Anni fa, riflettendo sulla straordinaria vicenda adottiva di Gesù di Nazareth[1] tramandataci dalla nostra cultura, avevo ricavato la convinzione – valida a prescindere dal valore storico o mitico che a questa vicenda attribuiamo – che da essa avremmo potuto trarre un insegnamento di ordine generale, che avevo espresso con il seguente aforisma: affinché il rapporto genitore bambino sia realmente educativo, è augurabile che i figli biologici siano considerati adottivi e non viceversa. Detto in altri termini: si diviene padre, e madre, solo nella consapevolezza dell’alterità del figlio, che non può essere ridotto, mai, a pura emanazione di chi lo ha generato. Il padre, e la madre, non sono Pigmalione.
Questa affermazione, a distanza di qualche anno, suona alle mie stesse orecchie come piuttosto scioccante, così che ho trovato particolarmente stimolante ritornare sull’argomento per esplorare meglio questa intuizione.
Le questioni che si aprono sono molteplici e ci introducono a dilemmi complessi.
Questa tesi ci autorizza a relativizzare l’importanza del rapporto di parentela? Introduce l’idea che sarebbe augurabile sostituire al clima affettivo del rapporto tra genitori e bambino(i) all’interno della famiglia da cui il bambino è biologicamente originato, altre forme di allevamento caratterizzate dall’assenza del legame di sangue?
Se questo fosse un buon modo di porre la questione, sarebbe inevitabile suddividersi in due partiti, l’uno dei fautori del legame di sangue e l’altro dei sostenitori del legame giuridico.
I secondi ci metterebbero in guardia contro il rischio che i genitori biologici correrebbero di concepire il figlio come una sorta di pura emanazione delle proprie persone in cui rispecchiarsi narcisisticamente, fino al risultato di produrre uno “schiacciamento” dell’alterità del nuovo nato, facilitato dalle tracce visibili di tutto quanto è geneticamente trasmesso.
I primi ribatterebbero che neppure i genitori adottivi sono immuni dall’illusione di costruire un figlio secondo i principi di una ingegneria educativa che difficilmente può evitare la delusione rispetto alle aspettative. Anche la posizione del genitore adottivo non è esente dal rischio di operare questo schiacciamento, talvolta con una vera e propria negazione dell’alterità, che porta perfino a tacere o a nascondere attivamente “la verità delle origini” (o a tentare di esorcizzarla trattandola come una rivelazione da imporgli senza alcuna considerazione del suo “tempo per comprendere”).
Il senso di minaccia con cui alcuni genitori vivono il confronto immaginario con i genitori biologici del figlio che hanno adottato è forse l’agente, inapparente, ma più importante responsabile della virulenza di alcune crisi di rigetto adolescenziali che spesso i figli adottati manifestano con il carattere di un rifiuto totale, in cui la rivendicazione dell’autonomia propria di questo periodo della vita si somma con la rivendicazione della non appartenenza, in misura proporzionale alla cura che spesso i loro genitori adottivi hanno posto nel tentativo di occultare questo – ai loro occhi – peccato originale: la macchia di un’altra origine.
Ne può derivare un mix esplosivo: il genitore sconosciuto, che è stato sempre negato, di cui nulla si sa sul piano della realtà, proprio per questo acquista forza e prestigio di vittima, di martire di un romanzo familiare dalle note epiche, segnato da un lascito ereditario di cattività.
Contemporaneamente si stabilisce una identificazione tra questo genitore negato, tra il suo essere vittima, e il figlio, che in questo modo soddisfa un supposto dovere di lealtà a chi gli ha dato la vita per poi soccombere, dovere di lealtà che lo aiuta a tacitare il senso di colpa di averlo – lui figlio – abbandonato per altri genitori.
