I. IL CONCETTO DI PADRE
In Il pensiero di natura, Giacomo Contri – dopo avere osservato che lo statuto del padre presente nel testo freudiano è colto e descritto in uno stato di crisi – pone la questione di ricostruire quale potrebbe essere, anteriormente alla crisi, l’ordinamento legale implicato dal regime paterno non ancora corrotto. L’individuazione dell’ordinamento che rende pensabile il concetto non corrotto di “padre” non è un esercizio puramente ipotetico, di ricostruzione di uno stato mitico che nulla ha a che fare con la realtà storica, ma descrive il regime giuridico di cui vive il bambino che ancora non è stato ammalato, come pure l’adulto per il quale un qualche grado di guarigione, ovvero di risoluzione dello stato di crisi, sia effettivamente avvenuto.
Ci aiuteranno a chiarire meglio il concetto non corrotto di “padre”, due caratteristiche che possiamo mettere in evidenza estraendole dalla legge che presiede al moto del soggetto sano:[i]
1. La legge del moto umano non è omologa alle leggi della natura, ma è positiva, cioè esiste in quanto pensabile e ponibile – pensata e posta – da un soggetto.
2. Mediante la legge del proprio moto il soggetto istituisce la propria meta nella posizione del ricevere, la qual cosa implica che vengano stabilite fin dall’origine le due posizioni di “padre” e di “figlio”. La posizione ricettiva indotta nel soggetto giustifica inoltre la sua definizione in quanto “legge di beneficio” o, con i termini equivalenti presenti in Il pensiero di natura, “legge di successione legittima”, “legge di ricezione”, “legge di eredità”. Le precedenti definizioni non si limitano a indicare nella posizione puramente passiva, cioè svincolata dall’azione, il ruolo del soggetto in relazione alla legge, bensì mettono in luce quanto di azione e di attivo vi sia nel ricevere.
È necessario a tale proposito un chiarimento. Contri precisa che una simile legge di beneficio “… sembra prendere le mosse da una verità prestabilita circa l’ordine di precedenza di un Padre in ordine alla legislazione umana. Ma questa verità non potrebbe che essere rivelata, e noi sappiamo che c’è stata soltanto una rivelazione che abbia Posto Dio come Padre. Noi non prendiamo le mosse da alcuna rivelazione trattata come premessa per una deduzione”.[ii] Pertanto, la fisionomia del “padre” cui ci riferiamo, come non è mutuata da alcuna verità rivelata, così neppure lo è dal padre presente contingentemente nella vicenda empirica del singolo, ma ha i connotati del concetto che corrisponde alla parola nel pensiero del soggetto.
Contri pone quindi una questione ulteriore: perché mantenere il nome, il concetto e il riferimento a una realtà individuata come paterna? Perché parlare di “padre” e non di “fonte”? Perché insistere nel dire che la legge di recepimento del beneficio presuppone un padre come datore del beneficio e non semplicemente come fonte, così come si parla di una fonte naturale di acqua da cui attingere per dare beneficio alla nostra sete?
Individuo tre motivi.
In primo luogo, mantenere il sostantivo singolare maschile al posto di un sostantivo neutro come “fonte”, dice che questo concetto fa riferimento a un soggetto individuale e che la modalità attraverso cui siamo iscritti, inseriti, associati a questa legge avviene per il tramite di un soggetto individuale, che non siamo noi stessi.
Secondo. Fa riferimento a un soggetto individuale colto nella sua realtà di “essere di relazione”: padre non è sinonimo di benefattore. Padre dice qualcosa di più. Dice innanzitutto che non si può essere tali se non attraverso la relazione con una donna, o con l’uomo nel caso in cui questo concetto sia applicato ai soggetti umani di entrambi i sessi. Inoltre, il rapporto introduce alla possibilità della fecondità grazie alla differenza dei sessi. In altre parole, il padre diviene tale dopo avere istituito rapporto con la donna. Se il ripiegare sul termine “fonte” fa perdere il riferimento a un soggetto individuale, ripiegare sul termine “benefattore” farebbe perdere la modalità benefattiva che passa attraverso la relazione con l’altro dell’altro sesso.
