In che cosa consiste la psicopatologia?
Due giorni fa una persona mi ha detto: «Dottore, ieri sono stato al pronto soccorso e ho chiesto di fare un elettrocardiogramma e delle analisi, perché volevo sapere se sono vivo». Questa frase esprime una evidente condizione di psicopatologia, ma dove sta, precisamente, la sua patologia? Una valutazione corrente la liquiderebbe come espressione di un sentimento di depersonalizzazione, esperienza nella quale il soggetto è gettato tout-court.[1] Noi, piuttosto, individuiamo il patologico testimoniato da questa affermazione nel tentativo, operato dal soggetto, di spogliarsi della propria competenza e di rinunciarvi, ovvero nell’attribuzione o nella dislocazione della competenza a formulare un tale giudizio a un test estraneo al proprio pensiero. In questo caso, pertanto, non si tratta di un errore, ma di un atto intenzionale, di un inganno che contiene un aspetto doloso. Proprio per questo siamo nella psicosi.
Il primo nesso che emerge dunque fra il tema «psicopatologia» e altri lemmi della nostra Enciclopedia è il nesso con il lemma «inganno». Nella trasformazione di una competenza in un dispositivo naturale, in un test che usa degli strumenti di calcolo (come possono essere le analisi a cui questa persona si riferiva), si attua una dislocazione che costituisce un progetto di decadenza del pensiero, consistente nel far decadere il giudizio.[2] Ma se il soggetto compisse fino in fondo questo progetto di auto-esautorazione, troverebbe anche sufficiente e soddisfacente il risultato, ovvero il responso ottenuto affidandosi al supposto test di realtà che lo esautora. In realtà vediamo che non è così, perché questa persona, dopo essere andata in ospedale, essersi sottoposta alle analisi richieste ed avere ricevuto le rassicurazioni del caso, non ha rinunciato al suo pensiero di non essere vivo, mostrando che proprio il pensiero è diventato odioso in questo inganno, ed esso stesso strumento di inganno.
Perché, nella psicopatologia, il pensiero diviene odioso? Si può rispondere, in termini generalissimi, che la psicopatologia è il processo attraverso cui il soggetto si conforma all’odio per il suo pensiero che viene dall’inganno dell’altro, esercitando, in questa operazione, una residua competenza che non decade mai completamente. Spesso dimentichiamo che il malato, per quanto malato, non per questo è ipso facto sprovvisto della propria competenza; piuttosto egli è competente nel sostenere la tesi della propria incompetenza e ciò manifesta un secondo nesso, quello con il lemma «ortodossia», qui svolto come ortodossia del soggetto.
Come avviene la trasmissione della psicopatologia?
Rispondere a questa domanda è rilevante, perché fornisce la risposta anche a un’altra questione: come si trasmette la norma?
Vi sono teorie che sostengono che la produzione di un certo effetto psichico (che in alcuni casi potrebbe essere la psicopatologia) è legata a un automatismo.[3] Affermiamo invece che anche nei casi estremi non esiste una trasmissione efficace senza intervento di un atto soggettivo. Il tema dell’«atto» è implicato pertanto nel lemma «psicopatologia» così come il lemma «imputabilità», a proposito del quale direi che è addirittura sinonimo della coppia psicopatologia-psicologia, lemma unico che la rappresenta.
La questione di come si trasmette la psicopatologia ricorre nella nostra cultura e, da almeno duemila anni, è coglibile immediatamente in quel colloquio in cui un tale dice: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»,[4] esprimendo in maniera evidente l’interesse di sapere chi sia imputabile dell’effetto considerato. In particolare, vuol dire: come riconoscere l’imputabilità dell’altro senza eliminare l’imputabilità del soggetto? Questo interrogativo sta al centro dei nostri pensieri pratici, in particolare contrappunta tutti gli atti che concernono la cura.
In risposta alla questione circa la trasmissibilità della psicopatologia sono state formulate, e sono correnti, diverse teorie che giudichiamo patologiche. Ne cito solo due particolarmente accattivanti e agguerrite nel loro proporsi erroneamente, senza svilupparle dettagliatamente. La prima è la teoria del doppio legame, il cui aspetto tragico consiste nel ridurre l’imputabilità a un giochetto di logica, facendo decadere l’atto di pensiero del soggetto a un prodotto di rapporti di logica del discorso. La seconda teoria afferma l’onnipotenza di un dispositivo chiamato linguaggio, il quale, pur agendo all’esterno del soggetto, sarebbe dotato di una efficacia totalitaristica nei suoi confronti, vanificando, a un tempo, la possibilità di cogliere soggetto e altro nella loro efficacia: entrambi sarebbero coglibili soltanto come un continuo rimando della propria immagine attraverso uno specchio deformante. L’uomo, per il fatto di parlare (questo verbo accomuna a un tempo parola e pensiero), sarebbe diviso in se stesso e impossibilitato a cogliere efficacemente l’altro. E tuttavia non potremmo respirare altra aria che questa.[5] Vi è pure una terza teoria di comune riscontro nel pensiero patologico, secondo cui le cose andrebbero male perché, al mondo, si è uomini e donne, ovvero perché la differenza dei sessi introdurrebbe una insana e insanabile complicazione del rapporto.
