Le esperienze di animazione con pazienti psicotici riguardano essenzialmente l’animazione nelle istituzioni e l’animazione di persone già istituzionalizzate; è relativamente nuova l’animazione in strutture territoriali come attività riabilitativa di pazienti psicotici senza altre caratterizzazioni, che nella maggior parte dei casi sono vissuti in famiglia e per quali non vi sono ostacoli istituzionali (escludendo ovviamente la famiglia, in questo caso, dal concetto di “istituzione”) allo sviluppo di adeguati e concreti rapporti sociali, che però ugualmente non si sono realizzati.
Tale criterio riabilitativo ha guidato quindi la scelta iniziale dei pazienti cui proporre l’esperienza.
Si è tenuto conto pertanto di alcune caratteristiche individuali che fossero in relazione con una sintomatologia a carattere prevalentemente difettuale, come ad esempio la presenza di una marcata riduzione di attività spontanea e di autonomia della condotta; la tendenza alla dipendenza; l’incapacità o il disinteresse ad affrontare comportamenti sociali elementari quali lo spostamento attraverso la città o l’acquisto di un oggetto; la timidità patologica o l’autismo ed in generale l’incapacità a stabilire un valido rapporto interpersonale; la difficoltà all’assunzione di impegni aventi carattere di continuità o in cui fosse prevedibile immaginarne uno sviluppo. Tali caratteristiche, unitamente al criterio di privilegiare l’età giovanile, pur non essendo volutamente ancorate ad una prefissata categoria nosografica, hanno condotto a selezionare un primo gruppo di otto giovani pazienti (quattro maschi e quattro femmine) di età compresa tra i 25 ed i 34 anni, sette dei quali affetti da una forma psicotica di tipo schizofrenico ed uno classificabile come affetto da sindrome borderline.
Ai sette pazienti è stata proposta la partecipazione all’atelier da parte dei rispettivi medici psichiatri curanti i quali hanno – in alcuni casi – collocato in maniera esplicita tale attività nel contesto del programma terapeutico individuale seguito dal paziente, mentre – in altri casi – hanno proposto la frequenza all’atelier semplicemente come occasione per condurre un’attività espressiva o ludica, non connotando la stessa di specifiche valenze terapeutiche.
In questo nucleo iniziale di candidati si sono differenziate risposte diverse: due pazienti si sono dichiarati fin da subito non interessati alla proposta: l’uno fornendo una motivazione svalutante la proposta stessa, giudicata troppo infantile ed improduttiva per giustificarvi un impegno; l’altro non riuscendo a superare l’ambivalenza nei confronti dell’animatrice, oggetto di sentimenti di interesse e di competitività. Altri due pazienti hanno cessato la loro collaborazione dopo un breve periodo, non trovandola corrispondente alle proprie aspirazioni e non riuscendo a trarne sufficiente gratificazione. Contemporaneamente la presenza di un nucleo di operatori e pazienti impegnati nell’attività ha costituito un punto di aggregazione per altri pazienti i quali si sono man mano associati al gruppo, mantenendo ritmi di frequenza propri.
Attualmente quindi i pazienti coinvolti nell’attività sono circa dodici, sette maschi e cinque femmine, di età compresa tra i 19 ed i 44 anni, tutti affetti da un processo psicotico di tipo schizofrenico, ad eccezione di una paziente, di quaranta anni, alcolista e con alle spalle una lunga esperienza istituzionale in ospedale psichiatrico sia civile che giudiziario.
Il gruppo così costituito possiede dunque alcune peculiarità, di cui la più importante è certamente quella di rendere in certo qual modo istituzionale e quindi pienamente riconosciuta come legittima la possibilità di inserirsi o reinserisi in un tempo successivo, che, ancora, per quanto riguarda la forma prescelta di attività partecipativa o espressiva.
Nel settembre 1985 è dunque iniziato questo lavoro e come primo atto si è scelto con i pazienti stessi il nome dell’atelier: “Laboratorio aperto”. Piano piano, servendosi di semplice materiale – pennarelli e fogli – si sono fatti emergere i bisogni, le esigenze, le preferenze del materiale da usare secondo le capacità manuali dei componenti del gruppo e, partendo da questo primo momento, si è fornita la quantità e varietà, la più ricca possibile, di strumenti di lavoro. Nell’atelier oltre all’animatrice c’è stata e c’è tuttora la presenza di una infermiera psichiatrica e di un’assistente sociale. Saltuariamente un’altra assistente sociale interviene e altri infermieri si fermano nell’atelier per brevi momenti. Questo personale infermieristico, in altri giorni della settimana, utilizza l’atelier con altri pazienti per interventi ludici.
