Il ricorso al concetto di cambiamento è frequente nel gergo degli operatori del campo psicologico. Da un lato esso è giustificato dalla constatazione che un avvenimento di tal fatta è auspicabile e finanche esigito dai soggetti di cui gli operatori si occupano, soggetti che sono accomunati dall’essere costretti a praticare, attraverso esperienze diverse, il medesimo fallimento nell’accesso ad una possibilità di soddisfazione. D’altro canto, rimane quasi del tutto oscura la comprensione del senso del concetto di cambiamento in psicologia. Le pratiche psicologiche sono dunque quelle in cui è maggiormente abusato il concetto e quelle dove pure esso gioca un ruolo ambiguo.
L’ambiguità del concetto di cambiamento sta nell’uso che spesso ne viene fatto, tale per cui risulta investito da una aspettativa di ricapitolazione messianica, evidentemente monca della dimensione escatologica, in quanto si tratta pur sempre di modificazioni la cui realizzazione non è rinviabile al “dopo”, bensì è attesa nel corso della vita di un soggetto: modificazioni fenomenologicamente documentabili, che traspaiano dai suoi atti – nel più ampio senso intesi -, dunque non solo dai comportamenti motori agiti, ma anche da quelli inibiti ed inoltre dagli atti di pensiero e dagli atti locutori.
Altro elemento fonte di ambiguità nella definizione del concetto è costituito dall’imprecisione circa la scelta dei parametri significativi nella valutazione del cambiamento. Generalmente il modo di pensare comune non trova obiezioni nel privilegiare il parametro del comportamento o della condotta: in questo caso il cambiamento sarebbe proporzionale allo scarto esistente tra la forma (e la direzione) di due possibili condotte. Si avrebbe di mira – in questo caso – l’effetto, mentre resterebbe in secondo piano e dunque sfuggirebbe il punto sorgivo del cambiamento ovvero il pensiero. Infatti, ogniqualvolta siamo in presenza di una scarica motoria (azione motoria), questa avviene in quanto la formulazione, almeno implicita, di un giudizio ha posto termine ad un precedente e preparatorio movimento di pensiero. Il pensiero è infatti, nella concettualizzazione proposta da Freud fin dal Progetto di una psicologia del 1895, una sorta di azione in prova, la cui funzione, tramite il suo concludersi in un giudizio, è quella di “porre termine ad un pensiero e lasciar iniziare una scarica”.[1]
La radice del cambiamento va dunque rintracciata, sempre e comunque, in un cambiamento di pensiero. Ma il cambiamento del pensiero (ovvero il punto di passaggio da un pensiero ad un altro pensiero) si costituisce, per essere precisi, nel processo che si conclude con la formulazione di un giudizio. È la formulazione di un giudizio che, concludendo un processo di pensiero, introduce ad un altro processo di pensiero o libera all’azione.
Il primo enunciato con valore di tesi è dunque che il cambiamento è tutto anticipato, ed in qualche modo già avviene, nel giudizio che conclude il pensiero; è tutto racchiuso in questa conclusione che potremmo rappresentare ricorrendo all’immagine esemplificativa di un disco verde che permette di passare ad altro. Lasciamo indeterminato – meglio: non limitato, al momento – il senso in cui intendere il passare ad altro: altro pensiero, altra azione, Altro.
Abbiamo proposto dunque di individuare il cambiamento in ogni atto di pensiero nel momento in cui giunge alla propria conclusione tramite la formulazione di un giudizio. Si possono fare a questo punto tre rilievi:
a. il soggetto non può comunque non concludere. Il perché di questa esigenza di conclusione e la sua dinamica sono bene messe in luce nelle tesi sostenute da Contri et al. nel testo Lexikon psicoanalitico e enciclopedia,[2] cui si rimanda per una trattazione più completa. Schematicamente può essere precisato, in questo contesto, che se intendiamo l’inconscio in quanto risultato dell’elaborazione della norma individuale di una certa legalità, in base alla quale diviene possibile al soggetto cogliere le proprie riuscite o fallimenti, allora potremo definire concludente (o in alternativa: inconcludente) un pensiero qualora riconosca (o rispettivamente: non riconosca) tale norma e dunque le conseguenze tanto di riuscita quanto di fallimento rispetto ad essa. La patologia si configurerebbe dunque come stato in cui l’opposizione a tale riconoscimento si fa metodica, in modo tale che il soggetto adotta forzosamente una conclusione che si impone a partire da una inconcludenza (costituita dal non riconoscimento di riuscita o di fallimento, anche nel senso di non distinzione tra le due alternative) che ne è la premessa.
