“Diviene sempre più evidente che gran parte dei malati che ricercano l’aiuto di un medico, non hanno solamente bisogno che si prescrivano loro dei rimedi farmacologici, ma piuttosto che si prendano in considerazione i loro problemi psicologici…”.[1] Questa affermazione di Balint descrive un disagio diffuso, a partire dagli anni ’60, nei confronti della medicina e della sua effettiva capacità di cogliere la reale domanda espressa dal paziente nel suo rapporto col medico.
La progressiva trasformazione della patologia presente nella società occidentale ha mostrato la prevalenza di quadri morbosi cronici “da usura” assai spesso di difficile classificazione nella nosologia esistente e di difficile terapia con gli strumenti tradizionali, per quanto raffinati, della medicina pur sviluppata.[2] Questo viraggio da quadri acuti-infettivi, riscontrati in maggioranza all’inizio del secolo, a quadri cronici-degenerativi si presta ad alcune osservazioni.
In primo luogo, pazienti portatori di tumori, vasculopatie invalidanti l’attività motoria e di comunicazione, malattie metaboliche quali il diabete mellito, epatopatie croniche, ecc., hanno un rapporto con la medicina che non è più estemporaneo, motivato pienamente dall’apparire di uno stato morboso destinato comunque a risolversi nel breve volgere di tempo con la guarigione o con la morte. La cronicizzazione rende in qualche modo istituzionale alla condizione dell’uomo inserito nella società sviluppata il rapporto con l’apparato sanitario. E nella misura in cui questo rapporto non è più casuale diventa in qualche modo il luogo privilegiato in cui emergono problemi e tensioni psicologiche che non solo accompagnano lo stato di malattia, ma che spesso ne sono alla radice.
In secondo luogo, la pratica quotidiana sia ambulatoriale che ospedaliera mette in evidenza un altro tipo di trasformazione in atto nella popolazione: se pure le cause di mortalità sono dovute a malattie degenerative, come ha messo in evidenza Mausner, l’attività medica è assorbita in modo sempre maggiore da manifestazioni morbose attribuibili a disturbi psicologici di vario tipo.
Partendo dalle prime ricerche condotte sull’argomento agli inizi degli anni ’60, notiamo che l’importanza di questo fenomeno si è poi mantenuto negli anni seguenti sempre a livelli significativi. Una ricerca condotta in Italia da Benuzzi[3] afferma che, secondo medici con più di dieci anni di laurea, il numero di pazienti in cui manifestazioni attribuibili a squilibri psicologici di vario tipo assumono maggior rilievo rispetto alla sintomatologia clinica obiettiva, può essere fissato fino al 30 % del numero di tutti i malati. Beaudet, in un’indagine svolta nel 1966 presso i medici di base che operavano nella zona di Villeurbanne, appurò che una quota tra il 25 ed il 50 % del numero dei pazienti presentava – a giudizio dei medici curanti – soprattutto disturbi di ordine psicologico o psichiatrico.[4] Lipowski, passando in rassegna una serie di ricerche epidemiologiche, afferma che “dal 30 al 60 % dei pazienti ospedalizzati soffrono di una détresse psichica o di un’affezione mentale sufficientemente grave da creare un problema per le professioni mediche, e dal 50 all’80 % dei pazienti che vengono agli ambulatori per esterni”.[5] Jores afferma invece che “tutte le ricerche statistiche concernenti le malattie psicogene nella clientela di un medico generico o nella popolazione di una clinica medica, dimostrano un’incidenza di almeno il 30 – 40 %. Se vengono inoltre aggiunte quelle malattie che vengono classificate come disordini psicosomatici in senso stretto, cioè ulcera peptica, asma, ipertensione (…) la percentuale può persino raggiungere il 60 – 70 %”.[6] Secondo Schneider un terzo dei pazienti che consultano il medico generico non soffrono di malattie suscettibili di essere curate secondo un approccio tecnico ma piuttosto di sintomi che non sono che un’offerta perché il medico possa capire le difficoltà del malato.