I. IL PRIVATO-SOCIALE E LA CRISI DEL WELFARE STATE
L’aumento di adesioni individuali tanto a forme tradizionali di volontariato quanto a forme innovative non rappresenta un fenomeno transitorio, collegato a considerazioni particolarmente critiche dell’intero sistema sociale, né puo essere considerato come l’affermazione di un modo privatistico di risposta ai bisogni.
Caratteristica del volontariato attuale è infatti la realizzazione di interventi che si inseriscono all’interno di un più ampio progetto di trasformazione sociale, soprattutto dal punto di vista culturale. La cultura del volontariato tende a rivalutare la gratuità dell’azione individuale, che ottiene come controparte solo il beneficio di vedere ristabilita un’abitudine alla solidarietà umana. Per questo aspetto il volontariato non solo assume funzioni di pressione sociale, ma anche di risoluzione delle contingenze sia ambientali sia sistemiche. L’impegno volontario rende possibile l’affermazione di un modello culturale nuovo che può avviare un processo catartico di quell’orientamento che ha prodotto la crescita squilibrata delle aspettative individuali verso il sistema di Welfare State ed che ha influito negativamente nella qualità delle relazioni sociali. La tendenza ad una trasformazione in senso qualitativo dei rapporti è manifestata dall’attività di un’ampia fascia di organizzazioni volontarie non solo verso categorie emarginate, ma verso ciò che è vita quotidiana normale di tutti i membri di una comunità o di un raggruppamento sociale. In questo quadro il volontariato assume una natura ed un ruolo nuovi, assai diversi dalle forme antiche – anche se presenti e necessarie – di semplice mutualità e di solidarietà fraterna. La pluralità di iniziative, eterogenee sia per le finalità sia per i metodi operativi, costituisce un altro aspetto caratteristico ed ineliminabile del fenomeno del volontariato.
Non si può, comunque, comprendere tale fenomeno nella sua complessità e nel suo carattere di novità, se non si risale al contesto societario globale che lo genera, in particolare alla crisi attraversata dall’attuale modalità di organizzazione societaria che ha nome Welfare State. Rispetto a questa situazione di crisi, numerosi sono gli studiosi che si sono posti il problema delle possibili vie di uscita. Tali alternative si possono sintetizzare in tre soluzioni operative:
1) Rafforzamento del sistema di Welfare (neo-funzionalisti) come pianificazione effettuata da esperti, prescindendo dalla partecipazione e dal consenso dei cittadini.[1]
2) Destrutturazione degli apparati di Welfare State (neo liberali), in cui l’efficacia degli interventi di politica sociale può essere garantita abbandonando la linea incrementalistica in favore di un orientamento più realistico dell’azione pubblica.[2]
3) Nuovo modello di transazione tra pubblico e privato. Per comprendere a fondo quest’ultima prospettiva è necessario considerare il contributo offerto da A. Ardigò, il quale ha introdotto, come elemento di analisi alla teoria del Welfare, il concetto di mondi vitali quotidiani o Lebenswelt, derivato dalla tradizione fenomenologica di E. Husserl. Con tale termine si intende ”l’ambito di relazioni intersoggettive che precedono e accompagnano la riproduzione della vita umana e che, successivamente, anche attraverso comunicazioni simboliche tra due o poche persone, formano la fascia delle relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana”.[3]
Le soggettività dei mondi vitali da un lato ed i sistemi sociali dall’altro costituiscono i due poli, tra loro irrinunciabili e non isomorfi, attraverso i quali si esplica inevitabilmente la vita intera della società nei suoi aspetti dinamici e costitutivi. È in questa linea che emerge pertanto, per superare l’attuale crisi del Welfare, l’orientamento che abbiamo definito di mediazione transazionale.[4] Esso non chiede tanto un ridimensionamento dell’impegno dello Stato nella risposta ai bisogni sociali, bensì propone un tipo di transazione tra mondi vitali e sistemi sociali maggiormente equilibrata nella direzione delle autonomie ed esperienze associative. In questa prospettiva di analisi dunque, la risposta alla crisi del Welfare State consisterebbe nella costruzione di un nuovo modello istituzionale e di un nuovo assetto normativo, in cui lo Stato riconosca quella sfera intermedia di solidarietà primarie e secondarie, denominate privato-sociale,[5] e cooperi con essa in una strategia generale di risposte ai bisogni sociali della comunità.
