
1. QUESTO NON È UN CERVELLO
L’immagine che vedete ha un titolo che, per dirla alla Magritte, potrebbe essere: Ceci n’est pas un cerveau.
Il preparato anatomico che lì è mostrato potrebbe essere considerato un cervello solo, e riduttivamente, all’interno di una costruzione come quella proposta da Daniel C. Dennet:
Supponiamo che degli scienziati malvagi abbiano rimosso il tuo cervello dal tuo corpo mentre dormivi e lo abbiano posto in un sistema per il mantenimento in vita in una vasca. Supponiamo poi che cerchino di farti credere che tu non sei solo un cervello in una vasca, ma sei ancora integro, vivo e vegeto, impegnato in normali attività nel mondo reale. Questa vecchia supposizione, il cervello nella vasca, è un esperimento mentale che si trova spesso nell’armamentario di molti filosofi. È una versione aggiornata del genio maligno di Cartesio (1641), un immaginario illusionista risoluto a ingannare Cartesio assolutamente su tutto, inclusa la sua propria esistenza.
Nel Preambolo del suo libro intitolato Consciousness explained,[1] Daniel Dennet, dopo avere sviluppato questa immagine del cervello nella vasca, ci rassicura subito mostrandoci che il compito degli eventuali scienziati malvagi che volessero proporsi un simile esperimento sarebbe scoraggiante per loro stessi, in quanto, se anche si limitassero a fornire a questo cervello la sensazione elementare di possedere anche un solo dito che può grattare nella sabbia, la semplice induzione di questa sensazione virtuale, per mantenere la mimesi con ciò che avviene nella realtà implicherebbe la necessità di introdurre una mole talmente vasta di informazioni, che aprirebbe a una serie talmente numerosa di possibilità di elaborazione da rendere impossibile di fatto la simulazione dell’esistenza della realtà.
Con ciò – è la critica che avanzo alla critica formulata da Dennet nei confronti dei supposti scienziati malvagi – la critica di Dennet si limita a contestare la realizzabilità dell’inganno, ma non lo smaschera in quanto, come nel gioco delle tre tavolette, il vero inganno di questo procedimento scientifico è già stato introdotto inapparentemente. L’inganno non consiste nel tentativo di riprodurre virtualmente ciò che sta fuori della vasca e di convincere poi il cervello della sua esistenza, ma nell’avere ammesso l’ipotesi di potere ancora parlare di cervello in quanto organo funzionante, avendo fatto scomparire il corpo ossia ipotizzando di poter considerare il cervello come il supporto di una mente non relata a un corpo.
L’inganno dunque consiste nell’indurci a supporre che quell’organo, chiamato cervello e avente i caratteri anatomici del cervello, possa essere considerato tale, possa continuare a essere come lo conosciamo per il fatto che lo utilizziamo e lo troviamo disponibile alle esigenze dell’Io, avendolo sconnesso dall’Io.
L’inganno non consiste pertanto nell’ingannare il cervello circa l’esistenza del corpo, ma nell’ingannare noi, allorché ci viene proposto di credere all’esistenza di un cervello, oggetto di studio, che sia ancora tale senza un corpo. Interrotta la relazione tra corpo e cervello, quest’ultimo diviene immediatamente un’altra cosa. Qualora mantenesse ancora una funzionalità, la biochimica del suo funzionamento sarebbe tale che se quel cervello potesse guardarsi allo specchio non si riconoscerebbe. Al massimo potrebbe dire: «Non sono Io».
Non è il cervello nella vasca che viene ingannato per la falsa attribuzione di un corpo virtuale, ma è il corpo, incluso il suo cervello, che viene ingannato dal pensiero che esista un cervello virtuale, separabile dalla mente, cioè dal corpo. Un cervello-organismo separabile dal cervello-corpo. L’inganno da cui gran parte della neuroscienza non sa difendersi e che per la verità anche molti neuroscienziati perseguono, è quello di credere all’esistenza di un cervello separabile dall’Io. E il genio è maligno non in quanto riprodurrebbe illusoriamente la realtà, ma in quanto la suppone soltanto accessoria e ininfluente per un cervello che viene a sua volta supposto funzionante normalmente nell’indifferenza per la realtà. Un cervello che funzionasse indifferentemente nei confronti della realtà, che provasse indifferenza per la realtà, sarebbe un cervello isterico.