[7] Spaulding infine, pur riconoscendo che non viene praticato generalmente un approccio psicosomatico, come si può stabilire ad esempio leggendo le anamnesi raccolte dai pazienti, spesso maggiormente significative per quello che tacciono (quasi per un preventivo accordo tra medico e paziente ambedue conniventi nel censurare ciò che potrebbe troppo “coinvolgerli” tra di loro), ugualmente riporta dati significativi sull’incidenza di cause psichiatriche nella formazione di sintomi somatici.[8] Egli riporta 4000 nuovi ricoveri consecutivi in un grande ospedale di insegnamento e considerando una rosa di cinque sintomi presenti alla richiesta di ricovero, dimostra come il giudizio di un experienced physician-teacher attribuì a disturbi psichiatrici fino al 53 % dei ricoveri inviati per cefalea, ed al 50 % di quelli per astenia. Comparando questa ricerca con una consimile di Mc Farlane, Norman, Spitzer e Abbot che hanno considerato un egual numero di richieste di visite mediche ambulatoriali o a domicilio, si vede che fu posta diagnosi di pertinenza psichiatrica in un gran numero di occasioni, sebbene percentualmente inferiori alle precedenti. Questo studio dimostra che anche l’ospedale universitario, tempio della medicina organica dominato delle hard sciences, non è al sicuro dai subdoli attacchi sferrati da cause eziologiche i cui meccanismi possono essere compresi solo con una propensione alle soft sciences. Paradossalmente pare proprio che l’ospedale qualificato funzioni da centro di raccolta di pazienti che vengono inviati da medici frustrati “per non aver trovato niente” e nel medesimo tempo pressati da richieste di malati sempre più ansiosi di “trovare qualcosa” che giustifichi il loro stato di malessere.
Volendo fare una sintesi sulle ricerche svolte su tale argomento, si può dire che le cifre più basse parlano del 10 %, mentre le più alte indicano il 60 – 80 %. Tale disparità nelle statistiche sulla frequenza di disturbi genericamente di natura psicosomatica sono giustificabili, oltre che dal fenomeno della progressiva concentrazione del paziente psicosomatico in determinati ambienti, anche da quella che potremmo chiamare con Schneider “l’impregnazione psicosomatica”[9] del medico che è estremamente variabile in funzione dell’interesse per questo tipo di medicina ed in funzione anche delle possibilità che lo stesso medico ha avuto di essere formato in questo settore. Si può quindi considerare il 25 % come una cifra approssimativa per indicare, sull’insieme dei pazienti, il tasso di quelli che si recano dal medico per sintomi di origine emotiva, anche se questo valore è probabilmente troppo basso rispetto alla realtà.
È da tenere presente in ogni caso che il disturbo psicosomatico vero e proprio si colloca nella cornice più vasta dei disturbi della sfera della corporeità. In tale quadro, oltre a disturbi psicosomatici con danno organico o puramente funzionali, dobbiamo ricordare i disturbi ipocondriaci, quelli isterici, le patofobie, i deliri psicotici riferiti allo schema corporeo. Diverse statistiche distinguono così tre livelli: il primo che comprende pazienti nevrotici senza diretti riferimenti organici; il secondo, pazienti con personalità psicopatologica e disturbi della corporeità sine materia, ivi compresi i disturbi psicosomatici funzionali; il terzo, che comprende “malattie psicosomatiche” propriamente dette.
Concludendo questo rapido excursus sull’incidenza di disturbi ad impronta psichica, segnaliamo anche il lavoro di Gaglio che presenta una sintesi di ricerche condotte in Europa occidentale e negli Stati Uniti secondo due criteri: le indagini demoscopiche campionali ed i riferimenti di esperienze cliniche o ambulatoriali. Su 14 studi presi in esame, ben 5 indicano come pari o superiore al 50 % la percentuale di disturbi psicogeni osservabili nell’attività medica, mentre altri 3 considerano che questa percentuale raggiunga un terzo delle osservazioni compiute.[10]
La documentazione fino ad ora riportata mostra la grande incidenza che la patologia psicosomatica assume all’interno della pratica medica sia generica che specialistica.
