La promozione della salute mentale nel territorio, relazione al convegno: “Handicap: i bisogni e le risposte del territorio”, Olgiate Comasco, Villa Peduzzi

Parlare della salute mentale all’interno di un convegno dedicato allo handicap non è casuale, ma si motiva per una serie di considerazioni che ci costringono a ripensare globalmente il tema della salute mentale. Il primo effetto di un tale ripensamento consiste infatti nel ricollocare la malattia mentale, il disagio psichico, all’interno dei problemi di cui si occupa la medicina: l’alienato è strappato dal ruolo di criminale particolare necessitante in primis di custodia e gli è riconosciuto lo status di paziente, ovvero di soggetto che ha diritto all’assistenza e alla cura, al pari di ogni altro cittadino affetto da una malattia.

II secondo effetto di questo ripensamento (effetto che a una osservazione superficiale può sembrare contraddittorio al primo) coincide con l’affermazione che la malattia mentale – e di converso la salute mentale – è questione non risolvibile all’interno dell’approccio segnato dalla medicina, o per lo meno non è risolvibile, non è comprensibile completamente al solo interno dell’ottica medica.

Si tratta quindi di formulare un giudizio che sinteticamente potrebbe essere così espresso: l’infermità psichica esce dal terreno giuridico per entrare in quello sanitario, considerata alla stregua di qualsiasi altra infermità o handicap. Ma, d’altra parte, proprio come ogni altro handicap, la sofferenza psichica e il suo termine di riferimento positivo che chiamiamo salute mentale, non possono essere ridotti alla semplice enumerazione di deficit o circostanze positive presenti, ma implicano un “quid” di tipo non sanitario che potremmo descrivere, usando le parole di Colozzi, come “la consapevolezza che la salvaguardia o il recupero della salute mentale richiede l’esistenza o la riproduzione di un contesto di comunità, di un ambito cioè all’interno del quale il soggetto possa sperimentare rapporti significativi di comunicazione e di sostegno affettivo”.[i]

In conclusione, questa sostanziale non estraneità della psichiatria dalla medicina e della medicina dalla vita e quindi dalla politica, costituisce la motivazione – che non esiterei a definire culturale – che spiega la giusta collocazione di questo tema all’interno del tema più vasto dello handicap.

Tale sostanziale unitarietà dei problemi dello handicap mentale e fisico, tanto quanto la loro inscindibilità dal contesto sociale più generale, hanno trovato negli ultimi anni corrispettivi anche legislativi che qui varrà la pena di sottolineare brevemente.

La Legge n. 180 del 1978, inglobata poi nella Legge 833/78, ha permesso di rompere il drammatico isolamento del malato mentale che veniva vissuto come estraneo, non recuperabile. Il processo innescato da questa legge è continuato quindi con una serie di interventi a livello regionale in cui gli elementi detti prima, di comune interdipendenza dello psichico con l’organico e del sanitario con il sociale, hanno continuato ad intersecarsi significativamente.[ii]

Così, la Legge regionale del 21 aprile 1980 n. 76, intitolata “Promozione di servizi sociali a favore di soggetti handicappati” prevede tra i beneficiari di tali interventi anche coloro che abbiano una menomazione stabile delle condizioni psicofisiche, ed a tale interpretazione della legge si rifà esplicitamente il documento del febbraio 1981 “Linee programmatiche per il piano sanitario regionale” dell’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, al punto 4.4.4. (“La tutela socio-sanitaria dei malati di mente”) a cui rimandiamo.[iii]

Anche il D.M. del 25 luglio 1980 “Approvazione delle tabelle indicative delle percentuali di invalidità” ha previsto per la prima volta come socialmente rilevante l’infermità psichica in assenza di alterazioni neurologiche, fatto questo confermato ulteriormente da una circolare ministeriale del 2 marzo 198.[iv]

Da ultimo vorrei citare le recentissime “Linee-programmatiche per il piano socio-assistenziale” dell’Assessorato Assistenza e Sicurezza sociale della Regione Lombardia che – in tema di programmazione di strumenti di intervento socio-assistenziale – definisce essere una “acquisizione teorica entrata ormai nella coscienza collettiva la non separazione del malato dal tessuto sociale di appartenenza”,[v] rimettendo a tema, quindi, il discorso della comunità terapeutica, collocandolo però non più in una dimensione istituzionale, bensì nel contesto della scelta irreversibile della centralità del territorio, in cui tutta la comunità sociale è chiamata ad essere realmente comunità e, in quanto comunità, a svolgere una funzione terapeutica nei confronti della malattia e preventiva nei confronti della sua insorgenza.