2. LA RELAZIONE GENERATIVA DEL CERVELLO
Proveremo a procedere immaginando di discutere le nostre osservazioni con un interlocutore imparziale e benevolo, scelto tra i rappresentanti delle neuroscienze.
La supposizione ingannevole – ammessa la quale, ogni tentativo di correzione di rotta diventa simile all’atto di chiudere la porta della stalla dopo che i buoi sono scappati – che sta alla base di ogni indagine del cosiddetto binomio mente-cervello, consiste nel porre come verità assiomatica l’ipotesi sperimentale che l’Io-cervello sia tale, pertanto studiabile e conoscibile, essendo uno.
Ci introdurremo al chiarimento del concetto di questa frase, sintetica fino a essere enigmatica, asserendo che il cervello, così com’è, non esisterebbe, se non ne esistesse almeno un altro. Già il singolo cervello, come altri organi del resto, non è uno, ma è, in qualche modo, duplice. La chiara suddivisione in due emisferi della porzione telencefalica del cervello umano enfatizza particolarmente l’anzidetta caratteristica della duplicità.
Nell’economia dell’organismo questa architettura offre un guadagno, rappresentato innanzitutto da quella sovrabbondanza della natura per cui è predisposta la possibilità di vivere e svilupparsi anche nei casi malaugurati in cui un organismo si ritrovi con una dotazione di partenza ridotta della metà, come è dimostrato da soggetti che, per vicende gestazionali di varia natura, vengono alla luce dotati di un solo emisfero: anche ad essi non è impedita la possibilità che il singolo emisfero esistente garantisca un funzionamento senza gravi deficit macroscopicamente rilevabili.
Questa sovrabbondanza non è però una condizione in sé generalmente inutile in circostanze normali, bensì è fondamentale per comprendere il funzionamento dell’organo. Se la dotazione di partenza è normalmente sovrabbondante, mi pare interessante osservare che, fin nella modalità della strutturazione anatomica, è contrastata l’idea che il cervello sia un organo tirannico. La duplicità degli emisferi, strettamente interconnessi e in dialogo continuo, sembra riflettere, nella struttura, la necessità di una duplicità di posti per la costituzione del pensiero.
Ecco allora che si chiarisce il senso dell’affermazione precedente: già il cervello individuale è costituito mediante una relazione tra due.
A questo punto il nostro interlocutore potrebbe ammettere che egli si occupa del cervello della specie homo sapiens sapiens e che sa bene che non esiste solo quel cervello che sta trattando. Quel singolo cervello gli interessa in quanto rappresenta uno degli n miliardi di cervelli esistenti.
Questa ammissione ancora non coincide con il senso della mia affermazione, secondo cui nessuno degli Io-cervello che possono essere esaminati può dire qualcosa del proprio funzionamento, qualora sia preso in considerazione e interrogato sconnettendolo oltre che dal corpo cui appartiene, anche dalla relazione con almeno un altro Io-cervello. Per comprendere la funzione del cervello che esaminiamo occorre comprendere che ciascuno degli n miliardi di cervelli esistenti ed esistiti sta in una certa relazione con tutti gli altri.
Anche su questa osservazione lo sperimentatore potrebbe facilmente convenire, ma, forse, con una ingenuità. L’ingenuità scientifica tratta questi n miliardi di Io-cervello come se costituissero un insieme di computer connessi in rete e che si scambiano informazioni tra di loro. Una serie di computer sincroni, all’interno della quale ciascun elemento, pur essendosi connesso in tempi diversi e successivi, dal momento in cui partecipa alla rete, si avvia a compiere il proprio lavoro utilizzando un programma che non è altro che la replicazione del programma utilizzato da ciascuno degli altri, attuando un insuperabile esempio di egualitarismo democratico.
Ciascun cervello, seguendo la propria fase, elaborerebbe le informazioni che provengono dagli altri secondo un modo di procedere intrinsecamente eguale e simmetrico a quello di tutti gli altri, indipendentemente da quei ciascuno di tutti gli altri con i quali è empiricamente in relazione.
Si tratterebbe di fasi la cui evoluzione, oltre a essere indipendente da quella degli altri Io-cervello, non ne sarebbe influenzata in quanto la relazione stabilita sarebbe di puro confronto dello stadio di elaborazione delle informazioni raggiunto da ciascuno. Più avanti, più indietro nella sua complessificazione, più complesso, meno complesso, in ultima analisi come avviene tra i terminali di una rete di computer uguali e simmetrici.