Tale mutamento nella patologia prevalente ci sembra suggerisca alcune considerazioni.
I – INSUFFICIENZA DELLA NOSOGRAFIA
In primo luogo, già da diversi anni l’esperienza dei medici pratici denuncia l’incapacità mostrata dall’apparato nosografico a comprendere e giustificare per intero la patologia proposta dal paziente medio. Il paziente sembra infatti – agli occhi del medico che vive nell’illusione del “bel caso clinico” – sempre più riluttante a rivestirsi della malattia così come il medico si aspetterebbe da lui. Spesso accusa una congerie di sintomi che non rientrano in alcuna delle sindromi descritte dalla nosografia tradizionale. L’arma del medico, ovvero il suo apparato nosografico onnicomprensivo, è reso pertanto impotente.
L’ideologia della nosografia psichiatrica che, secondo Hochmann ha svolto storicamente la funzione principale di mascherare l’angoscia della società nei confronti del malato mentale, sembra essersi trasferita anche al campo della malattia organica, ove opera il tentativo di nascondere e soffocare quel disagio comunque riemergente attraverso il sintoma organico.[11]
II – IL RUOLO PATOGENO DELLE NORMALI CONDIZIONI DI VITA
Inoltre, a mettere sotto accusa la metodologia che sottende al ragionamento medico-clinico ed all’atto terapeutico, contribuisce anche un’altra constatazione: si fa via via più evidente che ciò che provoca la malattia – o comunque uno stato tale da invocare l’intervento del medico – non è qualcosa di estraneo, di evidentemente cattivo e dannoso, che proviene da un eterno non noto, ma si tratta delle “normali” condizioni nelle quali è organizzata la nostra vita nella società industriale. Le cause che provocano le malattie più frequenti (cardiovasculopatie, tumori, quadri psichici anormali) sono ad esempio il tipo di lavoro, l’abitare, le relazioni sociali, cioè l’inquinamento, la mancanza di spazio vivibile, l’alienazione dei rapporti entro la società, ecc…
Osserva a questo proposito Bertazzi: “La presa di coscienza di questo fatto ha profondamente messo in crisi il ruolo apparentemente incontestabile che la medicina andava assumendo in settori sempre più numerosi della vita sociale e non solo in quello della malattia. Questa critica si è fatta più acuta per la constatazione parallela che al crescere della medicina (crescita intesa in termini di conoscenze, disponibilità, servizi, affinamento di tecniche, investimenti di denaro pubblico) non corrisponde di fatto una diminuzione della patologia presente a livello della società. Non solo, ma anche l’invadenza sempre maggiore nella vita personale e sociale (e non solo sotto forma di farmaci) è diventata causa di una serie di nuove patologie, da disturbi psicologici a danni somatici diretti”.[12] Giudizio del resto già affermato da Rutstein fin dal 1967, che afferma: “L’enorme espansione dei programmi di ricerca medica e la stazionarietà della situazione sanitaria è il paradosso della medicina moderna”.[13]
Si ripropongono quindi urgentemente alcune domande: che cosa sia la salute;[14] quali rapporti intercorrano tra medicina e salute;[15] come la medicina possa operare per la salute.[16]
A nostro parere si può introdurre la risposta a queste domande soltanto esaminando le tappe nodali che hanno determinato lo sviluppo della medicina occidentale.
