Normalità & malattia clinica vs. eticità presunta della psicopatologia non-clinica

1.

Il rapporto tra male e malattia è uno dei problemi classici della storia del pensiero. Uno dei campi di applicazione preferiti da questo dibattito è quello rappresentato dalla malattia mentale e dalla sofferenza psichica in genere, per il carattere assolutamente particolare delle alterazioni che lo caratterizzano, tali da non essere rintracciabili, nel mondo animale, all’infuori della specie umana.

Si tratta di un dibattito che, in quanto avente reale valore teorico, ha influenzato profondamente gli atteggiamenti sociali nei confronti della malattia e della cura dei malati, fino a condizionare, sul piano empirico, non soltanto gli atteggiamenti terapeutici intesi in senso stretto, ma anche i criteri che hanno dato origine all’organizzazione delle strutture terapeutiche (dai manicomi al “territorio”), a partire dagli aspetti amministrativi e fino al quadro normativo-legale di riferimento.

2.

Fin dal titolo di questo lavoro risulta evidente l’individuazione, in contrapposizione, di due posizioni profondamente confliggenti. Esse non sono rappresentate dalle coppie, opposte, che una certa cultura, ormai in declino, propose a suo tempo al dibattito culturale, invitando a prendere posizione pro o contro: “normalità vs. devianza”, e ancora: “norma vs. trasgressione”.

Le posizioni il cui conflitto merita di essere apprezzato e discusso sono qui rappresentate invece, da un lato, da normalità & malattia (le quali, benché non confondibili, risultano strettamente associate su di un versante del crinale), mentre dall’altro lato fa loro da contrappeso una realtà, che per il momento consideriamo ancora indistinta, a cui una certa elaborazione, che deve a Giacomo CONTRI l’avvio del suo sviluppo in seno all’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico, ha dato il nome di “psicopatologia non-clinica”. Le considerazioni che seguono tenteranno di entrare nel cuore di questa contrapposizione, per mostrare come l’opposizione radicale alla norma (connotare ulteriormente il concetto di norma come norma morale costituirebbe, a mio avviso, un pleonasmo rivelatore di uno scarso credito nella positività -nel senso anche dell’essere posta- di ogni norma che sia degna di questo nome) non si realizza tanto nella malattia clinica, quanto nella psicopatologia non-clinica. È da questa che la malattia trae la propria forza paradossale (in realtà: debilità morale) e stabilità nel tempo, in quanto, passando alla psicopatologia non-clinica (nella quale è tendenzialmente eliminato ogni residuo sintomatico e rinnegata la contingenza della soggettività), il soggetto può aspirare a trasformare la propria malattia in teoria generale ed “oggettiva”, la quale, godendo del privilegio dell’omologazione culturale, dall’alto dell’acquisita rispettabilità sociale, può offrire copertura agli insuccessi della malattia, propiziandone la durata nel tempo.

3.

La coppia confliggente è dunque rappresentata da normalità & malattia clinica, da un lato, e psicopatologia non-clinica, dall’altro. Ma per ben intendere questa opposizione occorre fugare in anticipo ogni malinteso, in particolare quello che potrebbe portare ad annullare la distinzione tra i due termini della prima coppia, normalità e malattia clinica. La tesi che qui si vuole sviluppare, conservando questa distinzione, ne introduce però un’altra e nuova, di importanza cruciale, quella appunto che individua nelle elaborazioni che danno luogo alla patologia non-clinica, il nucleo e il motore segreto da cui la malattia è sedotta e da cui mutua la propria forza di opposizione alla normalità, così come accade ad un corpo celeste che, privo di luce propria, illumina di luce riflessa.

