Un luogo comune alla cui diffusione ha certamente contribuito la fortuna ed il facile credito riposti nella ritornante metafora della “mitologia del cervello” di riduttiva derivazione greisingeriana (metafora rivisitata oggi e rinvigorita con l’ausilio di sofisticati procedimenti tecnologici), un tale luogo comune farebbe credere che aggiornamento sia un termine da leggersi sull’asse temporale dell’esclusiva protensione al futuro, verso le novità apportateci dallo sviluppo delle conoscenze e nel contemporaneo rinnegamento o sconfessione di ciò che appartiene al passato, prossimo o remoto che sia, considerabile, in questa ottica, come semplice ed indistinto contenitore di conoscenze non più attuali e di problemi scientifici che, seppur non ancora risolutivamente indagati, non possono nell’attualità essere utilmente riproposti. Se ciò fosse vero, l’I.P.S.A. – Associazione Iniziative e Studi Psicosociali – non avrebbe avuto il diritto di considerare sotto la categoria dell’aggiornamento l’iniziativa che ha dato origine ai testi raccolti in queste pagine. Fortunatamente l’antipatia che nutriamo verso i luoghi comuni, che sono in grado di trasformare la cultura in slogan o, peggio, in pregiudizio, ci ha permesso di porre a tema di questo percorso, che riteniamo profondamente attuale, un momento del passato – prossimo, ma pur sempre passato – dell’evoluzione della conoscenza psichiatrica. Il libro raccoglie infatti le conferenze ed i dibattiti che hanno costituito il Corso di aggiornamento a cui hanno partecipato psichiatri, psicologi ed operatori psicosociali nell’anno accademico 1987/88.
La messa a punto del tema ha preso avvio dalla constatazione che il moderno operare nel campo del disagio psichico spesso è inquinato da modelli interpretativi riduttivamente pragmatici, che configurano veri e propri “stili” di intervento-senza-ascolto, in cui le differenze di matrice (tanto biologica quanto sociologica o psicologistica) sono accomunate dalla censura posta sul proprium di quell’esperienza umana che nella patologia si concreta. Emerge pertanto l’esigenza, tanto più acuta quanto più il lavoro clinico si stabilizza nella routine di prassi professionali consolidate, di riproporsi le questioni concernenti sia i presupposti epistemologici del sapere psicopatologico sia gli sviluppi storici della pratica clinica. Tali questioni non possono essere eluse, al contrario sperimentiamo quotidianamente quanto i criteri tassonomici e nosografici che utilizziamo nel lavoro clinico (che utilizziamo nella misura in cui non ci siamo ancora totalmente arresi all’invadenza descrittivamente rassicurante dei criteri imposti dal DSM-III) ci pongono di fronte, nelle loro complesse interrelazioni, a piani di lettura e di concettualizzazione fecondi e ad un tempo confusi, e tanto più confondibili quanto più non se ne abbiano presenti le reciproche parentele, derivazioni e contrapposizioni.
Il libro si propone dunque di affrontare un punto fondamentale dell’evoluzione della moderna psichiatria e precisamente la messa a fuoco dei modelli teorici e clinici che hanno permesso, a cavallo tra l’‘800 ed il ‘900, il riconoscimento e la differenziazione delle esperienze della psicosi, nelle sue varie articolazioni e modalità fenomenologiche, e della nevrosi. Suo scopo è pertanto quello di ricostruire il contesto storico ed epistemologico di alcune significative posizioni teoriche che caratterizzarono l’inizio del secolo, di seguirne lo sviluppo e di rintracciare ciò che di quelle idee è passato nelle attuali correnti di pensiero e di pratica clinica da esse originate. In questa ottica risulteranno allora più chiari l’interesse e la pertinenza delle puntualizzazioni filosofica ed epistemologica che aprono la raccolta. E neppure potrà sfuggire l’intima connessione che lega a questi due primi saggi quelli che seguono. Essi ci conducono infatti alla riscoperta del punto di comune origine di varie teorie, là dove le rispettive genealogie si riallacciano a nodi problematici, quesiti ed evidenze con cui ciascuna posizione teorica, differentemente ma non autonomamente, prende a misurarsi.