L’atelier con la presenza dell’animatrice è aperto il lunedi e il giovedi mattina, dalle 9 alle 13. La presenza di molto personale facilita il lavoro, nel senso che l’attenzione prestata ai pazienti risulta maggiore e cade il rischio che si creino tensioni.
Data la struttura dell’atelier si sono potuti praticare alcuni interventi e non altri. Ad esempio, si può dipingere, disegnare, fare scultura, scrivere a macchina, fare giochi da tavolo, ma non ballare o dedicarsi ad altre attività che richiedono spazi più ampi.
Il laboratorio è un locale situato al primo piano, di sei metri per cinque, illuminato (non moltissimo) da due finestre. Vi si accede da un corridoio attraverso una porta frontale alle finestre stesse. È dotato di un tavolo di due metri e novanta per un metro e trenta, quattro tavoli di un metro per un metro, tre mensole, un armadietto, una bella cassettiera da studio e sedie molto confortevoli. C’ è da aggiungere, anche se può sembrare ovvio, che essendo l’animatrice pittrice, la sua presenza ha indirizzato le scelte dei materiali grafici cosi come i suoi gusti, conoscenze ed esperienze possono avere influenzato il lavoro.
Dall’esperienza di circa otto mesi sono emerse delle indicazioni che possono essere considerate una proposta di metodo di lavoro.
Si è individuato (grazie anche a precedenti esperienze in Ospedale Psichiatrico) l’importanza di finalizzare il lavoro dandogli uno scopo preciso. Ecco, ad esempio, il progetto decorativo da realizzare sulla scala d’ingresso del Centro PsicoSociale; il presepe da realizzare plasticamente; la costruzione di maschere per il carnevale ed altro ancora. Lavoro questo che però richiede tempi lunghi di realizzazione e non permette al soggetto che vi lavora magari solo per un breve tempo, di cogliere i frutti del suo impegno. Per concretizzare immediatamente l’impegno di ciascuno si è pensato quindi di realizzare un giornale mensile che non esclude nessuno nel suo farsi, può essere nello stesso tempo individuale e collettivo, nel quale si può esprimere sia l’individuo semplice, sia colui che è più preparato culturalmente. Il titolo del foglio è Lunedì chiama giovedì, rifacendosi ai due giorni di apertura dell’atelier. Il giornale permette di superare due situazioni che si possono verificare spesso in un atelier: la noia e la ripetitività, essendo il giornale per sua natura ripetitivo nella struttura, ma sempre nuovo nei contenuti. Inoltre, gli scambi di idee, di proposte, i tempi da rispettare (va ultimato per il giorno venti del mese precedente a quello di uscita) sono elementi che imprimono ritmi e danno vivacità al lavoro.
Il giornale documenta la creatività per esempio attraverso l’articolo di fondo, che prevede un argomento scelto dal paziente ed elaborato con l’aiuto dell’animatrice.
L’espressione verbale si attua per esempio anche attraverso la poesia collettiva.
L’uso della poesia è stato introdotto tenendo conto dell’esperienza fatta nel 1983 all’Ospedale Psichiatrico di Varese e documentata nel volume Poesia degli esclusi.
La poesia oltre a rendere possibile l’espressione è stata utilizzata per partecipare a concorsi. Si è partecipato ad esempio a un concorso di poesia monoletterale bandito dalla rivista mensile “Senz’H” componendo per l’occasione poesie collettive monoletterali che hanno fatto vivere momenti molto piacevoli e gratificanti anche grazie alla particolare menzione che hanno ricevuto gli elaboratori inviati alla rivista stessa.
La ricetta di cucina, cosi come i proverbi che compaiono nel giornale, sono momenti di ricerca effettuata dai pazienti interessati, in ambiti diversi dell’atelier, e che creano, anche se modesta, una continuità di lavoro a casa. La moda è pure ricerca (su giornali e riviste) e lavoro di elaborazione che porta all’invenzione di modelli.
Altra modalità espressiva è stata ad esempio il fumetto, nato utilizzando, come per altre realizzazioni, le capacità individuali di una paziente, come spunto da cui partire per sviluppare ed esplicitare esistenti potenzialità note e non. Da non dimenticare il tocco finale dell’impostazione grafica e del lavoro di completamento degli spazi attuato attraverso 1a divertente creazione di piccoli disegni inerenti all’argomento trattato dal mensile.
