1. L’errore in rapporto alla sua soluzione
La ripresa odierna del tema dell’errore[1] integra quanto da me esposto nella lezione del 14 gennaio scorso allo scopo di individuare il momento in cui possiamo rintracciare la costituzione dell’errore. Le idee qui esposte sono stimolate dalla rilettura di alcuni saggi contenuti nel secondo volume de La Città dei malati, in particolare l’articolo di G.B. CONTRI, Ri-capitolare e il mio contributo di carattere introduttivo alla nosografia psicopatologica (si veda in AA. VV., La Città dei malati, vol. II, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1995). Formulerò delle ipotesi che, pur non essendo conclusive, spero ripropongano la questione in maniera più precisa di quanto non potessi fare anche soltanto due settimane fa. Il seguito del lavoro permetterà di raccogliere quello che, di queste brevi osservazioni, può essere raccolto.
“Noi pensiamo alla salute come avvenimento e non come ripristino di un modello iniziale, perché l’inevitabile passaggio per la crisi della legge domanda l’avvento di una soluzione nuova, «Aldilà».”[2]
Quando la nostra riflessione sul tema dell’errore abbandona la pura prospettiva dell’individuazione della sua genesi, o patogenesi, e si volge a considerare il problema in rapporto alla sua soluzione, essa acquista finalmente una prospettiva che ci risulta più utile, in quanto, al fondo, il superamento dell’errore è ciò che riveste il maggiore interesse pratico. Ma se la soluzione si presenta come avvenimento nuovo che in alcun modo consiste nel ripristino di un modello iniziale, ci troviamo di fronte alla necessità di articolare questa affermazione con quella, che pur non abbandoniamo, secondo cui l’esistenza del soggetto umano ha un incipit normale. Dunque: la norma è già posta, ma la guarigione – attraverso la crisi – obbliga a una rielaborazione di essa che non sia una semplice ripetizione della norma iniziale, in quanto questa, per essere riaffermata nell’adulto, deve integrare almeno un elemento che inizialmente non era necessario prevedere nella norma della relazione. Questo elemento è rappresentato dal riconoscimento dell’altro non soltanto come un soggetto occupante un altro posto, ma anche come un soggetto avente un sesso.
Maria Delia Contri e io affermavamo che nella condizione iniziale di salute c’è qualcosa di incompiuto, che si rivela quando il rapporto diventa rapporto con l’altro sessuato: “Nella relazione con l’altro in cui il soggetto è in posizione di figlio, il rapporto è pensato come dato, come posto dall’altro con la sua offerta. Nel rapporto con l’altro sessuato, invece, il rapporto non è dato, bensì va posto: non si tratta più di volere qualcosa di già posto. Nel rapporto con l’altro sessuato si pone una questione di assenso diversa: si è nella posizione di istituirlo, il rapporto. Si tratta di passare dalla posizione di figlio di re a quella di re; dalla posizione di chi assente a una legge del rapporto che è l’altro a porre, all’assenso a una legge del rapporto che è il soggetto stesso a dover porre. […] È nel punto in cui si pone il problema della soddisfazione con l’altro dell’altro sesso, che la malattia tende a fissarsi. Cioè nel punto in cui una soluzione di compromesso viene individuata, dal soggetto stesso, in giustificazioni o cause necessitanti che danno accesso al rapporto sessuale nella forma del «compierlo senza volerlo».”[3]
Benché non occorra attendere dopo la pubertà, perché si ponga il rapporto con l’altro sessuato e nonostante Freud abbia mostrato che esso è posto in un tempo che, pur secondo, avviene fin dai primissimi anni, nel soggetto adulto non esiste normalità che sia pura ricostituzione o continuazione della norma o normalità infantile. L’avvenimento del corpo umano, in quanto sessuato, è un avvenimento psichico che costituisce una realtà nuova rispetto alla norma iniziale.
