Errore e inganno

1. L’origine dell’errore

La posizione originaria del soggetto può essere enunciata come un nulla osta,[1] che si esprime attraverso una sequenza di questo tipo:

1. nulla osta all’eccitabilità da parte dell’altro;

2. nulla osta alla discriminazione di questo eccitamento in quanto soddisfacente (principio di piacere – primo giudizio – affetto);

3. nulla osta alla prosecuzione del moto[2] (pulsione) come moto del pensiero che elabora le condizioni perché sia rinnovabile, all’occorrenza, l’appagamento da parte di uno degli altri dell’universo (Au);

4. nulla osta alla discriminazione della legge del moto dell’altro (e quindi del suo apporto) in quanto conveniente (As) oppure non conveniente (pensiero – secondo giudizio).[3]

Se questa è la posizione originaria del soggetto, come è possibile che egli giunga a passare attraverso un errore che, per di più, viene chiamato universale?[4] Come si può ancora considerare errore un passo universale, dal momento che ciò vuol dire che in tale passo tutti inciampano? Il concetto di «errore» infatti implica la possibilità che il soggetto scelga tra almeno due opzioni.

Ugualmente non si esce da questo apparente equivoco se il trauma, la cui incidenza soggettiva induce in errore, è ricercato nella natura del soggetto: in questo caso non si tratterebbe più di un errore, perché diverrebbe un elemento strutturale proprio di ogni soggetto. L’errore costituirebbe uno stadio di sviluppo e si avrebbe ragione a considerare l’uomo come un animale malato.

2. La natura dell’errore

Si è detto che l’errore proviene sempre da un inganno. Questo porta a stabilire come sinonimi di errore, il cui effetto è la crisi della legge nel soggetto, altri atti che hanno significato equivalente: trauma, offesa, inganno.

Ma, mentre l’errore è un atto intransitivo ovvero compiuto dal soggetto il quale, nel medesimo tempo, ne paga le conseguenze, l’offesa e l’inganno sono atti transitivi ovvero presuppongono un soggetto in veste di ingannatore e un altro soggetto che viene ingannato. Possiamo dunque dire che nel posto di Soggetto abbiamo il recepimento di un trauma che induce all’errore e dunque alla crisi della legge; mentre lo stesso atto, preso nel versante del posto dell’Altro, è atto di offesa, e di una particolare offesa che ha nome «inganno».

Ma allora, se il trauma che fa ammalare ha a che fare con l’altro, la psicopatologia non è un destino della natura, bensì un passaggio problematico inerente alla relazione. Cioè la psicopatologia è uno dei destini della relazione, non è destino del soggetto virtualmente concepibile al di fuori e prima della relazione (qualora fosse pensabile un soggetto che non avesse a che fare con alcuna relazione). Ciò equivale a dire che la psicopatologia non è indotta dalla natura:[5] non è la morte, ma l’eros (da intendersi come legame con l’altro) a porre delle questioni.[6] L’inevitabilità dell’errore non è dato di natura, ma è dato di relazione in quanto è l’altro l’ingannatore del soggetto. In particolare, l’altro ingannatore non è Aq, bensì Au, vale a dire l’altro nel momento in cui stabilisce una relazione di privilegio con il soggetto.[7]

A questo punto, si pone la questione se l’altro sia ingannatore dolosamente oppure no. Se si tratti cioè necessariamente di dolo o di colpa. Il rinvio al dolo non abbisogna di ulteriori chiarimenti: esso rimanda all’intervento dell’altro allorché perverso. Colpa, invece, è da individuare nell’atto compiuto da quel soggetto che, prendendo posto di Altro per un altro Soggetto,[8] si propone in una sua presunta autosufficienza di legge, ovvero in quanto non, a sua volta, in posizione di soggetto nei confronti di un altro altro e sempre in dipendenza di un altro.

In particolare, si ha effetto psicopatogeno quando la differenza dei sessi non introduce alla differenza dei posti della relazione.

