Aspetti introduttivi al lavoro di reinserimento e riabilitazione

1. LA RELAZIONE RAPPRESENTA IL PUNTO CRUCIALE DELL’ESPERIENZA UMANA E IL CANONE DELLA NORMA: LA RELAZIONE È LA REALTÀ NORMATIVA DELLA PSICHE

Il tema dell’intervento si appunta sulla prima parte del titolo del Convegno: “Curarsi di relazioni e curare attraverso la relazione”. Questo titolo costituisce una enunciazione e individua un programma “forte”: la relazione rappresenta il punto cruciale dell’esperienza umana, ben aldilà della prospettiva “interazionale”. È il parametro rispetto a cui è possibile definire e operare con un concetto di normalità che non sia puramente statistico: ogni patologia costituisce una deformazione della relazione che il soggetto intrattiene con i propri altri.

2. LA RELAZIONE PRESUPPONE CHE VI SIANO DUE GAMBE: SOGGETTO (S) E ALTRO (A)

S: un individuo, dotato di una facoltà in grado di rappresentarsi la relazione, di pensarla, giudicarla, domandarla, desiderarla, investire energie, operare economicamente, lavorare per propiziarla. In altri termini, presuppone l’esistenza di un S che viva già aldilà dell’automatismo della “sola natura”, in cui accadono solo interazioni. Non siamo come le molecole di un gas chiuso nella bottiglia, soggette al moto browniano che ne determina gli scontri.

Questa facoltà è anche eminentemente una facoltà giuridica: pensiero delle condizioni (legali) perché sia possibile stabilire una partnership.

A: un altro individuo, un altro S che occupa un altro posto (A), una posizione dissimmetrica, un S il cui intervento comporti il beneficio della relazione. Il dinamismo di domanda-offerta descrive un rapporto asimmetrico, perché ciò che ritorna al soggetto in virtù del suo lavoro di domanda, non è il puro complemento di ciò che al domandante mancava, ma è il prodotto del lavoro di un altro soggetto, che a sua volta domanda di essere materia di nuovo lavoro di S.

Abbiamo dunque le due gambe che possiamo rappresentare con le lettere S e A e con una prima fondamentale osservazione: il soggetto che occupa il posto di A non è un oggetto, ha uno statuto speciale inconfondibile e riconoscibile fin dall’inizio: vive anch’esso in un regime aldilà della natura che non lo omologa in nessun momento alla categoria degli oggetti e non lo rende confondibile con essi.

Il lemma “altro” non è un lemma utilizzato sistematicamente da Freud, tuttavia compare in almeno due passi, con un rilievo assolutamente significativo. Lo incontriamo per la prima volta in una lettera a Fliess in cui Freud scrive:

“Sono infinitamente felice che tu mi conceda il dono di essere per me l’Altro […]. Non riesco proprio a scrivere se non ho un pubblico…”.[i]

Con questa dichiarazione Freud testimonia che il moto (intellettuale, ma non solo) può avvenire solo qualora ne sia ritracciabile il compimento, la meta, in un altro reale al di fuori del soggetto.

La seconda citazione compare nella pagina iniziale dello scritto Psicologia delle masse e analisi dell’Io:

“Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente […] e pertanto in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.[ii]

 “Altro”, allora, è il socius, il compagno, il terapon (da cui terapia e terapista): non si tratta di una “prospettiva del micro” (miscrosociale), al contrario: universale. Il socius è l’”uno per tutti”, “l’uno” che rappresenta per il soggetto “i tutti”, senza comportare alcuna fissazione a un altro prefissato dalla natura.

Che vi sia relazione tra S e A – l’avvenimento della relazione tra S e A – costituisce dunque la realtà normativa della psiche, l’accaduto e la legge che trasforma l’organismo biologico in corpo umano e che ne permette il moto.

