Dall’espropriazione alla partecipazione: il lavoro sociale nella reciprocità tra  istituzione e privato-sociale

I. IL CONTRIBUTO DELLA TEORIA

Assistiamo in questi ultimi anni, di fronte alla crescente complessità del sistema societario, ad un notevole mutamento della domanda sociale che non solo si orienta in senso sempre più qualitativo, ma che si caratterizza come emergenza di nuovi bisogni e di nuove aspettative per i quali i servizi istituzionali riescono a fornire risposte sempre meno adeguate ed efficaci.

Così alla fine degli anni ’80 si può constatare che, mentre da un lato continuano a permanere, seppur trasformate in molti caratteri, le povertà tradizionali dovute sia a carenza di reddito sia a carenze di salute e di lavoro, dall’altro emergono povertà mai sperimentate in precedenza e legate soprattutto alla dimensione esistenziale del soggetto.[1]

Queste nuove povertà, secondo Donati,[2] hanno origine:

a. da un mancato sviluppo dei servizi, nel senso che l’inesistenza di leggi adeguate rispetto alla domanda sociale emergente e la mancata attuazione dei provvedimenti legislativi che pure esistono, producono la persistenza di quei bisogni la cui soddisfazione, oggi, è ritenuta essenziale (carenza di servizi per minori handicappati, per devianti, per anziani non autosufficienti, ecc.);

b. da uno sviluppo distorto, per cui soprattutto negli ambienti più sviluppati industrialmente si manifestano nuove modalità di esperire il sentimento di insoddisfazione. Infatti la crisi del ruolo e dell’identità sociale, la difficoltà a comunicare e la caduta dei rapporti interpersonali, l’isolamento sociale, la divergenza sempre maggiore tra i modelli di autorealizzazione proposti dai media e le opportunità offerte dalla realtà, determinano, come concause, l’aggravarsi di solitudine, alienazione, violenza e marginalità.

Contemporaneamente si delineano nel nostro paese alcuni fenomeni di estrema significatività sociale che non possono non imporsi alla nostra attenzione. In primo luogo, la società civile nelle sue forme più flessibili ed originarie, quali ad esempio la famiglia, sembra aver superato la sfida del Welfare State espressa in termini di emarginazione, di esclusione e di dipendenza sociale, riproponendo la sua soggettività e generando modalità di risposta ai bisogni autonome nella gestione e nella programmazione. In secondo luogo si può constatare, soprattutto nell’area dei servizi alla persona, che accanto alla tenuta di quelle solidarietà primarie, si evidenzia la presenza di esperienze di solidarietà secondarie, che hanno svolto e che continuano a svolgere un ruolo insostituibile, rispondendo a nuove aspettative.[3]

Così, a fronte dell’assistenzialismo diffuso, che pare costituire l’unica risposta istituzionale a vecchie e nuove povertà, è maturata una varietà enorme di attività promosse da gruppi di mutuo aiuto, cooperative di solidarietà sociale, esperienze di volontariato organizzate e non; esperienze – queste – che debbono essere tutte interpretate in quanto espressioni di mondo vitale, per utilizzare il concetto proposto da Achille Ardigò.[4]

Per comprendere meglio tali fenomeni ed il carattere di novità che essi potrebbero costituire all’interno della realtà sociale, è necessario fare alcune puntualizzazioni sulla crisi attraversata dall’attuale assetto societario di Welfare State.

Rispetto a questa situazione di crisi, numerosi sono gli studiosi che si sono posti il problema delle possibili vie di uscita. Tali alternative si possono sintetizzare, secondo Ardigò,[5]  in tre soluzioni operative:

1. la proposta neo-funzionalista del rafforzamento del sistema di Welfare, inteso come pianificazione effettuata da esperti, secondo logiche che prescindono dalla partecipazione e dal consenso dei cittadini, nella linea teorizzata da Luhmann;[6]

2. l’ipotesi neo-liberale che porta alla destrutturazione degli apparati di Welfare State, in quanto l’efficacia degli interventi di politica sociale – secondo questa visione – potrebbe essere garantita con l’abbandono della linea incrementalistica in favore di un orientamento più realistico dell’azione pubblica;[7]

3. la necessità, da ultimo, di formulare un nuovo modello di transazione tra pubblico e privato, in quanto – all’interno di questa ipotesi – la crisi viene tematizzata come problema intrinseco alla doppia contingenza che regola necessariamente le complesse inter-azioni tra pubblico e privato.[8]

Per comprendere a fondo quest’ultima prospettiva è necessario tenere presente il contributo offerto da Ardigò che introduce, come abbiamo già ricordato, nell’analisi della teoria del Welfare, il concetto di mondi vitali quotidiani o Lebenswelt, derivato dalla tradizione fenomenologica di Edmund Husserl. Con tale termine egli intende “l’ambito di relazioni intersoggettive che precedono e accompagnano la riproduzione della vita umana e che, successivamente, anche attraverso comunicazioni simboliche tra due o poche persone, formano la fascia delle relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana con piena comprensione reciproca del senso dell’azione e della comunicazione intersoggettiva”.[9]

Le soggettività dei mondi vitali da un lato ed il sistema sociale – nelle articolazioni interne che gli sono proprie e che lo ripartiscono nei grandi sottosistemi economico, politico e socio-culturale – dall’altro, costituiscono i due poli, tra loro irriducibili e non isomorfi, attraverso i quali si esplica inevitabilmente la vita intera della società nei suoi aspetti dinamici e costitutivi.

