
Ringrazio Cecilia De Carli e Giorgio Vicentini per questo invito a comunicarvi ciò che quest’opera mi trasmette; invito che, immagino, mi è stato rivolto anche per l’origine e il contesto in cui l’opera nasce, che – come voi sapete – coincide con un atelier che Giorgio Vicentini conduce da più di 20 anni in un Centro, per usare una parola tecnica, di riabilitazione psichiatrica, lavorando insieme ad operatori, pazienti, frequentanti a vario titolo, volontari.
Vorrei dire qualcosa, poi, anche in merito a questa particolare origine dell’opera, che ci spinge a riflettere sulla funzione dell’arte come possibile attivatore di salute psichica e pone il problema della connessione tra arte e terapia.
Però di questo vorrei dire dopo; prima vorrei anch’io, come ha fatto Silvano Petrosino, che mi ha appena preceduto, dire che cosa mi ha colpito dell’opera.
Innanzi tutto ho incontrato l’opera mercoledì scorso, prima di vederla il giorno dell’inaugurazione. Ancor prima di quel momento, avevo incontrato l’opera attraverso il titolo: In Corpore, che ha innescato un’aspettativa… Il titolo di un’opera dice molto. Ci sono artisti – penso a Kandinskij, con le sue Improvvisazioni – che danno alle loro opere un titolo molto vago. Al contrario, intitolare un’opera In Corpore non può essere né vago né casuale, ma fa riferimento a qualche cosa che ci appartiene, di cui noi tutti abbiamo esperienza.
Allora quando l’ho vista… Certo si tratta di un pentagramma…, il mio punto d’impatto, però, avviene attraverso il pensiero del corpo. Detto in termini molto terra terra: ci voglio vedere un corpo.
La prima funzione che ci permette di definire il corpo e di individuarlo è il suo carattere di “contenitore”: un contenitore è una forma chiusa in grado di trattenere, di contenere, di difendere, di proteggere. Però il corpo possiede anche un altro carattere, che non deriviamo dalla sua forma di contenitore, ma che è altrettanto fondamentale: il corpo è un organ(ism)o di scambio; non esiste corpo se non c’è relazione; non esiste corpo se non c’è relazione con l’altro. Dirò di più: è la relazione che fa il corpo, altrimenti ci sarebbe solo un organismo che – in assenza dell’altro – non potrebbe sopravvivere. O l’organismo si umanizza e diventa corpo oppure non sopravvive.
Credo sia noto a tutti l’esperimento attribuito a Federico di Svevia, che spinto dall’interesse a individuare la lingua naturale – evidentemente egli supponeva che esistesse una lingua naturale – fece strappare alle loro madri un gruppo di bambini neonati, per affidarli a dei servi che avevano ricevuto il mandato di occuparsi di loro, nutrendoli e allevandoli nella maniera – diciamo – più umana possibile, a condizione che si astenessero dal rivolgere loro la parola, trattandoli, pertanto, come cose. Si dice che nessuno di quei bambini sopravvisse. Che la deprivazione infantile possa essere sorgente di patologie gravissime, che portano fino al marasma e alla morte, noi oggi questo lo sappiamo.
Questo esperimento lungi dal permettere di rintracciare la lingua naturale, che sarebbe contenuta tutta intera nel singolo, rivelò che la parola – in quanto investimento da parte dell’altro – è lo strumento principe dell’umanizzazione, così che se questo processo non avviene, il corpo non si stabilisce e non può vivere. Allora, questo pentagramma mi ha subito condotto a pensare che, come il pentagramma è lo scheletro delle note, questa serie di fili o barre può rappresentare, come in sezione, lo scheletro di un corpo che si deve costituire o che già è costituito, ma non nel senso visibile.