3. Il Soggetto e l’Altro nella determinazione dell’errore

La questione è stata già posta da Freud, quando si è chiesto se le nevrosi sono malattie endogene o esogene.[9] Egli risponde prudentemente enunciando la Teoria della serie complementare: “Alla frustrazione esterna [la parola «frustrazione» può bene essere intesa nel senso che qui attribuiamo a «inganno»], affinché agisca in senso patogeno, deve aggiungersi la frustrazione interna [dunque «autoinganno», che non è altro che un altro modo per definire il risultato dell’inibizione al giudizio]. […] La frustrazione esterna toglie una possibilità di soddisfacimento, la frustrazione interna vorrebbe escludere un’altra possibilità in relazione alla quale nasce il conflitto.”[10]

Qui Freud accenna alla possibilità che gli impedimenti interni abbiano avuto origine da ostacoli esterni reali (che ipotizza come eredità dei primordi dell’evoluzione umana), ma più agevolmente possiamo attribuire a questo impedimento interno il carattere dell’ingenuità, «premessa naturale e generica della malattia» come è stata chiamata da G.B. Contri.[11]

La precisazione che oggi potremmo fare ci induce a ridefinire l’ingenuità come la condizione dell’impreparazione tout court al secondo giudizio, per formulare il quale bisogna che il soggetto – a prescindere dall’eventualità di un inganno da lui stesso già patito – sia giunto almeno a concepire la possibilità dell’atto stesso del mentire.

Il problema sembra analogo a quello postosi a Freud a proposito di come considerare le scene infantili riferite come traumatiche.[12] Egli dice: “Ora, la sorpresa consiste nel fatto che non sempre queste scene infantili sono vere. Anzi, non sono vere nella maggioranza dei casi e in casi singoli sono in diretto contrasto con la verità storica. […] Basta riflettere per un momento per comprendere che cosa ci rende così sgomenti in questa situazione. È lo scarso conto in cui è tenuta la realtà, la trascuranza della differenza tra realtà e fantasia. […] La realtà ci appare come qualcosa di infinitamente diverso dall’invenzione e gode presso di noi di tutt’altra valutazione.”[13] E continua: “Per molto tempo non si prende sul serio la nostra proposta di equiparare fantasia e realtà e di non curarci in un primo tempo se gli episodi infantili da chiarire siano l’una o l’altra cosa. Eppure, questo è evidentemente l’unico atteggiamento corretto di fronte a tali produzioni psichiche. Anche queste possiedono una specie di realtà; resta il fatto che l’ammalato si è creato tali fantasie; il che ha […] un’importanza di poco inferiore che se egli avesse realmente vissuto ciò che contengono le fantasie. Queste fantasie possiedono una realtà psichica in contrasto con quella materiale, e noi giungiamo a poco a poco a capire che nel mondo delle nevrosi [nel mondo psichico] la realtà psichica è quella determinante.”[14]

Determinante e non determinata, quanto alle possibilità della sua evoluzione seguente.

4. L’inganno «riuscito»: risultato dell’elaborazione soggettiva di un contenuto ingannevole[15]

L’argomentazione freudiana così prosegue: “L’impressione che sempre si riceve è che tali avvenimenti infantili siano in qualche modo richiesti come qualcosa di necessario, appartenente al nucleo essenziale della nevrosi. Se fanno parte della realtà, tanto meglio; se la realtà non li ha forniti, allora vengono elaborati in base ad accenni e completati con la fantasia. Il risultato è lo stesso, e a tutt’oggi non siamo riusciti a dimostrare una diversità di conseguenze a seconda che la parte maggiore in questi avvenimenti infantili spetti alla fantasia oppure alla realtà.” E conclude: “Da dove proviene il bisogno di queste fantasie e il materiale per esse”?[16]

Poco importa che in questo punto Freud non trovi altra risorsa che la filogenesi. L’importante è invece costituito da due affermazioni contenute nella frase: (1) egli rintraccia e giudica significativa la funzione della fantasia, ovvero dell’elaborazione soggettiva e (2) considera che tale facoltà, pur essendo atto del pensiero, non sia riducibile a pura interiorità, poiché trova il materiale per la propria rielaborazione in qualche – egli dice – apporto esterno.[17] Quindi il pensiero non è questione di pura interiorità, ma è elaborazione del soggetto rispetto ad apporti esterni.