3. LA RELAZIONE È LA REALTÀ NORMATIVA DELLA PSICHE PERCHÉ È L’ACCADUTO PSICHICO DI SODDISFACIMENTO ORIGINARIO, ESPERITO DAL SOGGETTO PER L’INTERVENTO DI UN ALTRO REALE

L’efficacia normativa propria della relazione è data dall’essere in sé stessa quell’accaduto psichico di soddisfacimento originario esperito dal soggetto per l’intervento di un altro reale. La virtù o potestà normativa di questo accaduto sta nel fatto che esso non è riducibile a un atto avvenuto una tantum, bensì può essere descritto come sequenza ripetuta di atti, in mancanza dei quali ne andrebbe della stessa sopravvivenza biologica del soggetto. Potremmo dire che, in un tempo inizialissimo, tutto ciò che permette la prosecuzione della vita biologica dell’individuo è da lui esperibile con il carattere di apporto soddisfacente (apporto che corrisponde al principio di piacere).

Potremmo inoltre esprimere l’accadere della norma attraverso una frase che individua quattro movimenti, la cui effettiva pensabilità individuale non è soggetta ad altra condizione che l’essere stati recettori dei primi atti di accudimento del corpo, in forza dei quali si è stabilita la realtà di psiche-e-soma:[iii] “Allattandomi (a), mia madre mi ha eccitato (b) al desiderio di agire (g) per ri-ottenere soddisfazione per mezzo di un altro (d)”. La normalità è dunque l’efficacia del regime di domanda (g) e offerta (d), con il circuito che domanda e offerta mettono in moto.

Il fatto che il soggetto, passivamente, sia – per così dire – preso in un movimento che gli mostra la propria costituzione in quanto essere soddisfacibile solo per mezzo di un altro, è ciò che dà vigore legale a questo accaduto, ovvero lo rende legge vigente, la cui funzione sarà quella di permettere al soggetto la ripetizione, il riaccadere, non più solo passivo, dell’esperienza di soddisfazione.

Quando parliamo di norma, dunque, mettiamo in risalto due caratteri che, presi dal lato del soggetto, ne definiscono la posizione:

– il primo carattere definisce il soggetto in quanto passivo nei confronti della norma: la norma è eteronoma, è posta dall’altro, è l’iniziativa, l’atto dell’altro;

– contemporaneamente, il secondo carattere lo definisce in quanto attivo nei confronti della norma – e questo è ciò che risulta di capitale importanza per seguire le vicissitudini successive, incluse le deformazioni che la psicopatologia ci mostrerà –: l’atto dell’altro, causante il beneficio del soggetto, permette al pensiero di avviarsi come presa d’atto del soddisfacimento e di proseguire come elaborazione attorno alle condizioni necessarie perché il soddisfacimento si ripeta.

4. L’ATTO NORMALE ISTITUISCE IL SOGGETTO EVOCANDONE:

4.1. LA FACOLTÀ DI GIUDICARE DELLA DESIDERABILITÀ DELL’APPORTO DELL’ALTRO

4.2. LA FACOLTÀ DI PENSARE (ELABORARE) LE CONDIZIONI CHE FAVORIRANNO IL RIPETERSI DEL BENEFICIO SPERIMENTATO ATTRAVERSO LA RELAZIONE

Se dunque possiamo considerare l’atto normativo – nel suo coté passivo – come istituente del soggetto (in quanto consiste in un accaduto che istituisce il soggetto come corpo pensante), in secondo luogo, ma nel medesimo tempo, dobbiamo riconoscerlo – nel suo coté attivo – come istituente una facoltà autonoma del soggetto: giudicante della desiderabilità dell’apporto di A (è ciò che Freud ha chiamato “principio di piacere”, in cui noi individuiamo la facoltà di un primo giudizio) e pensante (in quanto elaborante) le condizioni della ripetibilità del beneficio. In questo senso possiamo qualificare il pensiero come normativo, ovvero operante per la statuizione della norma che consenta il compimento pulsionale nel suo definitivo orientamento all’altro in quanto fonte del beneficio.