Volontariato e privato-sociale costituiscono dunque l’espressione della partecipazione socio-culturale o sociale, che non nasce come richiesta di beni e di servizi da conservare o da incrementare, ma in primo luogo come protesta contro l’espropriazione, operata dagli apparati amministrativi pubblici, della vita personale quotidiana e di spazi prima comunitari.[6] L’eccessiva ingerenza dello Stato sociale, percepita come negativa per la produzione di una migliore qualità della vita, è ciò che determina l’insofferenza verso tutto il sistema e che ha spinto diversi soggetti a creare forme innovative di risoluzione dei propri bisogni, quali ad esempio le mutualità senza scopi di lucro, la produzione e la distribuzione volontaria di beni e servizi, la creazione di gruppi di pressione collettivi.
Pertanto, in questo contesto occorre considerare le iniziative organizzate dai gruppi e dalle associazioni di volontariato, che tendono ad esprimere forme di intervento deburocratizzate e deistituzionalizzate, percio stesso molto più efficaci e flessibili degli interventi pubblici, poiche hanno origine da un diverso approccio di analisi dei bisogni.
Alcune di queste formazioni sociali sono orientate a coprire con servizi ed interventi forme di povertà materiale,[7] che implicano bisogni di tipo primario riferiti alla salute, all’istruzione ed all’abitazione, cui il regime di Welfare non riesce a sopperire totalmente. Altre aggregazioni nascono in risposta a situazioni di povertà post-materialistica,[8] che coinvolgono problemi di insoddisfazione totale nei riguardi della qualità della vita.
La presenza di tali transazioni di tipo mutualistico e/o solidaristico, che avvengono all’interno dei mondi vitali quotidiani e fra di essi, conferma quanto già noi sappiamo grazie ai lavori di K. Polanyi,[9] di G. Easton,[10] di C. Lindblom,[11] e cioè che esiste un’altra modalità sociale di allocazione dei valori e delle risorse, oltre a quella dello scambio ed a quella per via politica ovvero la modalità per via di solidarietà sociale.
Ne risulta, allora, che nella nostra società il sistema complessivo di risposta ai bisogni si articola su tre settori: quello pubblico, quello commerciale e quello di privato-sociale, a sua volta scomponibile in due livelli: l’informale, costituito da famiglie, reti parentali, gruppi di amici e di vicinato, e quello volontario al cui interno si collocano tutte le formazioni e i gruppi di volontariato, mutuo aiuto e self-help.
Da ciò consegue lo sviluppo di nuovi assetti organizzativi orientati alla produzione extra-statale di beni a consumo collettivo. Queste organizzazioni, che Weisbrod chiama di volontariato senza fini di lucro,[12] integrano la provvista pubblica e costituiscono un’alternativa alla fornitura privata di beni e servizi di tipo collettivo. L’emergere, in società modernizzate e con sistemi di Welfare State in crisi, di questa terza dimensione[13] fa sì che ogni concreto sistema di Welfare vada descritto sulla base del particolare mix risultante dall’interazione tra questi fondamentali settori.
Tale dinamica societaria costituirebbe il passaggio – auspicato da molti – dal Welfare State tradizionale all’ipotesi di Welfare Society.[14]
All’interno di queste coordinate generali, che abbiamo tentato di tracciare sinteticamente, lo scopo del nostro discorso ci porta a prendere in considerazione due fenomeni di privato-sociale, enucleandoli dalla pluralità di forme, certo non omogenee tra di loro, in cui il privato-sociale in senso complessivo si è storicamente organizzato nella nostra società. Al fine di trarre qualche indicazione operativa circa il rapporto, necessario ed urgente, che il mondo del privato sociale intrattiene con i servizi socio-sanitari del sistema sanitario nazionale, ci occuperemo pertanto:
a) delle associazioni di volontariato dotate di alcuni requisiti che ci apprestiamo ad individuare qui di seguito;
b) dei servizi di privato-sociale che si costituiscono nella forma della cooperazione senza fini di lucro.