Tornando alla distinzione esistente tra normalità e malattia, è bene aggiungere fin da ora qualche parola in più, al fine di non perdere di vista due concetti fondamentali. Il primo: la malattia è ostacolo all’esperienza di normalità. Il secondo: la malattia, in sé stessa, non è opposizione alla normalità. Il suo essere ostacolo che non fa opposizione risulta evidente qualora si ponga mente al fatto, di comune osservazione, che la malattia psichica, nei suoi elementi costitutivi che ritroviamo nella triade freudiana di inibizione, sintomo e angoscia, è denuncia dello stato insoddisfacente in cui il soggetto si trova, in quanto costituisce la condizione mediante la quale l’esigenza della soddisfazione, realizzandosi nel sintomo come soddisfazione mancata, insiste nel medesimo tempo nella ricerca di meta più soddisfacente al proprio moto.

Questo e non altri è il senso dell’affermazione freudiana secondo cui la nevrosi è normale. Certamente, in Freud, non si tratta della convinzione dell’epidemiologo che misura incidenza e prevalenza di una condizione del soggetto diffusamente incontrabile e manifesta, e per di più coglibile, prima ancora di ricorrere a complicate rilevazioni statistiche, con i semplici dati ricavabili dalla comune conoscenza di sé stessi e dei propri simili; osservazione il cui fine implicito risiederebbe nell’autorizzarsi a pensare la malattia come condizione originaria e indepassabile. L’ubiquità della malattia non la riscatta, agli occhi di Freud, dall’essere giudicabile – e giudicabile pianamente: per gli effetti che produce nell’esistenza storica del soggetto umano – come male. Ma il male di cui si tratta, nella malattia, è definibile, nel modo più corretto, come effetto di un mal(e)andato; immagine, questa, che preferiamo evocare al posto di altre possibili per evitarci alla radice l’illusione di apprezzare in ogni male la grandiosità della promessa di Faust; mentre si tratta, nel male, di nulla di più che impossibilità, impotenza. Del resto, non è forse vero che la condizione cardine della nevrosi risiede nella condotta di inibizione, del tutto differente, negli effetti non meno che nei principi, dall’esercizio della facoltà di astensione, che come ognun sa è invece sconosciuta al nevrotico?

4.

Uno sviluppo antifreudiano dell’asserzione freudiana sopra ricordata ha portato ad affermare che la malattia è normale perché costituisce il punto di partenza di ogni soggetto umano. In particolare, questa è la tesi kleiniana, secondo cui l’origine dello sviluppo del soggetto avviene necessariamente attraverso il passaggio nelle posizioni (schizoparanoide, depressiva) che traggono il loro carattere dall’essere omogenee alle grandi figure classiche della malattia mentale.

Questa visione, secondo la quale normalità e malattia sono coincidenti all’origine, pone un’irrimediabile ipoteca sulla capacità morale dell’essere umano. Il soggetto umano, per quanti sforzi faccia, resta così impigliato, inestricabilmente, per un verso nella propria esigenza morale ineliminabile e contemporaneamente, nel verso opposto, nel difetto di capacità morale propria della specie cui appartiene, con il risultato di ritenersi non imputabile rispetto alla propria e di tutti (in)capacità morale. Freud stesso coglie questa situazione, ma, nel coglierla, non ha dubbi e la considera caratteristica del nevrotico ovvero del soggetto già passato a fissare il proprio stato di malattia in forma clinica tendente alla propria autogiustificazione, soggetto il quale -egli dice- elaborando la propria nevrosi, non sa di essere guidato dal tentativo, tanto sotterraneo quanto deformato, di adeguarsi ad un imperativo morale.

5.

