La premessa di pensiero che precede l’aborto. E gli effetti civili di questo antecedente

Le riflessioni contenute nel presente lavoro sono state innescate da un’osservazione che, con significativa frequenza, ho potuto condurre nella pratica ambulatoriale all’interno di un servizio destinato a pazienti adulti con disturbi di tipo psichiatrico e psicologico. Superato l’aborto motivato ideologicamente o a partire da considerazioni sia sociologiche sia sanitarie, l’evento nuovo che ora si presenta è costituito dall’emergere di un ricorso all’aborto che non viene motivato e che si propone come a-conflittuale.

Pertanto, nel contesto dell’attività predetta, si incontrano abbastanza frequentemente donne la cui anamnesi è muta a riguardo dell’aborto, le quali si rivolgono allo psichiatra (o vi vengono inviate) a causa di una sintomatologia certamente minore, se confrontata con i disturbi di carattere psicotico, ma non sottovalutabile, che ho definito “melanconia sine depressione”.

La separazione del concetto di melanconia da quello di depressione può sembrare paradossale per il fatto che nel nostro secolo è avvenuto un collabimento tra le due parole, un vero e proprio schiacciamento e riduzione della patologia del pensiero sulla patologia dell’umore. In realtà, la melancholia – e, ancor prima: l’acedia – indica un atteggiamento del pensiero che, mentre si manifesta con l’apparente struttura dell’autoaccusa, attacca e odia l’altro. La tristezza – o, come dicono gli psichiatri: la deflessione del tono dell’umore – è solo la conseguenza, a volte addirittura non necessaria, di un tale pensiero. Vi è infatti una precedenza del pensiero sull’affetto, cosicché l’affetto, come tale, può essere abortito e incompleto.

Queste donne, che generalmente sono coniugate o conviventi stabilmente ed hanno uno o più figli viventi, lamentano sintomi che si dispiegano spesso all’interno di una cornice di vaghi disturbi concernenti il corpo, a coloritura ipocondriaca. Non raramente, a questi si accompagna un disturbo del ritmo sonno-veglia. Spesso ben presto affiora inoltre un sentimento di insoddisfazione impotente e pur divenuta programmatica. Al di sotto di questa cornice si apprezza inoltre un atteggiamento di ostilità diffusa, sorda e rancorosa, il cui aspetto dolente segnala il carattere di accusa di cui è impastata. Spontaneamente non riferiscono di avere abortito volontariamente e, qualora questa domanda non venga posta direttamente, per lungo tempo tacciono di questo atto compiuto anni prima. Quando poi, in seguito, spesso a distanza di alcuni mesi dal primo contatto e grazie a qualcosa che è avvenuto nella cura, esse vi accennano, ricostruiscono l’avvenimento come la risultante di un processo decisionale che fu assunto, in quel momento, senza neppure la percezione di un conflitto attuale; esito – per così dire – senza alternative, non tanto perché – allora – fosse giudicata impossibile o impraticabile qualunque alternativa, quanto piuttosto perché – apparentemente – neppure fu posta l’esigenza di prenderne in considerazione alcuna.

L’aborto era stato generalmente compiuto con l’accordo del partner all’interno di una sorta di congiura del silenzio: esempio compiuto, fin nei suoi effetti ultimi e manifesti, di quella complicità che la nostra epoca attribuisce al rapporto fra uomo e donna in quanto amoroso.

L’idea di “amore in quanto complicità” è stata molto propagandata tanto da sociologi e psicologi, quanto dai romanzieri e dai nuovi maître à penser cui i lettori di rotocalchi o gli ascoltatori di talk show televisivi e radiofonici si affidano, per orientarsi nella ricerca di soluzioni che faranno proprie. Ma ciò che abitualmente i propugnatori di questa idea non dicono e che anzi viene rigorosamente taciuto, è precisamente ciò che risulta alla lingua comune ovvero che qualora un rapporto sia descrivibile come definito dalla regola della complicità, la natura di quel rapporto non potrà che essere quella di una programmatica, anche se inconsapevole, associazione a delinquere. Così, a prescindere dal fatto che i partner compiano atti definibili come reati dal codice penale dello Stato, essi già hanno posto il loro rapporto, e proprio in quanto rapporto amoroso, in un campo concepito come ultimamente illecito e che, di per sé, prevede lo statuto di illegalità come condizione della presunta “tenuta” del rapporto stesso.