II. LE ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO
Qualsiasi definizione di volontariato, pur essendo molto ampia e comprensiva di tutte le possibili caratteristiche dell’azione volontaria, non è di per sé esaustiva, poiché corre il rischio di includere qualche elemento che non è generalizzabile o di escluderne qualcun altro che è egualmente proprio del volontariato. Quest’ultimo, infatti, è un fenomeno altamente dinamico, articolato, eterogeneo e con labili confini rispetto ad altre aree di fenomeni.
L’elemento indiscutibile e comune a tutte le esperienze di volontariato è costituito dal fatto che l’azione volontaria è un servizio reso gratuitamente e continuativamente. La prima caratteristica, cioè la gratuità, connota l’azione volontaria non solo come servizio reso senza finalità commerciali di lucro,[15] ma soprattutto come uno scambio posto al livello della relazionalità e dell’affettività propria dei mondi vitali quotidiani. Tale tipo di relazionalità può essere interpretata secondo la teoria di Donati, che indica per le nuove generazioni l’emergenza dello scambio simbolico allargato come stile di vita familiare e comunitario. Nel caso del volontario, lo scambio simbolico avviene tra il volontario e sé stesso, il soggetto del bisogno, la collettività di cui egli stesso fa parte ed anche, in qualche caso, l’ambiente naturale. La remunerazione è costituita dalla gratificazione simbolica contenuta nella relazione con il sistema di valori in cui crede, con gli amici, con la società intera ed è determinata dalla realizzazione nel concreto di questa esperienza.
La seconda caratteristica, e cioè la continuità dell’intervento, implica un impegno di tempo e di risorse personali costante nell’iniziativa intrapresa da parte di ciascun volontario, proponendo una lettura di tale servizio all’interno dell’ampia categoria del lavoro.
Da ultimo, altra caratteristica peculiare dell’esperienza del volontariato, è quella di coagulare le risorse e di mobilizzarle attorno all’identificazione di un bisogno (sociale o individuale, materiale o spirituale) cui rispondere.
Restringendo ulteriormente il campo, risulta per noi utile identificare, tra tutte le esperienze dotate dei tre requsiti sopra esposti, quelle che si occupano dei problemi degli emarginati e che possiamo pertanto denominare come esperienze di volontariato socio-assitenziale. Tra queste, poiché risulta oltremodo difficile considerare in termini concreti il volontariato individuale nel quadro dei supporti integrativi ai servizi, dobbiamo invece prendere in considerazione quelle che possono essere definite come esperienze di gruppi stabili con interventi specifici.
Il volontariato socio-assistenziale, dunque, attua un intervento a favore di categorie bisognose, in alcuni casi con un tipo di partecipazione gestionale – dove si instaura un rapporto con l’ente pubblico – mentre, nelle forme più innovative, con tipo di partecipazione socio-culturale. Tale partecipazione è attuata soprattutto dalle comunità alternative tendenti alla de-istituzionalizzazione e si caratterizza per due aspetti: in quanto non instaura un rapporto di scambio con la controparte – in questo caso l’ente pubblico – ed in quanto è orientata a rispondere a bisogni radicali.
I gruppi che agiscono nel campo socio-assistenziale fanno riferimento ad organismi privati sia di matrice laica sia religiosa,[16] costituiscono una realtà che ha un’ampia diffusione a livello italiano e che è in netta espansione sia nella forma comunitaria[17] sia in quella associazionistica,[18] benché le due forme non siano tra di loro incompatibili e spesso si ritrovino all’interno di una stessa comunità.