Se quanto fino ad ora detto chiarisce i rapporti tra malattia mentale e handicap, vogliamo ora entrare nel merito del tema che ci è stato affidato, ovvero la promozione della salute mentale nel territorio, e pensiamo di doverci addentrare in questo tema attraverso due strade:

1) ci sembra utile fornire una conoscenza delle dimensioni locali di questa particolare faccia dello handicap; conoscenza realizzata per mezzo di un censimento dei pazienti, che ha preso in esame alcune caratteristiche che abbiamo valutato essere significative dal punto di vista sociale;

2) vogliamo altresì offrire alcune riflessioni che nascono dalla nostra esperienza e ci paiono essere utili per chi, a diversi livelli di coinvolgimento, incontrandosi con l’emergenza di questo problema, si interroghi su che cosa significhi costruire un servizio che promuova la salute mentale.

È necessario precisare che dai dati raccolti non è possibile ricavare informazioni epidemiologiche di valore generale se non in misura molto limitata, e questo principalmente per due ragioni:

a) la limitatezza del campione, che rende poco valutabile la significatività statistica dei dati;

b) la mancanza di molte variabili, che sarebbero invece necessarie per definire il campione correttamente dal punto di vista statistico, inclusa la mancanza di un gruppo di controllo.

Tali precisazioni ci permettono di definire meglio lo scopo del censimento, che abbiamo pensato e realizzato maggiormente nel senso di ausilio all’intervento clinico ed assistenziale ed alla eventuale programmazione di servizi e strutture, che non per i contenuti dottrinali.

Per tale motivo abbiamo preso in considerazione, oltre alle fondamentali variabili socio-anagrafiche (residenza, età, stato civile) anche alcuni indicatori che ci sono parsi essere in relazione significativa alla dimensione sociale del bisogno (condizione lavorativa, presenza o meno di pensione di invalidità o vecchiaia, condizione di autonomia o subordinazione nell’amministrazione dei propri beni), tentando di fornire anche un’approssimativa valutazione sulla globale capacità di badare a se stessi e sull’esistenza di un contesto familiare o di parentela in grado di fornire aiuto al paziente e collaborazione agli operatori del servizio.

Gli utenti considerati nel censimento si riferiscono ad un bacino circa 1/3 più vasto di quello della U.S.S.L. n. 10; questo perché il Servizio psichiatrico territoriale continua ad occuparsi di pazienti residenti in 8 comuni della zona sud-occidentale della Provincia di Como assegnati alle U.S.S.L. n. 7 e 9, che attualmente non dispongono ancora di strutture autonome. Pertanto tali pazienti si rivolgono all’ambulatorio di Appiano Gentile, che in questo modo aumenta il proprio bacino di utenza da 30.284 a 54.844 abitanti, i quali, aggiunti ai 36.001 che costituiscono il bacino di utenza dell’ambulatorio di Olgiate Comasco, riguardano una popolazione reale di 90.845 abitanti, invece dei 66.282 che costituiscono la popolazione totale della U.S.S.L. n. IO.[vi] Ci è sembrato preferibile non scorporare i numeri che si riferiscono ai pazienti provenienti dai comuni fuori U.S.S.L. per fornire un’immagine reale dell’impegno operativo dell’équipe psichiatrica.

