Le opere e la cooperazione: una risposta originale al bisogno

1. Premessa: che cosa è un’opera?

La prima questione che si pone in relazione al tema dato, è una domanda sulle realtà che sono poste a soggetto del tema stesso, vale a dire le “opere”. Che cosa è una “opera”?

La domanda costringe a cercare una definizione comprensibile, svincolata dalla necessità di introdurre preventivamente dei requisiti che ne possano condizionare l’ambito di validità, ad esempio: “Un’opera è qualsiasi iniziativa o impresa con finalità sociali-caritative-culturali, che nasce per iniziativa di aderenti alla compagnia delle opere”.

Che cosa occorre affinché una impresa abbia il carattere dell’opera?

Io proporrei questa definizione: un’opera è una iniziativa che ha impatto sociale ed economico, in cui si pone particolare attenzione affinché chi ne è coinvolto abbia occasione di sperimentare continuamente il nesso tra il prodotto del lavoro e il suo senso.

Le riflessioni che seguono vorrebbero chiarire il senso di questa affermazione.

2. Possiamo considerare AS.FRA. un’opera? Sue peculiarità

AS.FRA. è una realtà che preesisteva e che abbiamo incontrato, esattamente come si incontra qualsiasi altra circostanza o opportunità.

Quando l’abbiamo incontrata si presentavano due condizioni: dal punto di vista della sua storia, era trascorso un tempo sufficiente a rendere evidente una scollatura tra la motivazione originaria e l’attualità. Inoltre, si presentava una esigenza-urgenza di riorganizzazione dell’opera affinché potesse permanere all’interno del SSR, operazione che comportava un profondo cambiamento gestionale, logistico, funzionale.

La preoccupazione che ci ha mosso non era, in prima istanza, riconnettersi all’ispirazione originaria, ma connettersi a un fattore che – nell’attualità – desse senso e consistenza al lavoro in atto, da parte dei tanti che vi erano coinvolti.

Come individuare questo fattore? In una istituzione sanitaria l’individuazione di questo fattore è assolutamente semplice, perché tutto ciò che si fa riguarda direttamente la persona. La persona è il punto di applicazione dell’atto sanitario, così che diviene immediatamente percepibile che un atto sanitario, qualunque sia il suo scopo immediato all’interno della strumentazione tecnica utilizzata deve – per essere benefico – accogliere, salvaguardare e proteggere il nucleo positivo che ogni persona contiene.

Questa verità è ancora più evidente per l’atto terapeutico che si confronta con il disagio psichico: per curare qualcuno occorre riuscire a individuare dentro quel qualcuno, qualcosa che possa essere stimato (c’è chi ha chiamato questo qualcosa “domanda”).

Il rapporto terapeutico è un formidabile attivatore della domanda: messi a confronto con la domanda di senso del paziente, i nostri neuroni specchio (in realtà un circuito molto più complesso del neurone specchio) portano al ribaltamento di questa domanda su di noi stessi, e sulle risposte che ci siamo date, e le rimettono in questione.

Ecco perché le istituzioni a carattere sanitario (o assistenziale) rappresentano un contesto assolutamente privilegiato per chi vi lavora: perché occupandosi del bisogno dell’altro, ciascuno è costantemente rinviato al proprio bisogno e al bisogno di chi lavora al proprio fianco.

Ma dobbiamo raccogliere anche un’altra osservazione, perché se ci fermassimo a questa, commetteremmo l’errore – intriso di ingenuità e di moralismo – di tante istituzioni sanitarie che conosciamo, che non sanno riconoscere nella condizione di privilegio sopra descritta (ossia nella continua esposizione alla luce abbacinante della domanda di senso e della domanda di senso per sé) anche un fattore usurante, che può portare alla presa di distanza cinica e al nichilismo.

NB. Quando ci dicono che il burn out rappresenta il rischio che corrono gli operatori sanitari, ci dicono una sciocchezza e una falsità, perché è l’arroccamento nel nichilismo ad essere il vero rischio connesso con le professioni sanitarie.

Il burn out, come tutti i momenti di crisi, può avere un effetto fecondo, di ripresa della domanda e di maturazione.

3. In che modo il lavoro quotidiano può essere/diventare ”opera”?

Se una realtà di lavoro diviene “opera” avviene una cosa un po’ paradossale, che riguarda – per così dire – il rimescolamento dei requisiti che fanno distinguere soggetto e oggetto.

Infatti, se siamo alle prese con un’opera, ci rendiamo conto che soggetti dell’opera non sono soltanto coloro che la fanno, ma anche coloro che se ne servono; reciprocamente: oggetto dell’opera non è solo il prodotto dell’opera o colui che ne fruisce, ma anche tutti coloro che concorrono a farla, ossia: anche coloro che vi operano se ne possono avvantaggiare.

