La lettura di questo libro apre una prospettiva sorprendente. La sorpresa, introdotta dall’interpretazione inconsueta delle fiabe presentate, viene rinforzata per il valore e la funzione attribuite alle fiabe in quanto tali. In esse, il lavoro della fantasia collettiva (che spesso sta all’origine) e infine individuale (che dobbiamo alla stesura dell’autore colto che, per gran parte di esse, ha fissato il canone letterario) lascia ancora spazio – nel caso del racconto orale – ai parziali discostamenti che di volta in volta il narratore può introdurre e al completamento che ciascuno degli ascoltatori può a sua volta apportarvi.
Le deformazioni – allontanamenti e avvicinamenti alla trama delle storie – che in tal modo si stratificano nella successione del raccontare, lungi dal disturbare la comprensione del senso della fiaba, sono inconsapevolmente ma infallibilmente innestate proprio sul nucleo nascosto di questo senso, perché ciascuna aggiunta, trasformazione o cancellazione operata sull’ipotetico testo canonico (ipotetico in quanto esso stesso frutto di altrettante deformazioni, deviazioni e cancellazioni precedenti) rappresenta come lo svelamento di una faccia occultata alla visione diretta o di una parte altrimenti inaccessibile. Ciò avviene perché ciascun testo fiabesco costituisce una possibile variazione del testo fondamentale dell’esperienza umana, i cui topoi costitutivi, limitati per numero (che confini ha Io? cosa posso aspettarmi da ciò o da chi non è Io? come propiziarmi ciò o chi non è Io e quando è il caso di difendermene?) si articolano con le infinite variazioni legate alle circostanze storiche della vita soggettiva, vale a dire ai tempi, ai modi e alle connessioni che a ciascuno singolarmente accadono in virtù della tradizione culturale cui appartiene, delle scelte proprie o altrui e del caso.
Forse non a caso il primo merito di questo libro risiede nel modo in cui è stato costruito: esso stesso è infatti il punto di arrivo cui si giunge dopo la stazione intermedia rappresentata dalla trascrizione di conversazioni svoltesi tra gli Autori e un uditorio che lascia traccia di sé, in queste pagine, attraverso gli interventi, le osservazioni e le domande che intercalano le parti espositive, sollecitando agli Autori riflessioni ulteriori e inducendoli anche a deviare per brevi tratti dal corso espositivo previsto. Non dobbiamo dimenticare però che lo svolgimento delle esposizioni orali era frutto a sua volta della rielaborazione “in vivo” di un testo presumibilmente già scritto, vuoi in forma di appunti, scaletta o frasi e periodi più compiuti, a seconda dello stile di lavoro e delle necessità avvertite dal parlante, che certamente durante la conferenza operò delle scelte o addirittura afferrò delle intuizioni o delle idee nuove, innescate e rese possibili proprio dalla partecipazione e dall’ascolto dell’uditorio, che anche in questo modo sotterraneo e indiretto “entra” come co-autore del filo di pensieri che in quel momento prendevano forma. E, arretrando ancora, possiamo ricostruire o quantomeno supporre la presenza, negli Autori, di tracce di pensieri e di esperienze precedenti, che costituirono dapprima la sorgente e che in seguito formarono l’alveo – in alcuni punti ampio come l’orizzonte e in altri stretto come una gola scavata dal torrente – dei contenuti proposti.
Questo lavorio di continua ripresa, di passa-e-ripassa sull’intreccio della fiaba facendo la spola tra il testo di questa e il testo della vita, consente a poco a poco di raccordare e mettere a fuoco la giocosità e l’improbabilità dell’una con la drammaticità e la decisività di cui l’altra è intessuta, fino a fare della prima il banco di prova della seconda, un saggio degli ostacoli di cui è disseminato il cammino e delle soluzioni che debbono essere inventate (sia nel senso etimologico dell’invenio, del ritrovamento, sia nel senso della costruzione ex novo) per non smarrire l’orientamento della propria rotta nella vita.
Il libro, oltre ad essere una viva documentazione dell’origine sempre dialogica di ogni orientamento individuale e di ogni sapere possibile sulla realtà (non è indifferente notare che il dialogo, anche quando avvenisse tutto nel proprio foro interiore, è sempre a-più-voci e presuppone il contributo di un altro o di altri, vuoi perché evocati a partire dalle tracce che del loro pensiero si sono depositate nella memoria, vuoi perché, nel caso di altri ancora indeterminati, convocati in effigie nel posto che potrebbero occupare per coadiuvare con il loro contributo) propone le proprie tesi suddividendo il materiale in due distinte modalità che si compenetrano nel seguito delle pagine: la prima è costituita da alcune argomentazioni di fondo che tendono a illustrare la posizione infantile, in particolare l’atteggiamento realistico del bambino, il suo agire in senso economico, vale a dire perseguendo il vantaggio; la seconda consiste nel commento interpretativo di alcune fiabe, che documentano un lavoro in progress.