Terzo. Padre designa un rapporto doppiamente giuridico, in quanto, in primo luogo, il rapporto con la donna non si esaurisce in una relazione di copulazione biologica, ma è relazione giuridica, mentre, in secondo luogo, “padre” designa rapporto giuridico anche con il figlio che è generato. Va annotato che l’atto di generare, proprio in quanto oltrepassa i meccanismi regolatori della natura, introduce nel campo delle relazioni umane il regime giuridico (che chiamiamo “di natura”) e, con esso, la possibilità di un successivo momento critico di tale ordinamento. La legge infatti, una volta posta, è aperta a destini differenti, ivi compresa la sua deformazione a opera di ciascuno dei soggetti che ne sono i partner, e dunque tanto per l’azione del padre quanto per quella del figlio.
Riprendiamo ora questi tre caratteri in maniera più analitica.
2. LA DISTINZIONE, NELLA LEGGE, DEI POSTI SOGGETTO E ALTRO
Padre fa riferimento a un soggetto individuale e al suo agire.
Ne Il pensiero di natura l’altro è colto nel suo mettere in moto S, il soggetto, a prescindere dalla strada che verrà successivamente percorsa.

La legge è posta in essere dal movimento che Aq, l’Altro qualunque, imprime a S. Questa formulazione mette in rilievo che l’atto “a” è un atto semplice, tale per cui può essere largamente assicurato da qualunque soggetto umano, a prescindere dalle sue qualità individuali. Osservazione fondamentale, ma che può sfuggire, tanto può sembrare banale: questa legge si istituisce in qualunque soggetto che oltrepassa i primi momenti di vita tramite qualunque soggetto che interviene, senza la necessità che l’interveniente abbia preso la patente di genitore.
Con un corollario. La nostra confutazione del determinismo nella vita psichica si regge sull’osservazione del fatto che il moto, una volta avviato, non potrà essere comandato da uno solo dei posti. La legge pone un legame effettivo fra posto di Soggetto e posto di Altro. Tutto ciò che il soggetto ricaverà tramite le proprie azioni, sarà mediato dal dialogo, fino a conflitto, fra posto di Soggetto e posto di Altro.
3. IL CONCETTO DI “PADRE” E LA DIFFERENZA DEI SESSI
Padre ha a che fare con la relazione sessuale.
Ciò significa che l’appellativo “padre” non indica che l’occupante di questo posto sia un soggetto assoluto, cioè assolto dal legame ed estraneo alla condizione di beneficiario, in quanto il “figlio” cui si relaziona non è sua semplice emanazione, ma è ricevuto dalla donna. Il padre è dunque a sua volta in posizione di ricevente, ché, altrimenti, non potrebbe neppure essere padre. Ed è in posizione di ricezione due volte: la prima dalla donna, la seconda dal figlio, perché come il padre è fonte di beneficio per il figlio, così il figlio è fonte di beneficio per il padre. Anche la lingua e il sapere popolare raccolgono questo dato quando dicono che “i figli sono la benedizione del matrimonio”, anche per il semplice fatto di dare continuità alla stirpe.
4. IL RAPPORTO DOPPIAMENTE GIURIDICO DELLA LEGGE PATERNA
Padre designa un rapporto doppiamente giuridico.
Giacomo Contri osserva che “Padre è colui che ha con il generato un rapporto di natura giuridica. Il figlio inizia come ente giuridico simile al padre” – e non soltanto secondo l’adagio “Mater certa est…” – in quanto il rapporto con il padre esiste soltanto nel momento in cui tale rapporto viene riconosciuto, viene istituito, ma ancora in quanto il figlio stesso, quando inizia come figlio, inizia come ente giuridico simile al padre. A questo titolo il figlio riceve la potestà di porre rapporti con ogni altro ente dell’universo.
In Mosé e il monoteismo, Freud osserva che il passaggio dal precedente ordinamento matriarcale a quello patriarcale avviene a partire dal riconoscimento della “potenza spirituale”, ovvero di un agente che, pur non potendo essere colto con la vista, tuttavia è causa di effetti potenti: “Il modello della spiritualità fu il vento, animus, da cui venne l’anima come principio spirituale del singolo”. [iii]
Il “modello della spiritualità” – dall’introduzione e dal riconoscimento del quale Freud deriva la possibilità stessa di questa trasformazione nel cammino di civiltà dei nostri progenitori – non è altro che il contesto giuridico: infatti, sottolineare che il rapporto è una istituzione giuridica equivale a riconoscere l’efficacia e l’evidenza di una realtà che non è coglibile sotto la forma della realtà materiale.