Se quindi si interpreta la crisi del Welfare State come problema della doppia contingenza tra pubblico e privato, assume rilevanza focale il riconoscimento, la promozione e l’articolazione di quella sfera intermedia tra pubblico e privato in cui si intersecano regolamentazioni e responsabilità fiduciarie collettive, privatamente gestite.[10]

A tale sfera, o terza dimensione, fanno così capo due tipi di relazioni sociali:

1. le relazioni di mondo vitale, in forza delle quali le persone si associano o dissociano sulla base di libertà primarie, essendo la loro azione un’azione giuridicamente di fatto: scambi familiari, parentali, di vicinato, iniziative di volontariato libero, solidarietà primarie interpersonali, ecc.;

2. le relazioni proprie delle solidarietà associative, giuridicamente riconosciute e definite di privato-sociale: volontariato convenzionato, associazioni legalmente riconosciute, forme di cooperazione.

A partire da tali considerazioni emerge pertanto, allo scopo di superare l’attuale crisi del Welfare, l’orientamento che viene definito di mediazione transazionale.[11] Esso non chiede tanto un ridimensionamento dell’impegno dello stato nella risposta ai bisogni sociali, bensì propone ulteriori possibilità di interazione, di comunicazione e di transazione tra i mondi vitali ed ogni sottosistema come condizione essenziale per uscire dalla crisi del Welfare. In questa prospettiva di analisi dunque, la risposta alla crisi del Welfare State consisterebbe nella costruzione di un nuovo modello istituzionale e di un nuovo assetto normativo, in cui lo stato riconosca quella sfera intermedia di solidarietà primarie e secondarie e cooperi con essa in una strategia generale di risposte ai bisogni sociali della comunità. Infatti – come afferma Donati –  le azioni dei singoli o dei mondi vitali non possono modificare di per sè le regole del gioco (le strutture del sistema di interazione), bensì “occorrono delle riforme istituzionali che ridefiniscano le strutture interattive in modo da rendere in qualche modo obbligatoria la soluzione cooperativa; in altri termini il potere politico deve essere usato per sostenere, ed entro certi limiti per imporre, soluzioni di tipo solidaristico”.[12]

Volontariato e privato-sociale costituiscono dunque l’espressione di una partecipazione socio-culturale, che non nasce come richiesta di beni e di servizi da conservare o da incrementare, ma in primo luogo come proposta da un lato risolutiva e dall’altro difensiva, nei confronti dell’espropriazione, operata dagli apparati amministrativi e pubblici, della vita personale quotidiana e di spazi prima comunitari.[13] L’eccessiva ingerenza dello stato assistenziale, percepita come negativa per la produzione di una migliore qualità della vita, è ciò che determina l’insofferenza verso tutto il sistema e che ha spinto diversi soggetti a creare forme innovative di risoluzione dei propri bisogni, quali ad esempio le mutualità senza scopi di lucro, la produzione e la distribuzione volontaria di beni e servizi, la creazione di gruppi di pressione collettivi.

È in questo contesto che occorre pertanto considerare le iniziative organizzate da gruppi e da associazioni: esse tendono ad esprimere forme di intervento deburocratizzate e deistituzionalizzate, perciò stesso molto più efficaci e flessibili degli interventi pubblici.

 Queste esperienze evidenziano la presenza, all’interno dei mondi vitali quotidiani e fra di essi, di transazioni di tipo mutualistico e/o solidaristico, e  confermano che esiste un’altra modalità sociale di allocazione dei valori e delle risorse, oltre a quella dello scambio ed a quella per via politica, ovvero la modalità per via di solidarietà sociale.[14] È allora importante riconoscere che quest’ultima modalità rappresenta in se stessa un valore, cosicchè acceda ad un livello simbolico e possa diventare anch’essa un mezzo generalizzato di interscambio societario al pari degli altri media disponibili a questo scopo, come il denaro, il diritto, il potere stabilito.[15]

Uno sviluppo delle elaborazioni che si svolgono nella linea rappresentata da questa lettura teorica, si trova nel concetto di reti sociali, che costituisce – a nostro avviso – una chiave di lettura feconda per cogliere il modo nuovo di presentarsi dei fenomeni sociali. La nostra società infatti registra continue trasformazioni che implicano, a monte, la necessità di un processo di riorganizzazione e, a valle, il consolidarsi di assetti precedentemente sconosciuti. Tutto questo richiede chiavi di lettura adeguate a cogliere gli elementi in gioco e le prospettive che essi prefigurano.

È in questa linea che appare molto significativo il contributo che Donati ha apportato, sulla scorta degli spunti ripresi da Ônnies e da Luhmann, alla concettualizzazione delle reti sociali.[16] Questa griglia teorica permette di ridisegnare il rapporto tra comunità e società in termini di scambi che avvengono all’interno di due reti diverse ma compenetrate: quella delle reti primarie (comprendenti le relazioni familiari, parentali, amicali, di vicinato, ecc.) e quella delle reti secondarie (costituite dal volontariato, dalle organizzazioni di mutuo aiuto, di cooperazione, ecc.).

Il sociale è colto allora non più nei termini semplicistici di scambi tra due sistemi (pubblico/privato) o nel costituirsi di un’area (privato-sociale) sovrapposta ai due sistemi stessi, ma nella compenetrazione stretta tra i due sistemi (comunitario e societario), compenetrazione che dà vita all’intricarsi di una fitta rete di rapporti e di scambi estremamente significativi per la presa in carico e la soluzione di bisogni anche complessi.

II. LE CARATTERISTICHE DELL’IMPEGNO E DELL’AZIONE VOLONTARIA

All’interno di queste coordinate generali di ordine teorico, che abbiamo tentato di tracciare sinteticamente, lo scopo del nostro discorso ci porta a prendere in considerazione due fenomeni di privato-sociale, enucleandoli dalla pluralità di forme, certo non omogenee tra di loro, in cui il privato-sociale in senso complessivo si è storicamente organizzato nella nostra società. Infatti possiamo far rientrare in tale realtà le associazioni di volontariato, le tradizionali istituzioni private che gestiscono servizi senza scopo di lucro, nuove associazioni o cooperative che si costituiscono per la gestione di servizi ed anche l’associazionismo con finalità rivolte prevalentemente verso i propri membri e solo in maniera residua verso l’esterno.

