I. In primo luogo detterò la definizione del significato dei termini che utilizziamo per rappresentarci e per differenziare le varie esperienze che sono comprese nello spettro che si estende dalla paura all’angoscia.
II. Presenterò in secondo luogo una breve rassegna descrittiva delle varie condizioni psicopatologiche che formano l’oggetto della trattazione. Verranno pertanto schematicamente descritti i lineamenti clinici di:
a – stati di ansia e di angoscia;
b – comportamenti fobici;
c – comportamenti ossessivi.
III. Introdurrò alcuni criteri per orientarsi correttamente in presenza di un bambino che manifesta questi disturbi.
IV. Da ultimo, abbandonando il piano descrittivo, proporrò tre riflessioni per meglio aiutare a comprendere che cosa è in gioco quando un bambino dice: “Ho paura” o, se è molto piccolo ed ancora non parla, quando manifesta di provare paura.
I. DEFINIZIONI
La paura: il soggetto si confronta con un pericolo noto, rispetto al quale, potendone valutare abbastanza precisamente la potenzialità di minaccia per la propria incolumità, può concludere che non sia impari la sfida ed il confronto con esso.
Si tratta quindi di uno stato essenzialmente di valutazione del pericolo e di preparazione del soggetto a sostenere la lotta, concentrando sulla situazione particolare tutte le proprie energie.
La paura è uno stato d’animo comprensibile e condivisibile, benchè la soglia della paura non sia la medesima per tutti.
Evidentemente non solo cultura, educazione, apprendimento ed esperienze precedenti concorrono per ciascuno a selezionare le situazioni di vita o gli oggetti che incutono paura.
Altro elemento significativo: il soggetto sostenuto dalla permanenza di una relazione: è noto infatti che ciò che può incutere paura quando si è soli, può invece essere affrontato tranquillamente quando si è in compagnia di un altro.
Con stato di ansia indichiamo uno stato penoso associato all’attesa di un avvenimento imprevisto e vissuto come spiacevole; si tratta di qualcosa che, sulla base di esperienze precedentemente vissute, è presentito come potenzialmente minaccioso, sebbene rimanga indeterminato.
“Avvenimento imprevisto” vuole dire che si tratta di un avvenimento incombente, ma non prevedibile nel suo effettivo accadere.
Nell’angoscia, lo stato psichico di tensione spiacevole è accompagnato da un vasto corteo di manifestazioni somatiche, la cui risultante complessiva è un senso di minaccia alla propria integrità.
Non è esclusa la sintomatolgia neurovegetativa o viscerale, come: sudorazione, tachicardia, dispnea, turbe digestive (compreso il vomito), dolori addominali, scariche diarroiche, vertigini. Il senso di minaccia può arrivare alla temporanea paralisi dell’iniziativa motoria e, beninteso, ad uno stato psichico di annichilimento.
Ma il rapporto tra questi affetti – ansia, angoscia, paura – e la relazione che in quel momento costituisce l’universo dell’esperienza del soggetto, è un rapporto ancora più profondo e significativo, che rappresenta il risultato di due fattori:
1°: la presenza dell’oggetto minaccioso o della situazione di pericolo,
2°: mancanza di un’adeguata difesa, che può essere trovata nell’altro.
CHE COSA FA DIFFERENZA TRA PAURA E ANGOSCIA?
Tradizionalmente si indica la differenza tra paura ed angoscia dicendo che nell’angoscia mancherebbe l’oggetto a cui viene riconosciuta pubblicamente la caratteristica di minaccia, esso rimarrebbe indeterminato. Questa è una osservazione non errata in sé, ma noi possiamo dire che è un’osservazione riduttiva ovvero che non coglie quello che a noi sembra essere l’aspetto più pregnante. Secondo questa visione per così dire “tradizionale”, nella paura:
si tratta di una reazione a un pericolo atteso, esterno e comprensibile;
il pericolo è conosciuto e conoscibile;
costituisce una reazione caratterizzata da accresciute attenzione sensoriale e tensione motoria, allo scopo di preparare il soggetto alla lotta, alla fuga o alla paralisi (che, in certe specie animali, costituisce anch’essa un modo per difendersi).
Nel concetto di angoscia il pericolo, all’opposto, sarebbe:
sconosciuto;
interno (?);
l’esperienza rimarrebbe enigmatica e senza uno scopo apparente.
Ma se esaminiamo più da vicino questa condizione, possiamo concludere che non è tanto la presenza o l’assenza dell’oggetto minaccioso che differenzia la paura dall’angoscia, quanto il fatto che nell’angoscia vi è una condizione di anomia.
Mentre la paura è una reazione finalizzata o alla lotta o alla fuga, la situazione di angoscia mostra che il soggetto ha perduto almeno temporaneamente il criterio secondo cui compiere il proprio moto. La legge che dà al soggetto facoltà di orientarsi nei propri pensieri e nelle proprie azioni è decaduta o abolita, talché diviene impossibile sia il sottrarsi al pericolo sia l’affrontarlo e risolverlo. È pertanto la condizione di mancanza di legge che permette di differenziare con maggiore precisione la paura dall’angoscia.
Nell’ansia e nell’angoscia l’intervento del 1° fattore si fa via via più sfuggente cosicché la presenza di un oggetto minaccioso può essere tanto sfumata fino al punto di non essere neppure necessariamente rintracciabile a giustificazione del prodursi di questi stati affettivi.
