Stoop if you are abceminded, to this claybook, what curios of signs (please stoop), in this allaphbed!
Can you rede (since We and Thou had it out already) its world? It is the same told of all.
J. Joyce, Finnegans Wake H.C.E.
Lo scopo di queste note è quello di delineare un percorso che, prendendo in esame la funzione della soggettività, mostri il punto di crisi a cui conduce l’indagine posta in atto dall’attività clinica psichiatrica, e come tale punto di crisi, in sintesi la Spaltung dell’io, costituisca invece la nozione inaugurale e feconda dell’elaborazione scientifico-pratica chiamata psicoanalisi.
Quale che sia la spinta personale ad occuparsi della malattia mentale in quanto psichiatra, spinta che può trovare la sua propulsione nell’interesse di natura teorica per i processi del pensiero o nella sfida rappresentata dal lavoro terapeutico (generalmente il cimento terapeutico costituendo il primo passo di un interesse che si rilancia in un secondo tempo come desiderio che potremmo chiamare desiderio di sapere e che come tale si svela per ciò che ha di più proprio e cioè la sua funzione metonimica), quale che sia – dicevo – tale spinta personale, il campo dove la funzione dell’essere psichiatra si realizza è il campo della clinica. Vorrei aggiungere che il campo della clinica (intesa come opportunità per il soggetto di interrogarsi a proposito dell’oggetto che, parandoglisi davanti, gli significa un enigma) rimane il luogo cui deve confrontarsi “il fare psichiatria” a dispetto della psichiatria stessa, trascinata, per quanto se ne può vedere dallo stile attualmente in voga, ad alcuni modi di essere che, perlomeno in Italia, ne segnano una inequivocabile decadenza. Non è qui mio scopo ricercare le cause di questo deterioramento del lavoro psichiatrico, prodotto, a mio avviso e schematizzando, da una triplice distorsione che indico – anticipando – con le etichette: (a) prevalenza quasi esclusiva, nell’affronto dei fatti psicopatologici, dell’interesse per il parametro del comportamento; (b) riduzione dell’attività terapeutica ad interventi di tipo assistenziale; (c) incremento dell’aspettativa di soluzioni radicali prodotte dalla mitologia tecnologica.
Dicevo che non è qui mio scopo ricercare le cause di questo deterioramento ed in verità mi sembrerebbe azzardato attribuirgli una paternità solamente italiana, sebbene in Italia siano rintracciabili ragioni storiche precise che hanno reso più esplicita questa linea di tendenza assai più generale e, come forse riuscirò indirettamente a mettere in evidenza più avanti, intrinseca alla stessa ottica psichiatrica. L’emanazione di una Legge di riforma della psichiatria,[1] come ogni cambiamento, del resto, facendo sì che venissero poste pressanti richieste da parte della società all’istituzione psichiatrica, ha semplicemente portato allo scoperto ed in qualche modo accelerato un modo di fare psichiatria fino a quel momento implicito.
Il risultato odierno ci presenta nel primo caso (a) l’impegno clinico nella sua versione addomesticata a tecnica di manipolazione del comportamento in vista della sua omologazione negli standards socialmente richiesti. Ed a questo proposito non fa alcuna differenza che l’adattamento debba avvenire sulle comuni, in quanto ad origine, tipologie dell’incentivazione del consenso sociale o della mitologia del dissenso.
Per comprendere la seconda modalità (b) definita come riduzione dell’attività terapeutica ad intervento di tipo assistenziale, può essere illuminante l’osservazione che lo psichiatra, anche quando non dà alcuna risposta, o per dirla con linguaggio più usato: anche quando non fornisce alcuna prestazione, sempre più viene mosso da un bisogno “sociale”. Questo fatto caratterizza l’assistenzialismo: un’operatività tesa a fornire risposte la cui filosofia, che fortunatamente non giunge a realizzarsi come prassi, si pone come scopo inconsapevole la diluizione, la cancellazione della storia personale del soggetto per restituirla – ma, a questo punto: a chi? – come storia dell’istituzione.
Da ultimo penso sia sufficiente un breve accenno per tratteggiare quello che penso essere il limite proprio del terzo modo di riduzione del lavoro psichiatrico (c): esso si sostiene sulla pretesa positivistica, oggi agghindata con i lustrini dei sofisticati succedanei del lavoro di laboratorio, che nega spazio alla semplice considerazione della permanenza di un dramma (etimologicamente: un fatto) umano che, appunto, fa e rifà, si rifà nel sintomo.
Tali distorsioni, inoltre, non si escludono automaticamente l’un l’altra, anzi, più spesso di quanto la logica vorrebbe, sono compresenti nell’azione, a tal punto che il loro coincidere sembrerebbe togliere spazio e quasi narcotizzare l’esigenza di una riflessione circa i postulati che reggono il lavoro clinico dello psichiatra.