Al punto in cui siamo, possiamo fare un passo ulteriore anche rispetto a Freud, in quanto non ci è più necessario ipotizzare la filogenesi per spiegare il «bisogno dell’attività fantastica» ovvero il procedere dell’elaborazione di pensiero, poiché il procedere del pensiero è esigito dal suo completarsi, proprio in quanto pensiero, nel secondo giudizio.[18] E il secondo giudizio, che fino a questo momento abbiamo definito come l’atto tramite il quale il soggetto discrimina vero e falso nell’altro, si confronta (si può dire anche in questo modo) con la questione di discriminare se, nella relazione, il beneficio sia ricavabile dalla differenza di sesso distintamente dalla differenza di posto. Ovvero se il beneficio della relazione tra due soggetti possa derivare da una differenza nel sesso degli stessi operante nell’annullamento della distinzione dei posti.

Tutto ciò si può documentare: nel bambino non esiste alcun a priori quanto al sesso dell’altro, né nel senso dell’eterosessualità né nel senso dell’omosessualità, non vi è alcun dover essere né alcuna inibizione. Il rapporto sarà, letteralmente, col miglior offerente. Il bambino non si misura con il sesso dell’altro, non si misura con l’altro preso – in prima battuta – per la sua differenza di sesso, ma con l’altro preso nella sua differenza di posto, introduttiva al beneficio della differenza di sesso.[19]

5. Differenza dei sessi come differenza dei posti

Si potrebbe dire che al soggetto (bambino) va bene tutto. La psicoanalisi, e la nostra psicologia con essa, confutano l’ipotesi di una origine della scelta dell’altro privilegiabile nella relazione in base a meccanismi puramente biologico-biochimici e naturalistici. Affermiamo essere più efficace il beneficio (ma inversamente e allo stesso titolo: l’inganno). In una parola: l’obbligazione che deriva dalla messa in atto di una relazione che trova nella distinzione dei posti di Soggetto e Altro la sua legge, ivi inclusa la possibilità dell’errore e dell’errore patologico, che – quest’ultimo – inverte, confonde o annulla i posti.[20] Infatti, quando Freud afferma che in un primo tempo la pulsione è probabilmente indipendente dal suo oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo, riconosce che il movimento della pulsione è regolato dalla meta della soddisfazione e non da un oggetto.[21]

Ecco la chiave per la comprensione della perversione, inclusa la perversione specificamente sessuale. “L’indagine psicoanalitica si rifiuta con grande energia di separare gli omosessuali come un gruppo di specie particolare dalle altre persone.[22] Essa, studiando eccitamenti sessuali diversi da quelli che si manifestano, sa che tutte le persone sono capaci di scegliere un oggetto sessuale dello stesso sesso e hanno anche fatto questa scelta. […] Alla psicoanalisi l’indipendenza della scelta sessuale dell’oggetto, la ugualmente libera disponibilità di oggetti femminili e maschili come la si può osservare nell’età infantile […] appare piuttosto come l’elemento originario dal quale si sviluppano, mediante limitazione in un senso o nell’altro, sia il tipo normale sia quello invertito. Nel senso della psicoanalisi, dunque, anche l’interesse esclusivo dell’uomo per la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia da attribuire a un’attrazione fondamentalmente chimica.”[23]

Con questo, Freud rinuncia alla facile tranquillità del «maschile» e del «femminile», ma non nella direzione perversa della loro reciproca confusione, bensì nel senso del mantenere aperta la questione della meta soddisfacente ovvero del riconoscimento (atto del giudizio) dei requisiti opportuni perché l’apporto dell’altro costituisca un supplemento all’attesa di beneficio del soggetto.[24] Il commento a questi passi può limitarsi alla sola considerazione che, ai fini della relazione, l’importanza della differenza di sesso (il suo carattere normale) sta tutto e solo nell’essere un supplemento, una facilitazione a godere del beneficio della differenza di posto, di cui la relazione vive.

Freud non teme di affermare che – in origine – l’interesse del bambino è nei confronti dell’altro da cui gli verrà l’apporto soddisfacente, e chiama «bisessualità» questa indifferenza alla predeterminazione biologica delle caratteristiche che renderanno il partner soddisfacente. Il requisito per la soddisfazione del soggetto risiede, a un livello che potremmo definire gerarchicamente superiore, nell’istituzione della distinzione dei posti, a prescindere dalla distinzione di sesso.