Se, correttamente, riconosciamo il fatto che il bambino vive del rapporto con l’altro, dobbiamo ammettere che ansia ed angoscia siano segnali che indicano qualcosa che riguarda lo stato stesso della relazione, la salute o la criticità del rapporto in quanto tale.
L’affacciarsi di queste epserienze emotive costituisce la registrazione di qualcosa che, nella relazione, è messo alla prova. È la relazione stessa, la sua tenuta, la tenuta dell’offerta dell’altro e del suo desiderio, che vengono denunciate e messe alla prova. Ansia e angoscia sono dunque un segnale di questa necessità, logica perfino, di mettere alla prova la relazione, fino ad essere la manifestazione, con i mezzi possibili, di un giudizio sulla relazione stessa, un giudizio incompleto, un giudizio formulato solo sulla denuncia del: “Non è vero che tu mi vada bene così”, che vuole dire: “Non è vero che tu così mi vuoi bene”.
Laddove c’è angoscia c’è sempre elaborazione.
PENSIERO DEL CORPO
Potremmo dire a questo punto, che se l’io è la sede dell’angoscia, questo vuole dire che l’io-pensiero produce l’angoscia, ma è l’io-corpo che la sperimenta. L’angoscia è una esperienza per così dire in presa diretta sul corpo, è un termine medio tra corpo e pensiero: è possibile perché è elaborata dal pensiero, ma non sarebbe avvertibile se non vi fosse il corpo.
L’uso di questa formulazione fa comprendere meglio che il pensiero non è mai sconnesso dal corpo, spirituale, ma è sempre pensiero del corpo e del corpo nei suoi moti, nelle sue relazioni, e pertanto nell’angoscia vi è pensiero corporeo, modo per dire che il pensiero si costituisce attraverso il corpo.
Allo stesso modo, mi sembra interessante descrivere l’esperienza dell’angoscia come il reciproco dell’esperienza della soddisfazione, perché anche nell’esperienza della soddisfazione vi è questa evidente indistinguibilità tra io-pensiero e io-corpo. Anzi, la riflessione su angoscia e soddisfazione ci permette di criticare la supposta distinguibilità tra pensiero e corpo, proprio perché angoscia e soddisfazione sono con ogni evidenza due costrutti elaborati dal pensiero, ma impossibili fin’anche a essere costruiti logicamente in assenza di corpo.
II. DESCRIZIONE DELLE SINDROMI CLINICHE
a. STATI DI ANSIA E DI ANGOSCIA
Prendiamo ora in considerazione gli aspetti clinici dell’angoscia.
Le manifestazioni saranno differenti a seconda dell’età del bambino, in quanto le manifestazioni preverbali sono differenti da quelle che compaiono allorché il bambino è in grado di esprimere con le parole ciò che sente.
L’angoscia preverbale del lattante è indotta dalla suscettibilità apprensiva dell’adulto che, riconosciuta nell’angoscia la trama di un pensiero pensato dal bambino, enfatizza vuoi il pensiero vuoi la sofferenza, suggellando un nesso permanente tra pensiero e dispiacere.
Questa drammatizzazione apprensiva produce un circolo vizioso ansiogeno in cui il lattante è preso senza potersene liberare, proprio perché non trova un partner sicuro di sé e pertanto rassicurante.
L’angoscia del bambino spesso rispecchia l’insoddisfazione materna, tramutata in apprensione. Di volta in volta, ed a seconda delle particolari caratteristiche del grande, questa apprensione può rappresentare una modalità di avvicinarsi al bambino, che compensa sentimenti di rifiuto, di freddezza, di allontanamento dello stesso, vissuti come intollerabili alla coscienza morale.
In questo caso il beneficio del bambino dipenderà in primo luogo dalla possibilità che la madre, acquisita la consapevolezza dei propri sentimenti rimossi, non si neghi ad un lavoro di elaborazione che la coinvolgerà in prima persona.
All’opposto, un secondo atteggiamento possibile consiste nella scarsa considerazione che l’adulto può avere del bambino in quanto soggetto pensante in proprio. Il bambino è visto, allora, come qualcuno che non ha facoltà di esprimere giudizi rispetto alla propria esperienza di piacere o dispiacere.
Stante questa teoria, l’angoscia del bambino non può venire riconosciuta nel suo valore di giudizio legato all’esperienza, formulato ed espresso dal bambino in maniera rudimentale ma non per questo meno infallibile, proprio perché – implicita alla teoria – sta la considerazione del bambino in quanto scatola vuota, “computer” in cui inserire un “programma di pensiero” che è il pensiero sociale omologato: “apprendimento” è la grande parola che ricorre in questi casi.
L’unilateralità di questa posizione consiste nel non dare valore al (e quindi nell’incapacità programmatica a riconoscere il) pensiero del bambino e l’attendibilità delle sue manifestazioni.
Si tratta di un vero e proprio attentato alla realtà psichica di ogni soggetto, compreso, ed in primis, il bambino, che conduce all’esautorazione del principio di competenza soggettiva individuale propria dell’essere umano e funzionante fin dalle epoche di vita più precoci.
