I termini di società e struttura ci interessano, e già abbiamo dichiarato questo interesse nella formulazione delle questioni che abbiamo stilato in funzione di guida alla riflessione per questo lavoro. Il perché di questo interesse è in un certo qual senso strategico, ma non ha nulla a che fare con un programma di strategia amministrativa o gestionale nei confronti delle realtà individuate attraverso questi termini in un quadro di riferimento sociologico.
L’interesse ha un punto di inserzione molto più radicale, in quanto quel “un tale” dotato di un nome e di un cognome, quel “tale”» che condivide con altri esseri reali una certa dotazione di materiale genetico e che verrà prima o poi, secondo le leggi di clan, considerato a sua volta un individuo, non si sottrae dall’essere catturato nella rete significati di una società strutturata.
Tale è il privilegio umano, privilegio che si caratterizza perché, nell’ordine che gli è proprio, “la funzione simbolica interviene in tutti i momenti e in tutti i gradi della sua esistenza».[i]
Ancor prima di vedere la luce ed ancor prima che ci sia un apparato – se funzionasse già in quell’essere in statu nascendi – in grado di vedere la luce, vi è un ordine simbolico che struttura quella presenza-assenza, ad esempio nel desiderio della madre.
Un ordine simbolico e non puramente immaginario, come è invece per il principio che organizza la convivenza a livello animale.
È infatti noto che anche i sistemi di convivenza degli animali raggiungono, per alcune specie, un livello di complessità e gerarchizzazione assolutamente rispettabili, ma il funzionamento di tali organizzazioni è qualcosa che trova il proprio principio ispiratore, come ho affermato poco fa, a livello immaginario: in segnali percepibili a livello di forma, di Gestalt: forme somatiche o cambiamenti somatici percepibili a livello formale, caratteristici dei cicli vitali, riproduttivi, delle reazioni affettive, delle posizioni di prestigio ed autorità che indicano di ciascuno il proprio status ed a ciascun altro sollecitano il comportamento complementare ed, in ultima analisi, il ruolo in cui costituirsi.
Si tratta in ogni caso di sistemi che si organizzano senza possibilità di errore perché la legge che li regola si esaurisce completamente ed esaustivamente nell’esibizione, nel darsi a vedere di strutture di immagine, forme materiali assolutamente evidenti per gli altri soggetti che dispongono di un apparato percettivo adeguato a recepirle e le cui possibilità per così dire ermeneutiche risultino vincolate, e nel contempo limitate, al discernimento della forma che appare all’interno di una gamma non infinita di altre possibili.
L’ordine simbolico che accoglie invece l’umano è più complesso e soprattutto è caratterizzato dall’impossibilità ad essere pienamente comprensibile sul piano delle sole relazioni di forma, sul piano cioè di strutture significative nella loro immediatezza.
Jacques Lacan ha puntualizzato a più riprese non solo l’esistenza, ma anche il carattere operativo della funzione simbolica: “Le parole fondatrici che avvolgono il soggetto sono tutto ciò che l’ha costituito: i suoi genitori, i suoi vicini, l’intera struttura della comunità, e costituito non soltanto come simbolo, ma costituito nel proprio essere. Sono leggi di nomenclatura che determinano – almeno fino ad un certo punto – e canalizzano le alleanze a partire dalle quali gli esseri umani copulano tra loro e finiscono per creare non soltanto altri simboli, ma anche altri esseri reali che, venendo al mondo, hanno da subito questa piccola etichetta che è il loro nome, simbolo essenziale per ciò che sarà il loro destino”.[ii] Non si può comprendere nulla dei fatti umani se la loro decifrazione non passa al vaglio di questa vera e propria forzatura nei confronti della realtà – gli animali infatti abbiamo visto che non ne hanno bisogno – che è l’invenzione della funzione simbolica, unica e grandiosa invenzione dell’attività umana e che rende tale attività assolutamente non omogenea con il piano puramente animale.
Caratteristica non trascurabile di tale invenzione è, in primo luogo, il fatto che la posizione dell’ordine simbolico, se fosse possibile datarla ad un certo punto della storia dell’umanità senza che questa ipotesi costituisse già un’operazione contraddittoria, costituirebbe immediatamente il criterio interpretativo di riferimento valido non solo per quel primo uomo che se lo fosse trovato tra le mani e per i suoi discendenti, ma genererebbe anche l’unica possibilità di comprensione del suo proprio passato per cosi dire pre-simbolico.