Questa ingenuità tralascia di prendere in considerazione che la modalità di relazione tra gli Io-cervello non è simmetrica, ma si regge su una dissimmetria. La relazione costitutiva del cervello del soggetto è una relazione generativa, in cui S approfitta delle sue possibilità di divenire mente, in rapporto ad A, il quale non è solo un soggetto più sviluppato, ma è un soggetto che, eccitando, genera, in virtù di una relazione che non è di puro scambio di informazioni simmetriche. Così disegnato il rapporto mente-cervello può ben essere individuato come rapporto tra cervello di S e mente di A.
L’idea – avanzata da G.B. Contri in una seduta del Seminario della Scuola Pratica di Psicopatologia – che il rapporto tra mente e cervello sia il rapporto tra la mente dell’uno e il corpo dell’altro può essere la chiave di volta che permette di uscire dall’impasse delle neuroscienze. La relazione indiscutibilmente esistente e ineliminabile tra il soggetto e il suo altro rende specifica la modalità di conoscenza propria del cervello.
Disegnando il funzionamento cerebrale come rapporto tra cervello di S e mente di A, percepiamo immediatamente quale sia il lavoro implicato. In natura, la condizione indispensabile, perché il cervello si inneschi come Io e inizi il suo lavoro, è data dall’eccitamento che può essere fornito solo da A ossia da un altro soggetto umano. Al di fuori di queste condizioni, il cervello umano in vasca non inizia neppure a esistere: è il marasma e la morte.
Affinché il cervello si inneschi come Io-corpo, non è sufficiente presupporre l’integrità degli apparati percettivi orientati a percepire la realtà inanimata e non è neppure sufficiente connettere un cervello con altri cervelli. È necessario che intervenga quell’eccitamento che è in grado di fornire solo un cervello già divenuto Io. Questo è ciò che intendo quando dico che la modalità della connessione costituisce una relazione generativa.
3. LA MALATTIA NON È RIDUCIBILE ALL’ALTERAZIONE METABOLICA
Stando così le cose, divengono un po’ più chiare le vicissitudini cui andrà incontro il nuovo Io ed è essenziale tenere ferma questa asserzione per non cadere nelle trappole costruite da programmi di ricerca riduzionisti, in cui alla fine dell’intrico diviene impossibile distinguere tra cause ed effetti.
Un breve esempio tratto dalle metodologie di indagine farmacologica può mostrare la trappola in cui si confondono cause ed effetti.
Se esaminassimo, ad esempio, lo stato d’animo melanconico, troveremmo che il particolare stato psicologico soggettivamente esperito dal soggetto affetto da questa patologia è il risultato di manifestazioni complesse di diverso tipo: oltre all’esperienza psicologica affettiva e ideativa rappresentata dal tono dell’umore coartato e dalla presenza di pensieri aventi un contenuto conseguente, troveremmo un comportamento motorio ridotto, un’espressione piuttosto fissa, la mimica ipomobile, la diminuzione dell’attenzione, la riduzione e selezione dei ricordi, l’impoverimento generale della reattività motoria. Mentre le modificazioni del primo tipo (affettive e ideative) possono essere percepite soltanto in quanto comunicate dal soggetto, quelle del secondo tipo (di carattere motorio) sono rilevabili con la semplice osservazione, indipendentemente dalla capacità del soggetto di comunicarle verbalmente. Ciò permette di provocare artificialmente negli animali da esperimento un «modello» di condizione melanconica che si riveli mediante la presenza delle modificazioni del secondo tipo, le sole cui l’osservazione dell’animale ci permetta di accedere. Veniamo così ad apprendere che esiste una corrispondenza certa tra la condizione melanconica sommariamente descritta e il bilanciamento di particolari mediatori della neurochimica cerebrale, catecolamine e serotonina, in determinate aree del cervello. La dimostrazione sperimentale di questa corrispondenza fu ottenuta con esperimenti compiuti sugli animali, i quali, dopo essere stati indotti artificialmente a una riduzione dell’attività motoria, furono successivamente sacrificati per consentire il dosaggio della concentrazione dei mediatori suddetti nel tessuto delle aree del cervello ritenute significative in relazione alla patologia presa in esame. Sebbene ora siano possibili anche tecniche di neuro-imaging che, non essendo invasive, permettono di ottenere dati significativi senza bisogno di sacrificare il soggetto e che pertanto possono essere utilizzate anche nell’uomo, non per questo la sperimentazione sugli animali è divenuta irrilevante.