Dal punto di vista degli ambiti di intervento, il volontariato socio-assistenziale interviene su quelle aree di bisogni che, secondo Inglehart,[19] si distinguono in:
– bisogni costanti, legati alla salute fisica e psichica (malati, handicappati, non vedenti, inabili, ecc.);
– bisogni in aumento, connessi a problemi specifici legati allo sviluppo della società industriale (infanzia abbandonata, anziani, ex-detenuti, ecc.);
– bisogni emergenti, che sono attinenti a manifestazioni patologiche tipiche della società urbana (isolamento e solitudine, crisi della famiglia, tossicodipendenza, ecc.).
Inoltre è possibile operare un ulteriore distinzione tra le organizzazioni volontarie monovalenti, il cui intervento si limita ad un particolare settore o fascia di età o tipo di bisogno, e quelle polivalenti.[20]
III. I SERVIZI DI PRIVATO SOCIALE
Accanto alle esperienze di associazionismo che rispondono alle caratteristiche del volontariato, assistiamo oggi alla crescente costituzione di vere e proprie strutture di lavoro impegnate nel sociale che costituiscono un obiettivo arricchimento delle risorse disponibili in campo socio-assistenziale.
Dal punto di vista formale queste iniziative di privato sociale assumono il modello giuridico-istituzionale di sistemi di cooperazione senza fini di lucro e pertanto differiscono dalle prime perché, pur avvalendosi, generalmente, dell’apporto del volontariato ed anzi pur costituendone spesso l’evoluzione matura, differiscono dalle prime per l’assunzione di responsabilità tecniche e professionali più precise nonché dei risvolti economici e legali corrispondenti.
Ciò implica la presenza di due caratteristiche quali l’inclusione di capacità tecniche e professionali specifiche, atte a garantire livelli di prestazioni qualificate e corrispondenti allo scopo lavorativo ed economico collegato alla ragione sociale delle stesse e, in secondo luogo, pone l’esigenza di retribuzione ai soci in funzione del lavoro da essi svolto, lavoro che, in questo caso, coincide con l’attività occupazionale generalmente intesa.
Parallelamente a questi vincoli, sul versante opposto delle potenzialità disponibili, fa riscontro l’offerta di un servizio, da parte della struttura cooperativa, nell’ambito prevalentemente della costituzione di nuove possibilità di lavoro e/o di residenzialità per l’utenza a cui si rivolge.
In esse operano soci, volontari, personale dipendente, obiettori di coscienza che svolgono servizio civile, ed anche – a seconda della tipologia – ex-utenti che decidono, una volta che abbiano superata la loro personale situazione di bisogno, di continuare a vivere nella comunità come volontari.
Possiamo distinguere tre tipi di esperienze comunitarie:
1) La Comunita terapeutica, che si distingue dalle altre per metodi di intervento, legati alle scuole di provenienza dei terapeuti, in relazione a degli obiettivi riabilitativi specifici.
2) La Comunità di vita, generalmente legata al territorio, che attraverso una convivenza stabile risponde al bisogno di reinserimento sociale e lavorativo dell’emarginato.
3) La Comunità alloggio, che contiene gli aspetti peculiari della comunità di vita (convivenza stabile con l’obiettivo del reinserimento sociale e lavorativo) e della comunità terapeutica, ma con minori ambizioni scientifiche.
Queste esperienze, per la maggior parte, prevedono una ospitalità temporanea, fino alla rimozione del problema; in altri casi diventano luogo definitivo di vita (situazioni di gravi handicap psichici o fisici, di minori abbandonati, ecc.). Alcune realtà di questo tipo, oltre che luoghi di residenza stabile, svolgono anche una funzione di semi-residenza diurna per altre persone che si servono parzialmente dei loro servizi (di animazione, riabilitativi od occupazionali). In questi ambiti anche le prestazioni specialistiche di tipo terapeutico differiscono, da quelle prestate nelle istituzioni, per qualità, modalità e flessibilità. Inoltre, in esse spesso l’utente svolge delle attività lavorative o, in assenza della residenzialità, vi trova esclusivamente l’opportunità di inserimento lavorativo, all’interno di un ambiente in cui la flessibilità dell’organizzazione permette maggiori possibilità di personalizzare le mansioni lavorative rispetto ai limiti ed alle capacità individuali e guadagnando così la piena valorizzazione di tutte le risorse significative dal punto di vista umano.