Potremmo chiamare questa caratteristica dandole nome di legge di retro-azione. In forza di questa legge, la comparsa della funzione simbolica, che causa la contemporanea precipitazione degli elementi del reale e la loro cristallizzazione in un universo simbolico, per il solo fatto di causare tale universo, sottomette l’intellegibilità del reale preesistente alla propria forma e condiziona da quel momento in poi, per l’uomo, la realtà stessa, la cui esperibilità e comprensibilità non si dà più con modalità diretta.
E questo è dunque un aspetto problematico che rende conto di quella possibilità di errore propria dell’uomo nella percezione di sé stesso e del mondo e sconosciuta al regno animale, dimensione di misconoscimento rispetto a cui la verità può sorgere solo come ri-trovata.
In secondo luogo, se è vero che ogni umano è l’esito di tale struttura simbolica, è anche vero che non è sufficiente esservi assoggettati – non esiste infatti un altro contesto – per entrarvi a far parte a pieno titolo, tramite un movimento di soggettiva assunzione della sua legge. Vi è dunque differenza tra assoggettamento e soggettivazione.
Detto in altri termini: non è possibile, venendo al mondo, non trovare un padre ed una madre, e non è possibile non fare i conti con il loro desiderio reciproco e desiderio diretto a questo terzo che viene. Non cambia nulla il fatto che in alcune biografie un posto vuoto indichi colui o colei che avrebbe dovuto occuparlo (un posto che può restare vuoto indipendentemente dal fatto che un individuo presente ne eserciti legalmente la potestà): in ogni caso – ed essere assoggettati all’ordine simbolico vuol dire proprio questo – vi sono dei quesiti, e qui poniamo in evidenza quello capitale concernente la paternità e la discendenza, che si pongono inevitabilmente per ciascuno ed indipendentemente da una automatica lettura delle circostanze contingenti. Ma divenire soggetto significa non soltanto porsi una domanda, ma incontrare l’opportunità di una risposta non evanescente, una risposta che come un perno, un cardine, sappia sostenere ed orientare il movimento della ricerca e della domanda stessa.
La psicosi, per fare un breve riferimento alla clinica, non è altro che l’esito, per un soggetto, del non ritrovamento, o della non disponibilità, di questo perno e pertanto è l’esclusione dal mondo delle relazioni umane di un vivente a cui è preclusa la partecipazione a tale livello umano se non per quei comportamenti che può pur sempre apprendere, ma che restano forma fragile ed inconsistente.
In terzo luogo, mi pare importante chiarire ancora un aspetto del registro simbolico. Esso è universale, ma non ricopre punto a punto il piano del reale ripetendo il rapporto di corrispondenza prospettato da Platone tra matrice noumenica e campo, raddoppiato, del fenomeno. Il registro del simbolico entra in connessione con il registro del reale tramite contrazioni e torsioni di significati. E, ciò che più conta, la chiave di codificazione che permette ad un soggetto di agganciare un certo elemento significante, neutro e totipotente alla sua origine, ad un certo contenuto di significato e non ad altro, è assolutamente arbitraria e privata, casuale per quanto riguarda la sua genesi ed irriproducibile in altre biografie.
Il mito di una società terapeutica, da cui a mio avviso prendono avvio con un meccanismo di spostamento e di riduzione programmi e realizzazioni particolari autodefinentesi “comunità terapeutiche”, costituisce una trasposizione in chiave medicalizzata e specializzata dell’utopia, per dirla con Foucault, “della totale scomparsa della malattia in una società senza turbamenti e senza passioni, restituita alla sua salute originaria”.[iii] Questa utopia e tutte le conseguenti rappresentazioni mitiche di stampo politico-terapeutico prodotte nella storia della cultura (è impossibile infatti non vedere come il sapere medico abbia fornito in ogni tempo lo schema metaforico di riferimento per attuare un intervento educativo o correttivo che, applicandosi al collettivo, raggiunga l’individuale)[iv] sono tali, ovvero utopia e mito, proprio perché si pongono lo scopo, impossibile, di arrestare lo scivolamento del registro simbolico sul registro del reale, fissando delle corrispondenze che democraticamente valgano per tutti e producano su ciascuno il “giusto” effetto.