Abbiamo inoltre mantenuta la distinzione esistente tra pazienti che vivono al proprio domicilio e si rivolgono periodicamente all’ambulatorio per le prestazioni cliniche o assistenziali, quelli ospitati nelle strutture assistenziali e quelli che risultano tuttora degenti presso l’Ospedale Psichiatrico di Como. (Tab. 1)

Per quanto riguarda il primo gruppo (come risulta dalla Tab. 2), va specificato che i dati forniti – che concernono i pazienti che hanno ottenuto prestazioni durante il 1980 – non riguardano la totalità dei pazienti ambulatoriali, ma soltanto poco più della metà (il 54%) e  cioè quelli che per la rilevanza clinica della sintomatologia e/o per la presenza di necessità assistenziali hanno costituito un insieme sufficientemente omogeneo ed assimilabile alla definizione di “handicappato psichico”.[vii]

Per quanto riguarda la seconda e la terza fascia dei pazienti considerati (i dati presentati si riferiscono alla situazione rilevabile alla fine del mese di novembre 1981) deve essere chiarito che si tratta di due gruppi abbastanza simili fra loro, in quanto coloro che compongono il secondo gruppo, sono nella quasi totalità ex-degenti dell’O.P., la cui dimissione dall’ospedale è stata nella realtà un trasferimento d’ufficio in alcuni padiglioni che già appartenevano all’ospedale stesso e che erano stati appositamente deospedalizzati, ad eccezione di una struttura (Villa Aurora) che, pur essendo anch’essa situata a Como, a differenza delle altre non appartiene né strutturalmente né per l’immagine che evoca, all’eredità manicomiale.

La sostanziale omogeneità dei pazienti appartenenti a queste due fasce (ospiti di strutture assistenziali e degenti in O.P.) è data dal fatto che si tratta in massima parte di persone che hanno alle spalle una lunga storia di istituzionalizzazione che ha portato ad un progressivo sradicamento dal territorio di provenienza. Infatti, se si esamina la Tab. 3, si osserva che il 63% degli ospiti delle strutture assistenziali ed addirittura l’88% dei degenti dell’O.P. è composto da persone celibi o nubili, fatto questo che è da ricollegarsi spesso, aldilà della rilevanza clinica della malattia, ai lunghi anni trascorsi in condizione di internamento.

Inoltre (Tab. 4), mentre solo il 5% dei pazienti in trattamento ambulatoriale ha superato l’età di 65 anni, le persone appartenenti alla medesima classe di età sono ben rappresentate nelle due fasce di cui stiamo parlando, raggiungendo il 14% per quanto riguarda i degenti dell’O.P. ed il 43% degli ospiti delle strutture assistenziali. Quest’ultimo dato, e cioè il fatto che ben 21 persone su 49 abbiano più di 65 anni, ci sembra illustri bene il fatto che, in larga parte, le strutture assistenziali svolgono una funzione di cronicario per anziani spesso allettati e non autosufficienti, bisognosi cioè di assistenza di tipo geriatrico, con minima potenzialità per gli operatori (per lo meno attualmente) per un intervento riabilitativo e psicoterapeutico.

Questa osservazione trova conferma anche all’esame della Tab. 5, riguardante la distribuzione dei pazienti in categorie diagnostiche. Risulta infatti che in quelle che abbiamo indicato come le ultime due fasce di pazienti (gli ospiti delle strutture assistenziali e i degenti in O.P.) l’incidenza di sindromi psicorganiche (vale a dire situazioni in cui la problematica psicologica è espressione di un danno organico che generalmente corrisponde a cerebropatie di natura congenita, postraumatica e postencefalitica o a demenze presenili e senili) raggiunge in ciascuna il 30% contro il 9% nei pazienti ambulatoriali, con una prevalenza di pazienti anziani nella seconda fascia e di pazienti cerebropatici nella terza.

Anche le Tab. 11, 12 e 13 chiariscono ulteriormente alcune caratteristiche dei pazienti ricoverati: il 62% di essi infatti ebbero il primo ricovero entro il 1960 (28% addirittura entro il 1950); l’80% ha avuto da 1 a 5 ricoveri, quindi suppositivamente ricoveri di lunga durata; per il 40% di essi l’ultimo ricovero avvenne entro il 1970.

Queste semplici osservazioni aiutano a porre correttamente la domanda sulla possibilità di effettuare delle dimissioni, che evidentemente non possono avvenire in assenza di un contesto in grado di favorirle, e nel medesimo tempo fanno emergere a nostro avviso la necessità di un impegno di animazione e di un lavoro globalmente riabilitativo sempre attuale all’interno dell’istituzione, lavoro che può avvenire solo coinvolgendo le risorse umane (persone e gruppi) presenti nel territorio.