Risulta dunque chiaro che i servizi di privato-sociale cosi intesi rappresentano iniziative lavorative a pieno titolo, destinate alla produzione di servizi (come la residenzialità, la riabilitazione) e/o alla produzione di beni economici (come nel caso di cooperative di produzione agricola, artigianale, nel settore della componentistica industriale, ecc.) a cui concorrono a pari titolo soci ed utenti, indipendentemente dalla distinzione possibile in base alla presenza o assenza di handicap.
Elemento specifico di tali realtà di privato-sociale è dunque il rapporto e la connessione con il mondo del lavoro, rappresentando, in primo luogo per gli stessi soggetti che ne sono promotori, una modalità, la cui espansione è di grande significato culturale, di rinnovamento del senso stesso del lavoro umano, testimoniando la possibilità di non disgiungere una forte spinta motivazionale dalle procedure produttive improntate a flessibilità e creatività. La motivazione all’impegno incide dunque fortemente nel metodo di lavoro di queste opere, i cui fini istituzionali coincidono con i motivi che ispirano promotori ed operatori.
IV. IL RAPPORTO TRA ISTITUZIONI E PRIVATO-SOCIALE
Non possiamo affrontare in questa sede i problemi inerenti l’attuale disciplina legislativa del volontariato e dei servizi di privato-sociale. Basterà accennare al nodo problematico di una loro definizione in termini giuridici che ne identifichi le peculiarità, senza peraltro ingabbiarne le espressioni. Ancor oggi non si rinvengono nella legislazione elementi sicuri di individuazione del movimento del volontariato e dei servizi di privato-sociale. La stessa struttura prevalente dei gruppi di volontariato, che si rifà alla figura giuridica delle associazioni non riconosciute, può sembrare talora inadeguata a comprendere e governare tale esperienza. I problemi e gli interrogativi non mancano e sono, soprattutto, indotti dal fatto che i gruppi di volontariato non sono completamente assimilabili alle forme tradizionali delle associazioni, né tantomeno le strutture cooperative senza fini di lucro possono essere considerate tout court come espressione dell’imprenditorialità. Esse occupano, nella loro attività, territori e spazi diversi, rispetto ai quali è innegabile il ruolo e la rilevanza della finalità e dei contenuti che animano l’esperienza stessa.
Ancora, la genericità della legislazione vigente e la presenza, nelle forme assunte dalle iniziative di privato sociale, di connotati empirici facilmente assimilabili a quelli propri di rapporti aventi già una peculiare disciplina, può indurre ad applicare ad esso interpretazioni analoghe, che rischierebbero di compromettere un modo nuovo di porsi del rapporto, regolato dal codice civile, tra istituzioni pubbliche e collettività in materia di rapporto di lavoro o in materia previdenziale o di appalti. Il rischio, pertanto, di una distorta utilizzazione di previsioni normative che, nate in altri contesti legislativi e con riferimento a diverse situazioni empiriche, applicate al privato-sociale ne compromettono la funzione, spiega come da più parti si invochi una normativa di quadro, capace, peraltro, di salvaguardare la ricchezza e varietà dell’impegno civile di queste esperienze.
Ma anche al livello delle quotidiane situazioni operative si pone, per le organizzazioni di privato-sociale socio assistenziale, il problema dell’ottenimento di credibilità nei confronti e da parte dell’ente pubblico. Concordiamo con Nervo nell’osservare che, per quanto riguarda il rapporto con gli enti locali, i problemi del mondo del volontariato preso nel suo complesso sembrano potersi riassumere in:
“primo: stabilire un rapporto di collaborazione per un migliore servizio dei cittadini;
secondo: conservare una completa libertà evitando qualsiasi forma di reciproca strumentalizzazione;
terzo: esercitare quando è necessario una funzione critica non polemica ma costruttiva, come forma concreta di partecipazione e di corresponsabilità”.[21]
Più al fondo, il nodo del rapporto tra formazioni di privato-sociale ed ente pubblico non si esaurisce al livello di una soddisfacente definizione giuridica delle stesse e della precisa messa a punto di procedure di convenzionamento, che restano comunque necessarie. In tale rapporto, infatti, non può essere sottovalutato il livello più squisitamente culturale, in realtà spesso determinante, rappresentato dalla concezione dell’altro che gli individui personalmente implicati nell’uno o nell’altro campo formulano reciprocamente. Per quanto riguarda l’immagine che gli operatori dell’ente pubblico, in virtù dell’identificazione alla posizione da essi occupata, sono generalmente inclini a formulare, essa è influenzata in primo luogo da un certo misconoscimento della peculiarità del privato sociale in quanto risorsa, ed in secondo luogo è influenzata dalla possibilità che essi stessi operino una distorsione dell’immagine attraverso cui si rappresentano l’identità di questa esperienza.