Scrive M. Foucault concludendo la sua ricerca archeologica sulla nascita della medicina occidentale: “…Si può quindi capire l’importanza della medicina nella costituzione delle scienze dell’uomo: importanza non solo metodologica, ma ontologica, nella misura in cui concerne l’essere dell’uomo come oggetto di sapere positivo. La possibilità per l’individuo di essere insieme soggetto ed oggetto della sua propria conoscenza, implica un’inversione nella struttura della finitudine (…) Di qui il posto fondamentale che la medicina ha nell’architettura delle scienze umane; più di altre essa è prossima alla struttura antropologica che le sorregge tutte. Di qui inoltre il suo prestigio nelle forme concrete dell’esistenza; la salute costituisce la salvezza (…) In realtà la medicina offre all’uomo moderno il volto ostinato e rassicurante della sua finitudine: in esso la morte è detta e ridetta, ma al contempo scongiurata; e se essa annuncia senza posa all’uomo il limite che questi porta con sé, gli parla anche del mondo tecnico che è la forma armata, positiva e piena della sua finitudine”.[17]
Nel medesimo tempo viene messo in luce a livello epistemologico il ruolo che l’organizzazione della scienza medica ha svolto nel definire i rapporti umani; in una parola il legame tra medicina e politica. Scrive a questo proposito Contri: “Dove trovare il filo conduttore di questa identificazione di politico e medico (vedasi l’apologo reazionario di Menenio Agrippa, che nelle nostre scuole primarie è stato autorità in materia di scienza politica), il primo presente nel secondo e questo nel primo, l’uno e l’altro giudici nella diagnosi differenziale tra bene e male, o, in termini laicizzati, tra sanità e malattia, fisiologia e patologia, oggettività e soggettività, normalità ed aberranza? Come non vedere che nella misura in cui c’è confusione, è lo schema medico, organico-gerarchico, ad organizzare l’ispirazione politica? Siamo persuasi che la politica va messa al posto di comando, in opposizione a l’economia al posto di comando: ma come far sì che la politica occupi questo posto anche rispetto allo schema medico che governa le nostre società borghesi: e le governa davvero, non solo in senso figurato: nella misura in cui è vero, come è vero, che il sistema capitalistico è fondamentalmente anarchico, ciecamente generatore delle proprie contraddizioni, la funzione di governo non può che essere medica: sanando, reprimendo o controllando i mali; promuovendo, incentivandoli, i beni (o, come si diceva, la ricchezza); prevenendoli, deviandoli ed utilizzandoli, i pericoli. La questione che si pone è se fare il bene – ecco la funzione del medico-politico e l’essenza del potere gestito – non sia proprio ciò che va contestato al potere”.[18]
III – LA MEDICINA COME POSSIBILE CAUSA DI MALATTIA
Si fa strada motivatamente la convinzione che il pensiero scientifico in generale e quello medico in particolare si preoccupi della logicità della costruzione al suo interno, ma non indaghi la radice in cui prende consistenza il suo sapere, ovvero l’antinomia tra sanità e malattia.[19] Questa antinomia ha implicato uno sviluppo epistemologico della metodologia clinica che ha dimenticato essere oggetto dell’atto medico “l’inscindibilità del soma e della psiche nell’unità personologica dell’individuo”,[20] inserito naturalmente nel suo ambito: l ‘ambiente.
