Affetto: la babele della lingua

1. La confusione nella psicopatologia quanto al termine “affetto”

 La mia esposizione verterà sul concetto di affetto o affetti, in funzione del confronto con l’altro concetto di questo binomio che comprende anche il pensiero.

In primo luogo, testimonierò la babele della lingua nei confronti del concetto di affetto, quindi fisserò alcuni punti fermi, raccolti dall’insegnamento di questa Scuola, che ci permettano di concepire correttamente l’affetto. Da ultimo, risponderò alla domanda: dove possiamo individuare l’atto dell’affetto nella formula della clessidra?

Nella psicopatologia degli affetti, i punti cardinali della confusione stanno nella concezione che porta a ritenere l’affetto una formazione psichica distinta, separata dal pensiero, interna e in qualche modo innata. In psicopatologia si parla di sfera affettiva, che occuperebbe una posizione intermedia tra sfera istintivo-volitiva e sfera intellettiva. Con la presunzione di coglierne tutte le sottigliezze,[1] vengono utilizzati diversi termini in funzione quasi sinonimica.[2]

Il nucleo di ciò che viene abitualmente rappresentato con il termine di affettività è costituito dai «sentimenti», che descrivono i “particolari coloriti subiettivi dei processi psichici, anche indipendentemente da stimoli obiettivi”,[3] anche se questo non esclude interferenze con le altre funzioni psichiche. Per Bleuler la timopsiche, a differenza della noopsiche,[4] non ha bisogno di ricevere alcun contenuto materiale dall’esterno, in quanto è fondamentalmente innata. Per questo motivo, Jaspers, Schneider e altri, nel tentativo di fare ordine tra interno ed esterno e di circoscrivere le formazioni psichiche la cui essenza sia finalizzata a mettere in rapporto l’individuo con il mondo esterno e a fornirgli la nozione del proprio corpo, a questi primi (i sentimenti) contrappongono le «sensopercezioni».[5] Inoltre, mentre i «sentimenti» indicano affetti caratterizzati da maggiore stabilità, con il termine «emozioni» si intendono affetti caratterizzati da maggiore intensità.

Le qualità principali dei sentimenti vengono in genere designate con la coppia antitetica «piacere-dispiacere» (Lust-Unlust).[6] Tuttavia, il ricorso al lemma «piacere» appare quasi casuale, non viene raccolto nell’elaborazione successiva (salvo che in quella freudiana) e a esso non viene attribuito altro senso che quello di natura fisiologica o, al più, descrittivo-fenomenologica. Nonostante questa caduta o non raccolta, la critica, anzi lo scandalo, dinanzi alla parola «piacere» non tarda a presentarsi.[7] Queste critiche hanno pertanto indotto alcuni autori a caratterizzare i sentimenti non tanto per il loro particolare colorito (piacevole-spiacevole), quanto per la loro presunta «profondità». Questo indirizzo, a cui aderisce la concezione della cosiddetta «psicologia a strati», ha trovato i suoi rappresentanti più autorevoli in Kurt Schneider e Max Scheler, il quale (tra il 1913 e il 1916) distingue quattro livelli di profondità del sentimento:

1. sensazioni con carica affettiva: corrispondono allo «strato inferiore», sono localizzati nelle strutture del corpo e non possono essere scissi dal contenuto sensoriale;

2. sensazioni affettive-somatiche o sentimenti vitali: non sono localizzati e si diffondono all’intera struttura corporea, costituiscono una sorta di «media complessiva» dello stato somatico, di cui rappresentano una espressione generica (fame, ansia, astenia, ecc.);

3. sentimenti dell’io o sentimenti psichici propriamente detti: non hanno alcuna proiezione somatica e sono pertanto pure qualità dell’io psichico; hanno una motivazione psicologica dipendente dal significato concettuale della senso-percezione e vengono provocati da particolari avvenimenti ricchi di carica affettiva (Erlebnis), come per esempio vergogna, amore, orgoglio;

4. sentimenti spirituali: corrisponderebbero ai sentimenti religiosi e metafisici in genere (disperazione, beatitudine, estasi), che sopraffanno tutta l’individualità; sorta di annullamento o di diluizione in una concezione sovrapersonale o comunque non più individuale della psiche.