Qual è, allora, l’errore morale della malattia? Due sono gli errori:

a. Il suo essere inconclusiva, mentre il soggetto non può non concludere ovvero raggiungere una meta per ottenere soddisfazione. Il perché di questa esigenza di conclusione e la sua dinamica sono bene messe in luce nelle tesi sostenute da CONTRI et al. nel testo Lexikon psicoanalitico e enciclopedia (Sic-Sipiel, Milano, 1987, p. 127), cui si rimanda per una trattazione più completa. Schematicamente può essere precisato, in questo contesto, che se intendiamo l’inconscio come il complesso di risposte elaborate dal soggetto alla richiesta incessantemente avanzata dalla pulsione di trovare una legge del movimento del corpo, cioè del desiderio umano in quanto ancorato e non disancorabile dal corpo, allora il lavoro di tale elaborazione non è facoltativo, quantunque possa essere disatteso, per il fatto che ogni soggetto senza eccezione vi ci si trova impegnato. L’inconscio è pertanto il risultato dell’elaborazione della norma individuale di una certa legalità, in base alla quale diviene possibile al soggetto cogliere le proprie riuscite o fallimenti. Potremo allora definire sano o malato (o, con altri termini, concludente o inconcludente) un pensiero qualora riconosca e rispetti (o rispettivamente: non riconosca e non rispetti) tale norma, e dunque le conseguenze tanto di riuscita quanto di fallimento rispetto ad essa. La malattia si configura dunque come stato in cui il soggetto adotta forzosamente una conclusione che si impone a partire da un’inconcludenza, costituita dal non riconoscimento di riuscita o di fallimento -anche nel senso di non distinzione tra le due alternative- che ne è la premessa.

b. Lo scambio di posto tra norma e imperativo (con il conseguente passaggio da piacere a godimento coatto). La formazione del superio rappresenta la conseguenza sistematizzata di questo passaggio, che l’Io ha facoltà di compiere, all’adozione in forma stabile di una difesa impropria, il cui esito -da questo momento in poi si entra nel regno del determinismo- è la patologia ed il cui segnale è la corruzione dell’esperienza della soddisfazione -presieduta dal principio di piacere, d’ora in avanti narcotizzato- che decade ad imperativo al godimento.

Jacques LACAN ha messo in evidenza il carattere superegoico dei risultati dell’elaborazione patologica e la sostituzione di piacere con godimento che ne è l’esito senza scampo. In alcuni passi questo paradosso cruciale è individuato ed asserito con grande causticità, valga per tutti il seguente esempio: “Rien ne force personne à jouir, sauf le surmoi. Le surmoi, c’est l’impératif de la jouissance – Jouis!”. (Le Séminaire, livre XX. Encore. 1972-73, Editions du Seuil, Paris, 1975, p. 10).

6.

Con tutto ciò, pure affermiamo che la malattia non costituisce ancora opposizione frontale alla morale. Lo scopo di questo lavoro, già l’ho detto, consiste nell’affermare che esiste un’opposizione frontale all’atteggiamento morale, allorché la “deficienza morale”, che già è nella malattia clinica, si “arma”, spogliandosi dei sintomi, e passa ad atteggiamento culturale, cercando di ottenere una omologazione legale. Esemplificativa di questa posizione è l’affermazione di un paziente che, protestando in una seduta con il proprio analista, dichiarava: “La garanzia che non mento è che soffro” (comunicazione personale del dottor Glauco GENGA, in corso di stampa nella collana de I Quaderni rossi, raccolta di testi dai Seminari dell’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico), frase che denota come la sofferenza stessa, una volta che si sia attuato lo scambio tra norma e imperativo, possa essere assunta a rappresentante del test di realtà. Questa enunciazione è una teoria enciclopedica, non-clinica, che rimanda alla teoria del soffrire, e pertanto dell’essere malato, come condizione originaria dell’essere umano e che, in quanto teoria non-clinica, costituisce il punto di appoggio che sostiene la permanenza dei sintomi della nevrosi. Teoria perversa che “colonizza” la nevrosi ed a cui la nevrosi si appoggia per permanere benché il fatto di poterla raccogliere dal divano ci autorizzi a ritenere -si tratta di un’osservazione non da poco- che il malato in questione, pur rappresentandosi nel proprio enunciato come aderente alla teoria perversa, per il solo fatto di avere scelto di sostenerla dal divano ovvero come malato confesso (e non, come possiamo immaginare gli accadesse fino a poco prima, per la strada, al bar o scrivendo l’articolo di fondo per un quotidiano), esprima, attraverso la forma della negazione, di aver colto l’aporia della teoria non-clinica, il punto in cui il sintomo fa crisi -ovvero giudizio- della teoria.