5. L’ORDINAMENTO LEGALE DEL CONCETTO DI “PADRE”
Se queste sono le caratteristiche determinanti il concetto di “padre”, quale è l’ordinamento legale che lo esprime?
La ricostruzione di questo ordinamento non consiste nella formulazione di ipotesi circa il come si sarebbero svolte le cose nello stadio mitico dell’inizio della vicenda umana, bensì richiede di individuare le implicazioni legali dell’avvio del moto, cioè rintracciare i requisiti relazionali minimi implicanti e implicati dall’avvento di quel quid che chiamiamo paternità.
Ricordo a questo proposito che la legge di natura, nella sua formulazione completa, è inserita in due tempi:

Nella formula, A compare con denotazioni diverse: nel primo momento troviamo Aq, Altro qualunque, e Au, Altro dell’Universo; nel secondo momento al piede di A è replicata nuovamente la formula stessa: Soggetto-Altro, Uomo-Donna, Donna-Uomo.
Vale ricordare che quando parliamo di A parliamo innanzitutto di posto di altro, occupato da un soggetto che sta al posto dell’altro.
Vale ancora ricordare che nella scrittura della nostra formula mettiamo in evidenza, di volta in volta, la determinante (“q”, “u” oppure la replicazione della formula) che ci interessa evidenziare per illustrare la caratteristica di A del momento particolare che vogliamo descrivere, ma ciò non significa che, poniamo, Aq non sia in realtà un Altro (qualunque, cioè “q”) dell’universo di tutti gli altri (“u”), a sua volta caratterizzato da un proprio sesso e in relazione con un proprio altro (“S-A”, “U-D”, “D-U”). Le tre A non rappresentano dunque tre differenti altri, ma, in ogni caso, un (medesimo) soggetto colto nel momento in cui viene a occupare il posto di Altro, di cui evidenziamo l’aspetto di volta in volta maggiormente significativo in relazione al momento che stiamo analizzando.
Fino dal momento inaugurale della legge, la messa in moto del soggetto avviene a partire da un altro soggetto che occupa il posto di Altro, che può essere qualunque (“q”), ma che si regola egli stesso secondo questa legge di rapporto con un altro soggetto, essendo un soggetto tra tutti i soggetti dell’universo (“u”) ed essendo a sua volta un soggetto sessuato (“U-D”, “D-U”).
5. LA RICOSTRUZIONE FREUDIANA DELLA LEGGE PATERNA
Esaminiamo come Freud ha ricostruito la legge paterna. Già abbiamo ricordato che la trama della ricostruzione ci introduce nel regime tirannico in cui matura la ribellione dei figli contro il padre. La ricostruzione di questo “stato di crisi” è contenuta soprattutto in Totem e tabù, degli anni 1912-13, e viene poi ripresa nel 1938-39 in uno degli ultimi scritti, Mosè e il monoteismo.
Soprattutto nella terza parte di Totem e tabù Freud descrive il regime della cosiddetta “orda primordiale”, la banda che vede all’apice della piramide un solo capo tiranno[iv] che ha potestà di vita e di morte sugli altri membri della banda e che in particolare impedisce l’accesso alle donne. Ciascun membro della banda che si trova a occupare la posizione di figlio, vive uno stato di frustrazione tale da essere spinto ad associarsi con gli altri suoi pari contro il padre, giungendo alla sua uccisione. Da questo atto, secondo Freud, scaturiscono almeno cinque effetti:
1. la colpa, e quindi la formazione e la struttura del senso di colpa;
2. la trasformazione della precedente organizzazione, da gerarchica in società di pari, con lo sviluppo dei sentimenti sociali ecc.;
3. una forma di obbedienza postuma, che Freud chiama “tardiva”, alla volontà del padre ormai morto, compresi gli aspetti frustranti e limitativi da lui precedentemente imposti tirannicamente. La società dei pari che scaturisce dal delitto, composta dai figli ribelli, assume spontaneamente le tiranniche e invidiose proibizioni paterne, che erano state all’origine dell’insubordinazione. L’impedimento dell’accesso alla donna diviene pertanto la limitazione concordata all’accesso alle donne della tribù, da cui nasce l’esogamia. Ancora: è proprio nel contesto sociale primordiale descritto in Totem e tabù che troviamo l’originaria vicenda edipica, mito assolutamente estraneo al clima piccolo-borghese in cui penseremmo invece di ritrovarlo;
4. il ritorno del padre morto in veste idealizzata, che, secondo Freud, testimonia l’ammissione e lo sviluppo delle correnti d’amore che pur sempre legavano i figli al padre, la cui espressione era stata schiacciata dal regime tirannico da lui imposto;
5. la ripetizione rituale dell’intero ciclo, che periodicamente permette di ordinare gli elementi in gioco e in particolare l’amore e l’odio.