Tutto questo va considerato “materiale” messo a disposizione dei pazienti come è nello spirito dei suggerimenti di Bruno Munari.
Il giornale, oltre rendere inoltre possibile una certa comunicazione trai componenti fissi dell’atelier, rende possibile ad elementi casuali o saltuariamente presenti la partecipazione o attraverso la poesia collettiva o attraverso i disegni di decorazione e rifinitura grafica.
Da ultimo e non meno importante è la diffusione del giornale e quindi la comunicazione per suo mezzo con tutto il personale del Centro Piscosociale, con altri C.P.S. della Provincia e della Regione e altri atelier (ad esempio l’atelier dell’Ospedale Psichiatrico di Mendrisio).
Inoltre, dai collaboratori stessi viene distribuito ad amici, politici, ambienti culturali e parrocchie, suscitando attenzione ed interesse, importanti per le potenzialità che possono avere in sé.
Si è potuto notare che il lavoro attorno al giornale accresce le capacità dei pazienti, dà loro alcune sicurezze nell’affrontare questo tipo di intervento e risulta inoltre gratificante per i compensi che riceve.
Fare un giornale non è un’idea nuova, ma ci sembra originale il modo in cui si è sviluppato nell’atelier. Per le sue caratteristiche il giornale rimane l’elemento privilegiato che occupa uno spazio di tempo notevole. Interrompe e rallenta il lavoro più tradizionale del “pitturare”, ma fa sì che si torni ad esso con piacere. Nel Laboratorio aperto vi è anche il momento del gioco a due o più persone soprattutto come relax quanto si è stanchi di lavorare.
Vi sono però talora anche momenti di caduta completa di interesse, sia per le varie attività sia per il gioco ed allora è più opportuno interrompere. Considerazione conclusiva a quanto detto circa le modalità di lavoro del gruppo può essere che aldilà dell’importanza dell’espressione artistica “o del valore dell’espressione spontanea”, si deve tenere e rendere possibile l’espressione in quanto tale ed è ancora Munari che ce lo insegna.
A conclusione di questo primo periodo di attività dell’atelier è possibile raccogliere alcune osservazioni e formulare conseguentemente iniziali ipotesi interpretative.
In primo luogo, abbiamo verificato essere maggiormente rispondente alle esigenze di lavoro territoriale la formula del gruppo aperto rispetto a quella del gruppo composto da un numero fisso di elementi.
Abbiamo lasciato ai pazienti la possibilità di accostare l’atelier in maniera spontanea ed addirittura casuale: alcune volte si è trattato di una scoperta fatta dagli stessi in occasione di un’attesa imprevista che si protraeva nella contigua sala d’aspetto del C.P.S., altre volte la proposta è seguita alla costatazione della necessità di fornire al paziente un appoggio che si protraesse più a lungo nel tempo della giornata, spesso per un limitato periodo corrispondente alla ripresa della sintomatologia.
Tale modalità di partecipazione sporadica, casuale e “a termine” non ha rappresentato motivo di disturbo per il nucleo di pazienti regolarmente partecipanti all’atelier. Si è notato al contrario che la novità costituita dall’ingresso di nuovi pazienti stimolava i primi, che già avevano acquisito una certa esperienza del lavoro condotto nell’atelier, ad esprimersi in maniera non ostentata, ma più sicura, fino a diventare essi stessi, in alcune occasioni, propositivi nei riguardi del nuovo venuto.
È significativo osservare che la maggior apertura al contatto interpersonale è mediata dalla padronanza acquisita nei confronti delle attività dell’atelier, dei mezzi a disposizione e delle opportunità offerte dal “lavoro”. In questo caso la maggior confidenza e destrezza raggiunta nel rapporto con gli oggetti funge da rassicurazione, permettendo ai pazienti di affrontare l’alterità costituita da un altro soggetto.
Una seconda osservazione interpretabile alla luce di questa stessa dinamica può essere formulata per quanto riguarda la vita del gruppo nel suo complesso, colta in una dimensione sincronica. Ci si è resi conto che in ogni momento il gruppo ha potuto funzionare grazie all’impegno, favorito dagli animatori, di ciascuno dei pazienti con il proprio lavoro, cioè attraverso la ricerca di un’attività che fosse realizzabile da subito da parte del singolo paziente: attività, tecnica, modalità di espressione con la quale ciascuno individualmente ed autonomamente potesse misurasi. Il risultato, progressivamente raggiunto, rappresentato dalla capacità di manipolare in maniera soggettivamente soddisfacente l’attività prescelta, permette di cominciare a funzionare anche come gruppo, in cui avvengono interazioni reciproche tra i soggetti che ne fanno parte.