L’amore è individuato pertanto in un campo che sta fuori dalla legge, come se la sua norma fosse la trasgressione della legge. Questo pensiero rappresenta l’applicazione di una concezione generale del rapporto che ha il seguente fondamento. Se la legge generale dl rapporto tra Soggetto e Altro è quella che Hegel ha formulato con l’immagine del rapporto tra Servo e Padrone, entrambi si trovano condannati al desiderio della morte del partner al fine di sottrarsi l’uno al dominio e l’altro all’odio da parte del subalterno, e si trovano nel medesimo tempo condannati all’impossibilità di questo desiderio perché la sua realizzazione significherebbe la perdita della propria identità (ruolo). Se questa è l’immagine che rappresenta la legge generale di ogni rapporto ed è una legge che può essere soltanto mitigata dall’affetto, allora l’amore trova illusoriamente scampo collocandosi nell’illegalità, nella trasgressione – a sua volta senza sbocco – della legge.

Un pensiero del rapporto fra uomo e donna di questo tipo si iscrive a pieno titolo nel vasto capitolo che la nostra Scuola ha individuato con il nome di “psicopatologia non-clinica”, per indicare le situazioni in cui, a prescindere dalla possibilità che un contenuto clinico e sintomatico sia evidente o denunciato come tale dall’individuo che ne è portatore, la patologia diviene riconoscibile perché, per dirla in termini generalissimi,  il soggetto, in maniera eloquente attraverso i suoi atti, manifesta di avere sostituito l’altro con un oggetto come causa della propria soddisfazione.

Tale partizione nosografica che dà rilievo al concetto di “psicopatologia non-clinica”, non rappresenta dunque solo l’aggiornamento del concetto di perversione, che la psicopatologia ottocentesca aveva arbitrariamente ristretto al greve museo degli orrori di un numero limitato di pratiche sessuali sado-masochistiche o feticistiche in senso stretto, bensì permette di passare da un’individuazione per così dire locale della perversione (in quanto semplicemente sessuale), alla sua forma generale ovvero alla forma legale della relazione (o più correttamente: di opposizione alla relazione) che essa presuppone.

L’idea di amore pervertita dalla patologia non-clinica opera due distinte esclusioni:

1, esautora l’altro (partner, figlio, e ogni altro) del suo statuto soggettivo, riducendolo a puro complemento di ciò che al soggetto manca. Il corollario più importante di tale riduzione consiste nel fatto che, allora, nulla di veramente inaspettato può essere lecito attendersi dall’altro;

2, esclude dal rapporto (compreso quello amoroso) l’universo di tutti gli altri. Con una battuta si potrebbe dire, senza fare in alcun modo apologia di poligamia, che l’amore è troppo importante perché sia affare di coppia: l’amore lo si fa almeno in tre, e non perché si pensi al figlio, quanto piuttosto perché il disconoscimento del terzo ovvero dell’universo comporta necessariamente il disconoscimento dell’elezione del rapporto.

È da ciò che deriva – come ho già accennato – quel regime di melanconia senza depressione, in cui il legame con l’altro è pensato nell’economia chiusa del puro suo (dell’altro) essere “appoggio” o meglio: complemento, da cui deriva odio per il supplemento che l’altro (uomo o donna) potrebbe apportare.

Nell’ambito del cosiddetto villaggio globale i cui standard di pensiero legittimati e legittimanti stringono il soggetto da ogni lato, assistiamo, a mio avviso, a una transizione sempre più veloce e completa a una tale forma di pensiero che, nel pensare il rapporto fra uomo e donna, a seconda dei casi ma con stretta equivalenza e reciprocità, procede con l’escludere dal pensiero di questo rapporto il pensiero del figlio, tanto quanto include il figlio reale – allorché accada che sia “voluto” – nel puro orizzonte di un “possesso familiare”, vero e proprio imprinting soffocante mediante cui il figlio è pensabile solo in funzione (psichica) dei genitori, processo talmente totalizzante da fare impallidire lo statuto di “figlio-forza lavoro-potere del casato” in uso nei secoli passati, che – almeno – ancora non escludeva l’equivalenza tra figlio e bene e non ne vincolava la psiche alla famiglia.

La possibilità di compiere l’aborto all’interno di un regime di pensiero che esclude il conflitto è ora prevalente in misura largamente significativa e presenta, per quanto riguarda le conseguenze psichiche, differenze notevoli con le conseguenze successive ad un aborto compiuto avendone avvertito almeno l’aspetto problematico.