Diversamente da queste teorie, rintracciamo il principio della norma in quell’accaduto psichico che si esprime con la frase: «Allattandomi, …». Essa, benché si proponga effettivamente di cogliere il momento dell’inizio del moto, non introduce in una visione mitica dell’origine. Così, la domanda: «Chi ha peccato?» è pertinente e da conservare per la risposta che introduce, che, nel caso specifico, tralascia di stabilire la quota parte di imputabilità del soggetto o del suo altro, ma passa al punto più interessante: «È così perché si manifestassero in lui le opere – ma possiamo tradurre anche con «potenza» – di mio Padre». Che cosa vuole dire questa risposta? Vuole dire che l’interrogativo che siamo in grado di porci, parte realisticamente dal dato di fatto della psicopatologia, ovvero dalla condizione patologica che incontriamo; mentre se al contrario partissimo dall’interrogarci sull’origine di essa, non potremmo evitare una ricostruzione soltanto mitica che ci distoglierebbe dall’individuazione dell’imputabilità, la quale si coniuga solo al presente: non fa guarire, infatti, il ritrovamento di una imputabilità al passato, ma solo il ritrovamento di una imputabilità al presente.
Di ciò si è resa conto molto bene una persona che qualche giorno fa, parlando del proprio padre morto, mi diceva con il tono di chi, in virtù di questa scoperta, potrà prendere un’altra direzione: «Ho capito che mi sono ammalato per ciò che è avvenuto tra mio padre e me, ma ora sto scoprendo che posso guarire rinunciando alla pretesa di una riparazione impossibile da parte sua: non devo aspettare che sia l’altro a modificare il suo atto per poter cambiare il mio». La risposta citata dal Vangelo mette l’accento sull’aspetto interessante del tragitto della guarigione, che è possibile là dove vi è un pensiero capace di pensare il Padre senza che ciò comporti l’agire invece del Padre, ovvero dove il soggetto, nel suo pensiero, concepisca realmente un atto soggettivo. Siamo infatti sicuramente nella patologia quando il soggetto spaccia il proprio atto come atto dell’altro. Questa tematica mostra dunque un nesso fondamentale con il lemma «infanzia», che certamente non svolgeremo come se si trattasse di una rivisitazione del mito delle origini.
Un altro nesso si stabilisce con «salute-salvezza», cui si lega il terzo termine comportato dalla coppia psicopatologia-psicologia, ovvero il termine «guarigione». È bene legare «salvezza» e «guarigione», perché, per potere parlare di salvezza, deve essere avvenuto qualcosa, così come perché si possa parlare di guarigione deve essere intervenuta la malattia, la crisi della norma iniziale. Come la salvezza, la guarigione non è prodotto di un dispositivo (estraneo al soggetto o autarchico, poco importerebbe la distinzione), deve intervenire qualche cosa in cui il soggetto stesso abbia parte: atto di propiziazione o di giudizio.
[1] Il concetto di «essere gettato nel mondo» ha degli antecedenti filosofici.
[2] Anche per questo motivo, ancor oggi sosteniamo che nella schizofrenia vi è una componente di demenza, ovvero decadenza del pensiero esito non di un processo organico, ma di un’attività di autoliquidazione del pensiero.
[3] Le teorie cui Giacomo Contri ha accennato nella sua esposizione immediatamente precedente ne sono un esempio.
[4] Giovanni, IX, 2.
[5] Ricordo la battuta di Karl Kraus in cui, al tizio che si lamentava delle proprie plurime insoddisfazioni amorose che imputava al fatto che «le donne sono fatte male», veniva risposto: «Ci spiace, ma in questo campo è ciò che abbiamo di meglio». Pur non essendo irrilevante il fatto che la battuta riguarda la donna, noto che testimonia pur sempre una cultura ormai minoritaria, nevrotica e non ancora perversa.