In merito all’impossibilità di questa impresa conviene osservare, in primis, che anche la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili, sostenuta per altro da alcuno tra i filosofi, non garantisce, de facto, il prodursi costante ed a-problematico della soggettività. In secondo luogo, quand’anche la comunità che si costituisce in funzione dello scopo terapeutico riuscisse nell’impresa di limitare, rendere omogenei e definiti, in una parola: standardizzare tutti gli elementi dell’universo simbolico, essa arriverebbe pur sempre troppo tardi, in ogni caso dopo che ciascuno dei soggetti, a cui essa indirizza i suoi servigi terapeutici, ha già regolato i conti con l’ordine simbolico. Solo quindi un’impresa personale di ricostruzione degli eventi, anche casuali, della propria biografia, può colmarne le lacune ed i misconoscimenti.
Ho tratto queste considerazioni critiche attorno a quelle esperienze che danno carne al mito della società terapeutica, in forza del discorso sviluppato sulla specificità del registro simbolico in quanto strutturante la singola esistenza umana a partire dal tempo precocissimo in cui il desiderio ed il discorso di coloro che ne saranno padre e madre le si indirizza.
Vorrei ora, concludendo, aggiungere qualche altra osservazione, per brevità soltanto abbozzata, che metta in luce, al contrario, la specificità positiva di esperienze di comunità, qualora abbiano la forza di proporsi in nome di una dinamica propria e non mutuata dalla qualifica terapeutica.
L’immagine di comunità di accoglienza si discosta da quella di comunità terapeutica in quanto la prima non si caratterizza a partire dalla pretesa indirizzare e trasformare i normali gesti e rapporti della vita quotidiana in senso curativo.
Il limite che nasce dal far coincidere il campo e le esigenze della vita con il campo e le esigenze della terapia consiste, in primo luogo, in una sorta di omologazione del “ciò che va bene nella vita” partire dal “ciò che va bene nella terapia”, mitizzando per ciò stesso la terapeuticità e innescando innumerevoli esigenze di controllo. Una convivenza di tale genere provoca inoltre una dipendenza nei confronti di questo ambiente specializzato che pertanto diviene un “doppio” del mondo reale da cui, nonostante le intenzioni, ci si trova sempre più distanti. Lavorare per la salute mentale significa invece aiutare una persona a vivere nella realtà reale benché per alcuni aspetti anche patologica.
Certamente è necessario che le persone che lavorano in una comunità di accoglienza abbiano doti umane affinate anche da una precisa sensibilità ed esperienza qualificata in senso professionale, ma questo rappresenta qualcosa che attiene alla persona, che è qualità della persona, e non azione tout-court della struttura, del meccanismo che regola la messa in moto dei rapporti.
Noi riteniamo pertanto che l’unica qualificazione che è lecito chiedere ad una convivenza sia quella di essere accogliente dell’altro che è sempre diverso: diverso da sé stessi, diverso da come si immagina l’altro sia, diverso da come si desidera che esso sia.
Tale accoglienza ha certamente degli effetti terapeutici, ma non è messa in moto in funzione della produzione di questi effetti, che quindi non ne diventano il criterio. La convivenza si gioca sul registro di ciò che è umano, mentre la terapia si gioca registro di ciò che è sperimentale: non si possono far coincidere i due registri senza provocare guai ed inoltre si deve tener presente la possibilità che il procedere sperimentale, proprio della terapia, possa implicare degli aspetti o dei meccanismi che potremmo definire di “non-senso-umano” (ad esempio: le fantasie legate al transfert), meccanismi che è possibile utilizzare (nel senso di rendere utili) interpretandoli in un contesto riservato e rigoroso.
Concludo queste osservazioni augurandomi che esse abbiano reso ragione dell’affermazione che ho posto inizialmente e che concerneva l’interesse per la dimensione sociale e la pertinenza dei termini di società e struttura all’interno di un discorso e di una pratica che si appuntano sul soggetto.
“Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente” insegna Freud “e pertanto – continua – in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.[v]
[i] LACAN J., Le moi dans la théorie de Freud et la technique de la psychanalyse. Le Séminaire, livre II; Seuil, 1978, p. 41.
[ii] LACAN J., op. cit., p. 30.
[iii] FOUCAULT M., Nascita della clinica, Seuil, Paris, 1963; trad. it. Einaudi, Torino, 1969, p. 46.
[iv] Cfr. CONTRI G., A proposito della costruzione militante” in “Communio”, n. 3, Jaca Book, Milano, maggio-giugno 1972.
[v] FREUD S., Psicologia delle masse e analisi dell’Io, “Opere di Sigmund Freud”, vol. IX, Boringhieri, Torino, 1977, p. 261.