La normale ambivalenza di correnti amorose e ostili che intessono la dinamica edipica e la cui evoluzione comporta la graduale integrazione di entrambe le correnti affettive nel rapporto, che solo in tal modo acquista l’elasticità che permette di affrontare la realtà, nel caso che stiamo esaminando facilmente non avviene: le immagini cristallizzate del genitore “buono” e del genitore “cattivo” non si fondono in un’unica persona, ma rimangono scisse. La scissione tra un partner completamente buono e un partner completamente cattivo che si scambiano i ruoli e si alternano incessantemente nel rapporto, sostituisce la realistica integrazione tra qualità positive e negative, soddisfacenti o frustranti, riferibili a ciascun singolo partner. La mancata integrazione degli aspetti positivi e negativi disturba la capacità di stabilire qualsivoglia relazione, rende instabile ogni rapporto perché il prototipo dell’altro (il partner del rapporto) è un’immagine monca, a una sola dimensione, senza conciliazione possibile tra caratteristiche contrastanti, senza possibilità di sintesi tra amore e odio, tra accettazione e critica.
In questa nemesi adolescenziale il genitore biologico sconosciuto e prima rinnegato viene idealizzato e funziona come appoggio e alleato per la ribellione del figlio, mentre il genitore adottivo viene ora disconosciuto e la sua eredità disprezzata.
All’estremo opposto di questa stessa dinamica non dobbiamo sottovalutare neppure i rischi connessi alle situazioni che ci appaiono con i caratteri contrari, in cui, nell’adolescenza, in apparenza si rinforza il distacco e la negazione dell’origine biologica. Questi atteggiamenti di “conformismo” nei confronti della famiglia adottante, al pari dei precedenti atteggiamenti di ribellione, possono compensare e coprire una situazione depressiva o, nei casi più gravi, possono indicare lo sviluppo di una personalità “come se”, in cui convivono – con un equilibrio altamente instabile e senza mai incontrarsi – due personaggi e due storie: uno apparente e pubblico, l’altro soccombente e nascosto, che sono incapaci di riconoscersi al fine di integrarsi. Organizzazioni della personalità di questo tipo sono destinate a sostituire l’autenticità del proprio sentire con il conformismo dell’appartenenza familiare e sociale. Ma con ciò si atrofizza ulteriormente la capacità di far fronte alle frustrazioni che la vita normalmente non risparmia a nessuno, esponendo il soggetto a un crollo difficilmente emendabile quando – in un fatidico “momento della verità” che può presentarsi a decenni di distanza – un evento traumatico inevitabile (ma che sarebbe superabile per chiunque fosse dotato di una personalità indenne dall’essersi costruita sulla negazione e sull’evitamento del conflitto) rivela al soggetto la disautenticità compensatoria dello stile di vita adottato, guscio vuoto che invece di proteggere l’organismo vivente di cui costituiva la barriera, snaturandone le risorse, lo ha prosciugato.
Sebbene l’esperienza clinica ci mostri che le vicissitudini che abbiamo brevemente richiamato illustrano evenienze che non sono specifiche della vicenda adottiva, abbiamo l’impressione che l’evoluzione avvenuta negli ultimi trent’anni mostri una particolare vulnerabilità nei soggetti adottati, che forse deriva dal fatto che viviamo un’epoca di passaggio verso una società multietnica, fenomeno relativamente nuovo per l’Italia che, non avendo una storia di Paese coloniale, affronta oggi il cambiamento imposto dai massicci flussi immigratori dai Paesi del Terzo e dell’ex Quarto Mondo. I segni esteriori della diversità di origine razziale, ma anche solo culturale, determinano pertanto – sia negli ospiti quanto negli ospitanti – un fattore di criticità del processo di identificazione personale. A ciò si aggiunge indubbiamente l’ulteriore fattore di vulnerabilità costituito dallo spostamento verso l’alto dell’età di inserimento nella nuova famiglia, che non solo comporta, nel bambino, un più cospicuo bagaglio di esperienze precedenti, ma che significa, purtroppo, l’ampliarsi del tempo di esposizione a trattamenti inadeguati, quando non francamente traumatizzanti.