 Al fine di trarre qualche indicazione operativa circa il rapporto, necessario ed urgente, che il mondo del privato-sociale intrattiene con i servizi socio-sanitari del sistema sanitario nazionale, ci occuperemo pertanto in questo scritto:

a) delle associazioni di volontariato dotate di alcuni requisiti che ci apprestiamo ad individuare qui di seguito;

b) dei servizi di privato-sociale che si costituiscono nella forma della cooperazione senza fini di lucro.

Qualsiasi definizione di volontariato, pur sembrando molto ampia e comprensiva di tutte le possibili caratteristiche dell’azione volontaria, non è di per sè esaustiva, poichè corre il rischio di includere qualche elemento che non è generalizzabile o di escluderne qualcun altro che è egualmente proprio del volontariato. Quest’ultimo, infatti, è un fenomeno altamente dinamico, articolato, eterogeneo e con labili confini rispetto ad altre aree di fenomeni, cosicchè, pur esistendo molte esperienze di volontariato validissime sul piano reale, spesso esse mancano dell’una o dell’altra caratteristica peculiare.

È ormai opinione diffusa che l’elemento indiscutibile e comune a tutte le esperienze di volontariato sia costituito dal fatto che l’azione volontaria è un servizio reso in modo gratuito e continuativo, come risposta libera e creativa ai bisogni, da parte di singoli o di gruppi che hanno la preoccupazione di porre l’uomo come protagonista dell’azione sociale.[17]

La prima caratteristica, cioè la gratuità, connota l’azione volontaria non solo come servizio reso senza finalità commerciali o di lucro,[18] ma soprattutto come azione costituita essenzialmente di scambi simbolici di reciprocità.[19]  Secondo Donati lo scambio simbolico è “un corrispondere al bisogno altrui per un sentimento di solidarietà che all’origine ha l’atto del dare come fonte prima, ma che non è privo dell’aspettativa che chi riceve sarà pure, alla lunga, soggetto di una donazione verso di sè”.[20] L’impegno volontario evidenzia così una capacità propria e caratteristica dell’uomo: la capacità del gratuito,[21] del dono di sè come esperienza del dare e del darsi. Questa capacità di gratuità rappresenta in se stessa un valore, in quanto forma e modalità di autorealizzazione, che si mette in moto a prescindere da un possibile tornaconto misurabile puramente nell’orizzonte della logica mercantile. In tal senso la motivazione all’impegno più propria dell’azione volontaria si fonda sulla gratuità ed utilizza un metodo che si sviluppa secondo la logica dell’incontro, in termini di accoglienza e condivisione.

Lo stretto legame tra la motivazione personale, la forte esperienza relazionale e la gratificazione che ne deriva[22] contribuisce a determinare quegli elementi che fanno dell’intervento del volontario un intervento di avanguardia per quanto concerne le metodologie (approccio globale nell’analisi dei bisogni, responsabilizzazione della persona, creazione di esperienze deburocratizzate e deistituzionalizzate, forme di vita comunitaria permanente, ecc.).

La seconda caratteristica, e cioè la continuità dell’intervento, implica un impegno di tempo e di risorse personali costante nell’iniziativa intrapresa da parte di ciascun volontario. Questa caratteristica propone una lettura del servizio volontario all’interno dell’ampia categoria del lavoro e chiarisce così i limiti entro i quali è possibile estendere la qualifica di volontariato all’operato delle varie associazioni e gruppi impegnati nel sociale.

Da ultimo, altra caratteristica peculiare dell’esperienza del volontariato, è quella di coagulare le risorse e di mobilizzarle attorno all’identificazione di un bisogno (sociale o individuale, materiale o spirituale) cui rispondere.

Restringendo ulteriormente il campo, risulta per noi utile identificare, tra tutte le esperienze dotate dei tre requsiti sopra esposti, quelle che si occupano dei problemi degli emarginati (poveri, handicappati, minori abbandonati o devianti, carcerati, malati, anziani) e che sono state denominate esperienze di volontariato socio-assistenziale.[23] Tra queste prendiamo in considerazione le esperienze continuative di gruppi orientati verso aree specifiche di bisogno, in quanto risulta oltremodo difficile considerare in termini concreti la forma del volontariato individuale nel quadro dei supporti integrativi ai servizi. L’azione del volontariato individuale rimane infatti in massima parte – ed è giusto che sia così – nell’area della libera e spontanea iniziativa non legata a formule statutarie, essendo originata dall’incontro tra l’evidenziarsi di un bisogno e la disponibilità e l’attenzione proprie del singolo a coglierne il richiamo.

Dal punto di vista giuridico i gruppi non presentano la medesima struttura interna: alcuni hanno forma associazionistica, altri forma comunitaria, altri ancora l’una e l’altra. Solitamente i gruppi comunitari hanno dimensioni limitate, dell’ordine di decine di persone, mentre alcune associazioni annoverano migliaia di iscritti, suddivisi in sottogruppi in base al criterio dell’appartenenza territoriale. La diversa struttura associativa e dimensione numerica dei gruppi dipendono anche dalle particolari forme di intervento e servizio attuate che, come vedremo, sono molto differenziate tra loro.[24]

Un’ulteriore variabile da considerare riguarda la stabilità o la temporaneità dei gruppi e della loro azione.[25] Da questo punto di vista si possono distinguere:

a) i gruppi provvisori con interventi temporanei, che si sciolgono nel momento in cui il bisogno cessa di esistere;

b) i gruppi stabili con interventi innovativi che, esaurita la soddisfazione del bisogno per cui sono sorti, continuano a sussistere orientandosi verso nuovi bisogni. La maggioranza di questi gruppi sono costituiti da esperienze di comunità;

c) i gruppi che sorgono e permangono per rispondere a precise aree di bisogno e che possiamo definire come gruppi stabili con interventi specifici.