Mentre con il termine «affetto» la psicopatologia intende un sentimento più o meno complesso, più durevole delle reazioni affettive, seppure modificabile dall’ambiente, con «stato dell’umore» (Stimmung) gli autori tedeschi comprendono la somma di tutti i sentimenti presenti in un determinato stato di coscienza. Lo stato affettivo durevole (Grundstimmung) è denominato da alcuni «temperamento», quando rappresenta una caratteristica costante della personalità.

2. La confusione nella psichiatria quanto alla patologia dell’affetto

Un testo nuovo e anche autorevole della psichiatria italiana, introducendo i disturbi dell’affettività dice che essi, “e specialmente la depressione, che è la patologia più comune di questo gruppo, sono in aumento in tutti i paesi”.[8] La domanda banale e fin troppo ovvia è: perché una certa patologia è in aumento? Vi è una capacità diagnostica più fine, che porta a diagnosticare come disturbi dell’umore delle patologie prima non riconosciute? È mutato qualcosa nella biologia, per cui un deficit che prima non c’era si manifesta più frequentemente? Oppure è mutata una tendenza nelle categorie interpretative che, sovrastimando la sfera affettiva, introduce questa mutazione come un vero e proprio programma mutageno, non soltanto di coloro che fanno la diagnosi, ma anche di coloro che sono diagnosticati?[9] Il problema viene colto anche dallo psichiatra e infatti il testo così continua: “La molteplicità dei sistemi nosografici di riferimento in realtà non ha trovato una soluzione soddisfacente neppure nel DSM III R, forse anche per le carenze di una accurata analisi degli elementi psicogenetici e psicodinamici che sostengono i disturbi affettivi e specie la depressione.”[10]

La confusione non si applica solo all’individuazione del cosiddetto disturbo dell’umore, ma prosegue, essendo difficile (e in alcuni casi finanche impossibile) applicare la distinzione fondamentale tra patologia del pensiero e patologia dell’affetto. Se per un verso la dichiarazione di questa difficoltà rispecchia l’impossibilità di operare una separazione radicale tra i due versanti della patologia, per un altro aspetto mostra l’impotenza di alcune categorie interpretative nell’operare in maniera corretta questa distinzione.

Per superare questa difficoltà nasce il concetto di psicosi schizoaffettiva, che fu introdotto da Kasanin nel 1933 “nel tentativo di inquadrare nove suoi pazienti che avevano presentato un quadro psicotico acuto caratterizzato dalla presenza contemporanea di sintomi sia di tipo schizofrenico sia di tipo affettivo e che era regredito dopo alcuni mesi.”[11]

Il frequente successivo oscillare “fra concezioni strutturalmente diverse ha perfino creato il dubbio che l’introduzione di questa categoria diagnostica rappresenti un elemento di confusività piuttosto che di chiarezza (Klerman e Barrett, 1973; Roth, 1981). In effetti gran parte della psichiatria moderna si è fondata con Kraepelin e poi con Eugen Bleuler sulla separazione dicotomica fra schizofrenia e psicosi maniaco-depressiva, progenitrice dei moderni disturbi dell’umore. La presenza di un quadro clinico che raccoglie elementi da entrambe le parti e che, quindi, implica la possibilità di un ponte fra queste, può risultare di scomoda gestione e fonte di incertezze.”[12]

In riferimento a questa confusa situazione, due osservazioni possono essere avanzate:

1. Nel DSM-III questi disturbi erano classificati sotto il titolo di disturbi affettivi, mentre nel DSM-IV essi vengono indicati come disturbi dell’umore. Ciò suona a conferma della progressiva tendenza alla completa «de-psichizzazione» dell’affetto, che sempre più viene considerato il «fondo» biologico-biochimico e sempre meno lo «sfondo» dotato di senso dell’esperienza individuale.

