Prefazione a “Poesie di graticola” di Nicoletta Zapparoli e a “D’après” di Ciro Argenzio, in Quaderni di Laboratorio Aperto del Centro Psicosociale di Varese

L’edizione di questo primo volume di “Quaderni di Laboratorio aperto”, che speriamo inauguri una modalità di conversazione civile (e politica, anche) tra lavoro e passione di chi, a diverso titolo, partecipa alle attività del Centro Psicosociale e la “civitas” (anche: la “polis”), rappresenta un’occasione significativa per esprimere (aggiungeremmo: pubblicizzare e dimostrare) quella che per noi è convinzione quotidianamente affermata, ovvero il fatto che terapia è cultura, e non “tecne”, nel senso preciso dell’opera di cultura da intendere come costruzione delle condizioni per cui ciò che è esperienza diviene dicibile, e per ciò stesso funzione del riconoscimento dell’alterità e possibilità dunque che la propria soggettività esista.

La titolarità a partecipare al lavoro del “Laboratorio aperto” del Centro Psicosociale è dunque data dal rispetto dell’unica condizione consistente, “aldilà” della malattia, nell’impegno a misurarsi con quanto è umano, “aldiqua” dell’illusione che ci fa credere di (riduttivamente) “essere operatori” o di (altrettanto riduttivamente) “essere malati”. In questa impresa, la misura di ciò che è umano sta nell’incommensurabilità del gesto (sottolineiamo il carattere di gesto) attraverso cui ciò che è umanizzato si offre all’Altro nella comunicazione.

“Poesie di graticola” di Nicoletta Zapparoli

La forma propria di questo gesto comunicativo (gesto transitivo, e dunque completato dalla sua ricezione nella lettura) è forma (tentativamente, ma non indegnamente) poetica e, come ognuno sa, la poesia non ha eminentemente una funzione descrittiva o referenziale, non serve a dettare ordini od a conformare comportamenti.

La poesia è inutile se letta nell’ottica della mercificazione che regge la società contemporanea, ma è un prodotto quasi mai nocivo, e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà, come ebbe a dire Montale.

Proprio per questo mette in rilievo nella misura più acuta la funzione di puro scambio della parola, scambio che – non più necessariamente legato, in questo ultimo secolo, dalle esigenze della metrica – può non avere altra regola, ed è il nostro caso, all’infuori della libera associazione.

Proprio la poesia pertanto, non ponendôsi – per definizione – altro scopo che non sia la comunicazione e non chiedendo al soggetto di finalizzare il proprio dire all’autorappresentazione, che fatalmente è illusoria, ideale o superegoica, ha permesso a Nicoletta Zapparoli di parlare di sé parlando agli altri e di collocare il proprio discorso nella dimensione sociale del parlare con l’Altro.

“D’après” di Ciro Argenzio

I primi passi del lavoro che ha portato al presente risultato sono stati mossi all’insegna (metodologicamente intesa) del puro ascolto di produzioni poetiche (dantesche, leopardiane) riscritte raccogliendone l’eco e fissandolo in altrettante poesie che per questo avevamo chiamato “d’après”, quasi rigoroso distillato di un materiale comunicativo che, nel processo di distillazione, acquistava nuovo e diverso sapore.

Commentando questa prima tappa del lavoro di Ciro Argenzio (innescato dalla squisita sensibilità di Mariuccia Secol) sostenevamo che, se pure i critici letterari – qualora se ne fossero occupati – avrebbero potuto storcere il naso giudicando illecito l’esperimento, noi non avremmo chiesto di non essere giudicati colpevoli nei confronti della letteratura, ma avremmo considerato la nostra colpa una “felix culpa”, una bella trovata.

Ciò che avevamo trovato era ciò di cui i nostri “d’après” testimoniavano, ovvero una delle leggi che governano il funzionamento della comunicazione umana: essa si svolge infatti meno sul registro del senso e più su quello del segno (ed in questo campo, nel campo della parola, i segni si chiamano significanti).

Orbene, le costruzioni letterarie ispirate da quelle altre costruzioni letterarie a cui concordemente diamo il nome di poesie, sono precisamente ricavate da quelle in quanto, di quelle, alcune parole, in queste, persistono. E, si badi bene, pur nell’insistenza (nella ripetizione) di questi alcuni significanti, ciascuno dei quali resta uguale a se stesso, si produce un senso che non è uguale al senso originario della composizione ispiratrice, di cui la nuova composizione infatti non rappresenta né il riassunto né una trasposizione più ermetica.

Ed in ciò si dimostra dunque che il solo e reale criterio che può aver guidato l’autore delle nostre composizioni per nulla è stato quello di riprodurre il messaggio ed i contenuti dell’opera poetica originaria, ma se pure questo fosse stato il suo intento cosciente, egli ha di fatto operato una selezione di significanti, trattenendo quelli che in un ‘“altra scena” (la propria) occupavano un posto che sappiamo essere per lui significativo, né ci occorre, per affermarlo tale, già aver risolto l’enigma della conoscenza dei contenuti che in quella sua scena privata compaiono.

Questa seconda tappa (prima con esito di stampa) raccoglie produzioni che più si distanziano dalle originarie poesie ispiratrici, filtrate e rielaborate in modo tale che – ora – solo questa “altra scena” del personale vissuto di Ciro ne costituisce lo sfondo intellegibile ed unico a cui la nostra lettura ed il nostro ascolto possono dirigersi.

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Contesto

Pubblicato in: M. Secol, a cura di, "Quaderni di Laboratorio Aperto" del Centro Psicosociale di Varese, 1988, pro manuscripto

Co-autori

Data

Gen 1989

Riassunto

Tipo di testo

pubblicazione

Argomento

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