7.

Posto in questi termini, il problema riguarda il soggetto in quanto tale e pertanto riguarda allo stesso modo pazienti e terapeuti. Anzi, il vantaggio etico, per così dire, sarebbe addirittura paradossalmente dalla parte del malato (il vantaggio cui alludo in questo caso è vantaggio reale, da non confondere per nulla con il vantaggio secondario della nevrosi), in quanto più evidentemente la malattia si manifesta così a corto di risorse da difettare della possibilità di dare copertura completa e senza scarti o residui, a teorie autogiustificatorie della propria condizione di malattia, la quale, per definizione, in quanto malattia e fino a quando rimane malattia clinica, risulta confinata nella sfera personale ed accusa apertamente il colpo della propria inconclusività teorica. Il vantaggio della patologia clinica, in forza del quale ho affermato di considerare a buon diritto la malattia, pur distinta, dallo stesso lato della normalità, è vantaggio nel solo fatto che obbliga il soggetto, quando parla dei propri sintomi, a parlare in quanto caso personale, particolare, in una parola: da soggetto, che cerca ri-soluzione al proprio problema particolare, soggettivo. Il caso, ben noto del resto, della fuga nella guarigione non costituisce obbligatoriamente passaggio alla patologia non-clinica, salvo il caso (a mio avviso in ascesa in questo nostro tempo, ma di questo farò cenno più avanti, proponendo una considerazione sull’esito dei trattamenti) della fuga intesa come abbandono della propria posizione di soggetto, che si realizza attraverso il ricorso a forme della cultura, per autoincludersi (non via identificazione) in una teoria di portata generale, come parte di una classe all’interno di un discorso.

Più fragile è invece, dal punto di vista etico, la posizione, che disgraziatamente -anche per gli effetti sociali comportati dall’esercitare la professione- può essere del terapeuta, di superamento della malattia e di fissazione del suo contenuto teorico nelle forme sublimate e pertanto condivisibili socialmente delle elaborazioni culturali. Questo è il cammino della perversione, in particolare, e di altre forme, come ad esempio la querulomania o la melanconia (oggi si fa un gran parlare della depressione, e se ne parla in modo da indurre una tale considerazione di essa, quasi fosse un blasone!), forme che sempre meno si presentano come malattie e sempre più vengono considerate “modi dell’esistenza”, fino al punto di scomparire dalle classificazioni nosografiche più aggiornate. La cultura personale e politica dei nostri tempi, ma anche quella scientifica che può infettare il terapeuta, offre molti esempi di narcotizzazione del giudizio distintivo tra ciò che va bene e ciò che non va bene e di trasformazione, sul nascere, della malattia clinica in patologia non-clinica, più subdola proprio perché diviene offerta patogena su scala sociale.

La prevalenza della perversione (considerazione valida almeno a livello di rilievo sociologico sul carattere delle teorie circolanti nella nostra civiltà) è il prodotto di quella che forse è stata una vera e propria “rivoluzione industriale” nel campo della cultura ed in particolar modo nel campo delle teorie psicologiche. Il perverso dei nostri tempi non è più colui che detiene un “rapporto perverso” con l’altro (pensiamo ad esempio allo schiavista che si serviva, secondo le regole dello schiavismo, del lavoro del soggetto reso in schiavitù, ma che non poteva sottrarsi da alcuni obblighi derivanti da questo rapporto, che pur sempre era di natura legale, come l’obbligo “contrattuale” di nutrirlo e di alloggiarlo). Il perverso dei nostri tempi è colui che, grazie a questa particolare versione ed applicazione della rivoluzione industriale alla dimensione della cultura, è passato a detenere il possesso dei “mezzi di produzione” (della psiche) ovvero il possesso di teorie costruite in modo tale da imporsi attraverso il loro programmatico sottrarsi ad ogni giudizio che riconosca la propria fonte in una qualsivoglia competenza soggettiva a formulare giudizio. Grazie alla sostituzione operata, il capitalista-perverso può evitare di assumere qualunque obbligo, che deriverebbe dallo stabilirsi di una relazione da soggetto a soggetto; può evitare persino di porsi il problema di come controllare il soggetto non più formalmente schiavo, essendogli sufficiente mantenere il controllo delle macchine e dei mezzi con cui lo ha sostituito ovvero il controllo del discorso.