La medicina infatti, con il perfezionarsi degli strumenti di indagine e dei metodi di ricerca, si è andata frantumando in una moltitudine di specializzazioni e l’uomo malato è stato ridotto prima ad un sistema, poi ad un tessuto malato, ad un organo, e infine ad una cellula malata. Mentre, infatti, per Morgagni, alla metà del Settecento, la sede delle diverse malattie era nei vari organi, con Virchow la localizzazione si restrinse ancor più e la cellula diventò la sede delle malattie. Venne così abbandonata non solo la “teoria umorale” che aveva caratterizzato un lungo periodo della medicina antica, ma anche la concezione teologica unitaria medioevale che inseriva il problema della malattia in un discorso religioso, abbracciante l’uomo nella sua totalità. L’atteggiamento meccanicistico ha portato la moderna medicina clinica a dividersi in due classi: una considerata più progredita e scientifica che comprende tutti quei malati i cui disturbi possono essere ricondotti ad evidenti alterazioni anatomo-funzionali, spiegabili in termini fisiopatologici; l’altra giudicata meno scientifica, che raggruppa quei malati definiti funzionali, nevrotici, immaginari, in cui non sono state messe in luce tali alterazioni. “Le malattie sono così ordinate in una sorta di classificazione corrispondente progressivamente alla gravità delle lesioni anatomiche dimostrate e di cui lasciano supporre l’esistenza”.[21]
È questo l’avvento dell’era biochimica, che tanti risultati ha dato, specie nel campo delle correlazioni funzionali tra i vari apparati, ma che ha fatto rafforzare una posizione scompositiva. Tuttavia, come fa notare Alexander, questo atteggiamento caratterizzato da una mentalità analitico-biologica, è divenuto, per la sua unilateralità, un ostacolo ad un ulteriore sviluppo della medicina ed alla possibilità stessa di esperienza di salute per l’uomo.[22]
Di questo fatto ha compiuto un’analisi fitta ed appassionata Ivan Illich il quale afferma che: “…La salute tocca i suoi livelli ottimali là dove l’ambiente genera capacità personale di far fronte alla vita in modo autonomo e responsabile. Il livello della salute non può che calare quando la sopravvivenza viene a dipendere oltre una certa misura dalla regolazione eteronoma (cioè diretta da altri) dell’omeostasi dell’organismo: oltre una certa intensità critica, la tutela istituzionale della salute – qualunque forma assuma, preventiva, curativa o ambientale – equivale ad una negazione sistematica della salute”.[23] Questa distruzione di ogni cultura della vita (cioè del dolore, della sofferenza, della salute, della morte) che consegue necessariamente al tipo di espropriazione descritta, genera per Illich uno stato di malattia iatrogeno ormai endemico. Non diviene solo superfluo, ma addirittura sconveniente per l’uomo possedere in proprio un’interpretazione delle vicende legate alla sua salute ed una iniziativa conseguente sugli aspetti non solo personali ma anche sociali ad essa connessi. Qui ci sembra che l’interpretazione di Illich si saldi con quella di Foucault, consentendo una considerazione di notevole importanza: l’interpretazione immanentistica che trasforma il desiderio originario di salvezza (felicità) in quello di salute (non-malattia) rappresenta al fondo non già un acquisto, ma una perdita di autonomia da parte dell’uomo, in quanto tale condizione di salute si dimostra raggiungibile solo affidando la gestione del proprio stato ad un universo e ad un potere eteronomo rispetto al proprio desiderio, alla struttura della propria libertà e creatività: “Tu uomo sarai felice grazie alla medicina!”. Ancora tornano a galla gli stretti legami tra medicina e politica, tra definizione della norma e controllo sociale.
IV – LA NATURA DELLA MALATTIA IATROGENA
Un simile statuto assunto dalla medicina ci propone due osservazioni:
1. produce quella che ILLICH (1975) chiama “malattia iatrogena”[24] che prende le mosse dalla scomparsa delle capacità personali (ad un tempo individuali e collettive) di “far fronte alla vita in modo autonomo e responsabile” cosicché diventa impossibile all’uomo di “fare esperienza di salute anche in presenza di malattia” (BERTAZZI, 1977);[25] intendendo per esperienza di salute non puramente un fatto ideologico, ma un’esperienza culturale, connessa cioè alla capacità di dar valore a tutti i momenti della propria vita, compresa la vecchiaia, il ristabilimento incompleto dalle malattie e la morte sempre incombente.
2. costringe quindi ogni esperienza di disagio personale ad esprimersi secondo la forma della malattia per essere giustificato socialmente.
Afferma ILLICH (1975): “È la medicina che ha l’autorità di etichettare come malattia legittima ciò che lamenta un individuo, di dichiararne malato un altro anche se non si lamenta, e di rifiutare ad un terzo il riconoscimento sociale della sua sofferenza, della sua invalidità e perfino della sua morte”.[26] È sempre l’autorità della medicina che bolla un certo dolore o disagio come “meramente soggettivo” (SZASZ, 1967);[27] il che equivale a giudicarlo psicologico, e quindi competenza di “un’altra scienza”, con uno statuto speciale e diverso in ultima analisi da quello della medicina, ed affidata ad operatori specializzati: psichiatri e psicologi.
