In margine alla mostra “Guerre e guerrieri d’après Paolo Uccello”, di Dino Quartana

Sebbene nella mostra odierna tu abbia scelto di meditare su quel momento dell’esperienza che consiste nella realtà della guerra, cioè del confronto con il male, che alle volte ci aggredisce e da cui dobbiamo difenderci, mentre altre volte ci fa rispecchiare nella nostra personale dimensione di attori del male, il modo con cui tratti questo tema appare sempre in connessione con la prospettiva più ampia e complessiva per cui la realtà di guerra-male-odio si articola con la dimensione del gioco-pace-creatività e con il positivo che hai chiamato “emersione/i”, che a sua volta ha come sinonimi i termini di “grido” e di “offerta”. Mi sembra che questo filo rosso che si rintraccia complessivamente nel tuo lavoro, costituisca una rivisitazione, in chiave moderna, della tripartizione delle cantiche di Dante: Inferno, Purgatorio e Paradiso.

La modernità di questo viaggio sta nel fatto che tu ci mostri i differenti momenti dell’esperienza dopo che la lezione del Cubismo ci ha introdotto alla possibilità di afferrare con lo sguardo le differenti prospettive, frontali e laterali, della realtà che si fa esperibile attraverso lo sguardo: non si tratta più di un viaggio in senso diacronico, si tratta ormai della scoperta che il nostro viaggio è un movimento, è un viaggio in senso sincronico: nella nostra condizione temporale (l’unica che – al momento – ci è accessibile), Inferno-Purgatorio-Paradiso sono incontrati, si potrebbe dire, nel medesimo istante.

Noi attraversiamo continuamente questo rumore di fondo, che è l’odio, il male, la guerra, per raggiungere, attraverso l’esercizio del gioco, ossia del lavoro costruttivo e creativo, l’amore, che è pace, pienezza e realizzazione. Attraversare la cupezza dell’esistenza per raggiungere qualcosa che la riscatti, che la salvi.

Ma, a ben pensarci, ciò che la visione di queste emersioni mi comunica, anche in questo caso sincronicamente, è più l’avvenimento di un “essere raggiunto da…” che non quello, spinto dalla pulsione della nostra personale ubris, di raggiungere qualcosa di pieno, nell’illusione di possederlo. Mi sembra che il tuo lavoro di attraversamento ci conduca a sfiorare, alle volte magari anche incidere, uno strato opaco dell’esistenza, per giungere a intravedere…, per cogliere qualcosa di arioso e luminoso. Si tratta del lavoro di fare spazio, di creare un vuoto, perchè se c’è qualcosa,… se passa qualcuno…, lo si possa incontrare.

Nelle emersioni mi sembra che questa corrente sia colta come in un fotogramma; sia la fissazione istantanea del momento in cui, grazie al nostro lavoro, qualcosa ci raggiunge, qualcosa ci può raggiungere: il grido continua dopo l’apice della punta. Continua: si perde nell’aria, scende…, sale…, in fondo non ci interessa e sarebbe fuorviante fissare una direzione univoca: qualcosa ci raggiunge, sicuramente, se restiamo disponibili a compiere questo lavoro che non si spaventa, e non si accontenta, del rumore di fondo in cui siamo immersi.

La riproduzione del presente testo è consentita a condizione che ne venga citata la fonte, che dovrà contenere: indicazione dell’autore, titolo del testo, riferimenti bibliografici (nel caso di pubblicazioni a stampa) e indicazione del dominio web da cui il testo è tratto.

Contesto

Intervento alla conversazione con Dino Quartana, al termine dell’inaugurazione della mostra "Guerre e guerrieri d'après Paolo Uccello", Museo Floriano Bodini, Gemonio, 27 gennaio 2013

Co-autori

Data

Gen 2013

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

ID, 'Co-autori', true))) { >?

Price: ID, 'Co-autori', true); ?>

?