Commentando questo risultato ci pare importante sottolineare la funzione svolta in un primo tempo proprio dall’avere focalizzato l’interesse di ogni paziente sull’attività oggetto della propria iniziativa: pensiamo, e sarebbe impossibile non rammentare qui, il gioco del “fort-da” osservato da Freud nel proprio nipotino di diciotto mesi, che il raggiungimento della capacità di padroneggiare il rapporto con l’oggetto sia immediatamente in relazione con la capacità di padroneggiare – o almeno affrontare – la relazione umana, assumendo un ruolo attivo in quel gioco talmente più complesso che è la relazione intersoggettiva.
Una terza osservazione ci porta a considerare la possibile funzione svolta da un particolare
La scelta di questo oggetto di lavoro ci sembra particolarmente stimolante, in quanto un giornale è fatto di parole, oltre che di immagini, e la parola è per eccellenza oggetto di scambio, dotata certo di una sua propria materialità, ma anche, ed in maniera precipua, di una valenza simbolica che permette questa funzione del riconoscimento e dello scambio.
Pensiamo pertanto che proporre tale attività sia stato particolarmente utile, stimolando ciascuno dei pazienti a ricercare e formulare il proprio discordo, più spesso camuffato sotto le spoglie del discorso comune, impersonale, altre volte pià scopertamente e precisamente autobiografico, per la scelta di contenuti e per l’emergere di questioni che possono essere affrontate come utile metafora.
da rilevare inoltre che ciascuno ha avuto la possibilità di mettere a punto un proprio approccio al fatto di discorso costituito dal giornale: da chi ha privilegiato l’elaborazione di un discorso attraverso la concatenazione di parole; a chi ha scelto una modalità intermedia tra l’immagine ed il simbolo producendo delle personalissime strisce a fumetti, in cui oltre alla commistione di elementi immaginari e linguaggio simbolico, vi è espresso il tentativo di padroneggiare il senso di un’esperienza che si realizza nel tempo, attraverso la rappresentazione dei vari quadri in cui la storia può essere scandita; a chi ancora si è fermato sul limitare dell’universo simbolico, preferendo l’espressione puramente grafica e cimentandosi con figure umane od arrestandosi ad elementi decorativi di tipo geometrico.
A ciascuno è stata comunque offerta la possibilità di accedere alla dimensione più pura dello scambio verbale attraverso l’invenzione e costruzione di poesie collettive in cui a ciascuno al proprio turno viene chiesto di aggiungere una parola o un intero verso.
Anche qui è interessante svolgere un’ultima considerazione: come ognuno sa la poesia non ha eminentemente una funzione descrittiva o referenziale, non serve a dettare ordine o a confermare comportamenti. La poesia è inutile se letta nell’ottica della mercificazione che regge la società contemporanea, ma è un prodotto “quasi mai nocivo, e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà, come ebbe ad affermare Montale.
Proprio per questo mette in rilevo nella misura più acuta la funzione di puro scambio della parola, scambio che non è più necessariamente legato, in questo ultimo secolo, dalle esigenze della metrica, può non avere altra regola, ed è il nostro caso, all’infuori della libera associazione.
Proprio la poesia pertanto, non ponendosi – per definizione – altro scopo che non sia la comunicazione e non chiedendo al soggetto di finalizzare il proprio dire all’autorappresentazione, che fatalmente è illusoria, ideale o superegoica, ha permesso ai pazienti di parlare di sé parlando agli altri e di collocare il proprio discorso nella dimensione sociale del parlare con l’altro.
BIBLIOGRAFIA
MUNARI B., Intervento, in Atti del Convegno Art Therapy, promosso dalla U.S. S. L. n. 58, Cernusco sul Naviglio, 1983.
AA. VV., Poesia degli esclusi, a cura di Donatella Ghizzi e Mariuccia Secol, Varese, Ed. del Periscopio, 1985.
FREUD S., Al di là del principio di piacere (1920), in Opere di Sigmund Freud, Vol. IX, Torino, Bonringhieri, 1977.
MONTALE E., È ancora possibile la poesia? (Discorso tenuto all’Accademia di Svezia il 12 dicembre 1975 in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura), in E. Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976.