La Tab. 6 documenta invece la provenienza dei pazienti dai comuni del bacino di utenza e pur potendosi affermare che non esiste una particolare disomogeneità all’interno del territorio di nostra pertinenza, nella lettura di tali dati ci sembra che la maggiore utilità possa trovarsi all’interno dell’ottica che si pone come fine la corretta conoscenza delle dimensioni e della distribuzione del bisogno.

Sempre in questa ottica ci pare doveroso commentare ancora due dati: il primo (Tab. 7) riguarda l’esistenza di 10 persone disoccupate e sprovviste di assistenza pensionistica tra i 182 pazienti ambulatoriali e di almeno 15 persone in analoga situazione tra le 99 istituzionalizzate. II secondo invece evidenzia (Tab. 8) che per il 98% degli ospiti delle strutture assistenziali e l’82% dei degenti non ha la responsabilità dell’amministrazione dei propri averi (pensione, risparmi, eventuali beni immobili), che è affidata, in assenza di qualsiasi provvedimento di tutela, de facto a parenti o all’ente stesso, senza che l’interessato goda di alcuna garanzia, neppure formale.

Infine la Tab. 9 fornisce un giudizio approssimativo circa la capacità di autosufficienza considerata come possibilità da parte del paziente di gestire globalmente il tempo della propria giornata unitamente alle incombenze proprie delle condizioni di vita domestica o semi-istituzionale (a seconda se residente al proprio domicilio o nella struttura assistenziale). Tale giudizio è formulato in base ad una valutazione sintetica fornita dagli operatori che hanno particolari rapporti di vicinanza col paziente e pertanto, pur possedendo un notevole livello di approssimazione, può non risultare unitario rispetto ai criteri in base ai quali è stato formulato.

Da ultimo, in questo breve commento, la Tab. 10, esaminando la situazione abitativa dei pazienti, evidenzia che il 27.4% degli utenti ambulatoriali vive con i genitori, fatto questo che spesso nasconde una “prestazione” di assistenza di incalcolabile portata di cui non per lungo tempo i genitori stessi potranno farsi carico per evidenti motivi.[viii]

In margine alla domanda che ci siamo posti circa che cosa implichi il costruire un servizio che promuova la salute mentale, mi sembra che subito occorra sgomberare il campo da un possibile equivoco: la salute mentale può essere promossa solo da una società che sia per la salute. In altri termini: il soggetto che dà contenuto, che  favorisce il realizzarsi di un’esperienza integralmente umana e positiva, è la società stessa, il corpo sociale e non quella particolare articolazione tecnica costituita dai servizi sociosanitari di base e specialistici che si occupano dell’intervento specifico.

È responsabilità del corpo sociale decidere se essere e come essere per la salute, corpo sociale che – beninteso – non può essere ridotto a qualcosa di monolitico ed uniforme, ma è composto dall’organico intrecciarsi di esperienze culturali, religiose, sociali, politiche diverse.

Ma cosa vuol dire, quindi, per una società essere per la salute? Solo una comunità pluralista, che sappia cioè generare e difendere al proprio interno spazi per la libera aggregazione di identità diverse e che sappia inoltre riconoscere il significato pubblico, cioè di arricchimento comune, presente in ognuna di queste identità, solo una società di questo tipo è per la salute; non solo per quell’aspetto di tolleranza per il diverso che è implicata da una simile posizione, ma soprattutto perché, favorendo il costituirsi di identità inequivoche, favorisce altresì lo strutturarsi armonico della personalità degli individui che la compongono.

A questo proposito, l’attuale situazione di difficoltà economica nel bilancio dello Stato che – insieme ad altre valutazioni – fa parlare i sociologi di “crisi del Welfare State” può contenere in sé un germe positivo. La crisi dello stato assistenziale è sì economica, ma, ancor prima ed ancor più a fondo, rivela la crisi della cultura del welfare, la cultura cioè della risposta precostituita a qualsiasi bisogno.

