Quando l’altro del paziente è doppio: il transfert nella terapia a tre. Prime osservazioni

Nella situazione istituzionale si pone frequentemente l’esigenza di integrare ai membri già formati dell’équipe, altri operatori in formazione, generalmente specializzandi, la cui esigenzaè quella di avviare il processo di apprendimento della relazione terapeutica con pazienti psicotici. In particolare si pone il problema di pensare e realizzare tale possibilità di apprendimento nell’attività dei presidi territoriali, dove la natura stessa del programma terapeutico e le caratteristiche dei pazienti richiedono di garantire la costante del riferimento preferenziale ad un singolo operatore, e questo –  a parere degli Autori – anche al di fuori di procedimenti psicoterapeutici formalizzati, qualora si concepisca l’instaurarsi della relazione come punto fondante il percorso in atto.

Una delle metodologie usate prevede la conduzione dei colloqui, nel tempo, da parte di due terapeuti abbinati, di cui uno in funzione di Conduttore, e l’altro in funzione di Osservatore.

Nel C.P.S. della nostra Unità Operativa abbiamo utilizzato tale metodologia formalizzando in modo più chiaro le seguenti costanti del setting:

a) i terapeuti sono abbinati mentenendo fissa la differenza di sesso all’interno della coppia;

b) la coppia è asimmetrica per quanto concerne la funzione terapeutica, essendo un medico in posizione di Conduttore, e l’altro in posizione di Osservatore;

c) la posizione di terapeuta Conduttore è assunta non solo dal membro esperto, ma anche da quello in formazione. In questo caso il membro esperto assume la funzione di terapeuta Osservatore;

d) con ogni singolo paziente la coppia rimane stabile lungo tutta la durata del trattamento, per quanto riguarda sia l’identità dei due terapeuti, sia la posizione da loro assunta.

Il presente lavoro prende in esame la metodologia dell’intervento da parte di una coppia terapeutica così stabilita in relazione al trattamento di pazienti schizofrenici.

L’esperienza è discussa ponendo particolare attenzione alle caratteristiche assunte ed all’eventuale specificità dei movimenti transferali che si producono e che sono indirizzati ai due membri della coppia.

Pur con la limitazione derivante dall’ancor breve durata dell’esperienza sopradescritta, tale per cui ci appare attualmente prematuro trarre delle indicazioni che ambiscano ad essere conclusive, la nostra riflessione stata attratta dalla prevalente ricorrenza di alcuni movimenti transferali che abbiamo interpretato essere in relazione alla specifica situazione del setting così composto. Nelle condizioni che abbiamo descritto infatti, il ruolo assegnato al terapeuta, ovvero quello di funzionare al posto dell’Altro, essendo deliberatamente assunto da una coppia eterosessuale, provoca il soggetto a riattivare dei processi di pensiero concernenti la coppia parentale e le costruzioni teoriche infantili riguardanti la sessualità.

In particolare abbiamo assistito, nei differenti pazienti, all’attualizzarsi e, di volta in volta, al prevalere di tre distinti movimenti di pensiero che rubrichiamo nel modo seguente:

a) la messa alla prova della teoria sessuale infantile della monosessualità originaria ed il suo svolgimento che dà luogo alla fantasia della scena primaria;

b) la fantasia riguardante la madre ed in particolar modo la questione dell’insufficienza della relazione diadica per la costituzione del soggetto;

c) la differenziazione, nel transfert, di due correnti di cui, se la prima e dominante è quella che si indirizza all’Altro in quanto Soggetto-supposto-sapere (corrente catalizzata dal terapeuta Conduttore), la seconda (materializzandosi nella presenza del terapeuta Osservatore) evoca l’istanza che non potrebbe essere meglio definita con altra formula che quella di Soggetto-supposto-osservare.

Per quanto riguarda il primo tema possiamo dire che se il terapeuta, in quanto Altro del soggetto, è posto ad occupare, con relativa indipendenza dal proprio sesso anatomico, una posizione maschile stante la sua funzione di essere referente del significante fallico di cui si suppone egli detenga la chiave interpretativa, il fatto che i terapeuti siano due e che, da un lato, rafforzino tale duplicità distinguendosi tra di loro per l’appartenenza ai due sessi, mentre dall’altro la superino in un funzionamento che si suppone unanime, introduce il paziente, quasi attraverso una drammatizzazione, alla fantasia relativa alla scena primaria.

Con pazienti donne, in particolare, questa situazione ha favorito l’espressione della domanda, rivolta alla terapeuta donna che svolgeva il ruolo di Osservatore, riguardante la sua posizione nello stato civile, segnalando con questo il prendere forma della propria personale questione, proiettata sull’interlocutore dello stesso sesso, circa il proprio sesso e la possibilità di accesso all’Altro della relazione.