Quando diciamo “beneficio” dovremmo infine avere chiaro che la parola rappresenta la formula contratta per indicare “beneficio derivante dalla relazione”, non essendo rintracciabile, nel soggetto umano, alcuna altra forma di benefico all’infuori di quella che egli stesso saprà costruire agendo la propria domanda nei confronti dell’altro, in modo tale che a un altro (di volta in volta uno dell’universo degli altri, escludendo ogni fissazione preconcetta a un altro predeterminato) risulti gradito corrispondervi. Non esiste soddisfacimento o beneficio “naturale” – nel senso di “istintuale” – derivante al soggetto senza che egli compia questo lavoro, sia che lo compia in anticipo, per ottenere il piegarsi dell’altro alla sua domanda, sia che lo compia successivamente a un atto grazioso di qualsiasi altro nei suoi confronti: la soddisfazione del corpo presuppone e implica il pensiero dell’apporto dell’altro, e il lavoro del pensiero sulle condizioni dell’apporto dell’altro.

5. NELLA PSICOPATOLOGIA:

5.1. LA FACOLTÀ DI PENSIERO NON È ANNULLATA

Che la facoltà di pensiero non sia annullata negli stati psicopatologici sembra oggi un’affermazione ovvia. L’apparente ovvietà è il segno di qualcosa che, circa un secolo fa, è accaduto nella cultura, dopo che Freud definì le produzioni sintomatiche come “intenzionali e dotate di senso”. Affermare che il sintomo è dotato di senso significa riconoscere che nella patologia vi è un nucleo di ragione, anche nel senso corrente per cui si riconosce che qualcuno ha delle buone ragioni che ne sostengono pur sempre il comportamento. Già questo non è poco, ma l’affermazione risulta di portata ancor più radicale se seguiamo lo sviluppo freudiano e intendiamo correttamente la funzione delle produzioni sintomatiche. Esse non sono in primo luogo espressive del contenuto patologico, ma rappresentano – almeno in nevrosi e psicosi – un tentativo di guarigione posto in essere dal soggetto stesso in risposta all’insulto patologico.[iv] Sono cioè un tentativo di ricostruzione di una norma che permetta di mantenere la possibilità di accedere alla relazione, dopo che un accadimento ha reso problematica la soddisfazione fino a quel momento collegata ad essa.

Il tentativo di guarigione non produce la guarigione come esito: se non dessimo il necessario rilievo alla distinzione tra tentativo ed esito, snatureremmo non solo il pensiero di Freud, ma il concetto stesso di guarigione, svilita a una sorta di “tutto va bene” fondamentalmente perverso, in cui a ciascuno resterebbe l’unica “libertà” di scegliersi il modo che più gli aggrada di essere malato entro un ridotto spettro di possibilità.

Nella psicopatologia il pensiero non cambia scopo, ma continua ad applicarsi al medesimo tema: come mantenere il vincolo tra esigenza di soddisfacimento e apporto dell’altro. Esprime pertanto due distinte tendenze:

1, costituisce sempre una denuncia della relazione insoddisfacente in atto (non è detto che la relazione da denunciarsi debba essere quella attuale, essa è in atto nella traccia mnestica degli atti che hanno costituito le relazioni fondamentali. È la traccia mnestica che rende queste relazioni attuali). La psicopatologia, dunque, parte da un giudizio (“Questo non mi fa bene” o “Tu non mi fai bene”) che però difetta nell’individuare correttamente tanto l’imputazione quanto il suo imputato. Si tratta di un giudizio che facilmente abortisce nella vendetta. Il sintomo è il sostituto della omessa denuncia;

2, permanendo un errore che non permette al soggetto di individuare ciò che correttamente sarebbe da imputare come insoddisfacente, la psicopatologia rappresenta il tentativo inconcluso (la ripetizione patologica è lo stigma di questa inconclusione) e insoddisfacente di ricostruire (o costruire ex novo) una norma per mantenere una qualsivoglia relazione (anche nell’evitamento delle relazioni), secondo il corretto principio (non negato né da nevrosi né da psicosi) che beneficio vi sarà solo in dipendenza di una relazione.[v]

Sono questi i due caratteri di ogni vicissitudine psicopatologica che fanno sì che noi si possa descrivere la psicopatologia – nel suo insieme e quindi a prescindere dalle successive partizioni interne ad essa – come un tutto avente un massimo comune denominatore, rispetto al quale le sue partizioni interne rappresentano solo distinte modalità di infrazione giuridica alla norma giuridica della vita psichica.