Se ciò basta a motivare la scelta dei contenuti, ancora una parola per quanto concerne il metodo. Abbiamo scelto di privilegiare il metodo dell’incontro e dell’interlocuzione. Incontro, in quanto vogliamo evidenziare il fatto, semplice ma non banale, che una costruzione intellettuale, una teoria, qualunque essa sia, vive in una persona ovvero vive della persona che la professa e che la pratica. È parimenti un fatto che qualunque teoria possa e debba essere appresa solo là dove vi sia una soggettività che si pone. E si è inteso pure, con il termine interlocuzione, formulare un appello che interrogasse gli Autori non solo rispetto alla particolare teoria che rappresentavano, ma anche rispetto al modo in cui la propria posizione umana ha interloquito con il cammino scientifico e con le opzioni da questo implicate. Ciascun testo costituisce pertanto per il lettore l’occasione di ricevere la testimonianza circa il perché ed il da dove di una identità culturale e, ad un tempo, l’occasione di approfondimento del come e del che cosa proprio di quella identità, ovvero della fisionomia professionale e dei contenuti teorici che da essa conseguono.
I testi che compongono il libro sono dunque singolarmente meditati, in quanto elaborati in risposta ad una sollecitazione non accademica o di pura erudizione, ma sono pure agili, poiché mantengono la freschezza propria del discorso indirizzato ad un uditorio partecipe. Per il medesimo motivo completano organicamente i vari testi anche i dibattiti che, seguiti ad ogni singola conferenza, hanno spesso fornito l’occasione agli Autori di formulare precise puntualizzazioni.
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Tenterò ora di tracciare le linee entro cui si snoderà idealmente il nostro percorso.
Il primo testo ci introduce nella problematica psichiatrica tal quale si poneva nella seconda metà del XIX secolo, permettendoci in maniera assai chiara di reperire i presupposti epistemologici fondanti la metodologia di ricerca e di sistematizzazione clinica che costituì la tradizione descrittivo-nosografica, la cui formalizzazione più compiuta – e dunque per certi versi anche più drammaticamente confrontata al proprio intrinseco limite conoscitivo – è debitrice dell’opera di Emil Kraepelin. Mondella mette bene in luce l’ipotesi iniziale assunta da Kraepelin nella sua ricerca; il suo programma di lavoro clinico era teso al riconoscimento del tripode costituito da: cause di malattia, specifiche alterazioni anatomo-patologiche e forme cliniche, la cui singolare e mutevole reciproca combinazione avrebbe reso identificabili ed accessibili al sapere clinico le differenti entità nosografiche. L’orizzonte della ricerca dovette però restringersi ed arretrare da questo programma iniziale ad un programma certamente meno ambizioso, se considerato sotto il principio di causalità naturale, ma non per questo meno ponderoso, quale era quello che potremmo chiamare programma di intelligibilità nosologica, la cui regola formalizzatrice si basava ancora saldamente sulla certezza dell’esistenza di uno sviluppo rigorosamente deterministico delle entità morbose in discorso, a tal punto che ciascuna di esse, seguendo il proprio corso, o decorso, avrebbe condotto il clinico al proprio certo riconoscimento. Nonostante tale progressivo e forzato arretrare della meta proposta all’indagine, il cui orizzonte dovette restringersi sensibilmente, l’opera kraepeliniana resta un caposaldo della nostra possibilità di orientarci nel mondo della follia.