Sebbene in questi stessi anni si sia venuto a costituire “un varco realistico di idee e di fatti dalla psichiatria verso le discipline scientifiche” (CAZZULLO, 1971)[28] che ci pare altamente positivo grazie alla problematizzazione che il punto di vista psichiatrico provoca all’interno del sapere medico (esprimendo interesse per la soggettività e valorizzandola), pure pare doveroso fare in modo che ad una medicalizzazione della vita non vada sostituendosi una psichiatrizzazione della vita.
Poca differenza, infatti, farebbe per il paziente (che si rivolge al medico presentando dei sintomi già organizzati in una disease ben riconoscibile, oppure soltanto un malessere non ben definito) se il medico, abbandonando il suo interesse per definire il luogo della lesione, volgesse la sua attenzione tutta tesa a stabilirne l’epoca. Un simile atteggiamento, oltre a non recuperare la divisione tra fisico e psiche e tra persona ed ambiente, nemmeno supera il nosografismo tradizionale.
Ma nella storia della medicina vediamo che: “La differenza per noi immediatamente evidente tra cure fisiche e cure psicologiche o morali, non è una distinzione valida, o quanto meno sensata, nell’età classica. La differenza cominciò ad esistere soltanto il giorno in cui la paura non fu più utilizzata come metodo di fissazione del movimento (per provocare un nuovo inizio armonico del movimento interiore, n.d.r.), ma come punizione. (…) La distinzione del fisico e del morale è diventata un concetto pratico (…) soltanto nel momento in cui la problematica della follia si è spostata verso un’interrogazione del soggetto responsabile” (FOUCAULT, 1961).[29]
L’apporto metodologico di Freud e della scuola psicoanalitica può essere considerato come un primo segno di reazione allo sviluppo scompositivo unilaterale della medicina della seconda metà del XIX secolo. Le teorie freudiane eliminano radicalmente la concezione dualistica di anima-corpo, intesi in una posizione parallela secondo la posizione positivistica, gerarchica secondo la posizione classica. Con essa viene introdotto in medicina un principio interpretativo nuovo attraverso il quale viene superato il determinismo fisico-chimico-meccanico e viene presa in considerazione la malattia in funzione di una “situazione vissuta per il malato”, “l’essere umano nella situazione” (TUSQUES, 1970).[30]
E pure, come sostiene HOCHMANN (1971),[31] “La nozione di un continuum impercettibile fra il normale ed il patologico, di cui siamo debitori a Sigmund Freud, prefigura la critica alla ragione nosografica, ma non l’esaurisce”. Resta sempre attuale il pericolo costituito dalla mitologia della tecnica in cui lo psichiatra – o allo stesso titolo il medico generico con aspirazioni psicoterapeutiche – “finalmente rassicurato di essere in possesso di una tecnica propria, in un’epoca tecnologica e tecnocratica, rischia di edificare codificazioni sommarie, onde meglio proteggersi dal suo malato ed integrarsi, finalmente rispettato e rispettabile, al grande Tutto della medicina scientifica” (HOCHMANN, 1971).[32] È dunque possibile ridurre anche l’apporto metodologico nuovo di Freud nel vecchio cerchio epistemologico della medicina, che pretenderebbe essere, al pari di tutte le scienze umane, “sapere neutrale ed innocente” (DALMASSO, 1973).[33]
“Anche il movimento psichiatrico si sarebbe dunque organizzato in una sorta di immobilità trionfale per meglio proteggere l’angoscia” (HOCHMANN, 1971).[34]
V – LO STATUTO DELLA SCIENZA MEDICA IN QUESTIONE
Pensiamo di poter concludere queste note osservando che il vasto dibattito che esaminiamo sul valore e sul significato del gesto medico pesca al fondo, a quel livello in cui è messa in discussione la metodologia che lo determina.