La procedura sperimentale prevedeva pertanto di effettuare negli animali da esperimento questi riscontri (i dosaggi dei mediatori chimici), dopo aver provocato con farmaci o con condizionamenti comportamentali – del tipo stimolo-risposta, isolamento o frustrazione ripetuta – quel particolare comportamento consistente nel rifiuto del cibo, nella riduzione della motricità spontanea, nell’evitamento dei contatti con gli altri simili, sovrapponibile a quello riscontrato nell’uomo nel corso di uno stato melanconico. Il parametro comportamentale della depressione diveniva pertanto forzatamente il rappresentante di ciò che pur essendo specifico della malattia umana, non poteva però essere accessibile nell’animale, ovvero, in questo caso, il pensiero e l’affetto melanconico.
Ottenuto in questo modo un modello sperimentale di depressione, la verifica che in tale situazione fosse regolarmente presente una certa alterazione delle sostanze dette (per diminuzione della sua produzione o per altri più complessi meccanismi di biodisponibilità, come inibizione del normale rilascio oppure inattivazione precoce) permetteva di concludere per l’esistenza di una correlazione tra quadro comportamentale e alterazione bio-umorale. In un esperimento successivo, la controprova era data dal giovamento di questa condizione artificialmente indotta in seguito alla somministrazione di farmaci in grado di riportare alla norma la biodisponibilità delle sostanze di cui si era valutata la diminuzione. Le sostanze somministrate in questo secondo momento, il cui effetto consisteva nel risolvere il quadro di rallentamento motorio correlato al modello melanconico, furono pertanto definiti farmaci ad azione antidepressiva ed effettivamente si dimostrarono utili anche nella corrispondente malattia umana.
Il medesimo modello, applicato dal nostro interlocutore neuroscientifico per valutare il funzionamento del cervello nella depressione, potrebbe essere applicato in relazione ad altre situazioni patologiche, per dimostrare ad esempio la correlazione esistente tra schizofrenia e concentrazione di dopamina in una specifica sottoclasse di recettori in altre aree cerebrali.
Pur riconoscendo l’utilità empirica di tali ricerche, innegabile nel produrre il risultato di trovare e mettere a disposizione della terapia farmaci attivi sui sintomi delle varie forme psicopatologiche, tali indagini conducono a un punto cieco: quello di non poter stabilire se le rilevate alterazioni del funzionamento neuro-ormonale (sbilanciamento delle varie sostanze) siano cause della malattia – depressione, schizofrenia – oppure se ne siano effetti. A questo punto il nostro interlocutore potrebbe dire che una via di uscita sarebbe offerta dalla possibilità di incrociare questi dati con la ricerca genetica che, portando a individuare l’esistenza di geni che determinano errori nella metabolizzazione in eccesso o in difetto di questi mediatori, sembrerebbe poter provare che la loro variazione al di fuori della norma, essendo determinata geneticamente, starebbe a monte ossia sarebbe causale della malattia.
Qui si aprono due interrogativi: il primo è come giustificare allora l’esistenza di soggetti, che pur in presenza di quella certa configurazione genetica, di quell’anomalia genetica, non sviluppano la condizione della malattia da cui siamo partiti? Se l’alterazione genetica costituisse l’unico determinante e non fosse semplicemente una condizione accessoria, allora tutti i soggetti che condividono questa dotazione genetica dovrebbero costruire quella certa soluzione rappresentata dalla melanconia.
La seconda osservazione, che ritengo più significativa, è la seguente: potremmo veramente risolverci a ridurre le forme cliniche della psicopatologia alla presenza di quelle alterazioni elementari e accessorie che sono certamente connesse con le alterazioni neuro-ormonali? Potremmo veramente risolverci a considerare che la malattia si esaurisca in quelle alterazioni elementari, che sono per esempio i deliri? È proprio solo quella la malattia?
Il discorso diventa ancora più chiaro se consideriamo le situazioni di psicopatologia che abbiamo appunto chiamato psicopatologia non-clinica e che nella nosografia corrente corrispondono ai cosiddetti disturbi della personalità, dove l’incidenza di questi sintomi, pur senza mai esaurirsi completamente, tende a zero, non essendovi alcun dubbio che si tratti evidentemente ancora di psicopatologia.