Altre pazienti donne ponevano, ancor più radicalmente, la condizione dell’esclusione dal colloquio del membro della coppia terapeutica omologo al proprio sesso, segnalando preventivamente con questo la propria necessità di evitare il coinvolgimento in una situazione troppo ansiogena e fornendo un indizio, confermato dalle successive verbalizzazioni, dell’attualità patogena svolta dalle fantasie afferenti alla scena primaria nel suo carattere di enigma rimasto senza risposta. Il permanere di questo enigma allo stato di irresoluzione può essere espresso attraverso due questioni che concernono: a) l’individuazione di un proprio ruolo all’interno od all’esterno della coppia parentale, e b) l’interrogativo più generale circa l’esistenza e la consistenza del sesso femminile. Quesito, questo secondo, che potremmo esprimere anche in forma diretta con le domande: “Esiste la donna?” e: “Che cosa è una donna?”

Il secondo tema che abbiamo colto, riguardante la figura materna, rappresenta a nostro modo di vedere uno sviluppo, per così dire: retrogrado, innescato dall’attualizzarsi della Urszene. Ci è parso svilupparsi in due movimenti, il primo dei quali coincidente nella ricerca, tacita e fatta di sguardi rivolti alla terapeuta donna (che in queste nostre prime osservazioni ha agito sempre in posizione di Osservatore), di stabilire con essa un canale di comunicazione privilegiato  ed immediato rispetto alla mediazione implicata dall’uso del linguaggio. Abbiamo interpretato essere questo movimento governato dall’istanza immaginaria in cui la madre è supposta essere protagonista di un desiderio catturante che viene esaurito ed esaudito dall’appartenenza a lei esclusiva del soggetto-bimbo in funzione di complemento.

A nostro avviso proprio l’interazione con la coppia, rimarcando il contrasto della differenza sessuale che distingue tra loro i terapeuti, causa nel soggetto la possibilità di scindere, differenziare ed indirizzare il contenuto della propria elaborazione inconscia separatamente ai due membri della coppia terapeutica, che gli rappresenta l’Altro, innescando la possibilità di uno sviluppo positivo nell’integrazione di produzioni di pensiero tributarie dell’immaginario con elaborazioni afferenti al simbolico. Il secondo movimento infatti, promosso dall’ineludibile presenza contemporanea del terapeuta Conduttore, articola il rapporto immaginario alla madre con la funzione paterna, legale, che instaura il regime simbolico.

Ci sembra dunque utile rappresentarci l’articolazione tra questi due movimenti a sua volta come movimento che subordina la fantasia della scena primaria al contesto dell’Edipo, il cui carattere normalizzante consiste, potremmo dire, nell’evoluzione legale in forza del quale il secondo assume la prima, sostituendo all’immagine di due esseri (divenuti) anatomicamente differenti che copulano, la realtà di un padre e di una madre, che sono tali in quanto inseriti ed agenti nel riferimento al simbolico della legge.

Il terzo tema che abbiamo enucleato consiste, lo richiamiamo, nella differenziazione, nel transfert, di due correnti distinte, ciascuna delle quali si rivolge ad un terapeuta in dipendenza, questa volta, non tanto del sesso che rappresenta, quanto piuttosto in funzione del ruolo assunto nel setting.

Utilizzando la formula di cui la psicoanalisi è tributaria a Jacques Lacan, secondo cui il transfert è definibile come domanda indirzzata al Sujet supposè savoir qui interpretato dal terapeuta Conduttore, la presenza del terapeuta Osservatore, il cui statuto ne esaurisce il ruolo nella semplice presenza, rimuove dallo stato di latenza in cui, come accade, spesso è fragilmente contenuta, l’istanza di quel Soggetto supposto osservare (e qui, lo sottolineiamo, in realtà: osservante) che, classicamente, ha nome Superio. È questo, evidentemente, il tema la cui padronanza nell’esperienza clinica risulta più delicata, ma nel medesimo tempo – questo è forse il pregio della modalità di intervento che abbiamo descritto – grazie all’apparato così costruito, che lo evoca con tanta precisione, il tema che pone la questione fondamentale, che per ora non sviluppiamo, dell’equivalenza tra Superio e persecutore ”osceno e feroce”.

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Contesto

Comunicazione al IX International Symp. on the Psychotherapy of Schizophrenia, Torino, 14-17 settembre 1988. Pubblicato negli Atti del Congresso, p. 358

Co-autori

Laura Gorini

Data

Set 1988

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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