Infatti, “per la soluzione del sintomo [ovvero: per la correzione dell’errore] occorrono due fantasie sessuali, di cui una ha carattere maschile e l’altra femminile, sicché una di tali fantasie scaturisce da un moto omosessuale.”[25] È dunque corretto individuare l’errore in «la sessualità», perché essa è il pensiero (e la teoria) che sovrappone alla differenza di sesso la differenza di posto; fissa e riduce a un unico concetto differenza di posto e differenza di sesso: la teoria patologica afferma che la differenza di sesso garantisce della differenza di posto.[26] Di questa teoria sono facilmente riconoscibili almeno le due versioni militate da nevrosi e perversione.

La teoria nevrotica idealizza la differenza di sesso, fino al punto in cui ostacola, rende inaccessibile e impraticabile (inibizione) la relazione con l’altro dell’altro sesso, il quale, benché non rinunciato, viene idealizzato e invidiato.

La perversione annulla invece la differenza di sesso, perde l’accesso a godere della differenza dell’altro dell’altro sesso, non perché non sopporta l’altro dell’altro sesso, ma perché si oppone frontalmente all’altro in quanto occupante un Altro posto. L’ostilità radicale della perversione colpisce il sesso in quanto si indirizza al posto dell’Altro.

Il contenuto dell’inganno consiste dunque nella non elaborazione della distinzione dei posti della relazione, presupposto da cui consegue il poter beneficiare della differenza di sesso. Al contrario, l’inganno vincola illusoriamente il soggetto a ritenere che la differenza di posto sarà di per sé deducibile dalla differenza di sesso.[27]


[1] Si è chiamato «talento negativo» questo nulla osta.

[2] Ovvero: nulla osta al passaggio da Aq a Au.

[3] Nel soggetto non vi è alcun ostacolo a riconoscere che l’altro si specifica con un sesso.

[4] Il tema dell’errore è un tema forte della lettura che Giacomo Contri fa di Freud, infatti egli afferma in più punti che Freud coglie la legge nella crisi, nell’errore da lui individuato come «la sessualità», la «-ità» del sesso. Questo pensiero rappresenta per Contri l’errore universale (Cfr. GIACOMO B. CONTRI, Il pensiero di natura, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1994).

[5] Un errore puramente gnoseologico non avrebbe alcun effetto patogeno, vale a dire non costituirebbe ostacolo alla soddisfazione del moto di pensiero.

[6] Mi fermo a illustrare questo pensiero con il passaggio di un’analisi, in cui il paziente si poneva la questione se fosse il pensiero della castrazione (qui intesa come rifiuto della soluzione costituita dal pensiero «castrazione») o il timore della morte a procurare angoscia. Nel primo caso il pensiero della castrazione non sarebbe altro che il rappresentante della morte e la morte costituirebbe la minaccia. Nel secondo, il pensiero della morte come minaccia sarebbe tale in quanto sarebbe allusiva della condizione di castrazione (ma ormai abbiamo appreso a riconoscere: rappresentante del non raggiungimento di quell’elaborazione risolutoria di pensiero, che chiamiamo castrazione). Risolverei dicendo che nella natura nulla, neppure la morte, ha la forza del trauma, cioè può indurre nell’errore di cui parliamo.

[7] Questa affermazione completa la tesi avanzata da GIACOMO B. CONTRI nella seduta del 13 gennaio 1995 del Seminario della Scuola Pratica di Psicologia e Psicopatologia, che mette in luce il versante reciproco. G.B. Contri parlava della relazione come di quel passaggio che rende l’altro non più qualunque per il soggetto. In particolare, la fedeltà sarebbe un attributo della relazione, in cui è tolta la tentazione di tornare all’altro qualunque. Inversamente, egli chiamava «fedeltà infame» quella tra due che sono altri qualunque l’uno per l’altro, tanto quanto il rapporto tra il figlio handicappato e la madre del figlio handicappato è rapporto tra due qualunque, benché siano dei «qualunque» superlegati. Proprio per questo motivo, soltanto un altro non più qualunque può diventare l’ingannatore del soggetto.