L’elaborazione di S riguardo alla propria legge consta di due articoli:[4] (Fig. 1) il primo è la facoltà di distinzione piacere-dispiacere (cioè il principio di piacere, che è ciò che connota la competenza soggettiva), mentre il secondo è il moto del corpo (il termine freudiano «pulsione» sta per moto del corpo, che vuole dire attesa dell’eccitamento esterno e soddisfazione nella meta che è posta all’esterno). Questi due articoli compongono, all’inizio, la legge del rapporto.

Fig. 1
Non a caso in questa scrittura della norma o normalità infantile non compare s (la specificazione di sesso): siamo nel momento in cui A è Aq; Giacomo Contri, commentando la frase: «Allattandomi, mia madre…», dice: “Mia madre: in questo momento è un Altro non connotato dal sesso né da chissà quale ideale buia astratta «maternità» e «femminilità» (sempre l’«-ità»). È un particolare Altro – un Altro qualunque, anche nella sua motivazione, quella della balia per esempio – preso dall’universo di tutti gli Altri (Au) che funge da agente di una prima soddisfazione [e la soddisfazione è il canone della norma] tale che – posta la natura del ricevente – se ne ingenera – potremmo inventare un neologismo: se ne innatura – la legge.”[5]
Questa citazione ci conduce a un passo ulteriore: l’intervento dell’altro qualunque (Aq) non connotato dal sesso, è sufficiente perché venga posta la norma e vi sia normalità piena. Successivamente – nel momento in cui occorre integrare s nella relazione, cioè nel momento in cui occorre che il soggetto elabori il pensiero della relazione integrando in essa il proprio sesso e il sesso dell’altro – questa norma passa per la crisi della legge.[6]
Se volessimo individuare il punto in cui interviene l’errore, io lo individuerei nel punto in cui interviene l’elaborazione soggettiva (Fig. 2).[7] Questo porta ad aprire una ulteriore riflessione.

Fig. 2
2. Errore e inganno
Dire che l’errore avviene nel passaggio da malattia a psicopatologia (nel punto in cui il soggetto assume la malattia, che fino a quel momento era un dato passivo, e la elabora) porta a distinguere almeno concettualmente l’errore dall’inganno:[8] l’inganno fa precipitare il soggetto nella malattia; il momento dell’errore (e in particolare dell’errore patologico) è quello in cui il soggetto, attraverso la propria elaborazione, imbocca la direzione sbagliata della giustificazione dell’inganno.
Il soggetto ingannato si fa a sua volta ingannatore, in particolare auto-ingannatore, e poi ingannatore dell’altro nei confronti del quale si vendicherà attraverso la propria patologia. Noi infatti diciamo che la psicopatologia, e in particolare certe psicopatologie, sono neuropsicosi da offesa, in cui il soggetto (dopo essere stato ingannato e ammalato) assume la propria patologia e ne fa una bandiera.
A questo punto (Fig. 3), nella formula della relazione Soggetto- Altro, potremmo scrivere la coppia errore-inganno ripartendola in modo tale da individuare dalla parte dell’Altro il momento dell’inganno e dalla parte del Soggetto il momento dell’errore. In un tempo successivo, S indotto in errore ingannerà a sua volta A (in γ).

Fig. 3
La distinzione errore/inganno può anche essere scritta in questo modo:

Fig. 4
L’inganno è la menzogna in relazione ai posti di S e di A. Per esempio, la frase: «Fai così per il tuo bene» è ingannatrice in quanto priva il soggetto cui è indirizzata della possibilità di difesa: S risulta disarmato, perché non ha più il proprio bene cui appellarsi come criterio di valutazione, dal momento che l’altro lo ha precisamente esautorato circa la definizione del proprio (di S) bene. Se l’altro invece dicesse: «Fai così, perché io ti offro una norma che per me funziona», al soggetto resterebbe intatta la responsabilità di stabilire se quanto offerto coincida anche con il proprio bene.