In quest’ultimo caso, per quanto ora ci interessa, non si tratta di discutere la validità del conflitto percepito e la classifica degli impedimenti rintracciabili a sua giustificazione (motivi sanitari, economici, di pianificazione familiare, organizzativi e perfino ludici) e non si tratta neppure di valutare i criteri secondo i quali la donna o la coppia sarebbero giunti a formulare la decisione all’aborto come soluzione meno gravosa rispetto ai propri individuati e cosiddetti “bisogni”. In questo caso gli attori mettono comunque in conto la permanenza di un “residuo” che potrà essere identificato con i nomi non equivalenti di “rimorso” o “senso di colpa”, e che spingerà a destini successivi, altrettanto non equivalenti, di ricerca di attenuanti quali la costrizione sociale, fisica, psichica, a loro volta presuntivamente dettate dalla subordinazione a circostanze che avrebbero annullato ogni altra possibilità, così come verso forme di espiazione o riparazione più o meno adeguate.

Aldilà del crinale segnato dalla pura e semplice percezione di un conflitto, quale che sia, o dall’assenza di questa percezione, il caso che stiamo mettendo in luce configura l’altra china, quella in cui l’aborto, nella misura in cui possiamo definirlo “a-conflittuale”, si iscrive esso stesso come conseguente ad un pensiero e ad una pratica del rapporto malati fin da prima.

L’aborto, come ogni atto umano, dà luogo a conseguenze, non semplicemente ad effetti naturalisticamente intesi. Per rimettere la questione sulle sue gambe, risulta pertanto essenziale riflettere a quanto possa essere avvenuto prima, vale a dire al pensiero (ai pensieri, tesi o teorie già pratiche e praticate) che lo hanno reso pensabile e praticabile senza che ne fosse neppure avvertita la dimensione drammatica.

È proprio questo il caso in cui si coglie la stretta connessione esistente tra livello del singolo e livello della cultura, tra attitudine personale nella ricerca di soluzione ai problemi del vivere e orientamento generale elaborato dalla società.

Fermo restando il dogma freudiano dell’imputabilità personale di ciascun soggetto nelle proprie scelte pratiche (ovvero morali), che si articolano finanche nella scelta della malattia (vale a dire: il soggetto rimane imputabile riguardo alla modalità patologica e pertanto insoddisfatta e insoddisfacente di statuire le proprie relazioni), è pur vero che, già da un secolo almeno, assistiamo ad una manovra culturale in cui convergono gli apporti di un vasto fronte che parte dalle costruzioni e dalle rappresentazioni della letteratura colta per raggiungere le teorie scientifiche ad impronta cognitivista, il cui esito comune e ottenuto attraverso strade differenti è quello di minare la consistenza stessa del soggetto, irridendo e umiliando con ogni mezzo la nozione della sua imputabilità. Non è inutile ricordare a questo proposito l’affermazione di Kelsen, insigne filosofo del diritto, secondo il quale “l’uomo non è imputabile perché libero, ma libero proprio perché imputabile”. L’operazione di esautorazione si compie istillando nell’individuo sempre più l’idea di non avere accesso, in quanto soggetto, alla facoltà di desiderare e di giudicare in proprio ovvero privandolo della consapevolezza di essere soggetto in un universo di soggetti, di essere soggetto in un universo umano e non semplicemente naturale. Il soggetto decaduto è il soggetto costruito da una scienza arrogante come puro effetto di leggi (bio)logiche e matematiche.

Un tale soggetto non sarà più né uomo né donna, ma solo (potremmo dire, facendo dell’umor nero: “nel migliore dei casi”) maschio o femmina; non statuirà più relazioni né di paternità né di figliolanza, ma interpreterà soltanto ruoli familiari e genitoriali; non stabilirà più relazioni amorose, ma sosterrà soltanto pattern di funzionamento sessuale. In una parola: non sarà più soggetto di relazioni, ma assoggettato ad interazioni.

L’aborto vissuto senza conflitto apparente è già esso stesso la conseguenza di questa decadenza del soggetto in quanto estraniato dall’universo della relazione, e, quando è così, costituisce una sorta di catalizzatore che accelera in seguito la coscienza della dissoluzione di quell’illusione di rapporto sul cui altare è pur stato compiuto. Se non avviene la correzione di questo pensiero della relazione, il frutto amaro della complicità preesistente risulterà in seguito troppo insopportabile perché il soggetto possa investire ancora nella relazione. Certo, si potrà continuare a vivere sotto lo stesso tetto, ma l’estraneità melanconica diverrà dato evidente.

Lo scopo di una cura non è adeguatamente definito dal solo fine di “aiutare”, ma si realizza compiutamente nell’aiuto a correggere un errore del pensiero.

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Contesto

Relazione al III Convegno Internazionale "Le conseguenze psichiche dell’aborto volontario", Movimento per la Vita Italiano, Roma, 8-9 febbraio 1996

Co-autori

Data

Feb 1996

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

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