Tale limite conoscitivo fu percepito con esattezza da Karl Jaspers, la cui traiettoria scientifica non a caso si precisò nell’apertura ad un’impostazione filosofica dichiaratamente sistematica. Il saggio di Oscar Meo mostra come la psicopatologia jaspersiana sia tutta inclusa e modellata dall’orizzonte di pensiero che gli è proprio. In essa pertanto non ritroviamo semplicemente quelle tracce di fallout filosofico che sempre accompagnano una teoria scientifica, bensì uno svolgimento coerente e conseguente alle premesse di carattere filosofico. Jaspers si svincolò, forse per primo, dalle coordinate che a partire dal XVII secolo avevano definito l’essenza dell’attività clinica in senso classico, coordinate ricapitolabili nel postulato, fino a quel momento ancora trionfante, secondo cui nella malattia (e dunque nell’attività clinica che assume la malattia a proprio oggetto) si esprimerebbe, come dice Foucault, “una verità tutta offerta allo sguardo”.[i] In contrasto con tale modello scientifico che, sempre per ripercorrere le parole di Michel Foucault, prometteva “che ormai il significante (il sintomo) sarebbe stato interamente trasparente per il significato che fosse apparso, senza occultazioni né residuo, nella sua più mattutina realtà, e che l’essere del significato – il cuore della malattia – si sarebbe esaurito interamente nella sintassi intellegibile del significante”,[ii] Jaspers fu in grado di metterne in forma un altro, che sapesse rendere conto del limite del paradigma precedente.
La “clinica della vista” che aveva raggiunto il suo culmine con Emil Kraepelin, cominciò con Jaspers a cedere il passo ad un’altra clinica, operante non più solo con gli strumenti osservativi della senso-percezione, ma, in nuce, attraverso lo strumento della percezione di un senso.
Il saggio di Pirella inaugura la seconda parte del nostro itinerario storico-meditativo delle costruzioni teoretiche e pratiche che si sono confrontate nell’ultimo secolo con la follia. Tale seconda parte sta in rapporto di continuità tematica con la prima, ma introduce pure un nuovo elemento: quello della testimonianza vissuta di un prendere parte a tale elaborazione, il cui punto di inizio continuamente si rinnova e si riavvia quando un soggetto prende su di sé il carico di sostenere una posizione ovvero la propria posizione in tale elaborazione, e di sostenerla in una pratica intellettuale e professionale che, se pur è riservata e particolare così come richiedono la deontologia e le circostanze cliniche in cui essa si esplica, nondimeno è pubblica ed universale. Pubblica: perché la dimensione sociale, la societas, è già tutta presente nel rapporto tra medico e malato, e non soltanto all’orizzonte, fuori dalle mura o dalla porta, ma dentro, a partire dalle parole che essi si scambiano in virtù del linguaggio a cui entrambi partecipano e che dell’humana societas è condizione generativa. Universale: perché la messe di osservazioni, il cumulo di ipotesi da esse dedotte, i nessi ritrovati, oltrepassano sempre il caso particolare, costituendo la via di accesso alla struttura portante che regola il funzionamento psichico.
Prendere parte, e dunque: pro-pendere per una parte. La testimonianza quindi già si fa duplice: se per un verso da essa ci attendiamo, ascoltandola, che ci presenti, di volta in volta, un particolare paradigma interpretativo in modo tale che, essendo quello delineato, ci sia permesso, attraverso un metaforico guardarvi dentro, di partecipare dello stesso sguardo dello scienziato che lo utilizza, per l’altro verso attendiamo pure che sappia mostrarci (è il caso della con-versione piuttosto che della con-vinzione) i motivi, pertinenti all’oggetto maggiormente che al soggetto, che hanno indotto ed inducono alla pro-pensione per quella particolare opzione scientifica di cui l’Autore è il testimone. Si tratta dunque di una richiesta impegnativa per gli Autori che si fanno incontrare attraverso i testi che compongono il libro. Ed è impresa altrettanto impegnativa per chi si accosta attraverso la lettura, in quanto essa è occasione perché si avanzi – anche se per mezzo di un quasi impercettibile scivolìo – l’elaborazione della pensabilità di che cosa è l’uomo nella follia.