In ciascuna delle forme raccoglibili dalla clinica (ma subito diremo che accanto, e prima, della psicopatologia clinica esiste ed è operante una psicopatologia non-clinica) potremo trovare l’ossequio, camuffato e deformato, alla norma. In altri termini: la psicopatologia non è autonoma nel pensare le proprie norme, le proprie modalità, in ordine al soddisfacimento desiderato: le costruzioni di cui è capace mantengono comunque un riferimento alla norma, di cui rappresentano la contraffazione in uno o più dei suoi punti.

5.2. IL MANTENIMENTO DELLA FACOLTÀ DI PENSIERO DEFINISCE IL MALATO COME IMPUTABILE, OVVERO PUNTO FINALE DELLA CATENA CAUSALE

Il vero punto di forza della scoperta freudiana è che il malato, il soggetto della psicopatologia, non è completamente inerme nei confronti della costruzione psicopatologica, in quanto non è mai deterministicamente consegnato agli eventi patologici che si concatenerebbero con una successione preordinata e senza possibilità di alternative. Al contrario, a ogni passo si trova davanti a un bivio che lo costringe a compiere (o a rinnegare, così come, piuttosto, a rinnovare o confermare) una scelta.

Una osservazione rilevata a chiarissime lettere da Freud nel 1920 ci introduce al concetto di imputabilità:

“Fintantoché seguiamo lo sviluppo del caso a ritroso, a partire dal suo esito finale, la catena degli eventi ci appare continua e pensiamo di avere raggiunto una visione delle cose del tutto soddisfacente e fors’anche completa. Ma se percorriamo la via opposta, se partiamo dalle premesse a cui siamo risaliti mediante l’analisi, e cerchiamo di seguirle fino al risultato, l’impressione di una concatenazione necessaria e non altrimenti determinabile viene completamente meno. Ci accorgiamo immediatamente che l’esito avrebbe potuto essere diverso e che questo diverso esito avremmo potuto capirlo e spiegarlo ugualmente bene. […] la conoscenza delle premesse non ci permetterebbe di prevedere la natura del risultato. […] La concatenazione causale può sempre essere individuata con certezza se si segue la direzione [retrograda] dell’analisi, mentre viceversa la sua previsione nella direzione della sintesi è impossibile”.[vi]

Giacomo Contri ha osservato che Freud scopre un nuovo ordine causale che inserisce a pieno titolo tra la causalità necessitata propria dell’ordine naturale (determinismo) e la facoltà di determinazione libera dell’atto; questo nuovo ordine causale è rappresentato dalla coazione, vero tertium che non rappresenta certamente il genere degli atti liberi, ma che non coincide neppure con l’ordine della necessità, non foss’altro che nel punto in cui lascia comunque libero il soggetto di farsi imputante della propria patologia, denunciando il sintomo e facendo ricorso a quel tribunale di appello costituito dalla cura.

Nella condizione psicopatologica che sarà il risultato delle scelte successive da lui effettuate, il malato occuperà pertanto il posto dell’imputabile, vale a dire il posto di colui che, per sua fortuna, non potrà identificare sé stesso né al posto della vittima, né in quello di un puro effetto di antecedenti dotati di un proprio automatismo necessitante il comportamento.