Qui sorge la questione, su cui Freud non decide, relativa all’ambivalenza, in quanto l’antefatto emotivo su cui può innestarsi una simile vicenda non può essere connotato dai soli sentimenti di odio, ma richiede la presenza anche di sentimenti di amore, commisti e confusi con i primi. Freud si domanda: “Sull’origine di questa ambivalenza [che a sua volta sarebbe alla radice di importanti prodotti della civiltà], sulla radice di questa compresenza di amore e odio verso lo stesso soggetto, non sappiamo nulla. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che essa sia un fenomeno fondamentale della nostra vita emotiva. Ma mi sembra assolutamente degna di considerazione anche l’altra possibilità, ossia che l’ambivalenza, originariamente estranea alla vita emotiva, sia stata acquisita dall’umanità partendo dal complesso paterno, che reca ancora oggi, come mostra l’indagine psicoanalitica sull’individuo, l’impronta più intensa dell’ambivalenza”.
Freud si rende conto dell’incompletezza di questa ricostruzione. Misurandosi con questo scoglio, dichiara di non poter decidere se l’ambivalenza sia primitiva o secondaria, e dunque se si tratti di due formazioni costitutivamente distinte oppure dello sviluppo di un moto che può cambiare di segno procedendo in direzioni opposte.
6. IL NODO DELL’AMBIVALENZA, LIMITE DELLA RICOSTRUZIONE FREUDIANA
La ricostruzione freudiana appare in effetti insoddisfacente: essa non soltanto si limita a descrivere l’ordinamento legale successivo all’avvenimento della crisi e tendente alla sua stabilizzazione, ma, ancor prima di far questo, mostra la propria incompiutezza nel momento in cui si volge a delineare la psicologia di quel soggetto che occupa il posto del padre.
Attribuendo al padre lo statuto di ente a sé, Freud è inevitabilmente e causalisticamente condotto a dedurre dal primo la psicologia del secondo, il figlio, non restando indenne dal commettere l’errore di considerare la psicologia del padre e la psicologia del figlio come due leggi scaturite in sequenza l’una dall’altra e non piuttosto come i due articoli corrispettivi di una medesima legge.
Credo sia questo un modo per intendere il concetto di ambivalenza. Giacomo Contri ha affermato che l’ambivalenza non esiste, esiste piuttosto la confusione tra odio e amore. Ma perché questa confusione? Se infatti ci svincoliamo per un istante dall’immagine plastica dell’ambivalenza in quanto conflitto tra odio e amore, che cosa ci dice la parola? L’ambivalenza generalmente ipostatizzata all’interno del soggetto come compresenza di tendenze che hanno destini diversi, e dunque fissata come carattere individuale, in realtà dà conto dell’errore commesso scegliendo di indagare la psicologia del padre distintamente dalla psicologia del figlio. Deriva cioè dal tentativo di ricostruire la legge della relazione concentrandosi sulla psicologia di uno solo dei partner e prendendo in considerazione un solo posto alla volta, anziché la relazione stessa, “unica legge per il moto di due corpi”, come si legge in Il pensiero di natura.
Se si commette l’errore di tratteggiare la psicologia del padre e la psicologia del figlio come due apparati distinti, accade inevitabilmente di ricondurre erroneamente l’opposizione logica all’interno del singolo, dando a questo conflitto le forme contrapposte di amore e di odio. Invece, per sua natura, è il rapporto a essere ambi-valente, cioè valido per due e non meno di due. Non essendo un dato compiuto, il rapporto implica lavoro, dunque scambio continuo di posto, alternanza di azione e ricezione e dunque conflitto costruttivo.
“Conflitto” deriva etimologicamente dal verbo flibo, che tra i suoi significati ha sì schiacciare, ma anche stringere.[v] Possiamo ben dire allora che il conflitto è anche l’azione che stringe insieme senza prevaricazione l’uno e l’altro posto.