2. È possibile che negli anni più recenti si stia sviluppando una tendenza in base alla quale aumentano le diagnosi di psicosi schizoaffettiva. Se ciò fosse confermato, significherebbe che sempre più gli psichiatri ritengono che l’origine del disturbo psichico grave sta nell’alterazione del «fondo» organicamente determinato, cosa che conduce a porre alla ricerca psicologica una barriera che non è più neppure lecito proporsi di sorpassare. Ciò significa inoltre che l’auspicata riunificazione di pensiero e affetto ha sì luogo, ma sotto la bandiera dell’affetto, posto a un livello gerarchicamente preminente e condizionante il pensiero, in modo tale che il secondo sarà considerato un derivato ingiudicabile del primo.[13]

3. Una distinzione posta dalla nostra Scuola

Giacomo Contri nota che consuetudinariamente la lingua ci mette a disposizione un concetto di passione legato al patire, “alla passione come pur sempre sofferente quand’anche perseguita con entusiasmo. Questo induce a porre, non fosse che per discuterla, la tesi seguente: che questa parola significa una teoria masochista tanto depositata quanto continuamente prodotta nel discorso comune.”[14]

Occorre non cessare di problematizzare il modo di intendere la coppia passione/affetto, invertendo il significato apparente consegnatoci dalla lingua, che vorrebbe la passione passiva e l’affetto con valore attivo.[15] Rimettendo i concetti sulle loro gambe, noi dobbiamo ricordare che l’unica passività del soggetto sta nella sua eccitabilità, nella disposizione a ricevere l’eccitamento. L’eccitabilità è la facoltà di un soggetto che – nell’attesa dell’apporto dall’esterno – non inventa nulla e non si configura nell’attività, fatto salvo il solo suo essere attivo nel non mutuare da alcuno la facoltà di giudizio sull’apporto che verrà.

Se dunque volessimo proprio distinguere in passioni passive e passioni attive, solo queste ultime – in quanto produttrici di affetti – coinciderebbero con le passioni in senso stretto; talché gli affetti dovrebbero essere considerati passioni passive.[16]

È indubbio che all’esperienza di guarigione corrisponda un affetto proprio della guarigione, lo chiamiamo soddisfacimento. La guarigione riproposta da Freud è dunque un fatto di discernimento… cioè di giudizio.[17] Contri mette in guardia dall’intendere la passione, e non l’affetto, come passività. E propone di riconoscere in essa una stoffa di discorso, dispositivo che organizza gli eccitamenti in arrivo al soggetto, di cui l’affetto è come il fedele e puntuale registratore di cassa il cui squillo segnala l’ingresso degli apporti. La proposta è dunque quella di definire la passione come «organizzazione della pulsione, in quanto sovviene alla penuria di causa di cui soffre» e di pensare all’affetto «come effetto di passioni».[18]

La passione può seguire due destini, essa

1. può autonomizzarsi dall’affetto, e in questo caso si configurerà come quel dispositivo che sostituisce la presunta autonomia dell’eccitamento all’autonomia del giudizio, con il destino di perversione che questo comporta, che segnatamente è destino di masochismo;

2. può incrementare la facoltà di desiderare supplementando la domanda dell’eccitamento (pulsione) che causa il desiderio, senza sostituirsi a esso.[19]

Non esistono la ragione e gli affetti: l’affetto compone già parte della facoltà che chiamiamo ragione, ove per ragione si intenda il significato originario di rapporto, relazione di calcolo non matematico, ovvero giudizio. Vi sono tante forme della ragione quanti sono gli affetti.[20]