Il volontariato socio-assistenziale dunque attua un intervento a favore di categorie bisognose, in alcuni casi con un tipo di partecipazione gestionale – dove si instaura un rapporto con l’ente pubblico – mentre, nelle forme più innovative, con tipo di partecipazione socio-culturale. Tale partecipazione è attuata soprattutto dalle comunità alternative tendenti alla deistituzionalizzazione e si caratterizza per due aspetti: in quanto non instaura un rapporto di scambio con la controparte – in questo caso l’ente pubblico – ed in quanto è orientata a rispondere a bisogni radicali.

I gruppi che agiscono nel campo socio-assistenziale fanno riferimento ad organismi privati sia di matrice laica sia religiosa,[26] costituiscono una realtà che ha un’ampia diffusione a livello italiano e che è in netta espansione sia nella forma comunitaria[27] sia in quella associazionistica,[28] benchè le due forme non siano tra di loro incompatibili e spesso si ritrovino all’interno di una stessa comunità.

Dal punto di vista degli ambiti di intervento il volontariato socio-assistenziale interviene su quelle aree di bisogni che, secondo Inglehart,[29] si distinguono in:

– bisogni costanti, legati alla salute fisica e psichica (malati, handicappati, non vedenti, inabili, ecc.);

– bisogni in aumento, connessi a problemi specifici legati allo sviluppo della società industriale (infanzia abbandonata, anziani, ex-detenuti, ecc.);

– bisogni emergenti, che sono attinenti a manifestazioni patologiche tipiche della società urbana (isolamento e solitudine, crisi della famiglia, tossicodipendenza, ecc.).

Inoltre è possibile operare un’ulteriore distinzione tra le organizzazioni volontarie monovalenti, il cui intervento si limita ad un particolare settore o fascia di età o tipo di bisogno, e quelle polivalenti.[30] In generale, l’uniformità delle fasce di intervento può essere connessa ad un notevole grado di qualificazione professionale e ad una struttura di tipo associazionistico; d’altra parte la multiformità dei tipi di bisogni privilegia un intervento non prestabilito, ma elastico rispetto all’evoluzione della domanda che emerge in una particolare realtà territoriale.

A conclusione della classificazione descritta, ci preme sottolineare alcune valutazioni in merito all’efficacia, all’efficienza ed alla verifica degli interventi attuati dalle esperienze di volontariato. Innanzitutto bisogna osservare che gli standard di efficienza non possono essere valutati secondo i criteri del servizio pubblico. Infatti, soprattutto per le esperienze e per i gruppi di base, l’efficacia è in prima istanza giudicata dallo stesso utente in termini di soddisfazione/insoddisfazione, in seconda istanza dalla comunità, gruppo di base, che controlla direttamente la presa in carico del bisogno orientata alla soluzione. L’efficienza è strettamente connessa con l’efficacia e si pone in termini non quantitativi, ma qualitativi. Infine, la verifica dell’intervento, che non viene quasi mai attuata nei servizi pubblici, è determinante invece per la continuità stessa dell’esperienza di volontariato, date le piccole dimensioni della più parte dei gruppi e la loro flessibilità.

III. LA CONNESSIONE TRA SERVIZI DI PRIVATO-SOCIALE E MONDO DEL LAVORO

Accanto alle esperienze di associazionismo che rispondono alle caratteristiche del volontariato, assistiamo oggi alla crescente costituzione di vere e proprie strutture di lavoro impegnate nel sociale che costituiscono un obiettivo arricchimento delle risorse disponibili in campo socio-assistenziale.

Dal punto di vista formale queste iniziative assumono il modello giuridico-istituzionale di sistemi di cooperazione senza fini di lucro e pertanto differiscono dalle prime perchè, pur avvalendosi generalmente dell’apporto del volontariato ed anzi pur costituendo storicamente l’evoluzione matura di esperienze spesso nate come azione volontaria o caritativa, comportano l’assunzione di responsabilità tecniche e professionali più precise nonchè dei risvolti economici e legali corrispondenti.

Ciò implica la presenza di due caratteristiche quali l’inclusione di capacità tecniche e professionali specifiche, atte a garantire livelli di prestazioni qualificate e corrispondenti allo scopo lavorativo ed economico collegato alla ragione sociale delle stesse ed, in secondo luogo, pone l’esigenza di retribuzione ai soci in funzione del lavoro da essi svolto, lavoro che, in questo caso, coincide con l’attività occupazionale generalmente intesa.

Parallelamente a questi vincoli, sul versante opposto delle potenzialità disponibili, fa riscontro l’offerta di un servizio, da parte della struttura cooperativa, nell’ambito prevalentemente della costituzione di nuove possibilità di lavoro e/o di residenzialità per l’utenza a cui si rivolge.

In questa prospettiva tali servizi che sotto il profilo giuridico vengono considerati cooperative di solidarietà sociale, si innestano spesso su precedenti esperienze comunitarie, nate sia come alternativa all’istituzionalizzazione, sia come risposta globale a bisogni complessi, attraverso la presa in carico totale delle situazioni di bisogno. In esse operano soci, volontari, personale dipendente, obiettori di coscienza che svolgono servizio civile, ed anche – a seconda della tipologia – ex-utenti che decidono, una volta che abbiano superata la loro personale situazione di bisogno, di continuare a vivere nella comunità come volontari.