Una manifestazione di angoscia abbastanza tipica che ricorre con una certa frequenza verso l’ottavo mese è la cosiddetta reazione di angoscia di fronte al viso di un estraneo, da alcuni autori considerata testimonianza di un vero e proprio momento organizzatore della funzione dell’io, in quanto indicherebbe l’acquisizione, da parte del bambino, di una capacità di distinzione tra madre e non-madre. L’assenza del viso della madre dalla percezione visiva verrebbe intesa come preludio alla perdita della relazione con la madre stessa.
Ma se la funzione della percezione visiva viene facilmente riconosciuta, non altrettanto riconosciuta in genere è l’importanza della percezione uditiva.
Mi si dirà probabilmente che ciò non è vero, mi si dirà che chiunque ha abitualmente notato quanto i bambini risultano infastiditi da rumori improvvisi, ad esempio quelli dei comuni elettrodomestici, dello squillo del telefono o del campanello. Mi si dirà anche che tutti i genitori riproducono una miriade di suoni con i propri bambini, che li coccolano con ogni sorta di moine verbali, gorgheggi, trilli vocali.
Tutto questo va bene, è chiaro, ma ditemi: siete certi di parlare con i vostri piccoli bambini? Vi capita di parlar loro, non soltanto allo scopo di intrattenerli, ma per spiegare loro qualcosa che ritenete importante, e che desiderate che possano comprendere? Parlate loro per introdurli alla realtà, alla realtà umana cui già appartengono? Non si dimentichi che “realtà umana” non vuole dire un ambiente generico, ma significa precisamente l’avvenimento dello sperimentare il privilegio di un rapporto. Parlate loro con la certezza che possano comprendervi? Sapete parlare seriamente al vostro bambino?
Provatevi a farlo: accompagnate la vostra uscita momentanea dal suo campo visivo, rimanendo vicino a lui con la vostra voce e raccontandogli quello che state facendo. Spiegategli anche come è fatto il mondo: non dimenticate che il vostro bambino è il vostro ospite, e che spetta a voi il compito di introdurlo nella realtà. Non si dimentichi che introdursi nella realtà non significa solamente imparare a padroneggiare gli oggetti, ma significa percepire ed incontrare una realtà di desiderio.
Angosce notturne: esse sono rappresentate da uno spettro di condizioni che va dal sogno di angoscia all’episodio di terrore notturno e comprende anche gli stati, meno drammatici, di risveglio ansioso.
In queste manifestazioni risulta già molto più evidente la presenza della componente psichica nella manifestazione di angoscia, in quanto essa è in questo caso evidentemente connessa con quanto avviene durante il sonno, vale a dire con l’attività del sogno.
Il sogno è un’elaborazione di pensiero che si esprime con un linguaggio proprio, dotato di una grammatica e di una sintassi particolare, ma altrettanto precisa di quella che regola il linguaggio diurno.
Vorrei fare osservare che mentre il linguaggio verbale diurno necessita di un apprendimento lungo e difficoltoso, dal risultato incerto, di modo che la competenza linguistica non sempre è così completa, anche nell’adulto, da permettere di esprimere con precisione ed efficacia il proprio pensiero, la competenza linguistica del linguaggio onirico, invece, è molto più completa fin dal bambino di due anni, i cui sogni sono costruiti altrettanto efficacemente dei sogni degli adulti. Inoltre il linguaggio onirico, non dimentichiamolo, resta in vigore lungo tutto l’arco della vita, tanto che noi stessi lo usiamo invaribilmente tutte le notti, se siamo sufficientemente sani da non soffrire troppo di insonnia.
Il pavor nocturnus costituisce certamente l’episodio più drammatico di questa serie. Si tratta di una condotta allucinatoria notturna, che sopravviene in genere fra i tre e cinque anni, comparendo nel primo ciclo del sonno.
All’improvviso il bambino urla nel suo letto, con gli occhi stravolti, col viso atterrito. Non riconosce chi gli sta attorno, neppure la madre, sembra inaccessibile a qualsiasi ragionamento. Si notano: pallore, sudore e, di solito, tachicardia.[1]
La crisi dura tutt’al più qualche minuto, quindi il bambino si riaddormenta subito per poi, al risveglio, non conservare alcun ricordo dello stato di terrore vissuto.
Il periodo di incidenza degli episodi di pavor nocturnus è vario: nella maggior parte dei casi si ripetono alcune volte tra i tre ed cinque-sei anni, poi spariscono. Più raramente la loro frequenza diviene quasi quotidiana, ed altri sintomi possono associarsi, in particolare quelli di natura fobica.[2]
b. COMPORTAMENTI FOBICI
Fobia: timore irrazionale per oggetti o situazioni di uso comune e generalmente sprovvisti di caratteristiche minacciose.
È una paura privata e non condivisa dalla generalità dei soggetti.
Qualora si tratti di oggetti o condizioni provviste di caratteristiche effettivamente minacciose (paura dei serpenti, ecc.), il soggetto è obbligato non solo ad evitare l’incontro – nella realtà – con la situazione temuta, ma anche a “tenere fuori” dallo psichismo cosciente ogni rappresentazione mentale dell’oggetto fobico.
Infatti è sufficiente che tale rappresentazione faccia il suo ingresso nel campo della coscienza perché si produca un senso di allarme e tensione misto ad interesse ed eccitazione emotiva rivelatore di un investimento psichico spropositato ed enigmatico agli occhi di chi non soffre di questa condizione.