4. Concordanze freudiane

Freud sostiene che ogni pulsione si esprime nei due registri dell’affetto e della rappresentazione, cosicché a ogni affetto corrisponde pensiero. L’affetto è l’espressione qualitativa (il senso) della quantità di energia pulsionale e delle sue variazioni. Distinguendo tra «affetto» e «quantum di affetto», Freud preserva il carattere soggettivo, individuale dell’affetto, dalla sua riduzione all’elemento di tipo puramente economico-energetico. Egli scrive: “Accanto alla rappresentazione entra in giuoco un altro elemento, che pure rappresenta la pulsione, e che può incorrere in una rimozione del tutto diversa da quella della rappresentazione. Per designare questo altro elemento della rappresentanza psichica si è imposto il termine di ammontare affettivo; esso corrisponde alla pulsione nella misura in cui quest’ultima si è staccata dalla rappresentazione [non ne è originariamente distinta] e trova un modo di esprimersi proporzionato al suo valore quantitativo in processi che vengono avvertiti sensitivamente come affetti. […] Il destino del fattore quantitativo della rappresentanza pulsionale può essere di tre tipi […] la pulsione può essere totalmente repressa, così che di essa non si trova più traccia alcuna; oppure si manifesta come un affetto con una coloritura qualsivoglia di tipo qualitativo; oppure si tramuta in angoscia.”[21]

Dato che Freud muterà il suo pensiero sulla trasformazione dell’affetto in angoscia, non rimane che l’ipotesi che non sussista affetto inconscio, separabile e separato dalla rappresentazione ovverosia dal pensiero.

“Fa certamente parte della natura di un sentimento il fatto che esso sia avvertito, e quindi noto alla coscienza. La possibilità di uno stato inconscio sarebbe dunque completamente esclusa per i sentimenti, le sensazioni, gli affetti. […] Possiamo dire che un impulso affettivo sia percepito ma misconosciuto […] in modo tale che diciamo che l’impulso affettivo originario è inconscio, anche se il suo affetto non è mai stato inconscio, ma è solo stata rimossa la sua rappresentazione.”[22]

In conclusione, Freud afferma che l’atto patologico (la rimozione) consiste nella separazione tra affetto e rappresentazione. Dalla considerazione dell’isteria risulta a Freud che l’affetto non è necessariamente legato alla rappresentazione; la loro separazione (affetto senza rappresentazione, rappresentazione senza affetto) assicura a ciascuno di essi dei destini differenti.

Il risultato patologico assicurato da questa separazione agisce nelle due dimensioni dell’individuo e della cultura. Nell’individuo, perché “nella separazione di senso e di significato (significato come fatto dell’intelletto e senso come fatto del moto del corpo) si ha il massimo della separazione fra intelletto e affetto, fra ragione e affetto, ovvero la nevrosi.”[23] Nella cultura, perché la considerazione dell’affetto separatamente dalla ragione apre le porte non solo «alle ragioni del cuore», quanto alla ribellione «di principio» di ogni affetto «contro» la ragione, quasi a rintracciare in questa ribellione una sorta di carta di identità dell’affetto. È il concetto per cui l’affetto si costituirebbe nella sua dimensione di opposizione alla ragione, di controsenso, di contro-moto.

5. Affetto e pensiero: primo e secondo giudizio

I passaggi attraverso i quali si può arrivare ad asserire che l’affetto è primo giudizio e il pensiero è secondo giudizio, sono i seguenti: i due elementi fondativi che ritroviamo nel concetto di «io normale» sono rappresentati dalle facoltà:

a. di distinguere tra esperienza di piacere e dispiacere («principio di piacere», «facoltà di giudizio» originaria del soggetto);

b. di concepire il proprio moto soggettivo come moto che include il corpo nella relazione con l’altro reale («pulsione»).

Si tratta dei due elementi in base ai quali noi affermiamo il soggetto attraverso due predicati: il soggetto è, in primo luogo, competente e, in secondo luogo, dipendente da un eccitamento esterno per la prosecuzione del proprio moto e per la sua conclusione in una meta soddisfacente.

