Libertà e determinismo

Commento del passo di Freud da “l’Io e l’es”:

“L’analisi non ha il compito di rendere impossibili le reazioni morbose, ma quello di creare per l’Io del malato la libertà di optare per una soluzione o per l’altra”. 

Aggiungo alla frase posta in esergo e tratta da L’Io e l’Es, un’altra citazione, un mio esergo particolare, tratto dallo scritto del 1915 Osservazioni sull’amore di traslazione. Freud dice che nella psicoanalisi il paziente, ripercorrendo le fasi più remote dello sviluppo psichico, “verrà condotto ad acquisire quel più di libertà spirituale che distingue, da un punto di vista sistematico, l’attività psichica cosciente da quella inconscia”. 

Inserisco questa affermazione di Freud in una riflessione, o meglio in una constatazione critica che traggo dall’esperienza comune (comune in senso professionale), che consiste nel fatto che se possiamo concedere un certo grado di verità alla credenza che in certe situazioni ci si ammali necessariamente, non si dà però il caso inverso, ovvero non si guarisce per necessità. 

C’è quindi uno scarto tra una certa (uso questa parola con valore attenuativo) necessità dell’ammalarsi e la, comunque, non-necessarietà del guarire. 

Detto in altri termini: se il lavoro dell’inconscio è una proprietà degli umani, il lavoro psicoanalitico è una capacità di alcuni. 

Anche l’impossibilità di trovare criteri predittivi circa l’esito di un processo di cura analitica non mi sembra testimoniare solo della non conoscenza, all’inizio dell’analisi o all’inizio di ogni momento di analisi, di tutti gli elementi che determinano lo stato attuale di malattia; non solo quindi per il fatto che innumerevoli sono le variabili. Tale impossibilità mi sembra indichi piuttosto che la guarigione ha a che fare con una capacità di scelta dell’individuo, scelta da cui sempre ci si può autoescludere. La non esistenza di criteri predittivi sulla sorte di un’analisi è una affermazione fatta in questa sede ed a cui rimando e sostenuta anche da Freud al termine della sua esperienza, in Analisi terminabile ed interminabile, laddove, in apertura, scrive che “non abbiamo alcun mezzo per prevedere le sorti future di una guarigione”, frase che, se pur spostata alla fine, al dopo dell’analisi, è esattamente sovrapponibile a quella prima detta che si riferiva alla possibilità di effettuare delle previsioni in un tempo iniziale, se riconosciamo nella domanda di analisi non solo una domanda di guarigione futura ma, ed in molti casi lo è, l’acquisizione di una capacità di parola che, dal punto di vista logico penso possa essere considerata già una guarigione sui generis

Noto, inoltre, che l’affermazione fatta prima e che suonava: “se il lavoro dell’inconscio è la proprietà degli umani, il lavoro psicoanalitico è una capacità di alcuni” mi conduce a pensare che un processo qualificabile come lavoro psicoanalitico può esistere solo per il fatto di essere di alcuni, perché, se fosse di tutti, non sarebbe null’altro che una ulteriore versione della legge del determinismo. Cioè, se il lavoro psicoanalitico fosse il prodotto costante di certe condizioni non sarebbe che uno dei possibili tipi di lavoro dell’inconscio, dunque inutile. 

Qui mi riallaccio direttamente a Giacomo Contri per porgli una domanda a partire dalla sua affermazione fatta nella conferenza “L’amore della psicoanalisi”, nella quale diceva: “Non vedo più dove finirebbe l’amore della psicoanalisi se non esistesse un qualche grado di indeterminazione (…) individuato dalla dottrina all’interno della struttura stessa dell’inconscio”. Posto che, nelle osservazioni che poco fa ponevo io stesso, la medesima cosa si può sostenere per il lavoro della psicoanalisi, che cioè tale lavoro sia possibile solo per la presenza di qualcosa di indeterminato, si può forse concludere – questa è la questione che volevo porre – che il lavoro della psicoanalisi sia esattamente l’amore della psicoanalisi? 

Riprendo da questo punto lo sviluppo del mio tema il cui scopo è articolare tra di loro alcune osservazioni circa la possibilità di individuare nel lavoro della psicoanalisi, intesa anche come pratica, una funzione non deterministica. 

Mi appoggerò soprattutto a due testi: uno di Freud, Costruzioni nella analisi del 1937; e uno di Lacan, la quinta parte del 1° libro del Seminario, del 1954, intitolata La parola nel transfert

Dice Freud: “L’intento del lavoro analitico è notoriamente quello di far sì che il paziente rinunci alle rimozioni, nel più ampio senso intese”. 

Commento: Freud pone la tesi che esista un lavoro analitico il cui scopo si ponga in alternativa allo scopo, al prodotto, del lavoro dell’inconscio, cioè la rimozione, o meglio, al plurale: le rimozioni, i singoli atti di rimozione che evidentemente sono concatenati gli uni agli altri. 

Mi sembra poi che si possa concordare che l’operazione qualificata col termine rimozione, dando avvio ad una concatenazione causale in quanto inconscia, sia il pilastro fondamentale della legge del determinismo psichico enunciata nella Psicopatologia della vita quotidiana. Tale legge potrebbe quindi enunciarsi con questa definizione: ciò che il soggetto presume qualificare come atto libero non è altro che un atto determinato da una o più premesse la cui esistenza (o anche soltanto il cui nesso causale con l’atto in esame) sfuggono al soggetto stesso, ovvero sono rimosse. 