[8] Potremmo dire: nella sua temporanea e inintenzionale funzione di altro.

[9] S. FREUD, 1915-17, Introduzione alla psicoanalisi, Lezione XXII, in Opere, Boringhieri, Torino 1976, vol. VIII, p. 503 e sgg.

[10] Ivi, p. 506.

[11] Già nel Corso 1992 di Il Lavoro Psicoanalitico, dal titolo Psicologia II: Psicopatologia, Giacomo B. Contri ne ha dato una definizione che oggi si può completare. In essa infatti egli individuava il punto di appoggio dell’ammalabilità del soggetto in quanto rappresenterebbe «l’impreparazione alla patogenesi consistente nella menzogna di un altro, a fronte della già acquisita facoltà di un primo giudizio da parte del soggetto», essendo la menzogna dell’altro «un’esperienza patogena irresistibile perché il soggetto non dispone della facoltà di isolare, individuare e rispondere a una menzogna che gli venga da parte di quell’altro insieme al quale fino allora ha costruito il proprio principio di piacere» [pro manuscripto].

[12] Le scene traumatiche consistono classicamente nelle tre eventualità dell’osservazione del coito dei genitori, della seduzione precoce da parte di un adulto, delle minacce di evirazione, ma possiamo completare questo elenco e addirittura porre a un livello gerarchicamente superiore l’atto del mentire.

[13] S. FREUD, 1915-17, Introduzione alla psicoanalisi, Lezione XXIII, in Opere, Boringhieri, Torino 1976, vol. VIII, pp. 522-523.

[14] Ivi, p. 524.

[15] Questo è il concetto di «imputabilità».

[16] S. FREUD, 1915-17, Introduzione alla psicoanalisi, Lezione XXII, op. cit., p. 526.

[17] Di fronte alla «necessità di rinunciare transitoriamente a ciò cui aspira il suo piacere [transitoriamente accenna all’alternarsi di appagamento e desiderio][…] l’uomo non si acconcia alla rinuncia senza una compensazione di qualche tipo [elaborazione della legge per la riuscita. Correzione dell’errore]. Egli si è perciò riservato un’attività psichica nella quale, a tutte queste fonti di piacere [e vie per conseguirlo] […] è concessa un’esistenza ulteriore, una forma di esistenza nella quale esse sono esentate dalle esigenze della realtà [ma non dall’apporto di quanto è stato istituente del movimento del pensiero stesso: l’altro, che da Aq diviene Au]. Non vi è alcun dubbio che soffermarsi su appagamenti di desiderio fantastici implica una soddisfazione [anche in senso logico, di soddisfazione di requisiti per la riuscita del pensiero della legge: il concetto «Padre», per esempio, soddisfa tali requisiti], […] la consapevolezza che non si tratta di realtà non ne risulta turbata. Nell’attività della fantasia [ma qui «fantasia» è sinonimo di «pensiero»] l’uomo continua dunque a godere di quella libertà dalla costrizione esterna» (S. FREUD, 1915-17, Introduzione alla psicoanalisi, Lezione XXII, op. cit., p. 527). «Libertà dalla costrizione esterna» non significa autonomia della fantasia dalla realtà delle relazioni (le quali costituiscono indubbiamente la modalità attraverso cui è possibile accedere all’universo), quanto piuttosto significa che l’elaborazione fantastica, pur obbediente al dato posto dalla relazione (il buon avvio dell’«allattandomi»), non risulta determinata dalle vicissitudini e dalle inadempienze dell’altro particolare.

[18] È opportuno abituarsi a pensare il giudizio (e a maggior ragione il secondo giudizio) come a un lavoro del soggetto, e non come a una “impressione” che si produce e si iscrive automaticamente nel pensiero.

[19] Abbiamo detto, infatti, che l’altro è inizialmente Aq e solo in secondo tempo Au e As.

[20] È pertanto da mettere in conto (i soggetti perversi ce lo insegnano) la possibilità che il soggetto venga ingannato proprio sull’offerta.