Agostino Pirella definisce un lavoro come questo “occasione preziosa di confronto al riparo delle contraddizioni”. Riprendo questo giudizio perché ritengo colga in maniera molto precisa lo spirito e lo scopo del lavoro e vorrei aggiungere, a complemento ed esplicitazione di quanto detto, un’ulteriore notazione. È vero: si tratta di un’occasione, ma non casuale; essa è frutto di un metodo preciso che in questi anni ha contraddistinto e sostenuto la vita culturale di quell’ambito che ha nome I.P.S.A.: il metodo di un’immersione critica nell’esperienza professionale (e dunque scientifica ed umana), unito allo stimolo costituito dalla volontà di mettersi alla ricerca di altri che – all’interno del campo scientifico della psicologia clinica – avessero sostenuto una posizione, il cui esito è testimoniato, nelle pagine seguenti, dall’incontro con personalità tanto differenti quanto significative. Questi “itinerari” costituiscono dunque un’occasione al riparo delle contraddizioni, benché penso si possa dire che questo riparo in nessun modo rappresenta una condizione di rinuncia, quanto piuttosto un aspetto di pugnace volontà di superare la contraddizione.
Tre sono i sostantivi che compongono il titolo del primo saggio di Borgna: psichiatria, scienza, confine. Li introduco e commento avanzando qualche scarna riflessione, in funzione di succinta ouverture del discorso che si può aprire innanzi tutto per la collocazione, confermata dal titolo del saggio, della psichiatria al limitare di un territorio teorico. Ma di quale confine si tratta? Forse più utile sarebbe saggiare questa linea di congiunzione-separazione secondo più piani, e qui mi limito soltanto a suggerirne, quasi alla rinfusa, alcuni.
In primo luogo. sosterrei che la psichiatria ha a che fare con il medesimo confine che delimita l’oggetto di intervento di altre discipline mediche quali, ad esempio, la dermatologia. Tale branca medica allo stesso titolo della psichiatria può essere detta scienza di confine, in quanto l’oggetto in funzione del quale essa esiste è quello che segna, di-segna, il limite del corpo. Ma a questo proposito noto anche, per inciso, che all’interno del sapere e dell’agire medico, differentemente dal caso della psichiatria, non si è venuta ad individuare alcuna disciplina indicabile con il nome di dermatoiatria, sebbene non vi sia dubbio che la pratica dermatologica che riguardi il medico e non l’iscrittore di tatuaggi. Questa osservazione mi spinge a considerare che, se è vero che l’invenzione delle parole non è senza ragione, neppure il loro destino è senza effetto, dal momento che un effetto è sempre documentabile nel destino a cui la parola volge la cosa che essa ha la funzione di rappresentare. Tornando al nostro discorso, penso di poter rintracciare, nella scelta del suffisso -iatria piuttosto che -logia, un effetto che ha comportato una sorta di predeterminazione per il destino della scienza che va sotto il nome di psichiatria. Forse proprio per questa scelta, per questo peccato di origine, la psichiatria si trova a privilegiare il suo essere prassi, anche a costo di dimenticare, ed in qualche periodo storico anche a costo di rinnegare, i vincoli metodologici posti dal suo essere scienza e pensiero. Si trova, in altri termini, nella condizione di privilegiare un agire sollecitato dalla drammaticità dell’appello o dell’urgenza sociale piuttosto che l’azione intellettuale (troppo spesso si dimentica che anche il pensiero è un agire) rivolta alla conoscenza delle cause, delle leggi dei fenomeni ed alla loro organizzazione in discorso intellegibile. Ma tornando alla comunanza tra dermatologia e psichiatria (ne accetto qui le scritture stabilite) quanto al loro essere scienze del confine: tale comunanza mi pare ovvia se poniamo mente al fatto che il primo oggetto di cui l’attività psichica deve render conto e che si adopera ad organizzare in una rappresentazione, è quell’estensione che ha nome corpo. Corpo anatomico che si rende presente al soggetto a partire dal limite periferico delle proprie propaggini sensoriali consegnate all’Altro di cui esse registrano – dapprima anarchicamente, in un’epoca precocissima – la presenza-assenza; ed ancora corpo umanizzato – pulsionale – alle cui irriducibili esigenze essa, la psiche, non si può sottrarre. L’accenno di poc’anzi alla funzione della cute in relazione allo stabilirsi della nozione di confine non è da intendere come acqua portata al mulino della consueta bipartizione tra dentro e fuori, esterno ed interno, quanto piuttosto, a mio avviso, risulta fecondo nella misura in cui getta un fascio di luce sull’importanza cruciale che ha il fatto di essere dotati di un corpo in grado di riconoscere i propri confini, in ordine alla sperimentabilità, in re, di ciò che si ha (e che si è) e di ciò di cui si manca.