L’insufficienza del primo giudizio sta nel fatto che il primo giudizio è attesa di esperienza soggettiva di piacere (in quanto l’altro è pensato come collaboratore) ed è già facoltà di distinzione tra esperienza di piacere da esperienza di dispiacere, ma non è ancora capacità di discriminazione di vero e falso nell’altro. Da qui, per il soggetto, il rischio iniziale ineliminabile di privilegiare, per ingenuità, l’adesione all’altro anche qualora l’altro della relazione contingente non rispetti il principio di piacere del soggetto ovvero il suo beneficio. La facoltà del «primo giudizio» è dunque chiamata a completarsi e a estendersi nel «secondo giudizio», che è giudizio sull’offerta dell’altro e sulla sua adeguatezza a produrre il compimento del moto, ovvero la soddisfazione. In altre parole, si tratta di distinguere vero e falso nel moto dell’altro.[24]

Il primo giudizio è messo in moto dall’atto che avvia il moto del soggetto: il solo fatto di questo accadere sarà condizione necessaria e sufficiente perché il moto del soggetto prosegua.[25] Questo «il solo fatto che» indica la facoltà del soggetto di recepire il moto che lo raggiunge e di recepirlo come piacere, soddisfazione. Dunque, il primo giudizio è una facoltà originaria del soggetto, posto che nessun soggetto sia escludibile per definizione e sia escluso di fatto dal ricevere un moto, pena la morte; altrettanto si può dire che, poiché nessun soggetto è escludibile o escluso dalla ricezione di un moto, qualunque esso sia, allora, in seguito, per paragone, potrà distinguere di che moto si tratterà: se si tratta di un moto che incontra la soddisfazione o di un moto che produce dispiacere. Non avviene che non si arrivi a questo. Il requisito del secondo giudizio è il discernimento, la discriminazione della risposta che viene dall’altro.

La distinzione in due tempi dell’atto del giudizio significa affermare la non scindibilità di questa facoltà. Dire «due tempi del giudizio» non significa dire che il primo tempo è una tappa a cui arrivano tutti e al secondo solo alcuni. Lo prova il fatto che, qualora un soggetto si arrestasse al primo giudizio, sarebbe condotto alla corruzione di questa stessa facoltà ovvero alla narcosi del principio di piacere (masochismo). Ciò vuole dire che l’atto del giudizio è la risultante di entrambi i tempi. Parliamo dunque di due tempi del giudizio non per significare una duplicità del livello dello stesso, ma per mettere in rilievo il ruolo che l’esperienza gioca nella sua costituzione ovvero il fatto che esso, pur essendo facoltà originaria, non può essere concepito come un automatismo.

Sarei propenso ad attribuire ai due tempi i nomi, rispettivamente, di affetto e di pensiero, per indicarli, per un verso, nel loro senso di reciproco completamento e, per un altro verso, per sottolineare che entrambi corrispondono alla medesima facoltà di giudizio presa nei suoi due versanti: il primo, traduzione soggettiva del giudizio e, il secondo, espressione conclusiva dello stesso.

Tornando sullo schema a clessidra, se sotto la freccia g si scrivesse pensiero,[26] proporrei che sopra  a si scriva affetto, per la sua origine esterna: induzione al soggetto – attivo nella sola sua facoltà di giudicare – del soddisfacimento.


[1] Si è già accennato a questo in modo ironico.

