Sono onorato di essere qui. Questo libro mi ha dato molto, la sua lettura è stata un’esperienza in qualche modo familiare, perché mi ha ricordato il clima che ho sperimentato in tante conversazioni che ho avuto nella mia vita professionale, ma nello stesso tempo ha provocato anche una sensazione di spiazzamento, che è la medesima sensazione che sempre ho provato e ancora provo quando ho quelle conversazioni.
Familiarità e spiazzamento: perché? Perché si tratta dell’incontro con una realtà interiore che porta in sé una rottura immediatamente percepibile di cui sfugge il senso; una realtà espressa con un linguaggio il cui ritmo è avvincente, che fa dire che questo libro è scritto molto bene… Lo stile di Marco Purita, infatti, mi ha ricordato due grandi autori: il flusso di coscienza di Joyce, anche se attraverso questo tipo di scrittura Joyce ci introduce nel flusso della sua mente, a contatto con il fluire delle sue fantasie; mentre qui non si tratta di fantasie: si tratta di una realtà immaginaria vissuta nel registro del reale. Quindi non è Joyce…
Mi ha ricordato J.D. Salinger, Il Giovane Holden e la sua scrittura così briosa… Però non troviamo l’ironia di Salinger; troviamo, invece, un clima di grande drammaticità, un clima molto serio. Quindi non è neanche Salinger…
Sono d’accordo con Jacopo Santambrogio quando afferma che questo romanzo potrebbe essere considerato un testo didattico; infatti, a mio avviso, si inserisce in quel filone di testi speciali, non molto numeroso, ma assolutamente ponderoso come qualità, che inizia con la pubblicazione nel 1902 a Dresda, da parte di un magistrato, Daniel Paul Schreber, Presidente della Corte di Appelllo di quella città, di un libro che lui intitola Memorie di un nevropatico. Un libro molto coraggioso, scritto da una persona altolocata, molto potente, che testimonia la propria caduta nella psicosi; una caduta molto drammatica perché segnerà la fine della vita sociale di questa persona che, dopo la stesura di questo libro, progredirà inesorabilmente nella malattia. La parabola del Presidente Schreber differisce da quella del nostro Mirko-Marco, proprio in questo: il nostro protagonista, per fortuna, riesce a trovare un punto di sbocco alla sua discesa nella psicosi.
Abbiamo, allora, all’inizio del percorso Schreber e alla fine Purita: due testi accomunati dal fatto di insegnare cosa è la psicosi. Ma in che modo l’insegnano? Non descrivendola, ma spiattellandocela in faccia. Infatti, raramente Marco, nel suo libro, chiama le voci “allucinazioni”; le voci sono dei personaggi: l’Amministratore, Mission Impossibile, Trinculo (qui c’è una derivazione shakespeariana), l’ispettore Zenigata, Fantastique (un personaggio straordinario), Nessuno…
Questi, che ho introdotto, sono gli aspetti formali che, per prima cosa, ho apprezzato nel libro e sui quali vorrei attirare la vostra attenzione perché penso che – leggendo il libro, quando vi troverete davanti a questi dialoghi – anche voi vivrete lo stesso spiazzamento che ho provato io. Si tratta di dialoghi sempre molto brevi, di poche battute… Che cosa giustifica questa esperienza di spiazzamento? Il fatto che ciascun personaggio, pur intervenendo nel dialogo comune, segue un proprio filo che non si accorda con quello degli altri: si tratta, infatti, di dialoghi dissociati. Sebbene il protagonista riconduca ciascuno di questi interventi a un senso a lui intellegibile, si tratta di espressioni e frasi ciascuna delle quali ha un retroterra che sta a un livello differente l’una dall’altra. Personalmente non ho mai trovato qualcuno in grado di scrivere un dialogo dissociato, pertanto considero questa caratteristica un grandissimo pregio dal punto di vista letterario, che mi porta a inserire il libro in un’ipotetica lista di libri la cui lettura sarebbe consigliabile per chi desidera imparare che cos’è la psicosi.
Oltre a ciò, i personaggi che ricorrono nel libro condividono tutti una caratteristica particolare: ciascuno di essi ripete esclusivamente la propria parte. Questa, infatti, è una caratteristica delle voci deliranti: non hanno moto in sé stesse, sono assolutamente invariabili e stereotipate: ognuna fa il suo verso rimanendo invariata. Marco ce ne dà un esempio che si dipana in un tempo non breve, ma neppure che si prolunga per lustri; ma anche se la vicenda durasse dei lustri, a distanza di 20 anni Fantastique direbbe la stessa cosa di ciò che diceva 20 anni prima: nel personaggio allucinatorio c’è un’invariabilità… Non so se avete visto il film Beautiful mind… In questo film le figure allucinatorie sono presentate bene (nel film naturalmente si vedono): il protagonista, allorché è un po’ guarito o forse molto guarito, nonostante abbia ancora queste allucinazioni, a un certo punto dice: “Sono passati ormai molti anni, ma la bambina è ancora una bambina, non è cresciuta!”: i personaggi allucinatori non cambiano, c’è una invariabilità nella loro presentazione, nella loro storia, e questa invariabilità e cristallizzazione Marco ce la fa vedere nel dialogo. Questa è una caratteristica assolutamente importante del libro.