Psichiatria dunque posta tra le scienze dei confini, ma anche – e questo è un altro piano che può organizzare il commento – psichiatria al confine della scienza. Si tratta in questo caso di un giudizio epistemologico ricorrente, costruito a partire da valutazioni il cui sviluppo, sovente, si riduce solo ad espellere – od inversamente: ad astrarre – la psichiatria dal contesto della scienza per includerla tra le pratiche letterarie o politiche. Ma se l’esclusiva riduzione ad una pratica del primo tipo comporta mancanza di rigore, la riduzione opposta offre solo il rigore estremo del gulag manicomiale, che può continuarsi ed estendersi anche nella pratica concepita fuori dal manicomio.
È dunque possibile considerare scienza la psichiatria? E quale è il vantaggio che, se si dà questa condizione, ne deriva? Che la psichiatria sia scienza di confine – sostiene Eugenio Borgna – riceve conferma (ed è un fatto evidente qualora lo si sappia cogliere) dall’esistenza di molteplici psichiatrie, ciascuna dotata di propri statuti epistemologici e metodologici e di un proprio apparato filosofico di riferimento. La lezione di Borgna non si limita ad introdurci, in maniera appassionata, a saggiare le differenti psichiatrie, ma descrive in maniera chiara ed acuta e con riferimenti storico-filosofici precisi, ciò che la nozione di confine sta ad indicare ovvero l’esistenza e la consistenza di linee di frattura interne ad una disciplina che, pur restando unitaria, assume identità (ovvero: fondamenti, metodologie e scopi) profondamente diverse. Linee di frattura interne: non si può negare infatti che essa resti, in un certo qual modo, unitaria; e di questo potremmo facilmente convincerci se per un momento abbandonassimo la nostra posizione di addetti ai lavori e ci immedesimassimo nella posizione di un utente, il quale per affrontare il proprio problema generalmente indirizza un appello alla psichiatria ed allo psichiatra intesi come apparato e come operatore non ulteriormente distinguibili e separabili, fatto questo che ci porta a concludere che ci troviamo a dover fare i conti con un mito, quello secondo cui esisterebbe un unico corpus dottrinale che organizzerebbe le conoscenze attorno allo psichico, tanto quanto esisterebbe un unico corpo professionale che, in solido, ne sarebbe il garante. L’accento di non ovvietà che cogliamo nelle tesi di Borgna sta ad indicare che non è detto che anche tra gli operatori non vi sia qualcosa che porti a dare credito, diffondere e sostenere questo mito, tanto che, forse a causa di ricorrenti posizioni che propugnano un ambiguo discorso di ecumenismo scientifico, anche gli psichiatri stessi potrebbero illudersi di appartenere ad un’unica grande famiglia in cui si parli un unico linguaggio. Se questo mito gode oggi di molto seguito, allora il discorso di Borgna non solo è dotto, di ampio respiro culturale ed avvincente – sarei tentato di dire: struggente-, ma è anche un discorso controcorrente e che testimonia di una posizione coraggiosa.