[2] Il leitmotiv di questa pluralità è rappresentato da un fondo di confusione che traspare evidente e che a prima vista sembra attribuibile all’uso pignolo, da parte degli Autori cosiddetti classici, di termini distinti per identificare formazioni o attributi psichici distinguibili e da mantenere distinti fra loro. Osservo che non è certo la ricchezza della lingua a generare confusione e non vi è certo da dolersi di una simile ricchezza, la quale, qualora sia chiaro il giudizio che la orienta, permette la flessibilità necessaria per rendere le categorie con cui operiamo adeguate alla complessa realtà di cui parliamo. Ritengo invece che si tratti di riconoscere la confusione di cui parlo, non tanto nella ricchezza della lingua, ma nel travisamento del concetto stesso di affetto, che è reso distorto e quasi incomprensibile mediante la sua deconnessione dall’attività del pensiero. Per una trattazione più dettagliata della materia, si veda in: L. BINI, T. BAZZI, Psicologia medica, Casa Editrice Dr. Francesco Vallardi – Società Editrice Libraria, Milano 19712, alle pp. 331-349.

[3] Ivi, p. 331.

[4] Noopsiche e timopsiche sono i nomi attribuiti da Stransky alle due partizioni funzionali in cui è comunemente suddivisa la vita psichica: pensiero e affetto.

[5] Nello stesso solco, alcuni Autori distinguono i sentimenti (Gefhüle) che non liberano le reazioni motorie, dagli affetti (Affekte) che le producono, pur riconoscendo che i primi possono trapassare nei secondi.

[6] W. Wundt vi aggiunge due altre dimensioni affettive: «eccitamento-inibizione» e «tensione-rilasciamento». 

[7] Dumas si duole per la confusione terminologica, che – data l’insufficienza del vocabolario – porta a confondere stati di animo così differenti come il godimento di un chiaro di luna e la voluttà erotica, essendo entrambi descrivibili con il medesimo termine di «piacere».

[8] C.L. CAZZULLO, Psichiatria, Micarelli Editore, Roma 1993, 3 voll., p. 671.

[9] Oggi, nel discorso comune, la depressione non è quasi più definita una malattia, ma piuttosto un blasone. Essa è considerata la malattia delle persone geniali, che percepiscono tutto lo spessore della vita e di ciò che l’umana esistenza riserva.

[10] C.L. CAZZULLO, Psichiatria, op. cit., p. 671.

[11] Ivi, p. 967.

[12] Ivi, p. 967.

[13] Benché questo suoni come una parziale contraddizione di quanto fu riconosciuto fin dall’inizio del secolo, si tratta esattamente dello sviluppo di una concezione bleuleriana. Bleuler infatti pose alla base dei criteri diagnostici della schizofrenia, e addirittura come fondamentale tra essi e preminente rispetto alle alterazioni cognitive, proprio l’alterazione dell’affettività, da intendersi precisamente come dissociazione tra contenuto del pensiero e stato dell’umore.

[14] GIACOMO B. CONTRI, Competenza passionale della psicoanalisi, in Passioni, pulsioni, affetti, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1986, pp. 111-112.

[15] Quando si tratta del sostantivo, per la sua derivazione da a e facere: «disporre, far essere in una determinata condizione», e anche: «disposizione dell’animo», eventualmente previa e formante.

[16] «Se gli esseri umani sono dei desideranti […] lo devono […] all’essere iscritti nel movimento di una qualche passione che ne alimenta (rinnova) il desiderio» (GIACOMO B. CONTRI, Competenza passionale della psicoanalisi, op. cit., p. 110).

[17] «Il primo indiscernibile incontrato da Freud fu il sintomo, ma egli si avvide presto che fin qui le cose erano quasi facili, fece l’analisi – critica-discernimento-giudizio di esso – essendo esso stesso già disponibile al discernimento, perché strutturato come un giudizio, e un giudizio veritiero, cioè la riasserzione di una verità di contro a un rigetto e a una censura («ritorno del rimosso»). Ben altro il compito dell’analisi allorché (masochismo, resistenza) incontra fatti di indiscernibilità fatta programma, cioè dei giudizi organizzati – e organizzanti le pulsioni, cioè delle passioni – in ordine allo sfuggire il giudizio, cioè il discernimento, cioè l’analisi stessa. Queste passioni sono così organizzate, da organizzarsi come autentiche teorie implicite: implicite in diverse teorie che hanno corso nel nostro mondo» (GIACOMO B. CONTRI, Competenza passionale della psicoanalisi, op. cit., pp. 113-114).