7. DUE VERSIONI DI UN’UNICA TEORIA PATOGENA
Il pensiero tenta di sottrarsi a questo lavoro. Nel pensiero teologico, è possibile ipotizzare che uno dei risultati più depurati dell’ipostatizzazione dell’ambivalenza consista nella formulazione dei tratti caratteristici della divinità in senso strettamente monoteistico, trasferendo alla divinità i tratti psicologici del singolo. Ciò comporta l’impossibilità di intendere la duplicità dei posti implicati nella relazione, in altro modo che attribuendole il senso della compresenza di tratti che, giustamente, applicati al singolo appaiono inconciliabili.
Dalla ricostruzione di Freud si evince che il padre dell’orda primaria è invidioso e mentitore. L’invidia si rivolge alla differenza di posto: A invidia il posto di S, S invidia il posto di A e nessuno deve avere altro posto all’infuori di quello che ha o di quello che occupa.
Il beneficio comporta invece questa differenza mobile. Nel momento in cui la differenza di posto viene fissata non vi è più posto per il beneficio in nessuno dei due posti.
Questo padre è poi mentitore perché teorizza che si gode solo nella posizione di A, cioè solo nella posizione da lui occupata. La menzogna consiste nel disconoscere che S concorre al risultato di godimento nel posto di A.
L’uccisione di un simile padre non ne contesta la teoria, anzi lo istituisce come padre morto, un prezzo che il padre paga volentieri perché il senso di colpa impedirà ai figli di giudicare la teoria che reggeva la sua legge e ne perpetuerà la sopravvivenza. La sua presenza viene riacquisita mediante una trasformazione idealizzante e sublimizzante e, nella fase della ribellione, l’accesso al godimento viene teorizzato come possibile, per S, solo contro il padre. In questo rovesciamento della precedente teoria, agisce la medesima invidia dell’alternanza di posto e la medesima menzogna, il cui contenuto consiste nel misconoscimento del fatto che S, per onorare la teoria, non può divenire che l’oggetto perduto che nuovamente esiste solo per il godimento di A, ossia di chi occupa l’altro posto.
Questa seconda teoria, conseguente all’uccisione del padre, secondo cui si gode solo in favore di S, non mette in crisi la prima teoria secondo cui si gode solo nel posto di A, ma ne rappresenta semplicemente una delle possibili versioni.
Se la prima (“si gode solo nel posto di A”) è generativa della psicosi – e infatti lo psicotico si considera spesso lo zimbello esposto al godimento dell’altro -, la seconda (“si gode solo in favore di S”) è generativa della nevrosi: il godimento ha un costo e quanto più alto ne è il prezzo tanto più, per il nevrotico, diviene legittimo.
Freud dunque scotomizza che la crisi in cui coglie la legge non risiede tanto nel clima di guerra civile che descrive, quanto nell’accreditare un’idea di legge come movimento governato da un solo posto, moto che può essere impostato da un solo attore, A, la cui iniziativa induce nell’altro, S, non solo la reazione contingente, ma anche e soprattutto il risultato assai più importante, benché implicito, della convalida di questa concezione.
Concludere che la ricostruzione dell’ordinamento legale della legge è compiuta perché si è rintracciata la legge che regola il moto del soggetto – considerandone uno solo alla volta e misconoscendo che a farne la validità concorrono entrambi i posti – equivale a far cadere S nella trappola e a trasformare la legge in istanza di rivendicazione per occupare il posto di A.
8. IL MONOTEISMO
Ho anticipato che tutto ciò a che fare con l’ipostatizzazione del monoteismo. Trasporre in termini religiosi l’errore da cui neppure la ricostruzione freudiana della crisi dell’ordinamento paterno riesce a sottrarsi, fa compiere al contenuto erroneo una sorta di riciclaggio, lo rende irriconoscibile elevandolo a livello metafisico e sottraendolo del tutto alla discussione.
Perché il monoteismo si reggerebbe su tale conclusione erronea? Appare illuminante in proposito un’osservazione avanzata da un bambino tra i 7 e gli 8 anni. Chiede al papà: “Quali sono le religioni monoteistiche?”. “La religione ebraica, l’islamismo e la religione cristiana”, risponde scolasticamente il padre. Con una conclusione coraggiosa, il bambino mostra il suo dissenso: “Il cristianesimo no. La nostra religione non ha un Dio solo, ma tre”. La contestazione è interessante e non patisce di inibizione.