b. il forzare la conclusione non produce cambiamento, ma semplicemente ripetizione;
c. ogni conclusione porta intatta su di sé la responsabilità dell’essere buona conclusione o cattiva conclusione, non essendo accettabile il principio secondo cui il processo del concludere riscatterebbe automaticamente la direzione dello stesso, sottraendo la conclusione raggiunta dall’obbligazione ad una verifica.
Su di un altro piano, i tre rilievi possono essere detti anche nel seguente modo:
a1. il soggetto non può sottrarsi all’esigenza di cambiare, non foss’altro che per far fronte alla realtà mutevole, perlomeno nei confronti della soggettività;
b1. il forzare il cambiamento conduce semplicemente a ripetere il fallimento. In questo rilievo vi è un accenno al rapporto fra volontà e cambiamento, rapporto non solo non direttamente proporzionale, ma neppure legato da implicazioni di causa-effetto;
c1. non ogni cambiamento, per il solo fatto di portare a percorrere una strada non ancora battuta fino a quel momento da quel soggetto, costituisce per questo un buon cambiamento. Sappiamo bene infatti, benché spesso vi sia chi si rifiuta di accettare tale evidenza, che il consiglio di “cambiare aria, andando al mare o ai monti” non ha presa trasformativa sul soggetto portatore del problema e che il disagio è destinato a seguire il soggetto nel suo illusorio spostamento, così come tutti noi abbiamo purtroppo notizia dell’effetto criminale che può essere innescato quando ad una persona, poniamo inibita nelle proprie relazioni eterosessuali, venga consigliato di “andare a donne”: la gamma di evenienze a cui si espone colui che segue l’incauta prescrizione si estende dallo sperimentare l’impotenza al precipitare in una bouffée psicotica.
Si noti che abbiamo sostituito al termine cambiamento il termine conclusione. Utilizziamo il termine conclusione avendo presente il campo della logica (date certe premesse… si può giungere a trarre certe conclusioni) e mantenendoci al di fuori di ogni discorso teleologico. Vedremo poi se le premesse di questo particolare sillogismo siano poste tutte e solo dal soggetto oppure se alcune delle premesse, in base alle quali si passa a concludere, siano costituite dall’apporto di un altro che non è il soggetto, e se non sia proprio la premessa apportata da un partner il cui apporto era incalcolabile prima che avvenisse, che rende possibile evitare -nella conclusione- la ripetizione.
Sul piano dell’esperienza comune possiamo dunque ammettere che il riconoscimento del fallimento costituisce la premessa di qualsiasi possibilità di cambiamento. Ma perché, per cambiare, è cruciale aver riconosciuto il fallimento? Utilizzando una metafora presa dalla fisica classica, possiamo rappresentarci il momento in cui avviene il riconoscimento del fallimento come quel punto di equilibrio che si raggiunge nel momento in cui si è esaurita – per un istante – la spinta del moto che ha condotto fin lì, prima che si manifesti la spinta uguale e contraria (per direzione, non per meta) che conduce ad oscillare ripetendo la medesima traiettoria. È proprio in quell’istante ed in quel punto che diviene possibile, applicando il minimo sforzo, imprimere al moto la spinta verso un’altra meta. L’esperienza clinica mostra che questo è il momento in cui può essere avanzata una domanda di analisi a cui potrà essere giustamente prestato ascolto.