Vi è, nel contributo di Borgna, ancora un altro punto che desidero commentare. Egli, sviluppando rigorosamente la constatazione che la psichiatria è intrisa di contraddizioni radicali, sostiene che il confine fra le differenti psichiatrie passa anche all’interno degli psichiatri. Mi assumo la responsabilità di dire la mia su questo punto, poiché mi sembra che tale osservazione alluda alla non coincidenza tra Io e Soggetto e che riguardi innanzi tutto la presenza di una contraddizione ineliminabile che il soggetto, ogni soggetto, non può espungere da sé stesso e che pertanto si prolunga e prende forma, si oggettiva, nelle contraddizioni di cui la psichiatria complessivamente è intessuta. Borgna sintetizza questo giudizio nell’affermazione che “l’antinomia è la legge fatale della psichiatria e dello psichiatra”. Non è possibile ripercorrere qui la completa articolazione del discorso di Borgna, che deve essere meditata anche per la ricchezza dei riferimenti alla storia del pensiero. Egli propugna la necessità di un’attenta lettura, come in filigrana, delle linee di tendenza delle psichiatrie, attraverso la ricostruzione delle rispettive ascendenze filosofiche ed attraverso il chiarimento di quanto ciascuna di esse debba al discorso filosofico. Solo un procedere attento a queste implicazioni, o derivazioni, filosofiche può gettare sulla realtà clinica una luce che la prassi guidata dal solo criterio farmacoterapico tende a livellare ed a polverizzare. Se questo criterio divenisse esclusivo, ciò che polverizzeremmo – Borgna ci ha avvertito – non sarebbe puramente il sapere psichiatrico, ma la stessa possibilità di esistenza del paziente.
Gli itinerari che il libro percorre sono dominati, ciascuno, dal riferimento alla personalità di un singolo pensatore. Mai come in questo contesto appare adeguato l’appellativo di pensatore o, qui, il suo plurale: pensatori, essendo riferito a personalità che condividono un motivo comune per essere ricordate, motivo consistente nel fatto di aver concepito dei pensieri attorno al pensiero e di aver sostenuto il compito di pensare al pensiero a partire da quei pensieri spezzati, nei confronti dei quali l’uomo comune è sempre stato tentato di assumere una posizione che, incline alla ipervalorizzazione mistica o, al contrario, improntata alla svalutazione estranea, raramente però ha accettato di misurarsi con essi sul piano più proprio, quello cioè della ricerca delle condizioni della loro (di quei pensieri) pensabilità.
Sigmund Freud si è applicato a questo livello di ricerca e certamente la sua fortuna nel nostro secolo non è comparabile con quella di alcuno tra gli altri personaggi che abbiamo rievocato all’interno del panorama delle scienze psicologiche: Kraepelin, Jaspers, Binswanger… Ma paradossalmente dobbiamo osservare che la fortuna del pensiero di Freud (l’osservazione in verità non è per nulla paradossale se rimaniamo nel senso latino del vocabolo fortuna, che indica semplicemente il concetto di sorte o destino della cosa a cui si riferisce, senza legarla al suo essere fortuna di prosperità o di avversità, richiedendo anzi la specificazione della direzione intrapresa: secunda aut adversa), la sua fortuna è riducibile piuttosto alla buona fortuna del suo nome, alla fortuna del gusto della citazione freudiana che, smembrando il testo organico della sua opera e disarticolando i passaggi del suo pensiero, ne moltiplica arbitrariamente i sensi, poco curandosi del fatto che questa operazione ne snaturi il senso. Assistiamo dunque alla fortuna dei contenuti psicoanalitici, scissi però dal contenuto metodologico della psicoanalisi, che viene ridotto a ripetizione.