La presenza della fobia induce il conseguente comportamento di evitamento della situazione o della rappresentazione fobigena.
L’incontro con l’oggetto fobico o l’impossibilità di sottrarsi alla situazione temuta, scatena una crisi di angoscia invincibile. Ne risulta una limitazione più o meno estesa della vita del bambino e naturalmente l’estensione della limitazione è proporzionale alla quantità delle singole fobie ed alla percentuale, per così dire, di diffusione degli oggetti o delle circostanze fobiche, con conseguente limitata od elevata probabilità che esse entrino negli incontri della vita quotidiana oppure no.
L’impossibilità di affrontare la circostanza fobica può essere assoluta o relativa; in quest’ultimo caso il bambino, se accompagnato da papà o mamma, è in grado di vincere la propria paura (questo riguarda soprattutto quelle paure quasi costanti durante la crescita, come la paura del nero, del buio, dei piccoli animali, degli animali che mordono, come il lupo, o degli estranei, dei fantasmi o degli orchi).
In questo caso sarebbe forse meglio, più che di fobie, parlare proprio di paure, in quanto esse significano l’emergenza del sentimento di individualità, di un io che il bambino sente di dover difendere, e questo è prova di un realismo che, al contrario, risulta assente nel caso, grave, di bambini psicotici che sembrerebbero non avere coscienza di nessun loro limite e che pertanto si mettono in situazioni pericolose in maniera ripetitiva e ad un’età in cui l’esperienza avrebbe già dovuto insegnar loro a riconoscere ed evitare tali situazioni.
Il caso in cui la fobia può essere superata in presenza di una certa persona è interessante in quanto ci permette di considerare un aspetto che, pure celato, non è estraneo neppure alle fobie assolute.
Quale è questo aspetto? Ma certamente è un invito a riflettere sul fatto che ciò che accade nella testa del bambino non si produce come in una scatola chiusa, indipendentemente dallo stato delle sue relazioni.
Anche se non ci si capisce nulla del come e del perché quella paura sia così importante e invincibile; anche se abbiamo giustamente l’impressione che tutte le spiegazioni che possiamo darci, ascrivendo l’origine della paura al tale episodio traumatico o al tal altro cattivo incontro…, anche se abbiamo giustamente l’impressione che tutte queste spiegazioni rimangano inevitabilmente alla superficie e non ci permettano di comprendere l’intimo perché del fenomeno, una cosa prende rilievo, ed è proprio il fatto che il sintomo rappresenta, in maniera bizzarra e fantasiosa, la sintesi, per così dire, dello stato delle relazioni del soggetto.
Quella paura è la risposta che il bambino ha elaborato di fronte ad un problema che il mondo delle sue relazioni gli ha posto. È già una soluzione, non soddisfacente certamente, che egli ha trovato e che ha adottato come un compromesso.
Nella maggioranza dei casi, il destino dei comportamenti fobici infantili è quello di attenuarsi e scomparire, almeno in apparenza, verso i sette-otto anni.
Certamente facilita questa evoluzione positiva un atteggiamento del genitore che rifugga dall’eccessiva comprensione così come dalla provocazione sadica che sfida metodicamente il bambino a mettersi alla prova ed a superarsi.
c. COMPORTAMENTI OSSESSIVI
Per quanto riguarda, da ultimo, le condotte ossessive, si può dire che esse sono caratterizzate da fenomeni mentalizzati, che chiamiamo idee ossessive, e da fenomeni agiti, che chiamiamo compulsioni.
Le idee ossessive sono idee criticate dal soggetto per il loro contenuto, spesso assurdo, e per la loro invasività assediante, le quali idee, nonostante l’opposizione del soggetto ed i suoi tentativi di allontanarle, parassitano la sua attività mentale, fino a monopolizzarla.
Le compulsioni, invece, sono caratterizzate da un sentimento di costrizione, talvolta preceduto da un lotta ansiosa, a compiere degli atti non desiderati, che assumono il carattere di ripetitività ritualizzata.
Nella forma più completa, che certamente non si manifesta prima dei dieci-dodici anni, la nevrosi si sviluppa come opposizione contro questi pensieri e queste tendenze, dando luogo ad una vera e propria lotta, il cui carattere di dubbio e di conflitto, nel non saper risolversi tra due opposti, si rende trasparente nei rituali, spesso costruiti con modalità bifasica, e cioè compiendo nella prima parte della sequenza certe azioni che vengono “annullate” nella seconda parte della sequenza stessa attraverso azioni contrarie, oppure compiendo una sequenza di azioni le quali, esaminate singolarmente, rivelano un’ambivalenza di fondo, potendo esprimere e rappresentare due contenuti di pensiero opposti.
Il conflitto psichico si esprime inoltre attraverso un modo di pensiero caratterizzato da ruminazione mentale, dubbi, scrupoli, che danno luogo all’inibizione del pensiero e dell’azione e attraverso una particolare impostazione del carattere, detta “formazione reattiva”, che porta a sviluppare i tratti opposti alle tendenze inconsce (ad esempio la compassione in luogo del sadismo o la pulizia al posto del piacere per lo sporco).
Nel bambino compaiono frequentemente numerosi rituali, valga per tutti l’esempio, che quasi certamente ogni adulto potrà recuperare dalla propria infanzia, del gioco, messo in atto senza alcuna connotazione ansiosa, costituito dal tentativo di percorrere una strada pavimentata irregolarmente senza calpestare i bordi dei singoli lastroni.