Per quanto concerne la prima osservazione va detto che la peculiarità del carattere di risorsa costituito dalle iniziative di privato-sociale consiste nel fatto che tali risorse si caratterizzano per essere dotate di soggettività ed è la presenza di soggettività l’elemento che ci ha indotto, provocatoriamente nel titolo di questo nostro lavoro, a definirle come risorse scomode. L’avere a che fare con una risorsa dotata di soggettività implica infatti la necessità di prendere in considerazione il fattore umano che la sostanzia, vale a dire l’identità culturale, il complesso delle motivazioni, la non neutralità degli scopi, gli ideali di socialità perseguiti e la concreta trama di rapporti costituita da questa rete di solidarietà secondaria.[22]
La seconda osservazione invece mette in luce il rischio che l’assunzione non critica del ruolo di operatore della struttura pubblica possa indurre ad utilizzare un’ottica errata e strumentalizzante nella formulazione dell’immagine e del giudizio complessivo – comprendente dunque anche le attese – nei confronti delle esperienze di privato-sociale. Il meccanismo attraverso cui si produce una tale distorsione percettiva si realizza a partire dalla presunzione dell’operatore di costituire, in quanto rappresentante dell’apparato statale ed in quanto inserito nel sistema dei servizi, l’elemento originario dello stato, dotato di una sorta di primogenitura e di garanzia di infallibilità nei confronti di tutte le forme di auto-risposta che autonomamente la società stessa è in grado di pensare e realizzare.
Questa osservazione non contraddice in alcun modo il diritto legittimo della collettività a porre la questione delle garanzie di continuità e di affidabilità fornite dai gruppi rispetto ai livelli qualitativi delle prestazioni pubbliche. Inoltre, secondo una concezione molto diffusa, ma che non sembra però potersi applicare alle esperienze cooperative di lavoro, anche il fatto che il volontariato sia un fenomeno prevalentemente di classe media può costituire un problema, specie dal punto di vista dei modelli culturali di questi ceti rispetto a quelli dei gruppi marginali, che costituiscono la maggior parte degli utenti dei servizi gestiti da volontariato. Si potrebbero verificare infatti forme di manipolazione ideologica o di strumentalizzazione politica che le istituzioni pubbliche evidentemente non possono, in linea di principio, né avallare né legittimare. Non è contestabile pertanto la funzione dell’istituzione pubblica in ordine al riconoscimento delle possibilità di prestazioni e dei livelli professionali delle stesse da parte delle formazioni del privato-sociale, ma tale compito è delicato in quanto presuppone che l’operatore del servizio pubblico sappia assumere la posizione di cordiale sostenitore tecnico dell’opera volta a volta in questione, non ponendosi in conflitto con la stessa né mirando a condizionarla in vista della sua omologazione e del renderla omogenea alla cultura dominante.