Tra gli apporti del primo tipo intendo cogliere e commentare a mia volta un punto critico, ossia l’affermazione della sovranità del bambino.
Sappiamo che, nel momento in cui vede la luce, l’essere umano appare assolutamente sprovvisto non solo di qualsiasi autorità, che gli permetta di esercitare un dominio sugli altri, ma neppure di alcuna capacità che gli consenta di governare sé stesso: è in balia di ogni fatto esterno e la sua stessa sopravvivenza appare totalmente dipendente dalle cure ricevute. Più avanti nel tempo, ogni sua aspirazione dovrà confrontarsi con la sua inermità, in primo luogo motoria, in seguito dovuta alla inesperienza della realtà non umana, che lo circonda, ed anche di quella umana.
Se è amato – questo “se” racchiude tutta quanta la sua chance di continuare a vivere – impara presto che l’amore non è incondizionato: al sovrano può bastare il timore dei sudditi e nulla importare del loro amore; il bambino non ha alcuna possibilità di intimorire l’adulto e, al contrario, molte probabilità di essere sottoposto alla minaccia di essere privato dell’amore. È storia di tutti i giorni che l’infanzia sia umiliata e offesa, non solo a causa di ostilità intenzionalmente diretta, anche se gli esempi di questa nefandezza non mancano nella cronaca quotidiana così come fin dai miti più antichi: Urano divorava sistematicamente i suoi piccoli figli; Edipo stesso, che noi conosciamo ormai adulto, era stato un bambino fortunosamente sottratto a una morte già decretata dal proprio padre. Sebbene anche oggi, nella realtà e non nel mito, i delitti perpetrati sui bambini rappresentino una quota assolutamente rilevante sul totale dei crimini alla persona commessi ogni giorno in tutto il mondo, più spesso ancora (con una frequenza tale da farlo apparire normale) l’atteggiamento degli adulti nei confronti dei bambini è profondamente intriso di quella violenza – non innanzitutto fisica – che deriva dalla così comune cecità e sordità di cui gli adulti sono affetti, che generalmente ostacola la percezione, ma che addirittura impedisce a molti di supporre il bambino – anche piccolissimo – come essere pensante, cioè dotato di motivazioni, costruttore di pensieri, senziente affetti, portatore di domande, co-inventore di soluzioni che assumeranno caratteri conseguenti al trattamento ricevuto e stili di comportamento che determineranno l’intera sua esistenza successiva, facilitandogli o al contrario addirittura impedendogli di accedere a relazioni positive con i suoi simili e pertanto alla felicità personale.
Il motore di questo atteggiamento così diffuso negli adulti risiede nel fatto che ciascuno è stato a sua volta bambino e porta impresse le cicatrici dell’originaria inermità strutturale e dell’incomprensione patita, di cui si illude di liberarsi tramutando il ricordo dell’impotenza e dell’umiliazione in prepotenza e prevaricazione contro l’immagine attuale che, di queste, coglie nell’infanzia altrui. La fragile rassicurazione che deriva dal confronto con chi è indiscutibilmente più debole, può assumere anche le forme apparentemente giudiziose del proposito di trasmettere esperienze che devono essere apprese, costi quel che costi.
La consapevolezza che qualcosa deve essere trasmesso è corretta; l’errore risiede nell’individuazione di ciò che è da trasmettere e delle condizioni che ne permettono il recepimento. Ciò che è bene trasmettere non sono in primo luogo comportamenti, ma desideri; più precisamente: non si trasmettono i propri desideri, ma occorre sostenere nel bambino la facoltà di desiderare, ed attrezzarlo alla capacità di commisurare ciò che individualmente desidera con le risorse, le circostanze e i tempi di maturazione del desiderio stesso.