Possiamo distinguere tre tipi di esperienze comunitarie:[31]

1) la Comunità terapeutica, che si distingue dalle altre per metodi di intervento, legati alle scuole di provenienza dei terapeuti, in relazione a degli obiettivi riabilitativi specifici;

2) la Comunità di vita, generalmente legata al territorio, che attraverso una convivenza stabile risponde al bisogno di reinserimento sociale e lavorativo dell’emarginato;

3) la Comunità alloggio, che contiene gli aspetti peculiari della comunità di vita (convivenza stabile con l’obiettivo del reinserimento sociale e lavorativo) e della comunità terapeutica, ma con minori ambizioni scientifiche.

Queste esperienze, per la maggior parte, prevedono una ospitalità temporanea, fino alla rimozione del problema; in altri casi diventano luogo definitivo di vita (situazioni di gravi handicap psichici o fisici, di minori abbandonati, ecc.). Alcune realtà di questo tipo, oltre che luoghi di residenza stabile, svolgono anche una funzione di semi-residenza diurna per altre persone che si servono parzialmente dei loro servizi (di animazione, riabilitativi od occupazionali). In questi ambiti anche le prestazioni professionali di tipo specialistico differiscono per qualità, modalità e flessibilità da quelle prestate nelle istituzioni.[32]

Inoltre in esse spesso l’utente svolge delle attività lavorative o, in assenza della residenzialità, vi trova esclusivamente l’opportunità di inserimento lavorativo, all’interno di un ambiente in cui la flessibilità dell’organizzazione permette maggiori possibilità di personalizzare le mansioni lavorative rispetto ai limiti ed alle capacità individuali, guadagnando così la piena valorizzazione di tutte le risorse significative dal punto di vista umano.

Risulta dunque chiaro che i servizi di privato-sociale così intesi rappresentano iniziative lavorative a pieno titolo, destinate alla produzione di servizi (come la residenzialità, la riabilitazione) e/o alla produzione di beni economici (come nel caso di cooperative di produzione agricola, artigianale, nel settore della componentistica industriale, ecc.) a cui concorrono a pari titolo soci ed utenti, indipendentemente dalla distinzione possibile in base alla presenza o assenza di handicap.

Elemento specifico di tali realtà di privato-sociale è il rapporto e la connessione con il mondo del lavoro, rappresentando, in primo luogo per gli stessi soggetti che ne sono promotori, una modalità, la cui espansione è di grande significato culturale, di rinnovamento del senso stesso del lavoro umano. Esse testimoniano la possibilità di non disgiungere una forte spinta motivazionale dalle procedure produttive che risultano perciò improntate a flessibilità e creatività. La motivazione all’impegno incide dunque fortemente nel metodo di lavoro di queste opere, i cui fini istituzionali coincidono con i motivi che ispirano promotori ed operatori. Esse sono esempi di come il lavoro possa diventare fattore di recupero sociale, di un modello di integrazione fra livello produttivo e socio-assistenziale, propositivo di un nuovo rapporto dove non esiste più la contrapposizione fra utente e prestatore di servizio.

Queste opere sono dunque molto più che un servizio per un’utenza: sono una proposta culturale che formula un diverso modo di concepire il lavoro, integrandolo con la possibilità di vivere al tempo stesso rapporti di solidarietà, di reciproca comprensione e valorizzazione delle persone, di aggregazione e ricomposizione del tessuto sociale.

IV. LA CULTURA DELL’ISTITUZIONE ALLE PRESE CON IL PRIVATO-SOCIALE: LA RISORSA SCOMODA

Non possiamo affrontare in questa sede i problemi inerenti l’attuale disciplina legislativa del volontariato e dei servizi di privato-sociale (33).[33] Basterà accennare al nodo problematico di una loro definizione in termini giuridici che ne identifichi le peculiarità, senza peraltro ingabbiarne le espressioni. Ancor oggi non si rinvengono nella legislazione elementi sicuri di individuazione del movimento del volontariato e dei servizi di privato-sociale. La stessa struttura prevalente dei gruppi di volontariato, che si rifà alla figura giuridica delle associazioni non riconosciute, può sembrare talora inadeguata a comprendere e governare tale esperienza. I problemi e gli interrogativi non mancano e sono, soprattutto, indotti dal fatto che i gruppi di volontariato non sono completamente assimilabili alle forme tradizionali delle associazioni, nè tantomeno le strutture cooperative senza fini di lucro possono essere considerate tout court come espressione dell’imprenditorialità. Esse occupano, nella loro attività, territori e spazi diversi, rispetto ai quali è innegabile il ruolo e la rilevanza della finalità e dei contenuti che animano l’esperienza stessa.

Ancora, la genericità della legislazione vigente e la presenza, nelle forme assunte dalle iniziative di privato-sociale, di connotati empirici facilmente assimilabili a quelli propri di rapporti aventi già una peculiare disciplina, può indurre ad applicare ad esso interpretazioni analoghe, che rischierebbero di compromettere un modo nuovo di porsi del rapporto, regolato dal codice civile, tra istituzioni pubbliche e collettività in materia di rapporto di lavoro o in materia previdenziale o di appalti. Il rischio, pertanto, di una distorta utilizzazione di previsioni normative che, nate in altri contesti legislativi e con riferimento a diverse situazioni empiriche, applicate al privato-sociale ne compromettono la funzione, spiega come da più parti si invochi una normativa di quadro, capace, peraltro, di salvaguardare la ricchezza e varietà dell’impegno civile di queste esperienze.