La critica della correlazione tra malattia psichica e colpa ci rende avvertiti che la stessa, se non più ingenua tesi, opera nell’associare, al contrario, malattia e innocenza: che la malattia costituisca la prova dell’innocenza del malato è ciò che Freud ha individuato nel concetto di “vantaggio secondario”. Se la figura della vittima definisse esaurientemente la posizione del soggetto malato, la guarigione sarebbe una meta totalmente immaginaria, una sorta di miraggio su cui si innesta la cura, ma in realtà un punto di arrivo inesistente perché guarigione sarebbe possibile solo a condizione di rendere non avvenuto quanto già avvenuto, cioè a condizione di sottrarre, invece che ricondurre, il malato alla realtà. Al contrario, la guarigione è possibile perché nella cura il soggetto, ricostruendo la strada compiuta, si riconduce ai bivi dove precedentemente aveva imboccato direzioni patologiche, spesso perché non in grado neppure di concepire la strada alternativa o di configurare la possibilità di un’alternativa di pensiero.

6. SENSO DI COLPA PATOLOGICO VS. DIFETTO DI GIUDIZIO: LA PATOLOGIA CLINICA RENDE IL SOGGETTO IMPUTABILE DI UNA INCONCLUSIONE DEL PENSIERO

Il malato è imputato per difetto di giudizio: ha compiuto scelte (e non ha solo subìto) sulla base di un’offerta patogena derivante dall’altro (i suoi “maggiori”) che non ha saputo adeguatamente giudicare. La facoltà di giudizio, nel bambino, si arresta nell’atto di formulare un corretto giudizio sanzionatorio nei confronti dell’altro ammalante in quanto, “per cavarsela” in quel frangente, dovrebbe sapere fare i conti anche con la legittimazione culturale-educativa di cui gli atti dell’altro patogeno si ammantano. Questa osservazione ci riporta all’insistenza freudiana circa il fattore economico, vale a dire il computo delle forze in campo, tra le quali hanno particolare rilievo quelle rappresentate dalla cultura.

Il malato è dunque imputato per difetto di giudizio, per qualcosa che lui stesso “ci ha messo”, per una teoria che ha raccolto, ma che poi ha attivamente sviluppato nelle conseguenze patogene. Il malato, pertanto, ancor prima di essere imputabile degli atti e per gli atti che deriveranno dalle manifestazioni della sua malattia, risulta imputabile del fatto di avere sostituito la corretta imputazione all’altro dell’atto patogeno con cui lo ha ammalato, con la costruzione patologica, la quale non è, semplicisticamente, un insieme di sintomi, sia pure dotati di senso e di una propria interna intelligibilità, bensì è una sofisticata teoria autogiustificatoria del proprio non riuscire a concludere in ordine a un dato problematico dell’esperienza. La costruzione psicopatologica, perciò, sta al posto dell’imputazione mancante, è un difetto (per il quale possono beninteso essere individuate delle attenuanti) della capacità soggettiva di corretta imputazione e sanzione dell’altro.

La ricostituzione di questa corretta facoltà di imputazione e sanzione all’altro è lo scopo della cura, in quanto è solo questa capacità che consente al soggetto di non fissarsi (attraverso le componenti della malattia: inibizione, sintomo, angoscia) all’altro patogeno, in una interminabile contesa, per rendersi nuovamente disponibile a nuove relazioni secondo il principio di piacere, cui altri altri potranno corrispondere. L’abito psicopatologico è intessuto con una stoffa la cui trama è la contesa, in modo tale che veramente ogni malato è rappresentabile come uno di quei guerrieri Unni – che compaiono in un quadro di Kaulbach, citato dallo stesso Freud[vii] – i quali, morti in battaglia – fatti ormai invisibili, ma fissati alla contesa fino aldilà della loro stessa vita – pure continuano a combattere per l’eternità contro il nemico di un tempo. Il difetto di giudizio è l’imputazione cardine con cui il soggetto, nella cura, finalmente si confronta: la fuga dalla realtà comportata dalla psicopatologia è tutta racchiusa in questo sottrarsi del malato al lavoro di giudizio.