Definendo il lavoro clinico come l’opportunità per il soggetto di interrogarsi a proposito dell’oggetto che parandoglisi davanti gli significa un enigma – o un rebus, come esemplifica magistralmente Freud all’inizio della “Psicopatologia della vita quotidiana”[2] riesaminando la propria dimenticanza del nome del pittore del Duomo di Orvieto – ho segnalato potersi definire la clinica come il campo ove si introduce un’interrogazione: domanda rivolta allo psichiatra di riconoscimento della propria malattia e, forse, di guarigione; domanda posta dallo psichiatra al proprio sapere che, in qualche angolo, conserva la risposta.
Per meglio comprendere la sorte di questa duplice domanda occorrerà integrarla nel campo della relazione terapeutica in cui essa si produce e prende a circolare. La psichiatria ripartisce questo campo: lo psichiatra prende posto dal lato dei soggetti osservanti (si badi bene: prende posto, è messo, anche se l’artificio su cui si regge l’inganno gli fa credere di essercisi collocato da sé); il paziente viene posto (doppiamente: in virtù di quello stesso artificio e per la norma dettata dallo psichiatra) dal lato degli oggetti osservati. Questa ripartizione regge la presunzione propria dell’osservante di possedere la chiave del fenomeno osservato e di potersi pertanto accostare a ciò che osserva in forza del proprio funzionamento “in continuità” col Reale.
Ma se si segue fino in fondo il percorso a cui invita la domanda istitutiva della relazione clinica, si deve giungere ad ammettere che la prima questione, ed a ben vedere forse l’unica, che conserva interesse riguarda il domandare stesso: chi domanda a chi, ed a proposito di che cosa. Dove il soggetto che domanda, ovvero che fa clinica, deve applicare l’interrogazione, attraverso il fenomeno in cui inciampa, alla stessa sua costituzione di soggetto osservante.
Ma proprio qui, a livello di questa domanda che ritorna sul soggetto, lo strumentario psichiatrico non riesce a far presa, venendo a vacillare il legame univoco tra soggetto e conoscenza. Questo vacillamento non può essere sopportato dalla scienza psichiatrica, per la sua stessa sopravvivenza in quanto scienza, tanto quanto la scoperta dell’equivocità della funzione della soggettività nei suoi rapporti con il Reale e quindi con il sapere non può essere utilizzata in questo contesto come punto di partenza fecondo di un nuovo metodo di indagine.
Il vacillare induce per un momento il soggetto osservante a scoprirsi in un campo che presumeva non essere il suo: prende cioè forma la congettura “che ci sia dell’oggetto” in sé. Tale scoperta non può essere evitata – se in qualche modo si vuol essere rigorosi – come se fosse allucinazione: domanda senza oggetto, domanda irreale per il fatto di porre in questione l’unità del soggetto. Unità del soggetto osservante che, nel contesto di quella scienza organizzata dal discorso medico cui appartiene la psichiatria, deve invece essere mantenuta come un a priori affinché sia resa possibile l’illusione di agire sullo spartiacque, impraticabile al paziente, tra realtà ed irrealtà, tra registro del Reale e registro dell’Immaginario. Ne conseguirebbe quindi che solo il malato, collocato nel campo degli oggetti osservati, non essendo padrone del proprio rapporto col Reale, sarebbe perciò diviso in sé stesso.
Ma questa presunzione del soggetto osservante, la presunzione di essere saldato al Reale e pertanto capace di avvertire dove avviene il viraggio dell’irrealtà, lo rende cieco precisamente al fatto che in quanto soggetto anch’egli è diviso in sé stesso e portatore di una domanda che non può essere liquidata come allucinazione. L’analogia di questa domanda all’allucinazione non è qui casuale ma trova un appoggio denso di significato in quella critica della concezione psichiatrica dell’allucinazione che fa Lacan nel primo paragrafo di “Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi” quando afferma: “Ci si rende conto dell’effetto che ha ogni significante, una volta percepito, di suscitare nel percipiens un assenso dato dal risveglio della nascosta duplicità del secondo ad opera della manifesta ambiguità del primo”.[3]
È quindi precisamente un’esigenza clinica quella che porta l’interrogazione sull’essere del soggetto, ovvero, conviene dichiararlo esplicitamente, sul soggetto stesso che fa clinica.
L’esperienza conduce quindi a porre in crisi il soggetto ai due livelli che ne sono la nozione e la funzione. In particolare, per quanto riguarda la nozione di soggetto è posto in questione l’attributo dell’unitarietà, direi intra-sistemica, che fino a questo momento lo caratterizzava; mentre per quanto concerne la sua funzione e funzionamento, cade l’illusione di unità immediata tra soggetto e Reale.