[21] «La nostra attenzione è attirata sul fatto che abbiamo l’abitudine di rappresentare in modo troppo intimo il legame della pulsione sessuale con l’oggetto sessuale. L’esperienza dei casi ritenuti anormali ci insegna invece che, in tali casi, tra pulsione sessuale e oggetto sessuale non vi è che una saldatura: noi corriamo il pericolo di trascurare questo fatto data l’uniformità della strutturazione normale, nella quale la pulsione sembra comportare l’oggetto. Così siamo ammoniti ad allentare nei nostri pensieri il legame tra pulsione e oggetto. La pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo». (S. FREUD, 1905, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, Boringhieri, Torino 1970, vol. IV, p. 462). Ritengo che questa frase di Freud non sia assolutamente interpretabile nella sistematizzazione delle cosiddette teorie oggettuali. Questo passaggio (differenziazione fra oggetto e meta e – per quanto riguarda il moto della relazione – accentuazione della preminenza della sua conclusione in una meta e non in un oggetto) costituisce un caposaldo anche dell’insegnamento di questa Scuola.

[22] Nota bene: questa affermazione contrasta radicalmente con la pretesa di ogni perverso di appartenere a un gruppo di specie particolare.

[23] S. FREUD, 1905, Tre saggi sulla teoria sessuale. Nota aggiunta nel 1914, op. cit., p. 460.

[24] «È indispensabile chiarire a se stessi che i concetti «maschile» e «femminile», il contenuto dei quali appare così privo di ambiguità all’opinione comune, appartengono alla scienza dei concetti più confusi e devono essere suddivisi almeno in tre direzioni. Si adoperano le parole maschile e femminile ora nel senso di attività e passività, ora in senso biologico e infine anche in senso sociologico» (S. FREUD, 1905, Tre saggi sulla teoria sessuale. Terzo saggio, op. cit., p. 525).

[25] S. FREUD, 1908, Fantasie isteriche e loro relazione con la bisessualità, in Opere, Boringhieri, Torino 1972, vol. V, p. 393. Il passo è preceduto da questa affermazione: «Vi è una relazione importantissima tra la fantasia inconscia e la vita sessuale del soggetto; tale fantasia è infatti identica a quella che gli è servita durante un periodo di masturbazione per raggiungere il soddisfacimento sessuale» (p. 391), al cui margine si può notare che questa è una di quelle rare affermazioni che aprono alla valutazione della masturbazione infantile in una luce non pregiudizialmente ostile alla relazione: nella masturbazione infantile si tratta del soggetto che, si potrebbe dire, ricostruisce il moto della relazione oscillando dal posto del Soggetto al posto dell’Altro, senza fissazione alcuna ad agire nel solo posto dell’Altro, come invece avverrà nella masturbazione di chi bambino più non è.

[26] Per il bambino, bisessuale, è esattamente l’opposto: l’istituzione della differenza di posto viene supplementata, arricchita dal fatto che questo posto sia occupato da un altro di un altro sesso. Ma è soltanto in questa logica che la differenza sessuale sarà benefica, altrimenti la relazione eterosessuale in se stessa non garantirà alcun beneficio, tanto quanto quella omosessuale. In primo luogo, mancherà il beneficio dell’essere propriamente «relazione».

[27] Commento di GIACOMO B. CONTRI: «La distinzione fra usare e godere, uti-frui, si collega con la distinzione altrettanto capitale fra soddisfazione e godimento.

Il Super-Io è espresso nella frase: «Vieni a cena da me, se no mi offendo», perché vuol dire: «Godi!», comandato e reso imperativo, che si presenta con le forme dell’inganno introducendo un errore da cui è difficile difendersi. L’alternativa non è neanche tra la borsa o la vita, perché la frase: «…o mi offendo» significa: «…o muori». «Mi offendo» non è affatto una sanzione, perché qui non si tratta di una norma. La distinzione fra imperativo e norma è la distinzione fra vita psichica patologica, detta anche Super-Io, e vita psichica normale, o vita giuridica».

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Contesto

Lezione svolta al Corso di Studium Cartello 1994-1995 "A non è non A", Milano, 14 gennaio 1995. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, A non è non A, Sic Edizioni, Milano, 1997, pp. 65-73.

Co-autori

Data

Gen 1995

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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