Le riflessioni svolte sembrano condurci a una conclusione inaspettata e paradossale rispetto alla tesi richiamata all’esordio. L’ipotesi che l’inserimento in una famiglia non fondata sul legame di sangue possa costituire una esperienza emotivamente correttiva sembra ricevere un contraccolpo che ne mina le fondamenta. Ci coglie il dubbio che il rapporto di filiazione ossia di generazione di un figlio trovi la sua prospettiva più feconda nell’orizzonte adottivo e ci domandiamo se non dobbiamo ritirare l’esortazione che abbiamo indirizzato ai genitori di sangue dicendo: “Genitori, se volete diventare padri e madri dei figli che avete procreato, adottateli, perché il rapporto generativo inizia con il mettere al mondo, ma si conclude solo con l’adozione del nuovo nato”. I momenti critici che si presentano nel percorso adottivo sembrano smentirci e fanno assumere a questa esortazione il carattere di una impresa impossibile e forse illusoria.
Il dubbio può assumere la forma radicale della sfiducia sulla struttura familiare stessa (padre, madre e bambini), di cui ci domandiamo se realmente rappresenti l’ambito più rispondente alle esigenze della crescita sana del piccolo uomo. Forse altre modalità garantiscono meglio il raggiungimento di uno standard di normalità?
Bruno Bettelheim ci racconta in un libro del 1971, significativamente intitolato I figli del sogno, l’esperienza rappresentata dai kibbutz israeliani, in cui volontariamente gli appartenenti si sottomettono a una organizzazione integralmente comunitaria che prevede il controllo completo del gruppo sul singolo, che in cambio riceve completa protezione e tutela.
All’interno di questa esperienza era previsto, e liberamente accettato, che i bambini venissero tolti alla madre 5 giorni dopo la nascita e che crescessero affidati alle cure di nurses professionali neutre, competenti e standard. L’educazione si svolgeva in una forma comunitaria assoluta, che toglieva ogni iniziativa ai genitori, ma evitava così anche ogni errore, ogni fonte di frustrazione e di conflitto. I gruppi erano misti, dormitori e bagni erano condivisi, ma ogni relazione sessuale era proibita fino ai 18 anni, all’uscita dal kibbutz.
Si vide che tra i giovani adulti cresciuti in tale sistema educativo non vi erano drogati né delinquenti e solo pochi i bambini risultavano precocemente o gravemente disturbati. Il livello scolastico era generalmente medio. L’egualitarismo del kibbutz aveva certamente aiutato i meno dotati, ma aveva livellato verso il basso i soggetti potenzialmente migliori. Poiché la storia recente dello Stato di Israele ha conosciuto la guerra, risultò inoltre che, tra coloro che affrontarono tale circostanza, le percentuali di caduti erano in questo gruppo superiori a quelle dei commilitoni che avevano provenienze da famiglie organizzate tradizionalmente, cosicché lo Stato Maggiore valutò questi soldati meno dotati di capacità di giudizio, di elasticità e di adattamento alle situazioni impreviste e mutevoli.
Il sistema educativo basato sul gruppo dei pari favoriva dunque i risultati medi. La vergogna (struttura narcisistica) nei confronti del gruppo si sostituiva alla colpa (struttura edipica e genitale) nei confronti dei genitori e dei loro sostituti. La situazione di sostegno assoluto in seno al gruppo portava questi bambini a un’apparente normalità precoce, ma a prezzo del mantenimento di una situazione anaclitica abbastanza stretta che disturbava l’accesso a una dialettica triangolare genitale. Il gruppo operava una sorta di salvataggio collettivo dell’individuo in difficoltà di identificazione, comportando però la rinuncia a certi aspetti originali della personalità e alla solidità dei risultati dei processi identificatori individuali.
La domanda, non da poco, che un tale esperimento – lo ribadiamo: del tutto volontario e liberamente accettato per motivi ideali, senza alcuna costrizione o coercizione imposta dall’altro – fa sorgere è dunque la seguente: non essendo più favorita l’originalità, si può ancora parlare di normalità? E se questa “normalità media” è fatta di una stoffa costituzionalmente impossibilitata a reggere gli imprevisti della vita, forse che questa “normalità debole” non segnala che, affinché una “normalità forte” si costituisca, è necessario che il bambino sia inserito in un rapporto di predilezione individuale e in un rapporto i cui ingredienti siano la differenza tra generazioni e la differenza di genere?