Infatti, una serie di osservazioni e di giudizi di cui abbiamo dato relazione senza peraltro esaurirli, espressi sia da operatori medici, sia da pensatori od operatori culturali, hanno dato una forma precisa a quanto già da tempo l’esperienza di contatto con l’istituzione sanitaria e le sue regole aveva suggerito sotto forma di disagio a molti.
In seguito, e sulla scorta della grande rivoluzione di cui fu promotore Balint negli anni ’50 (BALINT, 1957),[35] che invocò come necessario un riflusso di atteggiamento e conoscenze psicologiche all’interno della pratica medica, ci sembra che gli anni ’60 e ’70 consolidino questo passo e compiano il successivo. La medicina richiede l’apporto di psicologia e psichiatria, tradizionalmente aperte alle problematiche suggerite dalle scienze umane, e questo apporto pone a sua volta domande alla medicina sulle premesse costitutive del giudizio clinico, che ì sempre un giudizio formulato all’interno di una cultura, determinato e determinante quindi una ben precisa Weltanschauung. Il lavoro da molti filosofi, da Popper ad Althusser, frantumando il mito della neutralità della scienza, distrugge anche la sicurezza che l’esercizio della medicina sia automaticamente diretto a contribuire alla costruzione di condizioni di salute. Fare della semiologia – e l’attività clinica prende le mosse dall’interpretazione di segni e sintomi – pone problemi epistemologici, ovvero porta alla ribalta vecchi nodi del discorso scientifico che prendono corpo in modo privilegiato all’interno della problematica medica. Si chiede ad esempio quale sia il soggetto che possa esercitare la medicina, e se esista veramente un oggetto passivo dell’atto medico.
L’importanza della soggettività si impone al medico nell’evidenza del sintoma o del disagio accusato dal paziente. Ci si chiede inoltre se la soggettività non costituisca in qualche modo essa stessa un termine dotato anche di una valenza oggettiva.
Come contrastare la tesi sostenuta da Ivan illich, secondo la quale sempre più spesso il disagio (provocato dalle condizioni di vita, di lavoro, e finanche sollecitato da un rapporto frustrante con l’apparato medico-sanitario) si esprime, per trovare una possibilità – seppur formale – di ascolto o di risposta, attraverso il canale della malattia?
Come negare allora che il lavoro del medico, che a partire dal XVIII secolo decodifica i sintomi per ricodificarli alla luce della ragione nosografica, non debba cambiare orizzonte: usare un nuovo codice di cui siano elementi una sua attitudine all’ascolto, non solo individuale, ma nel medesimo tempo sociale, storico, teso a valorizzare il ruolo dell’ambiente?
Gli anni ’70 si aprono mostrando, in campo medico, la diffusa ricerca di un codice che non operi una riduzione tra soma e psiche fissandone gerarchicamente i rapporti e che permetta di leggere i segni ed i sintomi di malattia senza frettolosamente ipostatizzarli nelle loro apparenze, ma che, al contrario, sappia interrogare e svelare la domanda che essi – segno e sintoma – nascondono.
[1] BALINT M., Médecine psychosomatique: valeur des séminaires associant l’enseignement et la recherche, “Médecine et Higiene”, 766, 199 (1967).
[2] Cfr. MAUSNER J.S., BAHN A.K., Epidemiology, W.B.Saunders, Philadelphia, 1974.
[3] BENUZZI P., Studio sull’atteggiamento verso la psicologia di medici e studenti in medicina, Tesi di laurea in Med. e Chir., Univ. di Milano, a.a. 1962/63.
[4] BEAUDET M., cit. da J. HOCHMANN, Pour une psychiatrie communautaire, Seuil, Paris, 1971.
[5] LIPOWSKI Z.J., Review of consultation psychiatric and psychosomatic medicine, “Psychosom. Med.”, 29, (1967).
[6] JORES A., Medicina interna e medicina psicosomatica, Symposium Internaz. “Farmaci Psicotropi in medicina interna”, 1968.