7. DALL’IMPUTAZIONE PRINCIPALE (DIFETTO DI GIUDIZIO) DISCENDONO IMPUTAZIONI CONSEGUENTI: IL PASSAGGIO ALL’OFFESA

Ogni altra imputazione (il malato è infatti imputabile anche degli atti e per gli atti che deriveranno dalle manifestazioni della sua malattia) è successiva e secondaria a questa. Certo, egli è imputabile delle formazioni psichiche che definiamo abitualmente come componenti della malattia e che rappresentano la sanzione cui egli non può sottrarsi: i suoi sintomi (che rappresentano in unum il conflitto e la soluzione compromissoria dello stesso), le inibizioni cui è soggetto (veri e propri reati di omissione di atto normale), l’angoscia e la fissazione alla condizione patogena stessa (che il quadro di Kaulbach rappresenta in maniera così plasticamente convincente): il malato è imputabile di essi, e non ne è solo vittima, in quanto egli è il soggetto che esercita la propria competenza nel costruirli e nell’elaborarli.

Ma, a proposito di queste componenti della malattia, occorre avere la capacità di individuare, di esse, non soltanto la ricaduta soggettiva, bensì anche quella oggettiva (ovvero sugli altri che saranno privati a loro volta, a causa della indisponibilità del soggetto, della possibilità di mantenere con lui una relazione soddisfacente), realtà, questa, che fa il soggetto-malato imputabile anche sul versante oggettivo, ovvero per gli atti della sua patologia, che regolarmente, concernendo altri reali, dilagano al di fuori di una supposta, ma inesistente, “interiorità”.

La psicopatologia, pertanto, di cui, fino a questo momento abbiamo mostrato insistentemente il carattere difensivo, quantunque non efficace (abbiamo detto infatti che essa è contemporaneamente denuncia e tentativo di risoluzione falliti), soggiace alla tentazione (che in alcuni casi si fa ben più che tentazione, si veda la perversione, ma anche la psicosi, e perfino la stessa nevrosi non ne è esente) di assumere a propria volta un carattere offensivo: ogni formazione psicopatologica ha una ricaduta di carattere insoddisfacente non solo sullo stesso soggetto malato (si tratterebbe, in questo caso, della fin troppo idealizzata “sofferenza” del malato), ma è anche obiettivamente provvista di un tratto fastidioso che ricade sull’altro, anche qualunque, che il malato tiranneggia, se non altro attraverso il suo costante negarsi alla soddisfazione, vuoi in quanto si sottrae alla soddisfacibilità, vuoi sottraendosi al compito di operare soddisfacentemente nei confronti dell’altro.

8. IL COMPIMENTO DI QUESTO PASSAGGIO ALL’OFFESA REALIZZA LA PSICOPATOLOGIA NON-CLINICA

Accanto, e prima, della psicopatologia clinica esiste ed è operante una psicopatologia prevalentemente non-clinica, in cui si attua uno spostamento più deciso sul versante dell’offesa. Possiamo descrivere questo spostamento come spostamento in tre direzioni:

1, in primo luogo il soggetto compie uno spostamento verso un pensare ed un agire tanto offensivo nei riguardi dell’altro da rinnegarne la soggettività: l’altro è reso sostituibile con un oggetto e con ciò si raggiunge il limite massimo di allontanamento dal pensiero stesso di “relazione”, che consiste in atti che sono contemporaneamente di domanda-e-offerta reciproca, tra partner che occupano i posti non simmetrici di Soggetto e soggetto nel posto di Altro.

2, in secondo luogo, si attua lo spostamento all’asintomaticità, nel senso che il sintomo (benché non liquidato completamente) non è più riconosciuto come tale e ne viene rinnegato (Verleunung) lo statuto di formazione che accusa apertamente il colpo della propria inconclusività. Il passaggio a questa condizione produce l’illusione di rinnegare, insieme al sintomo, la contingenza della propria soggettività e del corpo stesso, permettendo al soggetto di aspirare a trasformare il proprio singolo caso in teoria di portata generale, alla ricerca di un’omologazione culturale che possa offrire copertura agli insuccessi della malattia, propiziandone la durata nel tempo.