Ma anche al livello delle quotidiane situazioni operative si pone, per le organizzazioni di privato-sociale socio-assistenziale, il problema dell’ottenimento di credibilità nei confronti e da parte dell’ente pubblico. Concordiamo con Nervo nell’osservare che, per quanto riguarda il rapporto con gli enti locali, i problemi del mondo del volontariato preso nel suo complesso sembrano potersi riassumere in:

“primo: stabilire un rapporto di collaborazione per un migliore servizio dei cittadini;

secondo: conservare una completa libertà evitando qualsiasi forma di reciproca strumentalizzazione;

terzo: esercitare quando è necessario una funzione critica non polemica ma costruttiva, come forma concreta di partecipazione e di corresponsabilità che in un sistema democratico si esprime anche come controllo di base sul potere, chiunque lo eserciti”.[34]

Più al fondo, il nodo del rapporto tra formazioni di privato-sociale ed ente pubblico non si esaurisce al livello di una soddisfacente definizione giuridica delle stesse e della precisa messa a punto di procedure di convenzionamento, che restano comunque necessarie. In tale rapporto infatti non può essere sottovalutato il livello più squisitamente culturale, in realtà spesso determinante, rappresentato dalla concezione dell’altro che gli individui personalmente implicati nell’uno o nell’altro campo formulano reciprocamente. Per quanto riguarda l’immagine che gli operatori dell’ente pubblico, in virtù dell’identificazione alla posizione da essi occupata, sono generalmente inclini a formulare, essa è influenzata in primo luogo da un certo misconoscimento della peculiarità del privato-sociale in quanto risorsa, ed in secondo luogo è influenzata dalla possibilità che essi stessi operino una distorsione dell’immagine attraverso cui si rappresentano l’identità di questa esperienza.

Per quanto concerne la prima osservazione va detto che la peculiarità del carattere di risorsa costituito dalle iniziative di privato-sociale consiste nel fatto che tali risorse si caratterizzano per essere dotate di soggettività ed è la presenza di soggettività l’elemento che ci ha indotto, provocatoriamente nel titolo di questo paragrafo, a definirle come risorse scomode.

L’aver a che fare con una risorsa dotata di soggettività implica infatti la necessità di prendere in considerazione il fattore umano che la sostanzia, vale a dire l’identità culturale, il complesso delle motivazioni, la non neutralità degli scopi, gli ideali di socialità perseguiti e la concreta trama di rapporti costituita da questa rete di solidarietà secondaria. La solidarietà sociale infatti è un’esperienza propria di un soggetto e non di un’organizzazione. Essendo espressione di una certa identità sociale, per questo motivo appartiene a chi la vive e la sperimenta, non solo nei contenuti, ma anche nel metodo e nei fini. In tale senso concordiamo con Sanicola quando afferma che questa risorsa particolare “per sua natura non può essere scorporata dal quadro di riferimento che la genera, reincorporata in un altro contesto ed utilizzata da altri soggetti secondo un metodo e per finalità da questi ultimi definiti”.[35] Le risorse umane “non sono beni scambiabili come qualsiasi altra risorsa, tanto meno sono una merce monetizzabile, poichè portano impresso un significato fortemente simbolico conferito loro proprio in forza di un’identità sociale. L’espropriazione di queste risorse, lo sperpero e la riutilizzazione impropria generano sia la caduta di questo significato simbolico, con conseguente caduta di qualità, sia un indebolimento dell’incidenza culturale di soggetti sociali”.[36]

La seconda osservazione, ovvero la possibilità che gli operatori dei servizi istituzionali distorcano l’immagine attraverso cui si rappresentano l’identità di queste esperienze, mette in luce il rischio che l’assunzione non critica del ruolo di operatore della struttura pubblica possa indurre ad utilizzare un’ottica errata e strumentalizzante nella formulazione dell’immagine e del giudizio complessivo – comprendente dunque anche le attese – espresso nei confronti delle esperienze di privato-sociale. Il meccanismo attraverso cui si produce una tale distorsione percettiva si realizza a partire dalla presunzione dell’operatore di costituire, in quanto rappresentante dell’apparato statale ed in quanto inserito nel sistema dei servizi, l’elemento originario dello stato, dotato di una sorta di primogenitura e di garanzia di infallibilità nei confronti di tutte le forme di autorisposta che autonomamente la società stessa è in grado di pensare e realizzare.

Questa osservazione non contraddice in alcun modo il diritto legittimo della collettività a porre la questione delle garanzie di continuità e di affidabilità fornite dai gruppi di volontariato e privato-sociale rispetto ai livelli qualitativi delle prestazioni pubbliche. Inoltre, secondo una concezione molto diffusa ma che non sembra però potersi applicare alle esperienze cooperative di lavoro, anche il fatto che il volontariato sia un fenomeno prevalentemente di classe media può costituire un problema, specie dal punto di vista dei modelli culturali di questi ceti rispetto a quelli dei gruppi marginali, che costituiscono la maggior parte degli utenti dei servizi gestiti da volontariato. Si potrebbero verificare infatti forme di manipolazione ideologica o di strumentalizzazione politica che le istituzioni pubbliche evidentemente non possono, in linea di principio, nè avallare nè legittimare. Non è contestabile pertanto la funzione dell’istituzione pubblica in ordine al riconoscimento delle possibilità di prestazioni e dei livelli professionali delle stesse da parte delle formazioni del privato-sociale, ma tale compito è delicato in quanto presuppone che l’operatore del servizio pubblico sappia assumere la posizione di cordiale sostenitore tecnico dell’opera volta a volta in questione, non ponendosi in conflitto con la stessa nè mirando a condizionarla in vista  della sua omologazione e del renderla omogenea alla cultura dominante.