V. L’OPERATORE SOCIALE E LA CREAZIONE DI MECCANISMI DI RACCORDO
Questo cambiamento dell’atteggiamento culturale degli operatori nei confronti delle esperienze di volontariato e di privato-sociale ci pare dunque fondamentale per permettere l’utilizzazione di risorse preziose ed in ultima analisi per garantire anche il corretto funzionamento del sistema di servizi dell’ente pubblico. Tale affermazione trova giustificazione in riferimento all’elaborazione che Litwak ha chiamato teoria bilanciata del coordinamento,[23] secondo la quale la società contemporanea allarga il continuum che si estende fra i due poli dell’organizzazione formale, da un lato, adatta a compiti altamente tecnici, specializzati, standardizzati, e dell’organizzazione informale, dall’altro, adatta invece a compiti con caratteristiche opposte, e che tale crescita di distanza avviene in modo tale da valorizzare il polo informale. In realtà queste due modalità di agire non si possono completamente polarizzare, in quanto non esiste il servizio esclusivamente formalizzato come non esiste la relazione esclusivamente informale.
È quindi necessario trovare, creare ed utilizzare strutture di raccordo (linkage mechanisms) che riducano la “distanza sociale” fra servizi istituzionali e gruppi informali allo scopo di integrare le differenti e specifiche potenzialità e capacità di intervento. Uno sviluppo di questa prospettiva “aiuterebbe a comprendere meglio – dice Donati – la trama delle relazioni sociali che lega i sistemi formali ai mondi vitali le viceversa, in un intreccio micro-macro che costringerebbe a rivedere molta parte dei dualismi di ieri e di oggi”.[24]
Ci sembra non sia ulteriormente procrastinabile l’inclusione, nell’immagine e nel ruolo professionali di coloro che, nei servizi istituzionali, rivestono funzioni riconducibilị, anche latamente, alla tipologia dell’operatore sociale, la specifica competenza relativa all’incentivazione delle risorse ed al loro collegamento organico. Si configura così la necessità di concepire un’azione progettuale mirata sulle risorse che richiede all’operatore di svincolare la propria posizione da ogni residuo di logica erogativa, la cui filosofia potrebbe essere formulata all’insegna dell’”io do quello che ho”, ed a maggior ragione da ogni residuo di logica burocratica, la cui massima ispiratrice coinciderebbe con la buona coscienza dell’”io mi attengo a quello che mi viene richiesto dall’organizzazione”, per accedere invece ad un’ottica di rinnovamento del ruolo che permetta di identificare le risorse utili, per innescare il processo di cambiamento desiderato, nella capacità che persone, gruppi ed organizzazioni hanno di assumersi il bisogno e di rispondervi a partire da ciò che si è e da ciò che si ha.
Per realizzare questa prospettiva di attivazione della società civile, l’operatore sociale (ed utilizziamo tale formula con significato estensivo, per indicare il minimo comun denominatore sotteso ad una pluralità di ruoli professionali presenti nell’ambito del socio-sanitario) deve accedere alla dimensione della community care, che implica l’adozione di un modello di lettura dei fatti sociali che sappia superare la polarizzazione riduttiva, ed in ultima analisi dualistica, tra istituzione e non-istituzione (modello che si estende nella linearità, anche bidimensionale, di interazione tra due poli) per utilizzare il paradigma circolare – paradigma di rete, secondo Donati[25] – in cui, con un livello di approssimazione assai più rispondente alla complessità ed al dinamismo dei fatti umani, le relazioni sociali possono essere lette come il risultato della continua compresenza ed interazione tra quanto è formale e quanto è informale, tra quanto è societario e quanto è comunitario, in sintesi: tra quanto si riferisce alla razionalità sistemica della Gesellschaft e quanto dipende dalla razionalità di mondo vitale della Gemeinschaft, per usare la terminología di Tönnies.[26] La circolarità multicentrica del processo pone l’operatore sociale nella necessità di individuare i punti di raccordo (i nodi della rete) e di intervenire formulando e proponendo vere e proprie strategie che, ai diversi livelli, favoriscano la costruzione di relazioni attorno alla persona e nella vita della persona, ma anche reti di relazioni nel mondo istituzionale stesso (ovvero compiendo uno sforzo non solo perché si crei risorsa all’interno del proprio servizio, ma perché si crei quella risorsa che è risultato del collegamento tra il proprio ed altri servizi istituzionali), e contemporaneamente reti fra istituzioni e privato-sociale.