Allo stesso modo, è noto che la ritualizzazione di certe condotte occupa un posto non trascurabile nell’educazione:
– rituali concernenti l’apprendimento del controllo degli sfinteri, prima, e della cura della persona poi;
– rituali dell’addormentamento: luci, fiabe, bacio della buona notte ed eventualmente richieste di rassicurazione…;
– rituali concernenti l’alimentazione e la richiesta da parte del bambino che venga rispettata la sua preferenza ad assumere i cibi secondo una priorità da lui stablita (dapprima quelli più graditi e quindi quelli per lui meno appetibili);
– rituali che favoriscono la concentrazione rispetto allo svolgimento di compiti particolari, soprattutto riguardanti lo studio, l’apprendimento, i doveri scolastici…
Tutto ciò significa che l’utilizzazione di certi riti d’entrée svolge una funzione addirittura utile nell’organizzazione del nostro psichismo, e che tutto ciò generalmente viene integrato pacificamente nel carattere, senza senso di opposizione o di costrizione alcuna, scomparenddo spontaneamente verso i sette-otto anni.
In altri casi i rituali ossessivi sembrano rappresentare tentativi più o meno disperati di contenzione dei propri desideri vissuti come pericolosi e distruttivi.
Il significato di questi rituali sembra allora essere innanzi tutto quello di mantenere un ambiente circostante identico ed invariabile e di assicurare questa immobilità che, sola, diviene garante della propria incolumità e custode del proprio desiderio irresoluto.
III. QUALI SONO I SEGNALI IN BASE AI QUALI DECIDERE COME AGIRE?
La distinzione tra paure normali e paure patologiche è semplicistica, benchè sia vero che alcune paure, come quella del buio, del mare, di alcuni animali, siano praticamente ubiquitarie, almeno transitoriamente, durante l’infanzia.
Ma la distinzione tra paure normali e fobie non può essere decretata in base al semplice contenuto della paura ed al suo discostarsi dalla media delle condizioni e dei contenuti che più frequentemente compaiono nell’innescare paura.
Non è la banalità o la stranezza di ciò che il bambino teme, che deve preoccupare; non è la sproporzione tra il contenuto apparente e l’affetto manifestato; è piuttosto la sua fissità nel tempo e invasività di tutto, per così dire, lo spazio mentale del bambino.
Il segno che deve indurre ad apprezzare che si è in presenza di un conflitto che probabilmente il bambino non sarà in grado di risolvere da solo è costituito dal momento in cui la paura incomincia ad inquinare ogni rapporto ed a colonizzare ogni spazio della sua realtà psichica, eventualmente inserendosi in maniera apparentemente armonica e ben integrata nella personalità.
In questo caso armonia ed integrazione sono solo apparenti; al contrario la naturale flessibilità e mobilità della psiche sta cedendo il passo ad un irrigidimento che si manifesta nella cristallizzazione di comportamenti di evitamento, così come di rituali astrusi, ripetitivi e complessi, segni di una iniziale deformazione dello psichismo che si piega docilmente alle esigenze della nevrosi, quasi senza opporre più alcuna resistenza.
Evidentemente i mezzi attraverso i quali il bambino manifesterà l’esistenza di questo conflitto saranno proporzionati all’epoca del suo sviluppo neuromotorio, al padroneggiamento del linguaggio, alle capacità espressive verbali, al grado di autonomia motoria proprio dell’età ed alle capacità raggiunte di inserire il disturbo nella personalità (un inserimento che, per essere precisi, si manifesterà, ad un’osservazione obiettiva, come disarmonia, se non come vera e propria rottura rispetto alla normalità mostrata in precedenza).
I motivi che fanno sì che un certo oggetto o una certa situazione vengano “scelti”, come veicolo dell’angoscia sono, in virtù del meccanismo difensivo che chiamiamo “spostamento”, in fondo casuali: dipende dalle “offerte” che il soggetto trova sul mercato, dal fatto che, in quella certa circostanza, trovandosi alle prese con quel problema, egli possa, per via associativa, raccogliere un certo oggetto come supporto su cui spostare la rappresentazione del conflitto, in modo tale da addomesticare, per così dire, il conflitto, non potendosene liberare.
Bisogna rifuggire dalle semplificazioni, ad esempio quelle scopertamente simboliche che ci portano ad interpretare rigidamente una cosa come rappresentante di un un certo significato, in virtù delle proprie caratteristiche formali.
Spesso il nesso è rappresentato non tanto dalle caratteristiche intrinseche dell’oggetto preso in sé, ma dal fatto che in una certa circostanza significativa, quell’oggetto, in sé neutro, era un componente dello scenario di quella circostanza (contemporaneità), addirittura il componente più neutro ovvero più lontano dal contenuto che da quel momento in poi rappresenterà.
Anzi, può trattarsi addirittura di un oggetto che viene scelto, per essere eletto ad oggetto temuto, proprio in virtù della sua neutralità significativa ed innocenza apparente, per meglio svolgere la propria funzione di camuffare e mantenere celato il contenuto inaccettabile alla coscienza.