L’esistenza, infatti, di una risposta tecnicamente prevista e opportunamente standardizzata (anche se spesso non funzionale o addirittura esistente solo sulla carta) se pur per certi versi aumenta il sentimento di sicurezza sociale (ma chi è in stato di necessità sa pure quanto sia effimera tale sicurezza), dà luogo ad un effetto perverso: mantiene l’individuo e la società stessa in una posizione subordinata che potremmo definire di eterna fanciullezza e quindi dipendenza nei confronti dello “stato-mamma”, che provvede a tutti secondo una misura unica ed inoltre implica la necessità che tale risposta mantenga il monopolio tra le risposte possibili, perché altrimenti non potrebbe sostenersi. Ecco allora lo stato-mamma mutarsi nello stato-matrigna e castrare quelli, tra i figli, che pensino essere loro diritto crescere, assumere la propria responsabilità e creatività e tentare un’autorisposta.

Queste semplici osservazioni invitano quindi a ripensare l’immagine e l’organizzazione dei servizi in modo che siano favoriti i tentativi di autorisposte che nascessero in situazioni particolari ad opera di soggetti organicamente presenti a livello di base. La stessa logica della Riforma Sanitaria è la logica del decentramento dei livelli decisionali all’interno di una programmazione comune e questa impostazione va perseguita realmente fino in fondo, fino a raggiungere e coinvolgere i protagonisti del bisogno stesso. La domanda di un intervento o di un servizio (e domanda è anche l’evidenziarsi di un sintomo) contiene sempre due aspetti: l’uno passivo, potremmo dire di deresponsabilizzazione; l’altro attivo, di ricerca della risposta possibile. Infatti, il sintomo psichico rappresenta un compromesso, uno scacco nella propria realizzazione, l’espressione distorta di un desiderio quanto analogicamente la richiesta di una risposta sociale al proprio bisogno rappresenta l’evidenziarsi di un limite, di uno stato di necessità che costituisce una ferita all’immagine di sé con conseguente possibile reazione nei confronti dell’istituzione in termini di pretesa aggressiva o dipendenza passiva ed autosvalutante. D’altra parte, questa stessa domanda – qui tocchiamo il secondo aspetto – contiene sempre un tentativo di autorisposra, che può essere più evidente ed addirittura preminente se limitiamo ora il discorso a quella situazione che abbiamo chiamato “la richiesta di un servizio che risponda ad un particolare bisogno da parte di un gruppo di cittadini”. In questo caso può essere già chiara l’immagine del servizio richiesto, addirittura esso può essere già qualcosa che funziona perché gli stessi che lo richiedono vi si sono impegnati per metterlo in moto e chiedono quindi che ne venga riconosciuta l’utilità e pubblicità e che venga pertanto difeso e messo in condizione di continuare ad operare. Una società che scelga per la salute è quindi una società in cui le proprie funzioni tecniche, politiche o amministrative mantengano in modo fattivo la propria attenzione e disponibilità ad evidenziare e favorire le risposte presenti, nel tentativo di rendere permeabile l’istituzione alla soggettività, la cui scissione segna, come dice BeIohradsky, la “separazione della democrazia dall’umanesimo”.[ix]

Il campo sanitario ed in particolare l’aspetto della salute mentale in cui domina, per usare le parole di Francesco Botturi, “quella dimensione inoggettivabile (non scientificizzabile e storicizzabile integralmente) che è la sofferenza”,[x] può, proprio per questo, costituire il banco di prova più diretto di tale volontà di ricomposizione tra democrazia ed umanesimo, tra istituzione e soggettività. Infatti, quella attenzione sopra accennata alla valorizzazione di esperienze di solidarietà che costituiscono risposta al bisogno di salute può trarre forza solo dalla volontà – culturalmente consapevole – di non espropriare le dimensioni inoggettivabili del bisogno stesso.

Da quanto detto risulta ora forse più chiaro quali debbano essere le caratteristiche di una società che intenda promuovere (anche attraverso la realizzazione di servizi) la salute mentale. Si tratta cioè di una società che sappia far vivere in sé un contesto di comunità, capace per questo di accogliere chi è diverso senza pretendere un preventivo adeguamento, senza pretendere di ridurre prima a zero la diversità, senza pretendere che il diverso rinunci alla diversità di cui è prigioniero per lo meno quanto il non-diverso è prigioniero del proprio pregiudizio.

