Benvenuto a S.E. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, in occasione della visita alla Fondazione Adele Bonolis – AS.FRA.

Vescovo Mario,

Le rinnovo il benvenuto da parte della comunità delle persone che vivono e lavorano negli ambienti che ha visitato.

Si tratta di una comunità eterogenea, formata da poco più di duecentocinquanta persone, di cui una metà qui vive un momento particolare della propria vita, segnato dall’intento di prendersi cura di una ferita profonda, che ha reso molto complicata la loro vita. L’altra metà qui lavora per aiutare le prime in questo percorso di cura e riabilitazione.

Tutti, curanti e curati, siamo accomunati dalla consapevolezza di essere portatori di un desiderio che può essere soffocato, ma non soppresso; un desiderio racchiuso in un contenitore fragile, come è fragile l’essere umano, in cui la linea di separazione tra salute e malattia, bene e male, libertà e coazione passa all’interno di ciascuno di noi.

Per il resto, questa comunità è eterogenea, perché accoglie tutti, ospiti e operatori, senza mettere condizioni preventive di appartenenza.

Così, noi tutti siamo desiderosi di incontrarLa e ascoltarLa, ma mentre alcuni l’ascoltano come il pastore e la guida che rappresenta, nel solco della tradizione Apostolica, quella “Chiesa esperta in umanità”, come ebbe a dire un Suo venerato predecessore, a cui sentono di appartenere, altri L’ascoltano come si ascolta un uomo che si sa essere sensibile e interessato e di cui si sente la vicinanza e cordialità. E tutti sono curiosi di ascoltarLa.

Per concludere, vorrei dirLe ciò a cui sono richiamati tutti coloro che qui lavorano, che rappresentano – come già dicevo – la metà degli appartenenti a quella che ho chiamato “la nostra comunità di vita e lavoro”.

Siamo un gruppo di professionisti collegati dall’impegno ad accogliere, sostenere e valorizzare l’umano che c’è in ciascuna persona.

Questo accogliere, sostenere e valorizzare è un processo complesso e curioso, perché per alcuni nasce dalla competenza professionale e poi, passo passo, trascende e si completa in un’esperienza che diviene esperienza umana e anche religiosa. Per altri nasce sulla spinta di un’esperienza umana o religiosa e via via si dota degli strumenti che derivano dalla competenza professionale e psicologica.

Assistiamo pertanto a un processo stupefacente di inveramento reciproco di questi due percorsi, che porta a un apprezzamento dell’umano e a un’arte di trattar bene la persona, che può e deve essere chiesta a tutti, perché il trattar bene – a differenza dell’amore – può essere appreso. L’amore, invece, non può essere preteso, ma è un avvenimento che può essere solo dato o ricevuto come dono gratuito e incalcolabile, imprevedibile. Dono di cui spesso siamo testimoni o mezzi, consapevoli di non esserne noi l’origine e i possessori.

Noi siamo consapevoli che la cura nella quale ci cimentiamo non è un fatto che si esaurisce nella tecnica. Certo: ha una tecnica, ma mette in gioco il desiderio e la libertà di colui o colei a cui è diretta. Per questo ogni percorso o presa in carico rappresenta ogni volta un’avventura di cui non possiamo prevedere il punto di arrivo.

Siamo certi di essere nella linea che muoveva il desiderio della nostra Fondatrice per il fatto che i criteri a cui ci appelliamo per selezionare le persone di cui occuparci non sono rappresentati dalla probabilità di avere successo terapeutico, né dalla facilità della presa in carico e nemmeno per la non eccessiva onerosità del trattamento. Gli unici criteri a cui ci appelliamo sono rappresentati dall’intensità del bisogno presentato da quella persona e dal fatto di riuscire a percepire, in lei o in lui, la presenza di una domanda autentica.

Da ultimo, vorrei dirLe che siamo ogni giorno sorpresi da questo fatto: ciascuno di noi, con tutti i nostri limiti umani e professionali, incarna e interpreta, porta agli altri il valore presente all’origine della Fondazione e – d’altra parte – il fatto che ogni valore, anche il più grande, non può raggiungere le persone se non attraverso (e molto spesso anche: malgrado) altre persone, limitate e imperfette, ma, nonostante i loro limiti, testimoni o tramiti di qualcosa di molto più grande.

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Contesto

Saluto indirizzato in qualità di Direttore Clinico della Fondazione, Vedano al Lambro, MB, 5 giugno 2020

Co-autori

Data

Giu 2020

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

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