Nonostante il testo biblico mostri il progressivo affinamento dei caratteri paterni di Dio, risulta forte l’impressione che l’ebraismo rimanga ancorato alla figura del padre primordiale, la cui psicologia rimane distante dal clima dell’alleanza.
Nei secoli successivi, in modo ancor più netto ed esplicito, Maometto taglierà alla radice il problema, così che, nel Corano, troviamo l’affermazione a chiare lettere che nega che Dio sia padre.
Viceversa, il cristianesimo pone all’origine la contemporaneità della relazione piuttosto che l’ipostatizzazione e l’assolutizzazione in Dio dei caratteri del singolo. Il mistero della divinità viene riconosciuto nel moto della relazione stessa, con guadagno intellettuale anche per la comprensione di ciò che significa la parola “mistero”, riscattata dal contesto vago e fumoso di ciò che resta irrimediabilmente incerto e condotta a significare l’impossibilità di cogliere nella contemporaneità di Uno la duplicità dei posti.
Poiché l’ulteriore commento di questo tema abbisogna di un supplemento di meditazione, mi reputo soddisfatto di averlo introdotto e, per il momento, lascio all’Agostino del De Trinitate il compito di confermarci la centralità, nel pensiero cattolico, di questa fondamentale differenza del Cristianesimo rispetto ai pensieri religiosi puramente monoteistici, e l’interesse e la pertinenza di questo pensiero con la nostra indagine sull’ordinamento legale che prende forma nel momento in cui riconosciamo la crucialità della prospettiva della relazione: “In Dio nulla ha significato accidentale, perché in Lui non vi è accidente, e tuttavia non tutto ciò che di lui si predica, si predica secondo la sostanza. […] Infatti si parla a volte di Dio secondo la relazione; così il Padre dice relazione al Figlio e il Figlio al Padre, e questa relazione non è accidente, perché l’uno è sempre Padre, l’altro sempre Figlio. Sempre non nel senso che il Padre non cessi di essere Padre dal momento della nascita del Figlio, o perché da questo momento il Figlio non cessa mai di essere Figlio, ma nel senso che il Figlio è nato da sempre e non ha mai cominciato ad essere Figlio. Perché se avesse cominciato in un certo tempo ad essere Figlio, ed un giorno cessasse di esserlo, questa sarebbe una denominazione accidentale. Se invece il Padre fosse chiamato Padre in rapporto a se stesso e non in relazione al Figlio, e se il Figlio fosse chiamato Figlio in rapporto a se stesso e non in relazione al Padre, l’uno sarebbe chiamato Padre, l’altro Figlio in senso sostanziale”. Dunque né in senso sostanziale né in senso accidentale. “Ma poiché il Padre non è chiamato Padre se non perché ha un Figlio e il Figlio non è chiamato Figlio se non perché ha un Padre, queste non sono denominazioni che riguardano la sostanza. Né l’uno né l’altro si riferisce a se stesso, ma l’uno all’altro, e queste sono denominazioni che riguardano la relazione e non sono di ordine accidentale, perché ciò che si chiama Padre e ciò che si chiama Figlio è eterno e immutabile. Ecco perché sebbene non sia la stessa cosa essere Padre ed essere Figlio, tuttavia la sostanza non è diversa, perché questi appellativi non appartengono all’ordine della sostanza ma della relazione; relazione che non è un accidente, perché non è mutevole”.[vi]
[i] Giacomo B. Contri, Il pensiero di natura, Sic Edizioni, Milano 19982, si veda alle pagine da 101 a 105.
[ii] Giacomo B. Contri, Il pensiero di natura, Sic Edizioni, Milano 19982, p. 100.
[iii] S. Freud, Mosè e il Monoteismo, in OSF, vol. XI, p. 432.
[iv] La tirannia, come ha ricordato la dottoressa Aliverti, non riguarda soltanto la forma politica degli Stati, ma anche la forma delle relazioni personali.
[v] Devo questa ricerca a Glauco Genga, che ringrazio.
[vi] Agostino di Tagaste, De Trinitate, Città Nuova, Roma 1998, cap. V, § 6, 186.