V. L’OPERATORE SOCIALE E LA CREAZIONE DI PERCORSI DI RACCORDO

Il cambiamento dell’atteggiamento culturale degli operatori nei confronti delle esperienze di volontariato e di privato-sociale ci pare dunque fondamentale per permettere l’utilizzazione di risorse preziose ed in ultima analisi per garantire anche il corretto funzionamento del sistema di servizi dell’ente pubblico.

Spunti significativi si possono trarre riflettendo sull’elaborazione che Litwak ha chiamato teoria bilanciata del coordinamento),[37] secondo la quale la società contemporanea allarga il continuum che si estende fra i due poli dell’organizzazione formale, da un lato, adatta a compiti altamente tecnici, specializzati, standardizzati, e dell’organizzazione informale, dall’altro, adatta invece a compiti con caratteristiche opposte, e che tale crescita di distanza avviene in modo tale da valorizzare il polo informale. In realtà queste due modalità di agire non si possono completamente polarizzare, in quanto non esiste il servizio esclusivamente formalizzato come non esiste la relazione esclusivamente informale.

È quindi necessario trovare, creare ed utilizzare strutture di raccordo (linkage mechanisms) che riducano la “distanza sociale” fra servizi istituzionali ed organizzazioni informali allo scopo di integrare le differenti e specifiche potenzialità e capacità di intervento. Uno sviluppo di questa prospettiva “aiuterebbe a comprendere meglio – dice Donati – la trama delle relazioni sociali che lega i sistemi formali ai mondi vitali (e viceversa), in un intreccio micro-macro che costringerebbe a rivedere molta parte dei dualismi di ieri e di oggi.

In ogni caso, comunque, la tesi è chiara. Il conflitto tra gruppi primari e servizi istituzionali può essere ridotto in modo tale da renderli capaci di coordinare i loro sforzi a discapito delle loro differenti strutture (che devono rimanere tali, anche se continuamente differenziantisi) e delle diversità, sempre risorgenti, nei loro modi di intervenire”.[38]

Ci sembra non sia ulteriormente procrastinabile l’inclusione, nell’immagine e nel ruolo professionali di coloro che, nei servizi istituzionali, rivestono funzioni riconducibili, anche latamente, alla tipologia dell’operatore sociale, la specifica competenza relativa all’incentivazione delle risorse ed al loro collegamento organico. Si configura così la necessità di concepire un’azione progettuale mirata sulle risorse che richiede all’operatore di svincolare la propria posizione di ogni residuo di logica erogativa, la cui filosofia potrebbe essere formulata all’insegna dell’”io do quello che ho”, ed a maggior ragione da ogni residuo di logica burocratica, la cui massima ispiratrice coinciderebbe con la buona coscienza dell’”io mi attengo a quello che mi viene richiesto dall’organizzazione”, per accedere invece ad un’ottica di rinnovamento del ruolo che permetta di identificare le risorse utili, per innescare il processo di cambiamento desiderato, nella capacità che persone, gruppi ed organizzazioni hanno di assumersi il bisogno e di rispondervi a partire da ciò che si è e da ciò che si ha.

Per realizzare questa prospettiva di attivazione della società civile, l’operatore sociale (ed utilizziamo tale formula con significato estensivo, per indicare il minimo comun denominatore sotteso ad una pluralità di ruoli professionali presenti nell’ambito socio-sanitario) deve accedere alla dimensione della community care, che implica l’adozione di un modello di lettura dei fatti sociali che sappia superare la polarizzazione riduttiva, ed in ultima analisi dualistica, tra istituzione e non-istituzione (modello che si estende nella linearità, anche bidimensionale, di interazione tra due poli) per utilizzare invece il paradigma circolare – paradigma di rete, secondo Donati[39] – in cui, con un livello di approssimazione assai più rispondente alla complessità ed al dinamismo dei fatti umani, le relazioni sociali possono essere lette come il risultato della continua compresenza ed interazione tra quanto è formale e quanto è informale, tra quanto è societario e quanto è comunitario, in sintesi: tra quanto si riferisce alla razionalità sistemica della Gesellschaft e quanto dipende dalla razionalità di mondo vitale della Gemeinschaft, per usare la terminologia di Ônnies.[40] La circolarità multicentrica del processo pone l’operatore sociale nella necessità di individuare i punti di raccordo (i nodi della rete) e di intervenire formulando e proponendo vere e proprie strategie che, ai diversi livelli, favoriscano la costruzione di relazioni attorno alla persona e nella vita della persona, ma anche reti di relazioni nel mondo istituzionale stesso (ovvero compiendo uno sforzo non solo perchè si crei risorsa all’interno del proprio servizio, ma perchè si crei quella risorsa che è risultato del collegamento tra il proprio ed altri servizi istituzionali), e contemporaneamente reti fra istituzioni e privato-sociale.

Da ultimo, ci pare opportuno segnalare, in forza della nostra personale esperienza di lavoro all’interno del sistema sanitario nazionale, un punto non secondario di resistenza al perseguimento dell’obiettivo che abbiamo indicato con la formula della costruzione di percorsi di raccordo, consistente nell’individuazione-attivazione di reti di relazione e di scambi che comprendano i percorsi istituzionali e sociali.[41] Tale resistenza, o per meglio dire: inibizione, è simile a quella che potrebbe, per usare una scherzosa metafora, impedire all’artista di realizzare sulla tela la propria ispirazione trincerandosi dietro alla ben misera giustificazione di non possedere ancora l’adeguata cornice in cui il quadro verrebbe inserito. Fuor di metafora, noi riteniamo che l’obiettivo degli operatori di delineare i requisiti dell’idonea cornice formale e normativa di tale raccordo, sia perseguibile solo come risultato dell’elaborazione e della verifica di protocolli di intesa formulati sul campo e nella particolarità di singole situazioni in cui la collaborazione tra istituzione e privato-sociale sia già divenuta esperienza concreta.