Altre definizioni di inganno:
1. L’inganno consiste nell’esautorazione del soggetto.
2. L’inganno è l’intervento di A che opera uno scambio di posto con S.[9]
3. L’inganno è il pensiero della trasmissibilità (da A a S) immediata (che non passi attraverso l’elaborazione di S) della soluzione.
4. L’inganno non è obbligatoriamente in relazione a un contenuto ingannatore: allorché S e A colludano nel presumere che la norma possa essere trasmessa evitandone l’elaborazione da parte del soggetto, allora, qualunque ne sia il contenuto, la pura e semplice assunzione senza elaborazione sarà patogena.[10]
5. L’inganno riguarda la menzogna in relazione ai posti dei partner della relazione, mentre l’errore riguarda l’entrata in gioco, nella relazione, del corpo in quanto sessuato. È lì il punto in cui il soggetto compie il proprio errore e noi non diciamo che questo errore è completamente iscritto nella patologia. Distinguiamo infatti fra errore ed errore patologico.
3. L’errore, l’errore patologico e l’errore nella guarigione
L’errore patologico è iscritto nella patologia, ma l’errore in quanto tale è l’elaborazione di quella soluzione che si chiama «legge della relazione», a partire dall’integrazione problematica, nel pensiero, del fatto che l’altro è sessuato.
Una rielaborazione dello schema proposto da Giacomo Contri[11] (in cui l’autore individua i quattro tempi del percorso di questa riacquisizione che non è semplicemente il ripristino di qualcosa che precedeva, ma un accadimento nuovo passato attraverso la crisi della legge) permette di articolare in questo percorso anche i concetti che ora ci interessano:
inganno, errore ed errore patologico
con:
norma, malattia, psicopatologia e guarigione (cfr. Fig. 5).

Fig. 5
I. La nostra affermazione capitale è che l’uomo non è un animale malato ovvero: la costituzione soggettiva è la norma.
II. La crisi della legge è il tempo dell’inganno che produce la malattia. Ogni soggetto vi passa.
III. In seguito, l’unica normalità possibile per l’adulto coincide con la guarigione. L’unica normalità possibile in età adulta (con tutto l’arretramento temporale del concetto di età adulta, inaugurata molto prima della sua definizione sociologica) è quella di chi è guarito dalla malattia, è una guarigione.
Ma se il terzo tempo è quello della guarigione, esso può essere anche il tempo della patologia. È a questo punto che sotto «psicopatologia» possiamo scrivere «errore patologico» (perché si tratta di quella elaborazione soggettiva che assume, autoingannandosi, l’offesa patogena e la fa operare in maniera autogiustificatoria); mentre, sotto «guarigione», possiamo scrivere «errore».
Evidentemente, scrivere errore sotto «guarigione» può essere problematico o ambiguo, ma non è incompatibile. Abbiamo detto infatti che almeno il passaggio della elaborazione della castrazione risolve l’errore senza eliminarlo e che «l’errore sarà sempre con noi». Pertanto non è incompatibile iscrivere l’errore (non l’errore patologico) nell’ampio concetto di «guarigione» e di guarigione reale.[12]
[1] Introducendo la lezione, GIACOMO B. CONTRI pone l’interrogativo se il nostro impianto unifichi errore ed errore patologico in un unico concetto.
[2] GIACOMO B. CONTRI, Ri-capitolare. Gli aldilà, in La Città dei malati, op. cit., p. 30.
[3] M.D. CONTRI, P.R. CAVALLERI, Sano/malato. Clinico/non-clinico, Convegno «Enciclopedia e guarigione» organizzato da Studium Cartello, Milano, Università Cattolica, 4 giugno 1994 [pro manuscripto].