Da ultimo, ci pare opportuno segnalare, in forza della nostra personale esperienza di lavoro all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, un punto non secondario di resistenza al perseguimento dell’obiettivo che abbiamo indicato con la formula della costruzione di meccanismi di raccordo tra istituzione e privato-sociale. Tale resistenza, o per meglio dire: inibizione, è simile a quella che potrebbe, per usare una scherzosa metafora, impedire all’artista di realizzare sulla tela la propria ispirazione trincerandosi dietro alla ben misera giustificazione di non possedere ancora l’adeguata cornice in cui il quadro verrebbe inserito. Fuor di metafora, noi riteniamo che l’obiettivo degli operatori di delineare i requisiti dell’idonea cornice formale e normativa di tale raccordo, sia perseguibile solo come risultato dell’elaborazione e della verifica di protocolli di intesa formulati sul campo e nella particolarità di singole situazioni in cui la collaborazione tra istituzione e privato-sociale sia già divenuta esperienza concreta.
[1] N. LUHMANN, Stato di diritto e sistema sociale, Guida, Napoli, 1978.
[2] H. LEPAGE, Domani il capitalismo, L’opinione, Roma, 1978.
[3] A. ARDIGÒ, Crisi di governabilità e mondi vitali, Cappelli, Bologna, 1980; p. 15.
[4] Ibidem, p. 114.
[5] P. DONATI, Pubblico e privato: fine di un’alternativa?, Cappelli, Bologna, 1978.
[6] A. ARDIGÒ, op. cit., p. 83.
[7] P. SARPELLON (a cura di), Povertà inItalia, F. Angeli, Milano, 1982.
[8] R. INGLEHART, The Silent Revolution, Princeton Univ. Press, New Jersey, 1977.
[9] K. POLANY, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974. K. POLANY, L’economia come processo istituzionale, in: A. ADDARIO, A. CAVALLI (a cura di), Economia, società e stato, Il Mulino, Bologna, 1980.
[10] G. EASTON, Il sistema politico, Ed. di Comunità, Milano, 1963.
[11] C. LINDBLOM, Politica e mercato, Etas Libri, Milano, 1979.
[12] B. WEISBROD, The voluntary Nonprofit Sector, Lexington Books, Lexington, 1977.
[13] A. ARDIGÒ, Volontariato, Welfare State e terza dimensione, in “La ricerca sociale”, n. 25, 1981.
[14] A. ARDIGÒ, Dallo stato assistenziale al Welfare State, in: G. ROSSI, P. DONATI (a cura di), Welfare State: problemi e alternative, F. Angeli, Milano, 1982.
[15] Cfr. S. HATCH, Outside the State, Croom Helm, London, 1980, p. 29.
[16] Cfr. CARITAS ITALIANA, Volontariato di ispirazione cristiana, Ed. Dehoniane, Bologna, 1979.
[17] Cfr. P. DONATI, Pubblico e privato ecc., op. cit., p. 75.
[18] V. CESAREO, Associazionismo volontario, in: Dizionario di politica, UTET, Torino, p. 62.
[19] R. INGLEHART, The Silent Revolution, op. cit.
[20] Cfr. G. ROSSI, Introduzione all’analisi sociologica del volontariato, op. cit.
[21] G. NERVO, Volontariato ed enti locali: verso una crescita di collaborazione per il rinnovamento della società, in: “Prospettive sociali e sanitarie”, XVII (12).
[22] R. MASINI, L. SANICOLA, Avviamento al servizio sociale, Nuova Italia Scientifica, Roma, 1988.
[23] E. LITWAK, Helping the elderly. The complementary roles of informal networks and formal systems, Guilford, New York, 1985.
[24] P. DONATI, La “svolta relazionale” nel lavoro sociale e di comunità: famiglia, servizi e reti informali, Colloquio internaz. “Comunità e servizi alla persona”, Univ. di Parma, 19-20 gennaio 1989, in corso di stampa.
[25] P. DONATI, La “svolta relazionale” ecc., op. cit.
[26] F. TÖNNIES, Comunità e società, Comunita, Milano, 1963.