[18] «… il che permette di chiarire che l’espressione d’uso tonalità affettiva si applica, prima che al soggetto, come è corrente fare, alla sua passione o discorso» (GIACOMO B. CONTRI, Competenza passionale della psicoanalisi, op. cit., p. 113).

[19] Per questo motivo alla questione se è possibile immaginare un affetto precedente all’«allattandomi,…» ovvero un senso del moto precedente il primitivo eccitamento, possiamo rispondere che, fino a quel momento, ci risulta difficile supporre l’autonoma preesistenza di un affetto.

[20] «Riduciamo tutte le parole: intelletto, ragione… alla parola pensiero. Ma l’affetto è una delle forme del pensiero. Noi siamo ancorati all’idea che l’affetto sarebbe energia, il petrolio psichico, concepito come informe, che poi si può incanalare. L’affetto è soltanto il nome che assume una certa specie del mio pensiero. Darò il nome di angoscia a una certa specie del mio pensiero. E darò il nome di melanconia. E altri nomi ancora. È stata veramente compiuta un’operazione culturale catastrofica che ha fatto di pensiero e affetti due categorie diverse, da cui deriva il tentativo di combinare, di costruire le teorie nella loro intima connessione e allora si continua sull’intimo» [si veda l’intervento di GIACOMO B. CONTRI nella seduta del 2 dicembre 1994 del Seminario di SC 1994-95, Aldilà, 1]. È quello che, per esempio, Scheler fa nella citata psicologia a strati, quando arriva all’ultimo strato della cipolla, quello dei sentimenti psichici o dei sentimenti spirituali, in cui il discorso si fa realmente spiritualista e intimista.

[21] S. FREUD, 1915, La rimozione, in Opere, Boringhieri, Torino 1976, vol. VIII, pp. 41-42.

[22] S. FREUD, 1915, L’inconscio, in Opere, Boringhieri, Torino 1976, vol. VIII, pp. 60-61. La citazione continua: «La repressione dello sviluppo affettivo è il vero e proprio scopo della rimozione, il cui lavoro resta incompiuto se questo scopo non è raggiunto. […] Rispetto alla rappresentazione inconscia esiste la seguente significativa differenza: dopo la rimozione la rappresentazione inconscia continua a sussistere come struttura reale nel sistema inconscio, mentre all’affetto inconscio corrisponde, in quella stessa sede, solo una potenzialità, uno spunto che non ha potuto dispiegarsi. […] Tutta la differenza deriva dal fatto che le rappresentazioni sono investimenti – sostanzialmente di tracce mnestiche – mentre gli affetti e i sentimenti corrispondono a processi di scarica, le cui manifestazioni ultime vengono percepite come sensazioni interiori».

[23] Si veda, ancora, l’intervento di GIACOMO B. CONTRI nella seduta del 2 dicembre 1994 del Seminario di SC 1994-95, Aldilà, 1.

[24] Si veda: PIETRO R. CAVALLERI, Nosografia psicopatologica. Introduzione, in La Città dei malati, vol. II, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1995, pp. 153-173.

[25] È quello che abbiamo chiamato «l’accaduto dell’allattandomi».

[26] [Come ha proposto GIACOMO B. CONTRI nella seduta del 16 dicembre 1995 del Seminario della SPPP 1994-95, Vita psichica come vita giuridica, 1].  

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Contesto

Lezione svolta al Corso di Studium Cartello 1994-1995 "A non è non A", Milano, 17 dicembre 1994. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, A non è non A, Sic Edizioni, Milano, 1997, pp. 48-57

Co-autori

Data

Dic 1994

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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