Che significa allora riconoscere il fallimento? Significa ammettere (in questa ammissione vi è già atto giudicante) che il proprio moto di malattia è moto malato in quanto non adeguato a raggiungere alcuna meta; non: che non è adeguato a raggiungere la meta (ideale: come quando si parla perversamente dell’età adulta definendola “età della caduta degli ideali” o come quando si guarda altrettanto perversamente – qui vi è sadismo – alla giovinezza dicendo: “Gli passerà”). Non si tratta di una meta ideale mancata a cui è pur possibile sostituire una meta più abbordabile ed a buon mercato, ma si tratta del fatto che quel moto fallimentare non è atto a raggiungere meta alcuna. Vi è assenza di conclusione. Esaminando le cose più attentamente ci accorgiamo però che occorre una rettifica: il riconoscimento del fallimento, a cui conduce quella particolare costruzione che ha nome malattia, costituisce non il primo, bensì il secondo passo della guarigione: il primo essendo rappresentato dal riconoscimento del difetto dell’umano corporale, per riprendere con un’unica formula l’idea sostenuta e l’immagine proposta da Giacomo Contri. La formula difetto dell’umano corporale significa che il soggetto è strutturalmente mancante dell’apporto dell’Altro (è a questo proposito che la dottrina psicoanalitica pone la distinzione tra istinto – in qualche modo compiuto in se stesso – e pulsione, privilegio del corpo umanizzato che trova fonte ed oggetto in se stesso, mentre spinta e meta presuppongono l’Altro). È solo l’implicito riconoscimento del defectum che porta all’atto del domandare, primo vero passo di guarigione. Contri osserva che il rivolgersi ad un altro (domandando, ad esempio, di iniziare un’analisi) rappresenta, all’interno della nevrosi ossessiva, almeno una possibilità non coattivamente determinata.
Se prendiamo in considerazione l’esperienza analitica in funzione semplicemente esemplificativa e descrittiva di uno dei procedimenti (un procedimento scoperto nel nostro secolo) che trova la propria ragione di essere in quanto procedimento che non soltanto favorisce la possibilità di cambiamento, ma che soprattutto è attrezzato per giudicarne i risultati (test di qualità del cambiamento), siamo aiutati a riconsiderare – attraverso questa esperienza che per un momento consideriamo esemplare (sospendendo al riguardo i pregiudizi che ci possono limitare nella considerazione della stessa) – quanto prima affermato, e cioè se le premesse alla conclusione siano poste dal solo soggetto o se includano l’apporto di un altro.
Prendiamo la questione a livello terra terra, così come la pone Freud quasi al termine di “Analisi terminabile ed interminabile”, scritto nel 1937: “Una densa comunicazione tenuta da Sàndor Ferenczi nel 1927, Il problema del termine delle analisi, si conclude con la confortante assicurazione che “l’analisi non è un processo senza fine, ma anzi può esser portata a naturale compimento purché l’analista sia sufficientemente preparato e paziente”. (…) Da ciò risulta un’importante integrazione al nostro tema. Non soltanto il modo d’essere dell’Io del paziente, ma anche le caratteristiche peculiari dell’analista devono esser prese in considerazione tra i fattori che influenzano le prospettive della cura analitica, e che, alla stregua di resistenze, possono renderla più difficoltosa”[3]
Il senso della citazione, ridotto all’osso, può quindi essere così espresso: il punto di arrivo di quel processo di cambiamento rappresentato dall’analisi non dipende solo dalla capacità acquisita dal paziente di dare soddisfazione all’esigenza del concludere (incluso necessariamente il parametro temporale dell’esperienza dell’analisi), ma anche dal fatto che l’analista, agendo in rappresentanza dell’Altro, abbia saputo offrire a tale esigenza almeno una premessa aperta alla possibilità della conclusione fino a quel momento insoddisfacente o mancata.
La psicoanalisi dunque introduce la considerazione dell’implicazione dell’Altro (reale) nel processo di cambiamento. A differenza di ogni altro metodo, tale implicazione viene giudicata sufficiente a produrre cambiamento a prescindere dal suo essere implicazione motoria. L’altro non è riconosciuto adeguato a innescare il moto per il fatto di fare alcunché: manipolare, curare, educare, convincere, costringere, necessitare, ma in quanto sensibilmente esistente e sperimentabile, occupante una posizione che obbliga il soggetto a fare i conti con la sua presenza obbligante o disobbligante rispetto a future conclusioni. Le due affermazioni (che la psicoanalisi introduce la considerazione dell’implicazione dell’Altro nel processo di cambiamento e che tale implicazione dell’Altro è costitutiva di una relazione che sarà obbligante o disobbligante per il soggetto) conducono ad intendere e riconoscere l’Altro operante non solo nel procedimento terapeutico (di guarigione), ma anche nell’innescare quel tipo di cambiamento tanto comune che ha come effetto la produzione della patologia, come le nostre biografie di malati testimoniano. Anche qui il modo dell’entrare in gioco dell’altro può non andare aldilà dell’obbligazione a cui esso può inclinare il successivo corso del pensiero del soggetto; la sua influenza può essere ridotta a quest’unico elemento minimo, senza che per forza, per trovarne giustificazione, si debba ricorrere ai maltrattamenti delle percosse.