La rinuncia al pregiudizio con cui si guarda chi è diverso, alla diversità in ogni sua manifestazione, ma in particolare alla diversità di chi è un “diverso psichico” è la condizione per cui tale diversità appaia meno paurosa, meno obiettante. La promozione della salute mentale implica quindi un cambiamento, un’educazione all’accoglienza reciproca in nome della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

È chiaro che in questa ottica occuparsi delle risorse e delle strutture necessarie per un lavoro di promozione della salute mentale vuol dire primariamente occuparsi delle risorse umane. Parlare di territorio soltanto per individuare i luoghi di segregazione ed emarginazione degli anni duemila sarebbe un terribile controsenso. È fuori di dubbio che occorre programmare la realizzazione di mini-strutture abitative ben integrate nel tessuto sociale in cui sia possibile ospitare tre-quattro persone che siano in grado di vivere in maniera parzialmente autosufficiente e bisognose quindi di assistenza circoscritta solo in alcune ore del giorno, ad esempio quelle più impegnative ai fini della programmazione delle scadenze domestiche. È altresì assodato che potrebbe essere utilmente prevista una struttura, sempre contenuta ad un massimo di dieci-quindici persone per quanto riguarda la ricettività, ma organizzata con servizi comuni (ad esempio la mensa, la gestione complessiva e l’assistenza) e che potrebbe ospitare sia persone in momentanea situazione di necessità di alloggio, sia persone che godano di un livello minore di autosufficienza. Ambedue queste strutture (l’appartamento protetto e la comunità alloggio) devono essere intese secondo l’orientamento dell’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia: “non come modello precostituito di struttura alloggiativa, ma come gamma di soluzioni che va dalla comunità alloggio con assistenza sporadica fornita su sollecitazione dei membri della comunità, a quella della comunità alloggio per così dire “protetta”, dove l’assistenza sarà assidua e, se occorre, quotidiana”.[xi]

Per quanto riguarda le strutture strettamente degenziali, dobbiamo considerare la necessità del ricovero per situazioni acute e quella necessaria per le situazioni per cui non sia possibile ottenere un miglioramento delle condizioni che renda attuabile la dimissione e la continuazione domiciliare o ambulatoriale della cura nei tempi abitualmente possibili per il ricovero nell’ospedale generale. La prima situazione dovrebbe trovare adeguata risposta nel Servizio di Diagnosi e Cura (S.D.C.) competente per territorio, mentre la risposta tecnica principale ai trattamenti a medio e lungo termine deve essere trovata – sempre secondo le indicazioni dell’Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, che ci paiono condivisibili – nel cosiddetto Centro Residenziale di Risocializzazione (C.R.R.), che si configura come struttura che consente la residenza continua, anche notturna e senza limiti di tempo precostituiti, a persone di entrambi i sessi, fino ad un massimo di quindici unità, bisognose di trattamenti psichiatrici, psicoterapici e di risocializzazione a medio e lungo termine”.[xii] La collocazione di questo o questi C.R.R. è, a nostro avviso, discutibile in quanto, a partire dalle reali esigenze della popolazione di un determinato territorio, può esserne prevista la realizzazione decentrata in ciascuna U.S.S.L., a differenza dei Servizi di Diagnosi e Cura, che restano strutture multizonali.