Un altro aspetto molto interessante, che conferma la teoria che noi abbiamo sulle psicosi, è il modo in cui inizia tutta la vicenda della malattia: Mirko sta camminando per strada e riceve uno di quei giornali gratuiti che vengono distribuiti, e legge che a Milano è stato compiuto un attentato contro un giornalista, credo fosse Belpietro. Mirko legge questo titolo, che non lo riguarda, e sente: “Abbiamo realizzato il tuo sogno, dice all’improvviso una voce maschile”: senza nessuna preparazione l’autore ci cala bruscamente dentro la psicosi, ossia in quella condizione che un grande psichiatra del ‘900, Conrad, ha chiamato “fase apofanica” della psicosi, il momento in cui agli occhi del malato avviene il disvelamento improvviso di un senso “altro” riferito a sé stesso. Un senso altro che irrompe nella vita quotidiana.
Da qui si dipana tutto il resto del percorso. Nel seguito del libro, l’esperienza qui descritta, esordita nel momento in cui il protagonista ode questa frase, viene corroborata dalle altre frasi udite, che a un certo punto comportano per il nostro Mirko, il protagonista, la consapevolezza che la realtà ha una faccia diversa e, in secondo luogo, il fatto che la propria persona è posta al centro di tutto ciò che accade nella realtà. Secondo Conrad questa è la “fase dell’anastrophè”, in cui il malato che cade nella psicosi vive tutto come qualcosa che preordinatamente è riferito a sé stesso e lo pone al centro. Catturato da questa esperienza assolutamente grandiosa, a un certo punto Mirko si convince non solo di essere il mandante dell’attentato al giornalista, ma di essere anche il regista di tutte le primavere arabe che caratterizzarono l’inizio del 2011.
L’esperienza del malato, che il libro descrive, conferma che effettivamente tutto ciò che troviamo nella teoria può svolgersi nella realtà.
Mi permetto di aggiungere qualche parola sugli aspetti non formali, ma contenutistici del libro. Marco ci introduce nel fulcro di tutta la problematica esistenziale del romanzo rifacendosi intenzionalmente alla leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, attraverso il personaggio dell’ispettore Zenigata che, in una certa pagina del libro (siamo ormai a pag. 120 o giù di lì), irrompe nella biblioteca della Fondazione Firpo dove Mirko sta studiando, esprimendo le tematiche che noi abbiamo letto nella leggenda del Grande Inquisitore. Tra le due versioni, di Dostoevskij e del nostro autore, c’è però una differenza fondamentale: la leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij è il racconto che Ivan fa ad Alioscia in chiave assolutamente metaforica, del progetto, concepito dall’autorità, di espropriare il singolo del “peso” della libertà; progetto che, nel singolo, mette in tensione il suo desiderio di libertà e di autenticità, portandolo alla ribellione e alla ricerca della vera libertà.
Marco affronta questo stesso tema, ma con una coloritura sostanzialmente diversa: quella che per Dostoevskij è una metafora, per Marco è un’esperienza, un’esperienza anch’essa allucinatoria completamente calata nel reale. Mi ha ricordato quello che ormai tanti anni fa mi disse il mio supervisore di allora, commentando il materiale clinico che io gli avevo portato: “La psicosi non metaforizza!”, la psicosi passa immediatamente nel reale. Le questioni che noi troviamo feconde perché ci pongono problemi filosofici, esistenziali, etici su cu riflettere, nella psicosi sono abbordate in maniera assolutamente realistica, accadono nel reale. Anche questa è una chiave del libro profondamente interessante.
Nell’ultima parte del libro, la vicenda giunge a… Vedano, viene ambientata nel contesto che noi tutti più o meno conosciamo: AS.FRA., la comunità psichiatrica… Questo ambientamento coincide con l’avvio del processo di guarigione del protagonista.
E qui vorrei dire una cosa a Mirko-Marco: per certi aspetti sembra che l’autore individui il momento della guarigione nel momento in cui le voci vengono a cessare, quantomeno le voci cattive, perché quelle consolatorie rimangono. Le voci consolatorie, però, non disturbano più di tanto; così Il venir meno delle voci cattive sembra annunciare il momento della guarigione. Proprio su questo vorrei dare un consiglio a Mirko-Marco: credo, infatti, che la guarigione abbia incominciato a svilupparsi da quel momento, ma non si sia completata solo per la scomparsa delle voci. Definirei la guarigione come una sorta di riconciliazione, che permette di pensare che la libertà non è contro qualcosa o qualcuno, bensì è la chiave per mettersi in relazione con gli altri.
La libertà non implica la rottura delle relazioni con gli altri… Noi, alle volte, parliamo di libertà come libertà assoluta, dimenticando che “assoluto” vuole dire sciolto dalle relazioni. Noi umani, invece, possiamo sperimentare la libertà solo come il requisito che ci permette di metterci in relazione, anzi è il modo che ci permette di approfittare della presenza degli altri e allora vorrei dire a Marco-Mirko di valorizzare questo processo…
Mi ha molto onorato e commosso che Marco abbia voluto mettere in esergo del libro una frase che mi capitò di dirgli, mi scuserete se mi cito: “Le auguro di preservare sempre la sua libertà, non solo quella esteriore, che ci è data da altri (la vicenda giudiziaria è assolutamente in primo piano), ma soprattutto quella interiore, che non è contro qualcuno o qualcosa, ma al contrario è la condizione che ci permette di entrare in relazione con gli altri”. E mi sembra che questo è quello che poi, nella storia di Marco, è avvenuto.