Questo fa comprendere come sia inutile, se non dannoso, contestare o correggere la paura del bambino dimostrandone l’infondatezza, ad esempio dando una serie di motivazioni o giustificazioni razionali che mirano a rendere accettabile quell’oggetto al fine di superare (“vincere”) la paura, presentandolo nella luce più innocua.
Quando il bambino parla dell’oggetto che teme, il linguaggio con cui intenderlo non è quello diretto, che mette in relazione le parole con le cose che quelle parole rappresentano. Il bambino, pur senza saperlo, ci sta parlando di altro: l’oggetto o la circostanza sono lì per rappresentare qualcosa della sua relazione. È di questo che egli parla.
Occorre, allora, evitare due atteggiamenti:
1. La ridicolizzazione, la banalizzazione, l’invito a dare prova di coraggio o di volontà, quando non, addirittura, di intelligenza.
Il bambino non è sciocco e, almeno in una certa misura, ma in alcuni casi anche in maniera bruciante, è consapevole di tutto quanto l’adulto gli può rinfacciare: sa bene che provare terrore per una piuma che fuoriesce dalla fodera del suo cuscino è ridicolo; sa altrettanto bene che il toccare per tre volte con la mano sinistra la maniglia della porta di casa prima di andare a letto non mette al riparo da una eventuale visita notturna dei ladri, ma sa anche che questa razionalizzazione banale è l’unica spiegazione che egli riesce a fornirsi ed a fornirvi; sa bene che quando si siede sulla sedia non arreca alcun male agli invisibili microorganismi che potrebbero trovarsi tra il piano della sedia ed il suo culetto, ma per quanti appelli faccia alla propria intelligenza ed alle spiegazioni ricevute a scuola, non può eliminare il dubbio di trovarsi in presenza di una circostanza eccezionale in cui esista veramente il rischio di procurare un danno irreparabile ad un altro essere vivente. Pertanto ogni ridicolizzazione ed ogni banalizzazione non producono altro effetto che rendere più insicuro il bambino e soprattutto lo spingono ancor più in balìa di un sentimento di inganno estraneo, non permettendogli di concludere in altro modo da questo: la realtà (ma la sua realtà è in primo luogo la realtà dei suoi altri) è veramente maligna, poichè lo mette di fronte a problemi che egli non sa risolvere altrimenti, mentre l’altro non solo non è in grado di aiutarlo (questo passi, non ve ne vuole certo per questo!), ma gli cambia persino le carte in tavola, prendendosi gioco di lui.
2. Focalizzazione senza tregua dell’attenzione dei genitori sull’anormalità del bambino, che accompagna il richiamo puntiglioso ad un riesame metodico dei contenuti letterali delle sue paure o dei suoi rituali, con l’enfatizzazione drammatica della stranezza e dell’anormalità di queste manifestazioni.
Quasi che, in questo caso, destasse maggiore allarme l’eventualità di avere a che fare con un bambino anormale rispetto ai suoi coetanei, con tutte le limitazioni che ne possono derivare, che non la preoccupazione per la reale sofferenza in cui egli si dibatte.
Quando questi aspetti di fissità ed invasività sono presenti, è chiaro che il genitore, aldilà della propria sensibilità e della propria preparazione, non può fornire tutto l’aiuto di cui il bambino ha bisogno, perché si trova, facendo un paragone calcistico, in una posizione di “fuori gioco” che non gli permette, nemmeno se fosse egli stesso un professionista del campo, di fornire al bambino gli appigli intellettuali di cui necessita per trovare il bandolo della matassa.
È bene, in questi casi, che il genitore dia prova al bambino di comprendere come egli si trovi in grande difficoltà. Gli dica apertamente che egli, mentre capisce che si possa provare questa grande paura, non riesce però a comprenderne bene l’origine, ma che certamente la sua paura ha una causa che può essere compresa e risolta con l’aiuto di una persona che si andrà insieme a consultare, ed a cui egli, genitore, sarà contento di affidare il proprio bambino perché possa guarire.
IV. LE IDEE FONDAMENTALI
a. IL VALORE COMUNICATIVO (= DINAMICO) DEL SINTOMO
In primo luogo sta l’invito a non affrontare gli argomenti di cui abbiamo trattato esaminandoli in maniera statica, vale a dire presupponendo che tutto ciò possa essere considerato qualcosa che accade nel solo “spazio interno” del bambino.
Con ciò intendo sottolineare l’aspetto di valore comunicativo del sintomo, il che vuole dire che ciò che avviene è qualcosa di significativo nella relazione tra il bambino ed i suoi altri (i genitori).
Questo primo piano di complessità è dunque il piano che rimanda continuamente il “ciò che avviene nel bambino” al “ciò che avviene (o è avvenuto) nei suoi altri”. Occorre fare, perciò, continuamente un lavoro di spola tra bambino e adulto. Infatti è assolutamente evidente che questa continua spola tra le due posizioni soggettive in questione (il piccolo e il grande) è altrettanto assolutamente determinante nel favorire nel bambino il superamento o all’opposto la fissazione del sintomo.
b. LA PAURA È AFFETTO O PENSIERO?
La questione che ci poniamo è se la paura (e con essa ansia e angoscia) sia esperienza emotiva primaria, vale a dire impossibile ad essere tradotta e compresa, oppure rappresenta l’espressione di una catena di pensieri di cui il bambino è soggetto pensante fin dall’epoca precedente all’acquisizione degli strumenti verbali per esprimerli.