8.

Con Freud, riconosciamo la scansione in due tempi dell’accadere psichico, che consiste nell’accadere della competenza del soggetto in ordine alla formulazione del giudizio. In particolare, il secondo tempo della costituzione di questa competenza è dato dall’acquisizione, da parte del soggetto, della facoltà di estendere il primo giudizio (che consiste nella distinzione tra esperienza di piacere e dispiacere) all’atto del giudicare l’altro stesso in quanto latore di una offerta di legge per il soddisfacimento pulsionale. È a questo punto che si pone al soggetto l’esigenza, perché facoltà di giudizio sia, di operare la distinzione tra le alternative, opposte, del riconoscere l’altro nel suo carattere di “benefattore” (in quanto collaboratore) del principio di piacere aut nel suo carattere di “malfattore” del principio di piacere. Giudicare l’altro un “malfattore” riguardo al principio di piacere significa riconoscerlo o malato o propugnatore di patologia non-clinica. Nel primo caso, l’altro da cui difendersi è portatore di una facoltà di giudizio che tale non è ovvero è inconcludente in ordine al soddisfacimento pulsionale, e la sua offerta è simile all’atto di colui che si fa spacciatore inconsapevole di biglietti di banca contraffatti. Il caso dell’altro propugnatore di patologia non-clinica è invece quello dell’altro che si fa mentitore doloso sul proprio principio di piacere, ed è analogo al caso -tornando alla metafora appena introdotta- in cui l’altro è il falsario stesso, che si fa spacciatore dei biglietti che ha contraffatto, ben sapendo che sono falsi, per ingannare l’altrui (del soggetto) ingenuità.

In questo secondo caso rappresentato dall’altro perverso, la menzogna dolosa, affermata da questi, sulla veridicità del proprio principio di piacere, va intesa nella sua potenza corruttrice perché non è una menzogna inane (come più frequentemente nel caso del nevrotico o dello psicotico), ma è una menzogna “armata”, frutto di una scelta (non sempre solo implicita) spesso intellettualmente adeguatamente formalizzata (seducente nella sua freddezza) che, avendo sostituito l’oggetto al soggetto, corrompe alla radice il significato stesso del concetto di relazione. Per riprendere la metafora del falsario spacciatore, il perverso, come quello, distrugge in sé stesso i requisiti per l’esistenza di un qualsiasi mercato (pulsionale), perché disprezza l’idea stessa di mercato insieme alla possibilità che, nel mercato, tutti possano guadagnarci.

Anche l’elaborazione freudiana (mi riferisco in particolar modo allo scritto del 1924, dal titolo La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi) esclude che la patologia non-clinica sia producibile attraverso questi soli due tempi necessari allo stabilirsi della patologia clinica. Il passaggio alla perversione necessita di un terzo tempo che in alcun modo può essere considerato un passaggio necessario. Si tratta del terzo tempo costituito dalla costruzione di una teoria che permette, illusoriamente, al soggetto di “fare a meno della relazione”, una teoria in opposizione frontale non a quella relazione particolare con quel partner patogeno, ma in opposizione ad ogni partner. Il rigetto della relazione viene raggiunto nei modi sottili e formalmente eleganti della civiltà (e questo, forse, abbiamo più occasione di osservarlo oggi che non in altri tempi); viene raggiunto quasi senza parere, attraverso il declassamento di ogni altro a oggetto. È chiaro che la sostituzione del soggetto con l’oggetto rende perfettamente plausibile l’abbandono della categoria della “relazione”: il modo appropriato dell’avere a che fare con l’oggetto è infatti il modo dell’”uso”.