 


[1] P. SARPELLON, Indagine sulla povertà in Italia, F. Angeli, Milano, 1982.

[2] G. ROSSI – P. DONATI (a cura di), Welfare State: problemi e alternative, F. Angeli, Milano, 1985.

[3] G. ROSSI, Nuove prospettive di politica sociale: il caso del volontariato come innovazione nei servizi alla persona, in: P. DONATI (a cura di), Le politiche sociali nella società complessa, F. Angeli, Milano, 1986.

[4] A. ARDIGÒ, Crisi di governabilità e mondi vitali, Cappelli, Bologna, 1980.

[5] Ibidem.

[6] N. LUHMANN, Stato di diritto e sistema sociale, Guida, Napoli, 1978.

[7] H. LEPAGE, Domani il capitalismo, L’opinione, Roma, 1978.

[8] G. ROSSI – P. DONATI (a cura di), Welfare State: problemi e alternative, op. cit.

[9] A. ARDIGÒ, op. cit., p. 15.

[10] A. ARDIGÒ, op. cit., p. 15.

[11] A. ARDIGÒ, op. cit., p. 114.

[12] Ibidem, p. 56.

[13] A. ARDIGÒ, op. cit., p. 83.

[14] Si veda per questo: K. POLANY, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974; ed anche, dello stesso autore: L’economia come processo istituzionale, in: A. ADDARIO – A. CAVALLI (a cura di), Economia, società e stato, Il Mulino, Bologna, 1980. Inoltre: G. EASTON, Il sistema politico, Ed. di Comunità, Milano, 1963; C. LINDBLOM, Politica e mercato, Etas Libri, Milano, 1979.

[15] P. DONATI, Risposte alla crisi dello stato sociale, op. cit.

[16] P. DONATI, La “svolta relazionale” nel lavoro sociale e di comunità: famiglia, servizi e reti informali, Colloquio internaz. “COMUNITÀ E SERVIZI ALLA PERSONA”, Univ. di Parma, 19-20 gennaio 1989, in corso di stampa.

[17] E. DEGIARDE (a cura di), Il volontariato dell’area milanese nell’esperienza “Il bosco in città”, IRER, Milano, 1982.

[18] Cfr. S. HATCH, Outside the State, Croom Helm, London, 1980, p. 29.

[19] P. DONATI, Le teorie della crisi del Welfare State: confronti per una prospettiva, in: “La Ricerca Sociale”, n. 30. 1983.

[20]Cfr. P. DONATI – C. CIPOLLA, La donna nella terza Italia, AVE, Roma, 1978.

[21] L. SANICOLA, Domande emergenti e bisogno di significato. Indicazioni di metodo per il lavoro sociale, in: AA. VV., Il benessere malato, Edizioni Alice, Canton Ticino, 1989.

[22] Cfr. G. ROSSI, Il volontariato come fenomeno socio-culturale, Vita e Pensiero, LXIII (10), 1980.

[23] G. ROSSI, Introduzione all’analisi sociologica del volontariato, in: “Studi di sociologia”, XVIII (3), 1980.

[24] G. ROSSI – I. COLOZZI, Il volontariato in Italia, in: P. DONATI, Le frontiere della politica sociale, F. Angeli, Milano, 1985.

[25] G. ROSSI, Introduzione all’analisi sociologica, op. cit.

[26] Cfr. CARITAS ITALIANA, Volontariato di ispirazione cristiana, Ed. Dehoniane, Bologna, 1979.

[27] Cfr. P. DONATI, Pubblico e privato: fine di un’alternativa?, Cappelli, Bologna, 1978, p. 75.

[28] V. CESAREO, Associazionismo volontatrio, in: Dizionario di politica, UTET, Torino, p. 62.

[29] R. INGLEHART, The Silent Revolution, Princeton Univ. Press, New Jersey, 1977.

[30] Cfr. G. ROSSI – I. COLOZZI, Il volontariato in Italia,  op. cit.

[31] G. ROSSI, L’azione volontaria oggi e la ricerca di nuove politiche sociali, in: L. TAVAZZA (a cura di), Verso uno statuto del volontariato, vol. I, Ed. Dehoniane, Bologna, 1982.

[32] Ibidem.

[33] Rimandiamo per quanto riguarda l’aspetto legislativo a: I. COLOZZI, Nuove prospettive di politica sociale, Ed. Clueb, Bologna, 1984 ed a G. MANGANOZZI (a cura di), Verso uno statuto del volontariato, vol. II, Ed. Dehoniane, Bologna, 1982.

[34] G. NERVO, Volontariato ed enti locali: verso una crescita di collaborazione per il rinnovamento della società, in: “Prospettive sociali e sanitarie”, XVII (12).

[35] L. SANICOLA, Domande emergenti e bisogno di significato. Indicazioni di metodo per il lavoro sociale, op. cit., p. 57.

[36] Ibidem, p. 58.

[37] E. LITWAK, Helping the elderly. The complementary roles of informal networks and formal systems, Guilford, New York, 1985.

[38] P. DONATI, La “svolta relazionale” ecc., op. cit.

[39] Ibidem.

[40] F. ÔNNIES, Comunità e società, Comunità, Milano, 1963.

[41] Sul lavoro sociale di rete si veda in particolare L. MAGUIRE, Il lavoro sociale di rete, Ed. Centro Studi Erickson, Trento, 1977.

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Contesto

In: "Marginalità e Società", n. 15, 1990

Co-autori

Daniela Piscitelli

Data

Giu 1990

Riassunto

Tipo di testo

pubblicazione

Argomento

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