L’urgenza di reintrodurre nel dibattito culturale il problema dell’ortodossia della psicoanalisi, così come lo introduce nel libro uno psicoanalista sicuramente ortodosso quale è Giacomo Contri, nasce dalla percezione – avvertita come intollerabile – dell’esistenza in atto di un processo di corruzione della psicoanalisi che ne provoca lo scadimento: da scienza delle condizioni di pensabilità della realtà a catalogo ragionato dei pensieri irragionevoli. La tesi di Contri in proposito, demolendo ogni luogo comune a cui la lingua ci abitua per costruire il luogo della possibilità di un’esperienza comune, conduce ad operare un vero e proprio capovolgimento di prospettiva, in forza del quale il nostro stesso itinerario, pensato come la rivisitazione di “itinerari nella follia”, si può meglio comprendere in quanto proposta di “itinerari nella ragione”. Questa constatazione è come la semplice registrazione, quasi irriflessa, di un segnale che, sulla strada che si sta percorrendo, indica la possibilità di prendere un’altra direzione. Non vi è nulla di casuale nel fatto che il cambiamento di direzione, dal tema della follia a quello della ragione, sia intervenuto accostandoci al metodo posto in atto da Freud: la psicoanalisi. Freud operò questo cambiamento di direzione in primo luogo, come sostiene Contri, in quanto acconsentì a riconoscere nei malati l’esistenza di una ragione che li rendeva tali ovvero riconobbe che essi dovevano aver ragione in qualche punto della loro malattia ed assunse l’ipotesi che la malattia fosse il sostegno di tale ragione, seppure sostegno patologico. Là dove altri avevano guardato alla sragione a partire dalla ragione (o dalla presunzione della ragione), l’assunto di Freud capovolgeva il metodo di indagine, a partire dal fatto che riconosceva nel malato l’esistenza di pensieri, e dunque ragione, la cui inconcludenza – non: la cui assenza – dava luogo alla patologia. La stessa posizione dell’Einfühlung – immedesimazione – che pure era meritoria nei confronti di una metodologia clinica determinata dal solo atteggiamento positivistico, non era arrivata a produrre questo effetto e non poteva spostare di molto il punto di vista della ragionevolezza. Nell’Einfühlung l’interesse per i pensieri del malato era effetto della stima che di lui si aveva in quanto persona e pertanto l’indagine dei suoi pensieri aveva luogo solo in funzione del dogma della supposizione di pari dignità della persona sana o malata. Freud invece, non parte primariamente dalla stima per il soggetto, ma dalla stima per i pensieri del soggetto, pensieri che il soggetto produce per rendere conto di sé stesso a sé stesso. E se arriva a comprenderne l’inconcludenza, e quindi a dissentire dalle singole imprese intellettuali costruite dai singoli pazienti, ciò avviene perché può criticare tali costruzioni in quanto non soffre di alcun complesso di superiorità nei confronti delle potenzialità di pensiero dei loro autori. Potremmo dunque concludere che il cambiamento che abbiamo posto in luce e che consiste nello spostamento dell’interesse dai processi della follia ai procedimenti della ragione, apre alla psicoanalisi la possibilità di farsi, nei riguardi della ragione, strumento di promozione: da potenzialità a capacità ed atto.