Se la formazione sintomatica, che caratterizza la psicopatologia clinica, ancora obbedisce ad un intento del soggetto prevalentemente difensivo nei confronti dell’altro con cui è in relazione insoddisfacente, l’intento della patologia non-clinica, in cui l’apparenza del sintomo è soffocata mediante la legittimazione culturale della propria teoria patologica, è prevalentemente interpretabile come uno spostamento compiuto a propria volta, dal soggetto, verso un pensare ed un agire tanto offensivo nei riguardi dell’altro, da rinnegarne la soggettività.

9.

Credo che l’aumento considerevole dell’incidenza della psicopatologia non-clinica sia tale che se ne potrebbe parlare in termini di ricerca epidemiologica, benché ciò risulti forse impossibile in quanto la psicopatologia non-clinica, sfuggendo -per definizione- ogni occasione di riconoscimento della propria realtà patologica, esula conseguentemente dalle possibilità del trattamento. Nonostante ciò, il problema riemerge nella terapia in quanto si pone nel momento della valutazione degli esiti dei trattamenti. La discussione esauriente di questo tema è a mio avviso talmente importante che meriterebbe una riflessione approfondita che esula dal tema che mi sono proposto in questa esposizione e dal tempo che mi è concesso; mi limito pertanto, in questo contesto, a farvi un semplice cenno. Nell’evoluzione della psicosi, ad esempio, assume sempre maggiore rilevanza una ulteriore possibilità evolutiva, alternativa alla guarigione, rispetto alle due vie classicamente individuate, vale a dire la “cronicizzazione” e la “residualità”, che possiamo distinguere schematicamente tra loro attribuendo alla cronicità il permanere del difetto delle funzioni dell’io ed alla residualità la rinuncia dell’io al proprio moto, pur con maggiore integrità delle sue funzioni. La terza via evolutiva della psicosi, in alternativa alla guarigione, sempre più e sempre con maggiore evidenza può essere costituita da un rifugio in una pseudoguarigione perversa, con passaggio al campo della patologia non-clinica. Pur nella consapevolezza che, sempre, l’agire terapeutico si confronta con il limite del “si fa quel che si può”, non deve essere sottovalutato quanto la scelta dei parametri che si reputano significativi per la valutazione dell’efficacia della cura, tanto quanto l’idea di guarigione abbracciata dal terapeuta, influenzino il decorso. Qualora la “misura” della guarigione fosse, come pure accade, limitata alla considerazione del parametro del comportamento o della condotta si avrebbe di mira -in questo caso- soltanto l’effetto. Ciò accade quando il trattamento ha di mira la pura “normalizzazione” della patologia clinica, ma quando ciò accade è ben difficile che l’esito della terapia vada aldilà del favorire una certa a-sintomaticità cui corrisponde, per contro, una assunzione perfino militante dei caratteri della psicopatologia non-clinica. Il possibile esito in perversione della psicosi, che avviene anche grazie ad un trattamento condotto da un terapeuta che lo può favorire per il solo fatto di non averne concepito la possibilità, ripropone ad ogni terapeuta il compito di giudicare della moralità del proprio atto.

 

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Contesto

Relazione al Convegno internazionale multidisciplinare "Dalla malattia morale alla biologia molecolare. Questioni di bioetica in psicologia e psichiatria", Roma, 6 maggio 1993. Pubblicato negli Atti del Convegno

Co-autori

Data

Mag 1993

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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