E ancora: la paura è reazione, qualcosa che avviene dopo, come la risposta elementare dell’arco riflesso che scatta al ricevimento dello stimolo, senza alcuna ulteriore elaborazione, oppure è segnale, vale a dire qualcosa che anticipa un pericolo più grande, quindi con valore di difesa?
Paura e angoscia sono rappresentative di un pensiero, la qual cosa ci rimanda allora alla possibilità-necessità di comprenderlo.
Paura ed angoscia sono vere e proprie elaborazioni teoriche, che rappresentano il risultato di costruzioni intellettuali compiute dal soggetto-bambino allo scopo di rendere possibile il piacere, nella relazione, ed il cui esito in dispiacere segnala che quell’elaborazione non è potuta arrivare a conclusione.
Ecco perché la situazione angosciosa spesso si ripete, sempre uguale: perché è una conclusione insoddisfacente, non veramente conclusiva, e pertanto insiste, testimoniando, nel medesimo tempo, le due facce:
– dell’essere ricerca di soluzione soddisfacente
– e dell’essere segnale del temporaneo fallimento di questa ricerca.
c. NORMALITÀ, MALATTIA E PATOLOGIA
La scelta lessicale da me fatta nel proporre il titolo, ovvero la scelta di utilizzare il concetto di paura per descrivere quanto accade nei piccoli e di attribuire il concetto di angoscia a quanto accade nei grandi, è tesa che vi è una differenza tra piccoli e grandi e che vi sono come due tempi dell’esperienza.
Mi si potrebbe obiettare di avere utilizzato i concetti di paura e di angoscia in modo molto personale, ritenendo che avrei fatto meglio ad usare, invece di questi, due termini qualunque. Pur non avendo difficoltà ad ammettere questa critica, ribadisco l’esistenza di un motivo specifico all’origine di questa scelta: mi importa, un po’ provocatoriamente, significare che vi è una differenza tra piccoli e grandi e che vi sono come due tempi dell’esperienza.
Possiamo supporre che inizialmente il bambino intenda l’altro come partner che ha una sola funzione, e giustamente: quella di essere mezzo al raggiungimento del proprio vantaggio, vale a dire al raggiungimento della propria soddisfazione.
Le fiabe stesse sono costruite in modo tale da mettere in rilievo questo vero e proprio privilegio del più piccolo nei confronti degli altri contendenti: a dispetto della sua età e della sua forza, il più piccolo mostra una sorprendente capacità e destrezza nel piegare opportunamente a proprio beneficio la maggior forza e le maggiori ricchezze di coloro che gli sono superiori in età. Egli pertanto, pur non avendo ancora smarrito, in questa età, la libertà di mirare alla soddisfazione nel rapporto con l’altro, può tuttavia trovarsi alle prese con un ostacolo reale a che questo avvenga.
Ho chiamato “paura” lo stato che si produce quando il bambino non può fare altro che registrare l’indisponbilità o l’insufficienza dell’altro a collaborare con lui. Questa indisponibilità ha un riverbero tutto interno, di minaccia alla propria sopravvivenza stessa, e non solo perché il bambino non è autonomo, è dipendente dalle cure dell’altro (si pensa in genere alla madre), ma perché la sua vita psichica dipende dal desiderio di lui, che vive nell’altro.
In questo momento il bambino che fa questa esperienza registra ed esprime semplicemente la conclusione sperimentata: che l’altro non è idoneo, in quel momento, ad essere partner all’altezza del suo compito, la soddisfazione. Nella paura egli lascia ancora in sospeso, non esprime alcun giudizio sulle intenzioni dell’altro: semplicemente ciò che (chi) dovrebbe essere a sua disposizione per concorrere al piacere, non è lì; al suo posto vi è un agente non idoneo, ma ciò non vuole ancora dire supporre nell’altro l’intenzione di negarsi alla sua funzione o di ingannarlo (la paura è, relativamente, facilmente consolabile). Il bambino è il vero realista.
L’esperienza dell’angoscia richiede, per stabilirsi, un passaggio in più, ed è per questo motivo che, nel titolo, l’ho attribuita ai grandi (anche se, in questo senso, il bambino di tre anni è già grande ovvero è già attrezzato per poter compiere questo passaggio).
Il passaggio è quello di trovarsi nella necessità di giudicare in che misura la mancata soddisfazione sia imputabile al mancato apporto dell’altro oppure alla propria incapacità di avvalersene.
Il bivio del passaggio dalla paura all’angoscia è proprio questo: di fronte a questo bivio, ci si introduce nella direzione dell’angoscia nel momento in cui, per difetto di giudizio sull’altro (difetto di giudizio sull’altro vuole dire anche “volerlo salvare” ad ogni costo), il bambino ribatte su di sé la causa della propria mancata soddisfazione: “Non sei tu che non mi sai comprendere (= soddisfare), ma sono io che non so distinguere quale è il mio piacere”. Dal non saper distingure quale è il proprio piacere al non saper distinguere quale deve essere il proprio piacere, il passo è breve…
L’angoscia si stabilisce là dove il bambino incomincia a dubitare della propria capacità di distinguere piacere e dispiacere, in favore del poter continuare a mantenere la stima nella capacità e nella buona disposizione dell’altro a concorrere con lui in questa impresa.