L’esperimento riportato ci conferma nel pensiero che una famiglia composta da soggetti che stabiliscono relazioni stabili caratterizzate dal requisito della differenza tra generazioni e della differenza di genere sia l’ambito che meglio attrezza il soggetto umano ad affrontare la vita. Basta questo per convincerci dell’opportunità di offrire indiscriminatamente tale contesto anche a chi ne è rimasto privo?
Possiamo cercare qualche risposta nella letteratura. A partire dalla metà del ‘900 sono stati effettuati degli studi, dapprima piuttosto incompleti, via via maggiormente raffinati, che hanno cercato di raccogliere dati in proposito. Possiamo esaminarne alcuni.
Conducendo uno studio per la National Foundation for Educational Research, Seglow, Pringle e Wedge[2] nel 1972 studiarono l’adattamento di 145 bambini adottati, che confrontarono con un gruppo campione rappresentato da tutti i bambini nati in una settimana precisa del marzo 1958 in Inghilterra, Scozia e Galles.
All’età di 7 anni il grado di adattamento valutato dagli insegnanti non mostrava differenze tra i due gruppi. Problemi erano segnalati per i bambini figli di madri nubili cresciuti con la propria madre. Qualche differenza emergeva anche per i bambini adottati dopo i sei mesi di età. Dal punto di vista cognitivo gli adottati avevano addirittura qualche punto di vantaggio rispetto ai non adottati.
Brodzinsky, Singer e colleghi,[3] nel 1984 esaminarono 260 bambini, 130 adottati e 130 non adottati, metà maschi e metà femmine, comparabili per età, razza, livello sociale; tutti gli adottati erano informati del loro status. Al momento della valutazione avevano un’età compresa tra 6 e 11 anni.
Il gruppo degli adottati era maggiormente incline a presentare (a detta delle madri e degli insegnanti) problemi emotivi, comportamentali ed educativi, ma all’interno di una differenza che rientrava ancora ampiamente nella normalità.
L’anno successivo i medesimi Autori[4] pubblicarono i risultati di un successivo studio condotto su due gruppi di bambini adottati, di cui uno transrazziale.
I bambini furono valutati tra i 13 e i 18 mesi con la tecnica della Strange Situation, che valuta l’attaccamento alla madre. Non si riscontrarono differenze nei segnali di attaccamento alla madre nel gruppo dei bambini adottati da genitori della stessa razza rispetto a quello dei non adottati; mentre il 58 % dei bambini di razza differente non aveva sviluppato un sicuro attaccamento alla madre, contro il 26 % dei non-adottati.
Solo qualche anno prima Schiff e colleghi[5] avevano esaminato 32 bambini adottati prima dei sei mesi da famiglie di livello socioeconomico superiore a quello dei genitori naturali.
Essi furono valutati con prove di livello tra i 6 e i 13 anni e comparati con le prove dei fratelli restati nella famiglia di origine. Il QI medio tra i soggetti adottati era pari a 110.6 contro il punteggio di 94.2 raggiunto dai fratelli rimasti con i genitori naturali; il fallimento scolastico colpiva solo il 13% degli adottati contro 55% dei fratelli rimasti nelle famiglie di origine. Confrontati con bambini non adottati figli di lavoratori non specializzati, gli adottati avevano un QI medio maggiore di 14 punti e fallimenti scolastici 4 volte inferiori.
In uno studio scandinavo del 1980, Bohman e Sigvardsson[6] svolsero una ricerca più sofisticata, esaminando 160 adottati, 214 rientrati, 205 affidati, che osservarono a 11 e 15 anni, comparando ciascuno di essi con due compagni di scuola scelti a caso. L’adattamento e il comportamento di tutti i probandi furono valutati da insegnanti che non conoscevano a quale gruppo appartenesse il bambino, mediante l’ausilio di 9 scale che permettevano di tracciare un profilo psicologico che metteva a fuoco aggressività, maturità sociale, intelligenza, capacità di concentrazione e altri parametri ancora; venivano inoltre presi in considerazioni anche tutti i voti scolastici.
Rispetto al gruppo di controllo, a 11 anni tutti e tre i gruppi mostravano risultati scadenti per le acquisizioni educative e l’adattamento sociale, ma a 15 anni non vi era più alcuna differenza tra controlli e adottati; permanevano invece differenze per i rientrati e gli affidati (la cui situazione poteva essere influenzata dalla condizione di incertezza riguardo al futuro).