[4] Ripropongo una tabella che compare nel mio articolo dal titolo Nosografia psicopatologica. Introduzione, a p. 163 del secondo volume de La Città dei malati. Dell’io normale ora si potrebbe dire di più, ma al tempo in cui avevo steso l’articolo (oggetto di un intervento al Corso della SPPP del 1992-93), avevo schematizzato in questo modo gli elementi che contraddistinguono la normalità iniziale. L’Io normale rappresenta il partner che abitualmente scriviamo come S, mentre l’altro reale è il partner che scriviamo come A. La freccia bidirezionale, in questo caso, vuole significare soltanto che, perché questa legge entri in vigore, è necessaria l’elaborazione del soggetto, elaborazione che non avviene se non per la presenza compiacente di un altro reale.
[5] GIACOMO B. CONTRI, Il pensiero di natura, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1994, Nota 229: Edipo, p. 249.
[6] GIACOMO B. CONTRI coglie lo spunto per chiarire ancora una volta che la parte inferiore della clessidra rappresenta un secondo tempo, ma non un secondo piano (come se ci fosse l’alto e il basso, la testa e il basso ventre): si tratta sempre dello stesso unico piano in cui è accaduto qualcosa di nuovo.
[7] Ancora una tabella dall’articolo Nosografia psicopatologica. Introduzione, in La Città dei malati, vol. II, op. cit., p. 170.
[8] Si confrontino queste osservazioni con la lezione del 14 gennaio 1995, in cui affermavo che l’errore è sempre errore di inganno. L’aggiunta odierna si propone di verificare la possibilità di distinguere tra inganno ed errore.
[9] «Fai così per il tuo bene» vuol dire che A si mette al posto di S e lo esautora dal proprio posto. Questo inganno è ciò che fa ammalare, senza che importi ora specificare se si tratti nevrosi, psicosi o perversione. Per esprimere questa specificazione sarà necessario che S compia un passo ulteriore.
[10] GIACOMO B. CONTRI ricordava il detto lacaniano: «Assumer la castration»: questa frase indica il pensiero della castrazione intesa in senso patologico. La nostra frase è invece: «Elaborare la castrazione».
[11] Si veda: Ri-capitolare. Gli aldilà, in La Città dei malati, vol. II, op. cit., p. 26.
[12] GIACOMO B. CONTRI commenta: «L’errore va insieme alla guarigione. Nella nostra e nell’altrui guarigione si arriva a conoscere ciò che la medicina chiama «ricaduta», già un primissimo tempo successivo all’avvento della guarigione. Ricaduta in tutto: nel sintomo, nell’inibizione, nell’angoscia, nella fissazione. Allora capita che il giudizio venga nuovamente sorpreso e che si dubiti di essere guariti. Ne so qualcosa, essendoci passato. Non è così. Quale che sia stata l’entità della guarigione effettivamente sperimentata, ne basta la più piccola esperienza per essere nella guarigione. Per questo è sempre un errore misurare l’entità della guarigione in percentuale: la guarigione è sperimentata per intero, indipendentemente dal 100% di essa.
Allora diventa interessante riconoscere – nel doppio significato: conoscere per l’ennesima volta (almeno per la seconda), ma anche nel senso in cui si dice: «Questa è una mano» – che l’errore stesso ha cambiato natura e ha assunto la natura di quella che il tradizionale lessico morale chiama tentazione. È un passaggio anche intellettualmente notevole: la tentazione è un fatto nuovo nel soggetto.
L’evento soggettivo di guarigione realizza la pulsione di morte come novità del soggetto, anche molto anteriormente alla morte fisica, e ha a che fare con la velocità, che è un concetto di tempo. L’eccesso di velocità è la patologia in rapporto alla velocità».
La conclusione è innescata da una domanda di MARIO AMMAN che ricorda il film Il sorpasso in cui c’è un caso di ambiguità di rapporto fra i due protagonisti nell’andare senza meta, insieme alla questione della velocità, fino poi alla morte. Amman chiede se la velocità, che porta la persona perfino a uccidersi, possa essere considerata un elemento di patologia.