Si innesta qui l’ultimo grande nodo del nostro itinerario protonovecentesco, nodo che fa perno sulla figura di Carl Gustav Jung, a cui ci introduce la pacata ed avvincente testimonianza di Augusto Vitale. Se possiamo osservare che l’opera di Freud non rappresenta semplicemente lo sviluppo – in certo qual modo implicito – alle tendenze cliniche e nosografiche precedenti, bensì il frutto di un cambiamento dell’intero apparato scientifico fin dalle sue fondamenta ed in modo così totale da provocare il passaggio da quella che abbiamo chiamato “clinica della vista” a quella che è stata chiamata “clinica del discorso” – fin dalla sua origine, e per l’intuizione di una fra le prime malate che ne raccolsero i frutti –, pure non possiamo evitare di osservare che l’opera di Jung si pone diversamente. Il rapporto tra Freud e Jung appare complesso: né l’immagine di uno sviluppo né quella di un salto, risultano essere paradigmi utili alla rappresentazione dello scarto esistente tra la proposta freudiana e quella junghiana, quanto la percezione di un’alternativa. Certamente Jung viene dopo Freud, cronologicamente: egli semina il proprio pensiero e raccoglie la propria messe all’interno di quello stesso terreno che l’opera di Freud ha dissodato, ma in questo terreno il suo sguardo coltiva una vena che si muove in una direzione alternativa, in modo tale da costringere – chi voglia occuparsene – ad abbandonare la primitiva direzione. Dell’originario campo comune, rimane immutata l’esigenza che fonda sia le possibilità conoscitive sia quelle terapeutiche di entrambe le pratiche: si tratta della categoria dell’intersoggettività, la cui assunzione permette di riscrivere ex novo, con effetti fecondi ed imprevedibili, il rapporto tra ragione e follia.
La “conquista” della categoria dell’intersoggettività trasforma fin dall’inizio lo strumentario a disposizione del medico nella relazione con il malato: quest’ultimo diviene raggiungibile non più solo mediante l’osservazione, ma, in quanto soggetto, può essere realmente considerato individuo con cui occorre entrare in relazione e che può essere incontrato mettendosi in primo luogo in atteggiamento di ascolto. Vitale ci ricorda che l’atto dell’ascoltare è essenziale, ma che pure è opera molto difficile perché implica la disponibilità ad assumere un’attitudine ricettiva e dunque una configurazione in qualche modo passiva che si oppone al bisogno, e forse all’ubris, che, nell’attività, spesso caratterizza il muoversi dell’uomo. Anche il muoversi dell’uomo che lavora assumendo la posizione terapeutica con cui ci stiamo confrontando, deve dunque inevitabilmente misurarsi con il nodo dell’attivo e del passivo, trovando proprio nell’atteggiamento e nella pratica dell’ascolto il terreno in cui affinare la propria capacità di operare terapeuticamente.
Nel lavoro con i pazienti, storicizzando l’ascolto, si è condotti ben presto ad una esperienza che penso sia largamente condivisa: il paziente stesso, per potersi dire, arriva, deve arrivare ad ascoltarsi; deve imparare in qualche modo a limitare la propria pulsione fonica che lo spinge a presumere di dirsi nel suo discorso e deve imparare ad ascoltarsi. Semplificando, potremmo addirittura suddividere in tre tempi tale esperienza: nel primo tempo, quando un soggetto incomincia a parlare, spesso presume di dirsi ed effettivamente in qualche modo si dice, si rappresenta al di fuori di ciò che è. Perché arrivi al terzo tempo, quello in cui la parola del suo dirsi diviene parola autentica, non può non passare attraverso il secondo tempo dell’ascolto, dell’ascoltarsi, dell’ascoltare se stesso come una domanda. La dinamica dell’ascolto non descrive dunque solo l’atteggiamento professionale, ma delinea un processo che riguarda colui stesso che si dice e che si rappresenta; indica un’esperienza ed un tempo che il malato, per guarire, deve egli stesso attraversare. L’intersoggettività risuona anche nella struttura più profonda del soggetto: la considerazione ed il rispetto per l’Altro reale trovano qui la possibilità di una consistenza che in alcun modo è alienazione.
[i] M. FOUCAULT, Naissance de la clinique. Une archéologie du regard médical, P.U.F., Paris, 1963 [Tr. it. Nascita della clinica. Il ruolo della medicina nella costituzione delle scienze umane, Einaudi, Torino, 1969, p. 109].
[ii] Ivi, p. 109.