Malattia: trasgressione e sanzione

Nell’introduzione allo Studio psicologico su Thomas Woodrow Wilson (1930) Freud esprime la seguente tesi: “La nostra scienza ha da tempo abbandonato l’idea che esista un ambito rigorosamente definibile della normalità e una netta linea di demarcazione fra ciò che è normale e ciò che è morboso nella vita psichica”. Questa tesi conduce all’affermazione che “per valutare i processi psichici l’alternativa posta dalle categorie normale-patologico è altrettanto inadeguata quanto quella buono-cattivo. Nella maggioranza dei casi solo determinati aspetti quantitativi risultano decisivi per il manifestarsi della funzione patologica. (…) Si giudica spesso determinante, per valutare se un aspetto del carattere o un comportamento è da ritenere morboso, il fatto che essa provochi dei danni, danni alla persona singola o alla comunità di cui la persona fa parte”.

In uno scritto che precede di qualche anno (La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, 1924) Freud mostra gli stadi preparatori di quella affermazione tutta giocata sul registro della differenza quantitativa tra normale e patologico. Infatti: può essere chiamato “normale o ‘sano’ un comportamento che unisca determinati tratti di entrambe le reazioni (nevrotica e psicotica, n.d.r.), che al pari della nevrosi non rinneghi la realtà, e che però poi, come la psicosi, cerchi di modificarla. Questo comportamento normale ed adeguato porta naturalmente a un lavoro di manipolazione esterno sulla realtà e non si accontenta, come le psicosi, di modificazioni interne”.

Articolando questi due passaggi si può concludere che, al fine di formulare il giudizio di normalità di un comportamento umano, il registro della differenza quantitativa è utilizzato non solo in ordine alla capacità di armonizzare le pretese del mondo interiore (pulsionale) con quelle del mondo esterno (realtà), ma soprattutto in ordine alla capacità del soggetto ad intervenire in un lavoro di manipolazione sulla realtà esterna.

Sembra che per Freud non sia in questione la possibilità per il soggetto di riconoscere la realtà (effettuare il test di realtà) e neppure quella di trovare un compromesso, eventualmente sintomatico, tra mondo pulsionale e realtà esterna. Piuttosto la normalità o sanità del soggetto equivale alla capacità dello stesso di farsi promotore e sostenere l’intervento di modificazione di quanto nella realtà esterna è modificabile.

Inoltre, la direzione del vettore “intervento di modificazione” è sull’asse utilità-disutilità, essendo categoria per formulare il giudizio di morbosità di un aspetto del carattere o di un comportamento, il fatto che provochi danno, sia quindi disutile alla persona singola o alla comunità di cui la persona fa parte.

Ma l’analisi della vicenda del Presidente Wilson mette in luce anche un altro dato problematico, e cioè che il successo sociale è spesso basato sugli attributi patologici del carattere e reso possibile proprio dalla loro forza. “Nella storia (…) individui malati (…) hanno svolto funzioni importantissime. Da una parte queste sono state realizzazioni della componente integra della loro personalità, essi le hanno portate a termine malgrado la loro malattia. D’altra parte, non si può negare che spesso proprio gli attributi patologici della loro natura hanno dato a questi individui la forza di trascinare con sé altri uomini e di superare le resistenze del mondo esterno”. Non sono dunque legati in un’unica sequenza i termini: normalità-utilità-riconoscimento sociale (successo), risultando egemone più spesso proprio un comportamento dannoso.

Un duplice quesito attraversa implicitamente l’intero studio scritto successivamente a due mani, da Freud e da William C. Bullit, sul Presidente Wilson: se egli avrebbe potuto agire differentemente e se gli si possono imputare gli effetti derivanti dalla sua attitudine ad agire ignorando i fatti, bensì basandosi esclusivamente sul credito attribuito alle proprie e altrui intenzioni ed ai propri bisogni interiori.

Lo svolgimento dello studio mette in luce e descrive i motivi interiori delle scelte di Wilson che appaiono per larga parte necessitate, ovvero conseguenti a premesse (in questo caso il bisogno intimo di trovare sbocco alla passività nei confronti del padre) che sfuggono al soggetto.

Si pone quindi la questione se tale soggetto debba rispondere della mistificazione su cui si regge, ovvero se possa essere imputato alla sua soggettività il fatto dell’agire l’ingiustizia, o se non lo si debba considerare piuttosto un soggetto assoggettato all’ingiustizia di un sapere mistificato sulla propria storia.

Freud non pare propendere decisamente per l’una o per l’altra delle possibilità prospettate.

Mi sembra però che superi e risolva questo problema (se cioè il soggetto dell’io all’ingiustizia debba essere considerato imputabile) sostenendo che Wilson “se fosse stato capace” di ammettere di aver tradito quanto si era ripromesso di realizzare, “non avrebbe subito quella disintegrazione mentale” che lo colpì nel 1919, dopo la ratifica del Trattato di Versailles.  Questo commento sembra mettere in luce che:

a) una sanzione è comunque applicata all’ingiustizia della patologia, nel reale dell’allontanamento progressivo dai fatti che costituiscono la realtà;

b) tale sanzione (la disintegrazione mentale) coincide fenomenologicamente con ciò stesso che è definito come ingiustizia (la scelta della malattia), in modo tale che l’atto trasgressivo sarebbe nel contempo supporto alla propria sanzione.

Il soggettivo “star male” (la percezione della sofferenza da parte del soggetto) corrisponde dunque ad un male oggettivamente in via di compimento: il male costituito dall’opposizione al dispiacere che sempre comporta il riaffiorare dell’inconscio tramite l’operazione di scoperta, traduzione e riappropriazione di quanto rimosso.

La regolazione automatica del piacere-dispiacere costituisce per il soggetto una difesa, anche nel senso consacratole nella dottrina psicoanalitica dei meccanismi di difesa, mettendo in atto la quale si può comunque incorrere nell’eccesso di difesa, il quale, ancorché applicato ad un diritto legittimo, si configura come reato. Ciò che distingue questo reato da tutti gli altri possibili reati è la sua automaticità (non molto differente dal meccanismo collegato di regolazione automatica di piacere-dispiacere), ovvero il suo carattere di pura subordinazione all’intenzione minacciosa cui starebbe per contrapporsi. Si potrebbe dire pertanto, proseguendo la metafora della malattia in quanto reato di eccesso di difesa, che essa non è mossa dal perseguire un proprio fine delinquenziale, ma consiste nel semplice raddoppiamento di un atto passibile di pena.

Una traccia seguendo la quale forse si sarebbe condotti a raccogliere interessanti osservazioni è quella che parte dalla constatazione che il soggetto, per condurre il “lavoro di manipolazione esterna sulla realtà” richiesto come prova di sanità, deve possedere la capacità di imprimere la propria intenzione all’agire, e ciò può avvenire sia nel caso del delinquente che in quello del galantuomo. Nella realtà della malattia al contrario non vi è spazio per altra intenzione se non quella riposta nella difesa dello status quo, operazione di resa al processo di automatica omeostasi tra piacere e dispiacere.

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Contesto

Pubblicato in: Il Lavoro Psicoanalitico, "La giustizia e il determinismo. Cenni introduttivi e materiali per una discussione", Papers n. 4, Milano, 1985, pro manuscripto

Co-autori

Data

Mar 1985

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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