Si può complessivamente concludere che tutti gli studi sono concordi nel ritenere che mentreper quanto riguarda lo sviluppo intellettivo l’adozione rappresenta regolarmente un vantaggio rispetto alla permanenza presso la famiglia di origine, per quanto concerne l’adattamento emotivo i dati non sono così chiari. L’origine delle difficoltà non è automaticamente attribuibile a una carenza nelle capacità genitoriali dei genitori adottivi, in quanto bisogna tenere presente la possibile incidenza, nel bambino, di fattori di incertezza nello stabilirsi del senso di identità.
Il peso della famiglia di origine nel determinare lo sviluppo di tendenze antisociali e malattie psichiatriche risulta minore per le situazioni più lievi (disadattamento giovanile, lievi problemi psichiatrici) e maggiore per le situazioni più gravi (elevata concordanza per l’insorgenza della schizofrenia in gemelli omozigoti adottati da famiglie differenti).
I dati disponibili non permettono di sostenere che crescere con persone non imparentate sia uno svantaggio, sebbene tutti gli studi siano stati condotti sui soggetti adottati e non esistano studi che prendano in esame gli stili dei genitori adottivi e li confrontino con gruppi di controllo.
La rapida rassegna che abbiamo riferito fornisce pertanto una risposta favorevole circa la pratica adottiva. Ma con questo ancora non abbiamo risposto alla questione che premeva: che cosa ci può insegnare il rapporto adottivo, che già non sia sperimentato dal rapporto di sangue? Credo che ci permetta di percepire con maggiore evidenza qualcosa che già appartiene al rapporto con i nostri figli biologici, ma che nell’adozione emerge con maggiore cogenza e pertanto ci appare con maggiore evidenza.
L’affermazione che si diviene genitori in quanto adottanti contiene un insegnamento di validità universale applicabile a qualsiasi rapporto educativo in quanto ci permette di cogliere in maniera evidente la natura del rapporto amoroso, che consiste nella capacità di investire sull’altro. Per investire sull’altro occorre non dare per scontato il fatto che si tratti effettivamente di un altro ossia di un qualcuno di cui non si può presumere di conoscere tutto, essendo un soggetto di esperienze che formano una storia individuale che ci è del tutto o in parte sconosciuta; titolare di un nucleo di esperienze che un padre o una madre non possono avere la presunzione di possedere al suo stesso modo, neppure nel caso dei figli che hanno dato alla luce; un nucleo che non può essere dedotto e che si costituisce nello scarto sempre esistente tra realtà fattuale e realtà psichica.
Riconoscere l’esistenza di questo scarto comporta il riconoscimento di due dati.
Il primo – che riguarda eminentemente il figlio adottivo – consiste nel riconoscere che vi è stata una storia precedente, delle vicende che non conosciamo, cui non abbiamo partecipato e che sempre più spesso – nella realtà odierna dell’adozione internazionale e transrazziale – è costituita da vicende altamente traumatiche: guerra, fame, violenze e abusi, ma anche abbandono e incuria; vicende, per di più, non episodiche o sporadiche, ma che si sono protratte con carattere sistematico e per tempi prolungati. Questa è la realtà fattuale.
Oltre a questa realtà, secondo dato, esiste l’ancor meno riconosciuta realtà psichica – e qui il discorso si applica parimenti allo stesso figlio biologico – costituita dalla traccia che gli eventi hanno impresso nella psiche del bambino. La realtà psichica è costituita da tracce in cui gli eventi non sono rappresentati allo stesso modo in cui lo sarebbero nella psiche di un adulto, perché il soggetto umano non dispone subito degli strumenti che gli consentono di elaborare compiutamente tutti gli stimoli che lo investono, e in particolare tutti quegli stimoli che non fatichiamo a riconoscere come nocivi o semplicemente eccessivi.