Spesso gli adulti presumono che le maggiori difficoltà dell’esistenza siano rappresentate dall’assunzione dei compiti educativi nei confronti dei propri figli. In questo si illudono e si ingannano: la questione più impegnativa che il soggetto umano è obbligato ad affrontare consiste nel saper giudicare i propri genitori, che vuole dire anche sapersi autorizzare in questo giudizio. Questo compito si pone fin dall’infanzia, ma è sufficiente avere esperienza di psicopatologia clinica di adulti per sapere che spesso, pur raggiunta l’età cosiddetta matura, a questo giudizio non si è stati in grado di arrivare e per osservare che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ci si ammala mai per pensieri e preoccupazioni che riguardano i propri figli (non esiste l’ammalarsi di crepacuore per il figlio delinquente o tossicomane), ma sempre, quando ci si ammala anche da adulti, ci si ammala nella posizione di figli che hanno rinunciato alla libertà di giudicare i propri genitori.
Le due teorie freudiane sull’angoscia
Secondo la prima teoria l’angoscia è tout court provocata dall’insoddisfazione, risultato di un moto non concluso. È uno stato affettivo comportato dall’insoddisfazione, in qualche modo una risposta automatica all’eccitamento rimosso. È l’eccitamento stesso che si trasforma in tensione angosciosa. L’eccitamento, in quanto energia che non ha potuto seguire o trovare la propria strada o che è stata inibita dal trovare la propria strada e dal percorrerla fino al soddisfacimento acquisibile, si trasforma in tensione angosciosa. È come se ci fosse un’equivalenza energetica tra eccitamento e angoscia.
Con l’adozione della seconda teoria, l’angoscia è definita come il simbolo affettivo della situazione di pericolo. Ovvero l’angoscia è una elaborazione precoce e preventiva di un risultato insoddisfacente che l’io, se proseguisse nel proprio moto, non sarebbe in condizione di evitare. Di fronte a un pericolo l’angoscia sarebbe il segnale che il soggetto elabora per preservarsi dal continuare in quel moto che avrebbe una conclusione gravemente insoddisfacente. È ciò che si è poi passati ad indicare nella formula di angoscia segnale: l’angoscia è il segnale di un pericolo talmente minaccioso che un io, che si trovasse in quelle condizioni e che non rispettasse il segnale, verrebbe inevitabilmente esposto, inerme, a un avvenimento molto più spiacevole di quanto non sia il segnale stesso. Su questo torneremo più avanti.
L’angoscia è segnale perché permane il primo giudizio
Pensare all’angoscia come ad un segnale significa intenderla come il risultato di un costrutto che è già arrivato a formulare un giudizio sull’efficacia del pericolo. Infatti nell’angoscia non è tolta al soggetto la facoltà del primo giudizio ovvero la facoltà di distinguere piacere da dispiacere: essa è il giudizio del principio di piacere in funzione. Se l’angoscia fosse una formazione che agisse in contraddizione col principio di piacere o in assenza dello stesso, allora non si produrrebbe per nulla, perché non ci sarebbe neppure bisogno, in una condizione del genere, di segnalare il pericolo. La possibilità di segnalare il pericolo attraverso l’angoscia, dunque la possibilità di sperimentare l’affetto dell’angoscia, è una prova certa del fatto che il primo giudizio è in vigore in quel soggetto, non è stato esautorato.
La relazione tra sviluppo di angoscia e formazione di sintomi è tale per cui un processo può sostituire l’altro.
Il concetto di “angoscia segnale” permette di riconoscere nell’angoscia un antecedente che può prendere due direzioni, entrambe conseguenti:
l’una è quella della formazione del sintomo, attraverso la rimozione;
l’altra è quella di indurre all’inibizione ovvero alla rinuncia ad una azione la cui esecuzione produrrebbe angoscia.
Riconoscimento dell’angoscia in quanto sempre in connessione con un pericolo esterno, la cui vicissitudine potrebbe essere così descritta: l’evento traumatico è andato incontro dapprima nella trasformazione in un perciolo interno, cioé in una ferita del soggetto, e quindi, con la formazione del sintomo che consegue all’angoscia, questo pericolo viene di nuovo ri-esteriorizzato, ma con una importantissima variazione: viene ri-esteriorizzato non nel senso di essere riconosciuto come quel pericolo esterno, quell’evento traumatico che ha agito originariamente, ma viene ri-esteriorizzato in base a falsi nessi.
Quanto detto ricollega l’angoscia all’esistenza di una minaccia reale che si è esplicata come inganno; in che modo?
La minaccia è giustamente denotabile come reale in quanto il soggetto vi si trova esposto per un intervento attivo dell’altro, che ricade in una delle due forme seguenti:
a) una mancanza di legge nell’altro è stata sostituita, dall’altro stesso, da un imperativo che ha incluso e subordinato a sé il soggetto, instaurando un regime del “si fa così” patogeno perché esautora il soggetto dalla richiesta di una legge valida che permetta la conclusione del moto nella soddisfazione;
b) una mancanza di legge nell’altro è stata sostituita, dall’altro stesso, da una menzogna riguardante i sessi che consiste nel presentarli e istituirli come un ostacolo alla relazione.
[1] J. De Ajuriaguerra, D. Marcelli, Psicopatologia del bambino, Masson, Paris, 1982, 1984, p. 85 dell’ edizione italiana.
[2] Ibidem.