Benché sia certo che la malattia induce al cervello una sofferenza che giunge fino al blocco delle sue funzioni di pensiero e benché sia altrettanto certo che riequilibrare le alterazioni funzionali porta giovamento, sappiamo che la malattia non sta tutta nelle alterazioni elementari espresse dai sintomi.
L’intervento farmacologico che riequilibra le alterazioni funzionali correlate allo stato di malattia psichica porta giovamento nel senso che rimette il cervello nella condizione di elaborare a servizio degli scopi dell’Io, ma non ne muta gli scopi. L’intervento farmacologico permette nuovamente al cervello di riprendere a funzionare ossia lavorare e pensare al servizio degli scopi che è stato in grado di definire.
Il problema rimane quello degli scopi dell’Io. La farmacologia e la genetica hanno dunque una funzione documentativa delle alterazioni che si producono, quando un Io viene ammalato nel suo pensiero. E possono riparare alcune di queste alterazioni. Ma la malattia, così come l’abbiamo definita, è un evento non riducibile all’alterazione metabolica.
4. PERVERSIONE DEL GIUDIZIO
Capovolgendo i termini della questione, si potrebbe concludere con un interrogativo, apparentemente un po’ bizzarro, che rappresenta il capovolgimento di quanto ho appena detto ossia l’impossibilità di ridurre la malattia all’alterazione metabolica. Capovolgiamo la questione: potremmo ammettere l’ipotesi che lo sviluppo della scienza avanzi al punto, non tanto di correggere soltanto la disfunzione metabolica correlata alla malattia, ma proprio di estendere la sua possibilità di normalità, cioè di estendere la facoltà del cervello, di amplificarne il funzionamento, così da renderlo immune dalla psicopatologia? Per rispondere a questa domanda non occorre aspettare l’evoluzione della scienza. A questa domanda possiamo rispondere subito, se non siamo inibiti. L’imprevedibilità del lavoro e dello sviluppo che prenderà l’Io-cervello, la non possibilità di prevedere quale sarà il lavoro e lo sviluppo, gli scopi che l’Io-cervello si darà, non è data dalle lacune odierne della scienza, ma è data dall’esservi in gioco un fattore che non è calcolabile, ovvero la possibilità che il giudizio si perverta e si perverta precisamente in rapporto alla relazione che ho chiamato generativa, cioè che avvenga qualcosa in questa relazione che perverte la facoltà, che disturba, che induce in errore la facoltà di giudizio del cervello ossia la facoltà di distinguere fra piacere e dispiacere, fino ad assumere il dispiacere come se fosse piacere.
Il punto dunque in cui si mostra irrimediabilmente fuorviante l’ipotesi della psicopatologia in quanto puro e primitivo effetto biologico è quello dell’impossibilità della sua prevenzione. Non si può fare prevenzione della psicopatologia. Non si può fare prevenzione allo stesso modo in cui è possibile farlo rispetto a molte malattie infettive, potenziando mediante una vaccinazione il sistema immunitario affinché diventi competente a difendersi nei confronti di un certo agente etiologico.
Nel campo psichico non si può fare l’operazione di estendere preventivamente la capacità di difesa del cervello al momento in cui subirà l’offesa. Si tratta dunque dell’impossibilità di potenziare chimicamente la facoltà dell’Io-cervello a pensare correttamente ossia la sua capacità di retto giudizio, la sua facoltà di elaborazione, in modo tale che preventivamente si possa risolvere ogni conflitto connesso con un inganno del giudizio.
L’uso del termine e del concetto di inganno è capitale, così come è capitale ricordare tutto quanto abbiamo già sostenuto a proposito della distinzione tra errore e inganno, dell’efficacia patogena dell’inganno rispetto alla non patogenicità dell’errore. Non sono le operazioni di errore nel giudizio che producono patologia, ma le operazioni in cui entra un inganno. Se il lavoro dell’Io-cervello è processare le informazioni, allora occorre concludere che la buona conclusione di questo lavoro o il suo stallo non saranno mai valutabili prescindendo da quanto di soddisfacente o di ingannevole gli giungerà nella relazione necessariamente stabilita con la mente dell’altro.
Nel rapporto tra cervello del soggetto e mente dell’altro si gioca quanto può indurre il cervello a essere disponibile a scopi dell’Io, tanto di normalità, quanto di patologia.
[1] Dennet Daniel C., Consciousness explained, Little Brown & Co., Boston 1991. La citazione si trova alla pag. 11 della traduzione italiana: Coscienza. Che cosa è, Rizzoli, Milano 1993.