La realtà psichica è altra rispetto alla pura realtà fattuale, si costituisce con il concorso del soggetto, mediante la sua capacità di rappresentarsi l’esperienza, così come – ed è questo che assume importanza se ci poniamo nella prospettiva di focalizzare gli eventi psichici responsabili della caduta nella psicopatologia – nelle lacune della capacità del bambino di rappresentare a sé stesso quelle stesse esperienze; lacune derivanti dall’incapacità in cui si trovava al momento in cui fu esposto allo stimolo, la cui forza traumatica è funzione direttamente correlata alla precocità del momento dell’impatto e inversamente correlata al livello di maturazione che in quel dato momento egli aveva raggiunto.
Dei due fattori considerati (la consapevolezza della nostra ignoranza delle vicende vissute dal bambino e la consapevolezza che nella sua psiche queste vicende non si sono depositate con una corrispondenza per così dire punto a punto, come si trattasse di un calco, bensì hanno attivato una traccia spesso frammentata e deformata dalla sua fisiologica, ossia normale in quel momento, incapacità di dare senso a esperienze traumatiche), l’adozione rende evidente l’importanza determinante di questo secondo fattore, e ci stimola più che all’indagine poliziesca dei fatti, così da ottenerne in maniera puntigliosa e accanita l’impossibile e comunque inutile ricostruzione, a mettere a disposizione del bambino quel tessuto connettivo fatto di accoglienza rassicurante che solo può dare forma alle tracce di esperienze che vi sono depositate.
Affinché questa accoglienza sia reale occorre rispettare due condizioni apparentemente opposte.
In primo luogo, la capacità di esercitare un talento negativo, ossia avere la virtù di astenersi dall’attribuire al figlio il compito il conformarsi all’immagine ideale di un bambino che non appartiene alla realtà, che non è esistito, non esiste e non esisterà mai.
In secondo luogo, la capacità di sintonizzarsi con il suo modo di entrare nella relazione o di ritrarsi da essa, che significa capacità di percepire in che modo egli “intende” la presenza o l’assenza dell’adulto; in che modo egli sente la vicinanza, affinché non si trasformi in invadenza che abusa o in lontananza che svaluta; in che modo egli ricerca la tenerezza; in che modo il senso di fiducia può sostituirsi alla sfiducia di un inganno subìto.
Questo è anche il convincimento della psicoanalista francese Françoise Dolto, che a bambini e adolescenti dedicò la sua lunga attività di terapeuta e di scrittrice. Essa ci ricorda che tutte le esperienze compiute dal bambino, anche piccolissimo, sono destinate a lasciare un segno, ossia ricordi e aspettative, che non rappresentano solo un patrimonio storico, rinchiuso nel passato, perché in lui, fino a una certa epoca, passato e presente si confondono: il passato influenza il modo di vivere il presente, così che molte sue reazioni devono essere attribuite a questa sovrapposizione. La Dolto raccomanda ai genitori di non offendersi per questo e neppure di pretendere che il bambino ne sia consapevole e sia in grado di distinguere, lui, tra quanto proviene dal passato e quanto vive nel presente. Tocca al genitore aiutare il bambino a mettere ordine.
[1] Pietro R. Cavalleri, Elogio di Giuseppe. Ovvero l’adozione del padre, in: “Child. ll bambino i suoi amici i suoi nemici”, n. 1, 1999, Edizioni Sic.
[2] Seglow, Pringle, Wedge, Growing Up Adopted, National Foundation for Educational Research, 1972. Una sintesi di questa ricerca, come delle successive, si trova in: H.R. Schaffer, Decisioni sui problemi socio-familiari riguardanti i bambini, Oxford, 1990.
[3] Brodzinsky, Schechter, Braff, Singer, Psychological and academic adjustment in adopted children, “Journal of consulting and clinical Psychology”, 1984.
[4] Singer, Brodzinsky, Ramsay, Steir, Waters, Mother-infant attachment in adoptive families, “Child Development”, 1985.
[5] Schiff, Duyme, Dumaret, Tomkiewicz, How much could we boost scholastic achievement and IQ scores?, “Cognition”, 1982.
[6] Bohman, Sigvardsson, A prospective, longitudinal study of children registered for adoption, “Acta Psychiatrica Scandinava”, 1980.