Successivamente alla metafora dello scheletro, ho pensato a numerose altre rappresentazioni del corpo, attraverso la messa a fuoco di sue parti o apparati: in primo luogo questi fili potrebbero essere tubi, ed ecco l’apparato circolatorio… E poi, stimolato anche da ciò che a questi fili vi è appeso (raccolgo la definizione data dall’Autore, su cui, poi, vorrei tornare: pane reale e pane sognato)…, questi elementi neri che non sono ancora pane…, quindi che non sono ancora assimilabili, non sono commestibili, ma potrebbero diventarlo…, tutto ciò ci spinge a pensare di potervi vedere anche la rappresentazione di un transito… metabolico, di un transito intestinale.
Poi ancora, e questa mi sembra la metafora più produttiva, ho pensato anche alla rappresentazione di una rete neuronale: neuroni con i lunghi assoni (le righe di quello che inizialmente abbiamo chiamato il “pentagramma”) e con i dendriti (i ferri che connettono tra loro i pezzi di pane). E che cosa è una rete neuronale, se non propriamente l’apparato attraverso cui avviene lo scambio umano per eccellenza?
Qui si fondono, a mio avviso, i due punti di vista che concettualizzano il corpo come contenitore e come apparato per lo scambio: è infatti stupefacente il fatto che pelle e sistema nervoso centrale siano entrambi derivati ectodermici, ossia l’evoluzione del medesimo foglietto embrionale. Deve esserci un motivo per cui mentre tutto il resto del nostro corpo si sviluppa dagli altri due foglietti embrionali, dall’ultimo – l’ectoderma – provengono solo questi due apparati, entrambi finalizzati alla duplice funzione di contenimento (del corpo fisico, la pelle, e del senso della propria identità, il cervello) e di scambio (filtro con l’esterno, la cute, e strumento di relazione con l’altro, il sistema nervoso). Ritroviamo nel modo stesso in cui il nostro essere è costituito, la funzione di scambio così fondamentale per la vita e precipuamente per la vita umana. Se più avanti avremo tempo di tornare sull’argomento, vorrei dirvi qualcosa di più su quanto sia essenziale il passaggio da organismo a corpo, che può avvenire solo e soltanto per l’intervento dell’altro, di un altro. Quando un corpo è costituito, in grazia del fatto di essere costituito può assimilare nutrimento dall’esterno: il latte, prima, il pane, poi, ma anche il nutrimento dei pensieri, dei sentimenti, di tutto ciò che ci colpisce e di tutto ciò che noi stessi, inseriti in questa dinamica, a nostra volta produciamo per proseguire, per favorire, per fomentare la relazione con l’altro. Un corpo senza relazioni non può vivere.
Questa installazione possiede un carattere drammatico, perché il lavoro di assimilazione del pane è un lavoro che non avviene sempre nella pace: le note nere, i corpi neri informi, sono ciò che potrebbe diventare pane, ma, al momento, sono incubo e rimangono incubo se non diventano pane.
Noi siamo colpiti continuamente da ciò che esiste nel reale e che ci raggiunge: si tratta di sensazioni, percezioni, forme, urti; a volte sono traumi e provocano ferite. Il lavoro continuo a cui siamo esposti è quello di bonificarli dalla loro forza drammatica e renderli assimilabili, quindi renderli pane. Trasformarli: il pane è il pittogramma emotivo ormai commestibile di quella nota nera che gli sta a fianco, che ci ha colpito, ma che non sappiamo ancora come trattare.

Se volete un riferimento colto, mi sembra molto utile riutilizzare qui un modello della mente proposto da Wilfred Bion, una delle più notevoli personalità della psicoanalisi della metà del Novecento. Secondo la sua lettura, direi che le note nere sono gli elementi beta che entrano nella nostra mente ancora con tutta la forza incognita che hanno le cose che appartengono al reale, mentre i pani sono gli elementi alfa, cioè la trasformazione che rende assimilabili gli elementi beta: bonificati, se possibile, e poi assimilati.
La nostra digestione mentale, il nostro lavoro mentale – ridotto ai suoi semplici termini – è tutto qui.