[7] SCHNEIDER P.B., Psychologie médicale, Payot, Paris, 1969.
[8] SPAULDING W.B., The Psychosomatic approach in the Pratice of Medicine, Int. J. Psych. in Med., 6:169-182, (1975).
[9] SCHNEIDER P.B., op. cit.
[10] GAGLIO M., Essere o malessere – Le neurosi viscerali, Feltrinelli, Milano, 1975.
[11] HOCHMANN J., Pour una psychiatrie communautaire, Seuil, Paris, 1971.
[12] BERTAZZI P.A., Dove sta la salute. Critica della razionalità medica, “Communio”, 33:48-73 (1977).
[13] RUTSTEIN D.D., The Coming Revolution in Medicine, Massachussets, Cambridge, 1967.
[14] Cfr. COMITÉ D’ ACTION SANTÉ, Médecine, Maspero, Paris, 1968; POLACK J.C., La medicina del capitale, Feltrinelli, Milano, 1972.
[15] Cfr. CONTRI G.B., A proposito della costruzione militante, “Communio”, 3:33-49, (1972); FOUCAULT M., Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical, P.U.F., Paris, 1963; ILLICH I., Limits to Medicine – Medical Nemesis: the Expropriation of Health, Marion Boyars Publ. Ltd., London, 1975; WOLFLE D., Dying with Dignity, “Science”, 168, 1403, (1970).
[16] Cfr. ARBOSTI G. e COLL., Medicina al bivio: documenti e proposte per una reale riforma sanitaria, Donati, Milano,1972; BERLINGUER G., Medicina e politica, De Donato, Bari, 1973; BERLINGUER G., SCARPA S., La riforma sanitaria, Ed. Riuniti, Roma, 1974; BERLINGUER G., Malaria urbana – Patologia della metropoli, Feltrinelli, Milano, 1976; TUMULTY P.A., What is a Clinician and what does he do?, “New Eng. J. Med.” 283, 20, (1970).
[17] FOUCAULT M., Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical, op. cit.
[18] CONTRI G.B., A proposito della costruzione militante, op. cit.
[19] Cfr. DALMASSO G., Il pensiero in gabbia, Jaca Book, Milano, 1977; DE MARTIS D., PETRELLA F., Sintomo psichiatrico e psicoanalisi: per una epistemologia psichiatrica, Lampugnani Nigri, Milano, 1972.
[20] CAZZULLO C.L., La medicina psicosomatica: evoluzione dei concetti, delle metodiche, delle applicazioni, Relaz. introduttiva al VI Congresso Naz. SIMP, Milano, 1977.
[21] CESA BIANCHI M., La formazione psicologica del medico, “Feder. Med.”, 22, 12, (1969).
[22] ALEXANDER F., Medicina psicosomatica, Giunti, Firenze, 1951.
[23] ILLICH I., Limits to Medicine – Medical Nemesis: the Expropriation of Health, op. cit.
[24] ILLICH I., op. cit.
[25] BERTAZZI P.A., op. cit.
[26] ILLICH I., op. cit.
[27] SZASZ T.S., The Psychology of Persistent Pain: a Portrait of l’ Homme douloureux, “Pain – Atti del Symposium Internaz.”, Academic Press, New York, 1968.
[28] CAZZULLO C.L., Il futuro della medicina psicosomatica, Atti del Congresso SIMP, Firenze, 1971.
[29] FOUCAULT M., Histoire de la folie à l’age classique, Gallimard, Paris, 1961.
[30] TUSQUES J., Initiation à la psychologie médicale, Maloine, Paris, 1970.
[31] HOCHMANN J., op. cit.
[32] HOCHMANN J., op. cit.
[33] DALMASSO G., Il luogo dell’ideologia, Jaca Book, Milano, 1973.
[34] HOCHMANN J., op. cit.
[35] BALINT M., The Doctor, his Patient and the Illness, Pitman Medical Publ. Co., London, 1957.