
Sebbene i punti su cui mi sono soffermato meriterebbero di essere sviluppati ulteriormente, mi asterrò dal farlo in questa sede.
È impegno dei Cristiani in Psichiatria proseguire questo lavoro di elaborazione culturale e politica che vorremmo sempre più stringente, precisa e tempestiva.