L’osservazione di Freud a proposito dei feticisti testimonia che:

“Non occorre aspettarsi che queste persone ricorrano all’analisi a causa del feticcio; esso, infatti, mentre è certamente riconosciuto da coloro che ne dipendono come un che di anomalo, solo in rari casi è vissuto come un fattore di sofferenza; perlopiù queste persone si dichiarano pienamente soddisfatte del loro feticcio o addirittura mostrano di apprezzare le facilitazioni che esso procura alla loro vita amorosa”.[viii]

Questa citazione, oltre a commentare lo spostamento verso l’asintomaticità, ci introduce agevolmente al terzo spostamento in atto nella perversione:

3, il nucleo della perversione rappresenta un passaggio dalla psicopatologia clinica a quella non-clinica, ovvero il passaggio da quelle che Freud ha definito come “neuropsicosi da difesa” a quelle che Giacomo Contri ha proposto di chiamare, con una battuta, “neuropsicosi da offesa”, evidenziando quanto di offensivo trasuda, per così dire, dalla configurazione che abbiamo illustrato essere propria della perversione.

L’appellativo di “non-clinico” si giustifica in primo luogo per l’assenza di domanda di cura: è questa assenza che rende questi soggetti inaccessibili alla cura. Il perverso, infatti, non si rivolge né a medici né a psicoanalisti e, semmai acceda alla cura, ciò accade solo in virtù di un “resto” di nevrosi o di psicosi, ovvero di psicopatologia clinica, che egli ancora non ha liquidato. Soggetti cosiffatti si rivolgono più frequentemente ai detentori dei mezzi di comunicazione, e ciò introduce alla comprensione del secondo senso della definizione di “non-clinico”: il terreno di coltura della perversione non è mai il caso personale (il vero perverso non si limita alla giustificazione debole del: “Sono fatto così…”, appellandosi al proprio caso in quanto “particolare”), il terreno di coltura della perversione è rappresentato bensì dalla presunzione militante di mettere la perversione stessa al posto della norma, di costruire una neo-norma i cui singoli articoli rappresentano una deformazione punto a punto della norma originaria in tutte le sue parti. La perversione è missionaria e “perfeziona” le inconcludenze della psicopatologia clinica.

9. LA TOSSICOMANIA SI COLLOCA IN QUESTO SPAZIO: TRA PSICOPATOLOGIA NON-CLINICA E PERVERSIONE

Dal punto di vista psicologico, non vi è autonomia della tossicomania. L’abuso di sostanze è un accessorio che cristallizza la distorsione della relazione operata nella psicopatologia clinica, raccogliendone gli insuccessi con l’ambizione di trasformarli in “successi”.

Il problema della cosiddetta “doppia diagnosi” è un falso problema, perché “Tossicomania” non individua una categoria e non è un giudizio diagnostico. La classificazione proposta dal DSM tende un tranello, in quanto pone la condizione di “Abuso di sostanze” allo stesso livello di vere e proprie entità nosografiche come “Schizofrenia” o “Depressione Maggiore”. Così facendo induce nell’errore di ritenere che la tossicomania sia in sé stessa una malattia, confondendo entità nosografica (diagnosi) e dato significativo dal punto di vista epidemiologico. Se pure ha senso (dal punto di vista amministrativo, di economia sanitaria, di studi di epidemiologia) conoscere quanti soggetti sono coinvolti nel problema droga, ciò non significa che tale condizione si caratterizzi unanimemente dal punto di vista psicopatologico.

Infatti, nel momento in cui si tratta di precisare la “stoffa psicopatologica” della tossicomania, anche il DSM va a ritrovarla in quelle condizioni che descrive come “Disturbi di Personalità” (in particolare nel “Disturbo di Personalità Antisociale”), ovvero in quelle condizioni che più da vicino riflettono quanto noi descriviamo attraverso il concetto di Psicopatologia non-clinica.