Questo lavoro è sicuramente drammatico, drammatico anche nella vicenda personale perché ci sono degli aspetti del reale che presentandosi in modo così altamente traumatico, sia per la loro natura, sia per le condizioni nelle quali il soggetto è stato raggiunto da quegli eventi, non sempre sono bonificabili e divengono metabolizzabili. Questa, forse, è la radice della malattia mentale e del disagio che in qualche misura noi tutti possiamo provare e proviamo, anche. Anche se, fortunatamente, per molti di noi l’incapacità o l’impossibilità di condurre il lavoro di bonifica e di assimilazione non prende il posto di comando di tutto il nostro psichismo.
Mi piacerebbe toccare un altro tema: quello del luogo in cui Vicentini ha realizzato questa opera. È straordinario, infatti, che un’opera così significativa e anche così seria, così riconoscibilmente parte di una impresa intellettuale, sia il frutto di un laboratorio in cui tante persone hanno collaborato.
Voi sapete – se non lo sapete ve lo dico – che è una cosa comune che molti Centri psichiatrici abbiano delle attività, degli atelier di arte-terapia.
Quale presa può avere l’arte sulle persone (diciamo “i pazienti” giusto per intenderci)?
Per quanto riguarda la mia esperienza – e qui mi piacerebbe molto sentire quella di Vicentini – il problema della persona che ha un disagio mentale importante, presente e attivo, un disagio che ha mutilato molte competenze della propria vita, il suo problema non è partecipare o fare arte per comunicare qualcosa agli altri. Spesso si tratta di persone che non sanno di avere qualcosa da comunicare o che, se lo sanno, non lo vogliono comunicare.
Allora, che cosa diventa terapeutico in questo percorso? Attraverso l’arte, chiunque e qualunque sia il suo prodotto, è condotto più facilmente – anche se qui “facile” non è alternativo di “drammatico”: è anche drammatico, è un drammatico facile – è condotto a incontrare, ad accostare qualcosa di se stesso, qualcosa di autentico che risulta inesprimibile, troppo complesso o troppo conflittuale o troppo doloroso per essere non solo detto ad altri, ma addirittura pensato.
Questa è la via per cui l’arte può avere una forza terapeutica e può essere un ausilio del percorso terapeutico; lo è nel momento in cui viene condotta – attraverso chi la conduce, e tu sicuramente sei fra questi – proponendosi non tanto di offrire a dei malati i mezzi per esprimersi, ma per offrire loro un mezzo per accostare qualcosa di autentico che ciascuno porta dentro di sé, anche come peso o ferita.
Credo che questo lavoro di accostamento, per chi fa arte, costituisca, prima del lavoro di espressione, la fonte dell’ispirazione artistica. Il sentimento del bisogno di incontrare, nella propria interiorità, la radice autentica di alcuni modi del proprio sentire è il primum movens. Solo in un secondo tempo – alle volte in maniera assolutamente neppure prevista – può diventare interessante anche per gli altri.
Al termine di questo mio intervento[1] vorrei riprendere una parola che è uscita, solo un po’ obliquamente, nell’ultimo intervento di Giorgio: la parola “lavoro”, collegata a “dolore”, “allegria” ecc.
C’è lavoro perché incontriamo elementi che hanno diversa natura, secondo una polarizzazione: alcuni elementi (come il pane) sono noti e commestibili, altri sono ignoti e non commestibili. Ma chi ci dice che gli elementi non commestibili rappresentino solo uno scarto? Forse si tratta di proto-elementi che possono essere lavorati per diventare a loro volta commestibili… Questa, infatti, è la nostra vocazione: umanizzare, assimilare l’ignoto rendendolo commestibile per la mente e il corpo.
In quest’opera non c’è soltanto la testimonianza di una realtà ampiamente ostile, faticosa o dolorosa, ma anche la rappresentazione della realtà come fattore che ci invita a compiere un lavoro di elaborazione. Questa osservazione mi ricollega a quanto poc’anzi dicevo a proposito di quelli che Bion chiamava “elementi beta”: tutto ciò che ci colpisce deve essere reso parte della nostra carne, del nostro pensiero…
[1] Questo ultimo pensiero è stato comunicato nella discussione seguita al secondo incontro di commento dell’opera, avvenuto il 10 giugno 2015.