Da ultimo, vorremmo indicare un ulteriore parametro che occorre prendere in considerazione ogniqualvolta si parla di cambiamento, in special modo quando, così come abbiamo fatto, si sostiene l’equivalenza tra cambiamento e conclusione. Lo faremo attraverso un aneddoto, citando le parole con cui Bruno Bettelheim, nella sua autobiografia, ricorda le proprie attese nella sala d’aspetto del proprio psicoanalista, attese spesso condivise con un piccolo paziente che attendeva a sua volta di essere ricevuto dalla moglie dell’analista di Bettelheim, essa stessa medico che si occupava di psicoanalisi infantile. Johnny, il piccolo paziente, era probabilmente un bambino autistico ed il suo comportamento, durante l’attesa, non mancava di colpire Bettelheim. Egli così si esprime: “Sul davanzale della finestra c’era un vaso con una piccola pianta di cactus, secondo la moda del tempo, e Johnny aveva la sconcertante abitudine di strappare una di quelle foglie piene di aculei pungenti e di mettersela in bocca e masticarla. Le spine dovevano ferirgli le labbra e la lingua, e infatti a volte gli vedevo la bocca sanguinare. Guardarlo farsi del male in quel modo non mancava mai di sconvolgermi, ma per molto tempo non manifestai nessuna reazione. Un giorno, però, dopo circa due anni di analisi, non riuscii a trattenermi e, pur sapendo che facevo male, esclamai: “Johnny, non so da quanto tempo vai dalla dottoressa Sterba, ma saranno almeno due anni, perché da tanto ti vedo qui, e ancora ti metti a masticare quelle orribili foglie!” Allora il ragazzetto, mingherlino com’era, tutt’a un tratto parve crescere di statura: ancor oggi non saprei spiegare come abbia potuto dare l’impressione di guardarmi dall’alto in basso; quindi rispose nel tono più sdegnoso: “Che cosa sono due anni di fronte all’eternità?” Era la prima volta che lo sentivo pronunciare una frase completa, e mi lasciò senza parole”.[4]
Le parole di quel piccolo paziente, facendo appello all’eternità, ci costringono, in maniera folgorante, a riconsiderare il nesso esistente tra cambiamento-conclusione e temporalità. Non a caso Johnny, piccolo paziente autista, ci offre la possibilità di considerare tale nesso dal lato dell’eternità (di ciò che lui suppone essere l’eternità e che noi possiamo forse meglio rappresentarci come assenza delle condizioni di esperienza soggettiva): il parametro del tempo acquista infatti rilievo – per la soggettività – solamente in relazione all’esigenza logica del concludere, la quale è, a sua volta, funzione dipendente dalla pensabilità dell’alterità, presupposta dall’incontro con un Altro reale. L’atto del concludere permette il passaggio dal tempo chiuso della (im)pura ripetizione al tempo aperto dell’accadere (anche inteso come accadere psichico: der psychische Geschehen), così definibile (quanto al suo essere realisticamente aperto) proprio in virtù del fatto che l’accadere è categoria (e fatto) che non dipende dal solo soggetto, bensì che chiama ad esistenza il soggetto nel porlo in relazione con l’Altro.
[1] S. FREUD: Progetto di una psicologia (1895), O.S.F., II:233, Boringhieri, Torino, 1968.
[2] G.B. CONTRI et al.: Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, Sic-Sipiel, Milano, 1987, p. 127.
[3] S. FREUD: Analisi terminabile e interminabile (1937), O.S.F., XI:530-531, Boringhieri, Torino, 1979.
[4] B. BETTELHEIM: La Vienna di Freud, Feltrinelli, Milano, 1990, p. 46.