Il cammino percorso da Freud prende le mosse fin dai primi passi dall’impasse di questa divisione già implicitamente formulata in un certo numero di lavori psicopatologici della fine del XIX secolo (si tenga presente Janet, Chaslin, Stransky). Ma se nella psichiatria la scoperta di questa opacità del soggetto rimaneva inesplicata e costituiva pertanto il limite posto alla conoscibilità, Freud andò dritto laddove la sua esperienza clinica lo conduceva e penetrò proprio la questione che era stata fino a quel momento aggirata, assumendo operativamente l’ipotesi, il cui sviluppo ritroveremo nella seconda topica, che se il soggetto appare diviso, questo accade perché in verità non è che il risultato di un montaggio.
Per Lacan la Spaltung è senza equivoco il carattere inaugurale che definisce la soggettività essendo precisamente ciò attraverso cui il soggetto avviene. Egli articola nell’esperienza clinica l’algoritmo strutturale del linguaggio esposto da Ferdinand de Saussure all’inizio del secolo, secondo cui il segno linguistico non unisce un nome ad una cosa – ecco la prima distinzione: l’indicazione che non esiste continuità tra il lato del soggetto e quello dell’oggetto – bensì collega un concetto ad una immagine acustica. L’indagine di Lacan sviluppa rigorosamente questa nozione e la barra dell’algoritmo che divide il significante dal significato è la medesima che rimane impressa, a fuoco si potrebbe dire, sul soggetto, marchio inaugurale della soggettività umana che, se può avvenire, avviene proprio attraverso il movimento di assoggettamento ad un ordine terzo che è l’ordine simbolico proprio del linguaggio; l’ordine cioè attraverso cui si mediatizza il rapporto tra soggetto e Reale.
L’affermazione di Lacan che “il linguaggio è la condizione dell’inconscio”[4] rimanda in maniera sintetica alla tesi fondamentale del suo lavoro teorico che si potrebbe formulare così: “è l’ordine significante che causa il soggetto strutturandolo in un processo di divisione che fa avvenire l’inconscio”.[5]
Giunti a questo punto, la traiettoria, ormai compiuta anche se non conclusa, che porta dalla psichiatria alla psicoanalisi ha chiuso una volta per tutte i conti con l’illusione che quest’ultima rappresenti un adeguamento dello strumentario della prima, il suo ammodernamento in chiave psicologica. Ci si trova in profondo disagio a reperirsi ancora nel campo della medicina se questa, nella sua versione moderna, come illustra Foucault, “quando si dà a riflettere su sé stessa, identifica l’origine della sua positività a un ritorno, al di là di ogni teoria, all’efficace modestia del percepito”.[6]
Ci si può chiedere quale efficace modestia possa essere riconosciuta al percepito se non quella, per la sua già segnalata manifesta ambiguità,[7] di portare fuori strada. E certamente il percepito, il significante, è efficace in quest’arte, perché, potremmo dire, non si abbassa a trattare con chi non è da par suo, ad esempio quel soggetto che resta, o si illude di restare, al proprio livello e di lì dirigere il gioco.
È a un altro livello, da un altro livello che si può intendere qualcosa, da questo altro che è, come inaspettatamente insegna Freud, l’inconscio: “egli (il medico) deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente. Come il ricevitore ritrasforma in onde sonore le oscillazioni elettriche della linea telefonica che erano state prodotte da onde sonore, così l’inconscio del medico è capace (befâhigt) di ristabilire a partire dai derivati dell’inconscio che gli sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le associazioni”.[8]
Ripescare qui la parola inconscio, a settant’anni da quell’insegnamento, si accompagna ad un certo timore di scontata ovvietà: niente vi è oggi di più padroneggiabile, parrebbe, e sondato dell’inconscio, con cui lo scorrere del tempo ci ha reso familiarmente confidenti, ormai!
Eppure, ciò che assolutamente non è ovvio è la radicalità di quel “l’inconscio (del medico) è capace” ben diverso, ad esempio, da: “il soggetto, il cui inconscio…, è capace” oppure: “il soggetto, che è giunto a padroneggiare il proprio inconscio, è capace”. Se per quanto riguarda l’epistemologia questa piccola frase decreta un capovolgimento, alla clinica apporta una potenzialità incalcolabile, a patto che diventi clinica psicoanalitica.
Il contributo proprio di Lacan all’interno del movimento psicoanalitico freudiano convince per questo accento posto sulla funzione della parola, definibile come dimensione essenziale in cui si manifesta l’inconscio – ça parle – e topos in cui si fonda la psicoanalisi come scienza.