La facoltà di desiderare esige innanzitutto rispetto, a prescindere dal contenuto del desiderio. Se il contenuto viene disprezzato, l’esito non è la cancellazione del contenuto: esso piuttosto si deformerà e si nasconderà, per ripresentarsi sotto vesti a volte irriconoscibili e soddisfacibili solo a prezzo della perdita della salute psichica. Il vero esito del disprezzo è l’indebolimento della facoltà di desiderare, la sua fissazione a uno stadio di grandiosa e velleitaria fantasia di potenza che ne reciderà i legami con la realtà, ossia con l’unico contesto in cui ciò che desideriamo può infine prendere forma e legittimamente soddisfarsi.
Vi è un atteggiamento speculare a questo, che, per tornare al punto da cui siamo partiti, può conseguire alla lettura superficiale del concetto di sovranità del bambino che gli Autori propongono. Si tratta della confusione tra rispetto delle facoltà infantili (in primo luogo il riconoscimento della capacità di pensare e desiderare in prima persona fin da piccoli) e attribuzione al bambino di queste facoltà in forma compiuta. Questo atteggiamento apparentemente rispettoso dell’infanzia, è in realtà altrettanto sordo e cieco del precedente, sebbene in forme diverse: l’adulto prepotentemente impositivo lascia il posto, in questo caso, allo spettatore fatuo, che mira a riscattare la propria frustrazione proiettando sul bambino una capacità di soddisfare i propri desideri in modo semplicistico e a-conflittuale e che, così facendo, ritiene di apprezzare la baldanza che il bambino mostra nel perseguire le mete che si propone. In una parola: l’adulto attribuisce un avallo acritico a queste mete, come se già fossero state passate al vaglio dell’esperienza e fossero già state confrontate con la complessità della vita. Questo atteggiamento presuppone la sopravvalutazione delle forze del bambino e della compiutezza delle strategie che egli è in grado di attuare. Un po’ come se, contemplando il bambino all’opera e avendo dimenticato il proprio passato, l’adulto non si riconoscesse in quella baldanza o sottilmente la invidiasse e volesse vendicarsene esponendola al rischio di una disfatta, e pertanto dicesse: “Io non ci sono riuscito, perché non avevo questo impeto e questa sicurezza…, vediamo se tu ci riuscirai…”. Così facendo lascia solo il bambino, in balia dell’aspettativa che tutto magicamente si pieghi all’immaginazione, impreparato ad affrontare gli inevitabili conflitti che sorgono – in sé stesso, prima ancora che nel mondo esterno – per la presenza contemporanea di desideri divergenti, talvolta effimeri, evocati dall’affollamento di stimoli di cui la realtà (quella interiore tanto quanto quella esteriore) è matrice.
Anche questo atteggiamento si sottrae al compito che l’età adulta ha nei riguardi dell’infanzia: la stima apparentemente incondizionata per le capacità del bambino, cela paradossalmente l’attesa invidiosa della caduta, perché, se è vero che l’essere umano ha in sé una natura regale e aspira alla sovranità, egli non è un monarca assoluto sciolto da ogni dipendenza. Qualora si scotomizzasse questa verità, non si contribuirebbe alla sua libertà, ma lo si esporrebbe a divenire schiavo, nel migliore dei casi, del proprio arbitrio, condannandolo a un perenne conflitto con gli altri; mentre, nel peggiore, lo si esporrebbe a percepirsi e ad agire, in ogni momento, solo come parte scissa o frammentata di un insieme divorato da tensioni intestine, ciascuna delle quali non può fare altro che rivendicare il proprio presunto diritto a soddisfarsi anche contro il vantaggio complessivo del soggetto, che in questo caso può non arrivare neppure a costituirsi compiutamente.
Favorire la facoltà di desiderare, in questo caso, significa aiutare il bambino a prendere atto del fatto che i contenuti dei propri desideri, per affermarsi e riuscire, devono sottomettersi a una gerarchia che non si realizza automaticamente e che tuttavia è necessario trovare. Qualora questa fondante impresa di civiltà non riuscisse, l’individuo sarebbe condannato, ben prima che a una lotta con la realtà esterna a sé – rappresentata dalle condizioni dell’esistenza e dalla presenza dei propri simili -, all’impossibilità di sfuggire a un senso di intima lacerazione e di instabilità e documenterebbe, all’interno di sé, l’incessante conflitto tra le parti scisse e incapaci di cooperare della propria personalità.
Nel venire al mondo ciascun essere umano eredita una promessa di sovranità che arriverà a esercitare solo se insieme a questa i suoi maggiori avranno saputo introdurlo all’orizzonte costituzionale – regolato – proprio di ogni diritto.
All’Acqua-Val Bedretto, 24 e 25 agosto 2005