Esaminando un po’ più da vicino la legge che abbiamo enunciato, vediamo che nella perversione:

1, al posto dell’Altro viene messo un oggetto;

2, a, l’atto inaugurale dell’altro ancora qualunque, risulta fissato in sé stesso, nel rinnegamento del dinamismo soddisfacimento-domanda che esso mette in moto e nella pretesa di un impossibile ritorno al cattivo aldilà rappresentato dall’idea di un godimento che sarebbe perfetto solo in quanto automatico e comandato;

3, al posto di g e di d, in circolo continuo di domanda e di offerta tra S e A, vi è una linea di comando: S è comandato ad agire o a sottomettersi all’azione: perversione praticata o masochismo sono la forma dell’azione quando la norma, essendo decaduto l’altro dal suo posto, viene sostituita dal comando (Superio);

4, e terminiamo con b, il corpo. Quanto possiamo dire del corpo, nella perversione, riguarda il corpo del soggetto, in quanto, essendo l’altro sostituito da un oggetto, la forma che il corpo del partner assume, per il perverso, non può più essere definita come forma di corpo umano, non vi è più reciprocità. Lo stesso corpo di S, sottratto alla legge pulsionale e perciò esposto alla confusione tra piacere e dolore, diviene materiale di illimitata sperimentazione e di indefiniti trattamenti.

10. ADDENDUM[ix]

Sono d’accordo con Coletti quando distingue “Tossicomania di area sociopatica, nevrotica, psicotica” proprio perché ciò dimostra ancora una volta la non autonomia della tossicodipendenza. Ma occorre precisare che la tossicomania non solo parassita la condizione psicopatologica di partenza, bensì a questa apporta un elemento nuovo. La tossicomania fa fare un passo in più alla patologia clinica, introduce un elemento di maggiore irrevocabilità nella patologia: rappresenta una soluzione più radicale (non nella direzione della guarigione) alle inconcludenze e alle debolezze della psicopatologia clinica. Rappresenta una possibilità di “uscita” perversa dalla patologia (anche nel senso dello spostamento verso l’area della illegalità penale). Da ultimo, Coletti faceva notare che le varie denominazioni che sono state date ai Servizi che si sono fino ad oggi occupati di tossicodipendenza sono accomunate dal contenere tutte una “T”: NOT, SERT ecc., che ne fissa lo stile operativo. Concordo sul fatto che la fissità della “T” costituisca una vera e propria induzione alla tossicomania (come si dice “induzione alla prostituzione”), e continuerà ad essere così fino a che la T non sarà caduta non solo dalla denominazione dei Servizi, ma soprattutto dalla testa degli operatori.


[i] S. FREUD, Lettere a Wilhelm Fliess (1887-1904). Lettera n. 167 del 18 maggio 1898. Boringhieri, Torino 1986, p. 351.

[ii] S. FREUD, 1921, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, OSF, IX:261. Corsivo mio.

[iii] Cfr. GIACOMO B. Contri, Il pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico. Sic Edizioni Edizioni, Milano 19982.

[iv] Cfr. S. FREUD, 1924, La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi, OSF, X:39-43.

[v] Ecco un modo di intendere il concetto di “dipendenze dell’Io”, e in particolare quella che Freud chiama la dipendenza dalla realtà.

[vi] S. FREUD, 1920, Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile, OSF, IX:162.

[vii] Si veda il quadro di Kaulbach sulla disfatta degli Unni nella battaglia di Châlons, citato in S. FREUD, L’Io e l’Es (OSF, IX:501).

[viii] S. FREUD, 1927, Feticismo, OSF, X:491.

[ix] Questo Addendum riprende sinteticamente gli stimoli innescati dal dibattito conclusivo.

La riproduzione del presente testo è consentita a condizione che ne venga citata la fonte, che dovrà contenere: indicazione dell’autore, titolo del testo, riferimenti bibliografici (nel caso di pubblicazioni a stampa) e indicazione del dominio web da cui il testo è tratto.

Contesto

Relazione al Convegno di Studium Cartello "Curarsi di relazioni e curare attraverso la relazione: tossicomania, reinserimento, riabilitazione", Ancona, 23 gennaio 1999

Co-autori

Data

Gen 1999

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

ID, 'Co-autori', true))) { >?

Price: ID, 'Co-autori', true); ?>

?