Pongo il mio intervento, che articola una domanda, intorno al titolo stesso di questa sezione. La malattia che non si cancella: non penso che esistano malattie che non si cancellano, a partire dalla semplice constatazione che se ve ne sono alcune, molte o moltissime, che resistono alla medicina, ad un certo punto, prima o poi, la morte si assume il compito – in prima persona sebbene impersonalmente – di cancellare ciascuna.
Letta in senso traslato (ma pertinente) è quindi la morte la malattia di cui si dice non possa essere cancellata: la morte di cui la malattia costituisce solo il supporto dentro la vita; o ancora: la morte, di cui la malattia in maniera ambivalente (e la psicosi è nella clinica la malattia caratterizzata dal modo di essere dell’ambivalenza) costituisce la rappresentazione. In maniera ambivalente perché da una parte è come il grimaldello affinché la sua presenza si faccia sentire, abbia voce nella vita, e dall’altra rappresentata la modalità di difesa irrealistica (si pensi al delirio) in faccia alla realtà della morte, intesa come destino. Ciò che non si cancella nella malattia è allora questa sua parentela, rinnegata, con la morte. Direi quasi: questa sua trasparenza di morte nell’operazione di negazione della morte.
Non è vero, sarebbe banale affermare che la malattia non si cancella perché gli esiti invalidanti di essa (perlomeno nell’ottica, ristretta, delle performances sociali) sono spesso permanenti. Non mi sembra quindi che la malattia non si cancelli per la semplice permanenza delle sue cicatrici, o delle sue pieghe, dei suoi processi purulenti attivi, né tantomeno il metro per trarre questo giudizio è quello del comportamento, l’unico che interessi realmente alla psichiatria che si occupa in primo luogo di normalizzare, di stabilire le competenze curative o amministrative nei confronti del soggetto. Già da tempo ho affermato quell’enunciato giustamente ripreso ed assunto come programma in una certa area, vedi il “Manifesto” del Movimento Cristiani in Psichiatria[1] al punto 11., cioè che è necessario, per quanto riguarda la malattia mentale, riconoscere la doverosità di un prolungamento assistenziale del compito terapeutico. Dico questo perché non venga dimenticata quella parte della mia posizione su cui non intervengo in questo momento, e cioè che è compito della terapia anche questo prolungamento assistenziale, o meglio: è compito di alcuni operatori, cioè costituisce un’operatività tecnica in senso specifico di alcuni operatori l’occuparsi attraverso il proprio lavoro di promuovere una società solidale. Ma all’interno di questa cultura – ecco la questione che voglio affrontare – non è forse lecito affermare lo spazio per una disomogeneità degli interventi? Non ha forse senso tentare una pratica che sia ricerca? Puramente: ricerca, secondo il metodo della psicologia clinica, nel campo della malattia mentale, che si giochi su questa ipotesi: se è vero che la malattia, la malattia mortale vorrei dire, non è cancellabile (perché forse è già cancellata), per quanto riguarda la patologia, lì sì, si può porre lo scopo della ricerca di un passaggio che conduca alla sua cancellazione, o quanto meno alla sua riparazione. Io dico che, per quanto mi riguarda, giudico etico porsi lo scopo della cancellazione della patologia ed affrontare la scommessa in quel tentativo che chiamiamo rapporto terapeutico. Non sono così sprovveduto da non sapere che la possibilità della cancellazione della patologia (intendo la psicosi, ad esempio) è ancora tutta da dimostrare. Ma, fosse pure una finzione, è una finzione utile quella di credere non impossibile che un soggetto produca la propria guarigione. Fare della terapia senza tentare questo è per me eticamente insostenibile. Fare terapia o – che è lo stesso – fare ricerca tentando questo (ed è una questione direi più di cervello – il nostro, non quello del malato – che di cuore) rappresenta l’unico modo per vivere gratuitamente nell’esercizio delle nostre funzioni. Un’ultima parola circa il voler rendere possibile l’impossibile della guarigione. Cito un pensiero di Denis Vasse[2] che mi ha, quando l’ho letto, richiamato la nostra questione: “Pregare è rivelare che è possibile all’uomo di desiderare l’impossibile”. Qui si apre un’analogia tra lavoro e preghiera, ma è ancora troppo presto, credo per tutti o quantomeno per me, per intenderla con un orecchio che non ne operi una riduzione di sapore melenso.
[1] Lavorare per la salute mentale oggi: per un intervento a misura del bisogno dell’uomo, documento base del Movimento Cristiani in Psichiatria, Milano, 1982.
[2] Denis Vasse, Le temps du desir, 1969, Paris, Editions du Seuil.