La premessa a queste due conclusioni è che il lavoro di questo e questi anni mostra che il moto del pensiero, quando è normale (come è normale il pensiero che abbiamo svolto), non segue le leggi della fisica, in particolare perché, sebbene ritorni come un pendolo su posizioni già toccate nell’elaborazione precedente, in questa oscillazione non vi è ripetizione. È un ritornare sui punti già elaborati attraverso altri percorsi e con un incremento.
1. Da Psicologia a Psicopatologia e da Psicopatologia a Psicologia, attraverso la crisi
Ripensando al lavoro di questi anni, si vede chiaramente un filo che parte con il Corso dell’anno 1991/1992, dal titolo Psicologia II: Psicopatologia. Esso costituì l’inizio caratterizzato da una duplice affermazione:
1. psicologia e
2. psicopatologia.
Potremmo illustrare il lavoro condotto sui due lemmi mediante due sintetiche frasi:
1. l’uomo nasce sano, ovvero non è un animale malato: norma, facoltà di esordio del singolo, primo giudizio…
2. la psicopatologia è data; ricostruiamo la norma iniziale attraverso la crisi: lavoro di elaborazione, compromesso…
Il momento iniziale del percorso dettava dunque i due punti estremi dell’oscillazione successiva.
L’insegnamento del 1993-94 fu dominato[1] dal lavoro tendente alla formulazione della legge, cioè della norma iniziale: «Allattandomi, mia madre…», la rappresentazione della clessidra, i due tempi della legge… Costituì dunque lo svolgimento del punto 1. Psicologia, con un abbandono temporaneo del punto 2. Psicopatologia, su cui siamo ritornati quest’anno. Il Seminario della SPPP 1994-95, Vita psichica come vita giuridica, e il Corso, A non è non A, assumendo la crisi come punto di partenza costituiscono infatti il ritorno al punto 2. Psicopatologia: errore/inganno, inevitabilità e correggibilità dell’errore, distinzione fra normalità e guarigione e asserzione che non esiste altra normalità, nell’adulto, che quella elaborata attraverso il passaggio nella crisi…
Siamo dunque tornati sulla psicopatologia, ma con un nuovo inizio i cui termini sono: norma-crisi-normalità-guarigione-soluzione-correzione.
La conclusione ci propone il confronto fra le due asserzioni che hanno rispettivamente caratterizzato il lavoro dell’anno scorso e di questo anno, e che apparentemente suonano come problematiche:
1. il punto di partenza del soggetto umano è la norma, la normalità;
2. il nostro punto di partenza è la crisi.
Nella seduta del Seminario della Scuola Pratica di Psicologia e Psicopatologia in cui questo aspetto si è posto con più evidenza, Giacomo Contri diceva – è la conclusione di questa conclusione, ma proprio in quanto conclusione spinge a essere adeguatamente assunta ed elaborata – : “Quando diciamo che l’uomo nasce sano, diciamo che il bambino, almeno per un momento, sta bene, è soddisfatto, arriva a una prima maturità della propria legge. Ma di questo buon inizio non è in grado di farsene niente, non è in grado di farneun punto di partenza ossia di assumerlo nelle sue mani. È ciò che diciamo sulla crisi del primo giudizio. Del primo punto di partenza (il ben-essere del soggetto) siamo in grado di fare qualche cosa a partire dal momento in cui, di quel ben-essere, c’è stata la crisi”[2] e dunque l’avvio dell’elaborazione e del secondo giudizio.
La dialettica che scaturisce fra l’affermazione che norma e normalità costituiscono il dato iniziale del soggetto e l’affermazione secondo cui la normalità viene assunta dal soggetto solo attraverso l’elaborazione della crisi, contrasta qualsiasi tentazione di astrattezza nel pensare una psicologia.
2. Nel piano z il rapporto è: S ← S in A
A un certo punto della nostra elaborazione, è stata proposta una rappresentazione delle due Città come due piani intersecantisi:[3] il piano della legge di natura (y) in cui ogni altro è un soggetto in relazione con un altro, e il piano del diritto statuale (x), in cui ogni altro è un altro per l’altro. Nel momento in cui tanto la prima quanto la seconda pretendessero di non tenere conto dell’altra, diverrebbero un regime patologico. Giacomo Contri aveva poi avanzato l’idea di un terzo piano (z), che sarebbe occupato dal Padre «qualora potesse essere inteso come soggetto grammaticale e giuridico realmente esistente».
La mia seconda conclusione evidenzia la pertinenza dell’individuazione di un’intersezione con questo piano e l’interesse per lo sviluppo delle sue conseguenze.

Fig. 1
Lo svolgimento iniziale di questa conclusione mi conduce a intendere z come il piano in cui è possibile un pieno accesso alla regalità del soggetto, vale a dire il piano in cui S accede pienamente alla facoltà di aspirare a S.
Se riscriviamo, in questo piano, la relazione fra Soggetto e Altro (si veda la Fig. M), quali saranno le caratteristiche di A? «A» è un soggetto in relazione con un altro soggetto che sta nel posto di Altro. Allora: il piano z è quello in cui rimane la distinzione dei posti, ma non è più necessario passare per l’artificio del chiamare altro l’altro. Entrambi i posti sono occupati da un soggetto, senza confusione né fusione tra soggetti. I due posti permangono, ma all’intelletto è possibile intendere tout court,in quanto soggetto, l’occupante del posto di Altro.
«Altro» è parola e concetto che hanno avuto un grande posto nella elaborazione culturale di questo secolo e in cui è opportuno cogliere un’ambiguità nel momento in cui diventasse categoria ontologica. Per dire una parola su questa ambiguità, metto a confronto due modi antitetici con i quali si è parlato dell’altro.
Freud è esemplificativo del primo modo, quando dice – dell’altro – che è «indimenticabile».[4] «Indimenticabile» vuole dire che l’altro è reale e che il rapporto, una volta che sia stato posto, è permanente e, soprattutto, non è immaginario.
Antitetico a questo è qualificare «totalmente altro» un altro soggetto, da cui consegue l’idea che l’altro sia una sorta di marziano che a un certo punto potrebbe elevare il soggetto alla propria altezza, rinforzando tutta una serie di pensieri sulla confusione tra soggetto e altro. In particolare, quando la definizione di «totalmente Altro» assume rilievo in un contesto teologico, come per esempio in K. Barth,[5] trovo che, per indicare l’oggetto di questo discorso, sarebbe più appropriato utilizzare l’appellativo «totalmente Soggetto».
Ultima notazione: nel piano z i due soggetti sono riconoscibili come F (Figlio-Figlia) e P (Padre), piuttosto che U e D, ma su questo non dico di più.
[1] Si ricordi soprattutto lo svolgimento del Seminariodella SPPP: Normalità e imputabilità nelle quattro psicopatologie e la concomitanza della pubblicazione del libro di Giacomo B. Contri, Il pensiero di natura.
[2] [Si veda il resoconto della seduta del 10 marzo 1995 del Seminario della SPPP 1994-95, Vita psichica come vita giuridica, 1].
[3] [Si veda l’intervento di Giacomo B. Contri dell’11 febbraio 1995 e in particolare la Fig.6].
[4] Si veda la lettera 112 del 6 dicembre 1896, in S. Freud, Lettere a Wilhelm Fliess. 1887-1904, Boringhieri, Torino 1986, p. 241.
[5] Si veda, per esempio, il Commento della Lettera ai Romani.