II fulcro, comunque, dell’intervento territoriale si basa sull’attività del Centro Psicosociale: sede organizzativa dell’équipe nel suo complesso, articolato eventualmente con ambulatori distrettuali, ma in cui può essere prevista un’attività di Day Hospital e la programmazione dell’intervento terapeutico anche domiciliare (che dovrebbe prevedere non solo la funzione dell’assistenza infermieristica, ma anche specifici operatori in grado di fornire un aiuto domestico in termini di pulizia della casa, faccende domestiche, ecc.). Affinché sia possibile raggiungere lo scopo di una attività efficace, è necessario raggiungere gradualmente una integrazione tra le prestazioni di tipo psichiatrico e psicologico e quelle socio-assistenziali, ma questo non può avvenire se non attraverso la realizzazione di un livello operativo di base unitario, in cui l’accoglienza della domanda dell’utente avvenga senza frammentazioni o inutili ripetizioni. Questa osservazione riporta il discorso sulla valorizzazione delle risorse umane, in primo luogo quelle degli operatori, che risulterebbero potenziate nella misura in cui si realizzasse l’integrazione, dapprima, tra funzioni simili attualmente dislocate in Servizi diversi (si pensi all’assistente sociale, il cui compito dovrebbe essere quello di selezionare la domanda dell’utente) e quindi tra funzioni diverse il cui intervento converga sulla medesima area di problema (si pensi agli psicologi del Consultorio ed agli psichiatri e psicoterapeuti del Centro Psicosociale). Su questo aspetto sarebbe altresì importante interrogarsi a proposito del ricchissimo apporto, in termini umani e concreti, che potrebbe venire dalla promozione di un servizio di volontariato che certamente costituisce anche la prima tappa di un’educazione di tutta la società nel senso sopra ricordato, educazione che non può avvenire soltanto attraverso la diffusione di un discorso ideologico, ma, in primo luogo, favorendo atteggiamenti particolari diversi nei confronti del bisogno.


[i] COLOZZI Ivo, Alienazione e politica dei servizi, in: Alienazione malattia e controllo sociale, a cura di A. Ballone, F. Angeli Ed., Milano, 1981, pp. 71-89. La citazione è a p. 72.

[ii] Legge 13 maggio 1978 n. 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”; Legge 23 dicembre 1978 n. 833 “Istituzione del servizio sanitario nazionale”, in particolare gli articoli n. 33, 34, 35 e 64.

[iii] Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, “Linee per il Piano Sanitario Regionale. La tutela socio-sanitaria dei malati di mente”, p. 78.

[iv] Ministero della Sanità, Circolare Ministeriale n. 500.6/AG 448/60 del 2 marzo 1981.

[v] Assessorato all’Assistenza e Sicurezza Sociale della Regione Lombardia, “Linee programmatiche per il piano socio-assistenziale”, Progetto-obiettivo “Assistenza sanitaria dei malati di mente”, p. 76.

[vi] Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, Ordinamento dei servizi di zona, in: Notizie sanità, supplemento al n. 25.

[vii] Per valutazioni globali sul solo lavoro ambulatoriale si veda: CAVALLERI Pietro R., Analisi di alcune caratteristiche della popolazione in cura presso un Centro Psicosociale in un anno precedente ed in uno seguente all’emanazione della Legge 180, Comunicazione al XII Congresso della Lega Italiana di Igiene Mentale, Roma, 6-8 nvembre 1981, in corso di stampa.

[viii] Per ulteriori informazioni circa le caratteristiche dei pazienti in questione, si veda: PIERINI C. et al., Indagine sul Centro di Igiene Mentale di Appiano Gentile, giugno 1980, dattiloscritto.

[ix] BELOHRADSKY Vaclav, Rivoluzione e burocrazia, Nuova, Roma, 1979, p. 64.

[x] BOTTURI Francesco, Salute e cultura del bisogno, in: Società e Salute, n. 22, luglio-settembre 1980, pp. 12-15.

[xi] Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia, Contributo alla realizzazione della riforma sanitaria in psichiatria: lungodegenza e prevenzione, Milano, aprile 1981, p. 27 del dattiloscritto ora in corso di stampa.

[xii] Ibidem, p. 23 del dattiloscritto ora in corso di stampa.

La riproduzione del presente testo è consentita a condizione che ne venga citata la fonte, che dovrà contenere: indicazione dell’autore, titolo del testo, riferimenti bibliografici (nel caso di pubblicazioni a stampa) e indicazione del dominio web da cui il testo è tratto.

Contesto

Relazione al Convegno "Handicap: i bisogni e le risposte del territorio", USSL n. 10, Olgiate Comasco, 10 dicembre 1981

Co-autori

C. Cairoli, I. Cavazzi, R. Ceresa, D. Gerna, M. Giudice, L. Tavecchio

Data

Dic 1981

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

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