Mettere a fuoco e tenere presente il 2° aspetto, ossia che un’organizzazione diventa opera se assume nel proprio orizzonte di impresa quanto detto inizialmente, cioè chi ne è coinvolto abbia occasione di sperimentare il nesso tra il prodotto del lavoro e il suo senso, è il compito più critico e delicato, perché significa tener fede al pensiero che attraverso la partecipazione all’opera, chiunque delle persone che vi lavorano trovano un’occasione vantaggiosa per la loro vita: possibilità di sentirsi utili, di trovare un senso alla fatica, sostegno, rispetto, solidarietà, apprezzamento ecc., a prescindere dal fatto che essi stessi posseggano una chiave di interpretazione di ciò che stanno vivendo e soprattutto dal fatto che condividano o “sappiano” già ciò che deve accadere o che si possono aspettare.

Detto in altri termini: i soggetti che fanno l’opera non sono solo coloro ai quali noi riconosciamo la competenza riguardo allo scopo, ma sono tutti coloro che sono coinvolti nell’opera, con la consapevolezza che ne hanno, con tutti i loro dubbi. Ci sono molti soggetti agnostici riguardo allo scopo dell’opera, ciò nonostante sono attori a pieno titolo di quest’opera, per il semplice fatto che chi incontra l’opera l’incontra tramite loro. Allora si tratta di rispettare e stimare la consapevolezza che ciascuno ha del lavoro che fa e di valorizzare il bene che è contenuto ed espresso da ciascuno.

Nota bene sull’organizzazione

In un’impresa che voglia essere “opera” non solo i rapporti personali risultano caratterizzati da una particolare impronta, ma anche l’organizzazione del lavoro deve modificarsi, allo scopo di essere sintonizzata con quanto detto sopra.

Per questo, nell’organizzazione del lavoro di una impresa che sia opera, a ciascuna persona che vi lavori devono essere chiari tre aspetti:

  1. quali sono le responsabilità connesse al proprio ruolo, funzione o mansione;
  2. quali funzioni aziendali (e persone) assumono le responsabilità che oltrepassano quelle specifiche della propria funzione (ossia le persone il cui lavoro consiste nell’aiutare le altre a svolgere il loro compito).
  3. Insieme a queste, è necessario che il lavoratore sappia che l’organizzazione considera che le idee che a lui possono venire riguardo al lavoro e alla sua organizzazione sono benvenute, e che vi sia uno spazio all’interno del quale possano essere espresse e discusse.

4. Conclusioni

Non so quanti (operatori, familiari, colleghi dei Servizi) direbbero: “Ma è evidente che AS.FRA. è un’opera”, ma non è questo che interessa, perché non è questo il punto. Il punto non è l’etichetta.

La preoccupazione di dichiarare il senso del lavoro e dell’opera, non può diventare un peso supplementare a quello del lavoro stesso. È esattamente il contrario: la consapevolezza del senso del lavoro, semmai, ne allevia il peso e dà continuamente l’energia per riprendere.

Il punto è che in chiunque resta coinvolto dall’opera (stabilmente o occasionalmente) si produca un’esperienza, per la quale si senta accolto, stimato, valorizzato e possa accostarsi a una speranza. Si tratterà poi di un lavoro suo, quello attraverso il quale giunga a chiedersene il perché.

Il nostro compito è mettere in moto questa domanda, non anticipare la risposta. Anzi: guardarci bene dal farlo (non si tratta di affermare un principio di autorità, ma confidare nella libertà).

Dobbiamo credere nella libertà: il senso del proprio lavoro, ciascuno deve poterlo stabilire da sé, anche se trova un senso differente da quello che rende per me sensato lavorare. Inviterò costui a tenere sempre presente il suo senso e ad andarvi a fondo, per attingere la sua energia e rinnovare la sua motivazione all’impegno. Solo in questo modo potrà passarla liberamente a un vaglio critico, approfondirla, maturarla, riformularla, correggerla o, eventualmente, cambiarla.

La riproduzione del presente testo è consentita a condizione che ne venga citata la fonte, che dovrà contenere: indicazione dell’autore, titolo del testo, riferimenti bibliografici (nel caso di pubblicazioni a stampa) e indicazione del dominio web da cui il testo è tratto.

Contesto

Relazione al Convegno Nazionale di Medicina e Persona “Un conoscere condiviso. Il lavoro sanitario e psico-sociale in équipe”, Tabiano terme, 25-27 ottobre 2012

Co-autori

Data

Ott 2012

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

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