Se il rapporto con il Reale avviene per l’uomo attraverso il registro Simbolico (poco importa che egli vi abbia accesso o che questo gli rimanga precluso), allora è con la parola che ci si dovrà misurare. Essa introduce in uno spazio e scandisce un tempo che è assolutamente necessario ascoltare. Con qualunque fenomeno psicopatologico si abbia a che fare, è sempre un discorso che ne forma la stoffa: un discorso che si presenta “nel posto” del sintomo (vale a dire il delirio: un discorso che da solo basta a significare questa rottura – o questa sutura – con la realtà che chiamiamo sintomo) oppure che può essere ritrovato “al posto” prima occupato dal sintomo nevrotico.
A partire dall’esperienza clinica si impara a diffidare delle soluzioni troppo semplici. È maggiormente operativa (per il fatto di non elidere le contraddizioni e l’infinito rilancio dei sintomi e dei discorsi del paziente) una teoria che, a chi vi si accosti tramite l’accesso che ne permette il duro linguaggio, si presenta proprio come teoria che mette al centro, o meglio: che non ha centro, non ha facile simmetria, ma che si dischiude come una linea o un fascio di linee intersecantisi non nel loro centro: una rete.
L’inconscio vi fa capolino ad ogni pie’ sospinto, ma non è in alcun modo un filo che possa essere, delicatamente quanto si vuole, recuperato in guisa di gomitolo, pronto, in un tempo successivo, per essere svolto o raccolto in bell’ordine a seconda delle esigenze o delle opportunità. È un deposito, per usare l’immagine utilizzata da Lacan e di cui gli siamo debitori, che sempre si ricostituisce e da cui si è anticipati.
Questo mi sembra il nocciolo di quel ritorno a Freud costituito dall’insegnamento lacaniano. Ancora prima dell’arricchimento che gli viene dall’assunzione di meccanismi riscoperti dalla linguistica (il gioco di significante e significato nel processo di significazione; la chiave proposta mediante l’utilizzazione delle figure retoriche della metonimia e della metafora) mi sembra che l’insegnamento di Lacan ponga a proprio fondamento un punto di vista rispetto all’inconscio da cui tutto rigorosamente consegue: innanzitutto uno stile analitico e quindi una tecnica.
Come conclusione, mi pare interessante tentare qui una definizione di questo stile, ritrovandone inoltre un’esemplificazione in atto.
La definizione: lo stile analitico può introdurre alla verità del soggetto nella misura in cui sia marcato da un lasciarsi adescare, da uno stare al giuoco tortuoso non del senso del discorso (che come ogni tesoro che si rispetti si cela in profondità) quanto invece di ciò che è evidente e materiale: l’inconscio sta già parlando.
L’esempio mostra Lacan impegnato in questo ascolto: “Se voi comprendete tanto meglio, tenetevelo per voi, l’importante non è di capire ma di pervenire al vero. Ma se voi vi arrivate per caso, anche se voi comprendete, non comprendete nulla. (…) Se io capisco, proseguo, non mi ci fermo perché ho già capito. (…) Voi comprendete, ed avete torto. Ciò che precisamente si tratta di capire, è il perché vi sia qualcosa che si dà a capire”.[9]
Summary
This work aims at outlining a course that, by examining the function of subjectivity, shows the point of crisis to which the way of investigation peculiar of clinical psychiatry leads.
The A. demonstrates that this point of crisis, that is the Splitting of the Ego, on the contrary constitutes the inaugural and prolific knowledge of that scientific and practical elaboration named psychoanalysis.
[1] LEGGE n. 180 del 13-5-1978 e successiva LEGGE n. 833 del 23-12-1978.
[2] FREUD S., Zur Psychopathologie des Alltagslebens, 1901; trad. it. in: Opere di Sigmund Freud, vol. IV, p. 61.
[3] LACAN J., D’une question préliminaire au traitement de toute psychose, In: Ecrits , 1959, trad. it., p. 532.
[4] LACAN J., Préface, in Anika Rifflet-Lemaire, Jacques Lacan, Bruxelles, Dessart, p. 14, 1970.
[5] DOR J., Introduction à la lecture de Lacan, Paris, Denoél, p. 132, 1985.
[6] FOUCAULT M., Naissance de la clinique, Paris, P.U.F., P. Vlll (trad. it. P. 6), 1963.
[7] LACAN J., D’une question préliminaire au traitement de toute psychose, In: Ecrits, 1959; trad. it., p. 532.
[8] FREUD S., Zur technik der Psychoanalyse: Ratschläge für den Arzt bei der psychoanalytischen Behandlung, 1912, Gesammelte Werke, vol. VIll, p. 381 (trad. it. in OSF, vol. VI, p. 536), 1912.
[9] LACAN J., Le Séminaire, livre Ill: Les psychoses, Paris, Seuil, p. 59, 1955-56.