Concludendo il commento di questo passaggio: lo scopo del lavoro analitico, essendo alternativo alla rimozione, il cui regime di funzionamento è dato dalla legge del determinismo, opera nella direzione della produzione di una certa libertà. 

Continuando l’esame di questo testo, Freud affronta la questione di quale sia per l’analista il compito in ordine al raggiungimento di questo scopo. 

Risponde che “l’analisi deve scoprire, o per essere più esatti costruire il materiale dimenticato a partire dalla tracce che di esso sono rimaste”. Continua ponendo l’analogia tra lavoro dell’analista e lavoro dell’archeologo e giunge alla conclusione che “mentre per l’archeologia la ricostruzione coincide con la meta ed il termine di tutti gli sforzi, per l’analisi la costruzione è soltanto un lavoro preliminare”, la comunicazione della quale all’analizzato è fatta (non è detto che si tratti di parole) “affinché produca su di lui i suoi effetti”. Effetti che, definisce più avanti, non sono da rintracciare nel sì o nel no pronunciati dal malato, ma in “convalide indirette”, ossia la produzione di qualcosa, ricordi, che integrino ed amplino la costruzione, allusione al fatto del rilanciarsi del discorso. 

Vorrei commentare questa seconda sequenza di frasi che ho enucleato dal testo, osservando che, poco oltre, Freud introduce la distinzione tra costruzione ed interpretazione, nel senso che la seconda si riferirebbe ad un singolo elemento del materiale mentre la prima, che definisce “di gran lunga più appropriata” per descrivere ciò a cui si è accinto, si riferirebbe alla rilettura, in senso forte, di interi brani della vita dell’analizzato. 

Mi pare che Freud, sentendo qui il bisogno di rintracciare due termini diversi per indicare la medesima operazione (non sono certo le differenze quantitative che lo obbligano a compiere questa scelta lessicale), avverta di essere sul punto di oltrepassare proprio tramite questa operazione di interpretazione-costruzione la soglia che dal regno posto sotto la giurisdizione del determinismo conduce al campo di una nuova produzione di senso. 

L’operazione di interpretazione-costruzione sarebbe forgiata come una cerniera che, innestandosi con una sua parte sul lavoro dell’inconscio a partire dalle sostituzioni deterministicamente prodottesi, con l’altra parte opererebbe nel campo di ciò che diventa possibile, i cui effetti si produrrebbero al di fuori delle leggi del determinismo. 

Mi sembra del resto che anche nel campo più vasto del lavoro scientifico sia riconosciuto al momento dell’interpretazione una funzione non solo di somma, ma anche di vero e proprio avanzamento nella costruzione del rapporto tra teoria e realtà. 

Mi sembra dunque che Freud avverta questa doppia funzione, che ho definito “di cerniera”, dell’interpretazione: “la rivelazione di quei punti vissuti soggettivi, in cui emerge una parola che sorpassa il soggetto che discorre”. Questo sorpassare, questa possibilità sorprendente di cambiamento di discorso mi sembra sia il proprium di quella dimensione senza la quale, per arrivare a Lacan, “una comunicazione è solo qualcosa che trasmette, pressappoco dello stesso ordine del movimento meccanico”, cioè strettamente deterministico. 

Concludo arrivando più precisamente a due passi del testo di Lacan. 

“Il proprio del campo psicoanalitico è di supporre in effetti che il discorso del soggetto si sviluppi normalmente – questo è di Freud – nell’ordine dell’errore del misconoscimento, anzi della denegazione, che non è affatto la menzogna ma che è tra l’errore e la menzogna. (…) Ma ecco la novità, durante l’analisi, in questo discorso che si sviluppa sul registro dell’errore, succede qualcosa attraverso cui la verità fa irruzione, e non è la contraddizione.” 

“La parola veridica, che noi siamo tenuti a svelare, non attraverso l’osservazione, ma attraverso l’interpretazione, nel sintomo, nel sogno, nel lapsus, nel Witz, obbedisce ad altre leggi da quelle del discorso, soggetto alla condizione di muoversi nell’errore fino al momento in cui incontra la contraddizione. La parola autentica ha altri modi, altri mezzi dal discorso corrente.” 

Utilizzo questi due passaggi solo per articolare due questioni finali, che spero potranno essere affrontate nel corso del nostro lavoro.

1 – Se la legge del determinismo consiste nella rimozione, simmetricamente possiamo situare la possibilità di irruzione della verità nella legge non deterministica di quella condizione che cautamente definiremo utilizzando la formula “più di libertà”?

2 – La funzione dell’interpretazione (ma non vedo perché non potrebbe essere anche: autointerpretazione) essendo quella di svelare la parola veridica, che obbedisce ad altre leggi da quelle del discorso, non è forse proprio quella di introdurre, aprire, promuovere e dimostrare l’alternativa alla legge del determinismo? 

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Contesto

Relazione al Seminario de Il Lavoro Psicoanalitico, Milano, 22 febbraio 1985

Co-autori

Data

Feb 1985

Riassunto

Tipo di testo

orale

Argomento

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