Il rapporto, terzo aldilà

1. Il cattivo aldilà della signorina Eberlein

Una novella di Arthur Schnitzler, scritta nel 1889, offre l’occasione per la bruciante rimessa a punto di alcuni concetti cruciali che il nostro lavoro ha depurato nel corso di questi anni: psicopatologia come giurisprudenza, delitto, colpa e senso di colpa, primo e secondo diritto, errore e correzione dell’errore.[1] Insieme a questi concetti, il genio di Schnitzler ci offre – pur senza ricorrere ai termini che sono ormai divenuti familiari nella nostra elaborazione – una meditazione sull’aldilà e sui destini – anche cattivi destini – che il pensiero dell’aldilà può imboccare.

Pochi tratti bastano per riassumere la trama della novella, del resto molto breve, il cui titolo è Il figlio.[2] La vicenda è filtrata attraverso il ricordo della voce narrante, un medico, che, chiamato al capezzale di una donna morente, si troverà non solo a prestare il proprio soccorso di curante delle ferite del corpo, ma verrà coinvolto dall’occasionale paziente nello sfacelo delle ferite dell’anima, ricevute e inferte nel corso degli anni, fino all’epilogo del racconto, rappresentato dall’aggressione mortale per mano del proprio figlio.

Giunto nello squallido condominio in cui la vicenda è ambientata, il medico viene ragguagliato da una vicina sui particolari dell’atto matricida: la donna è stata ferita con un colpo di accetta al capo dal figlio ventenne, un cattivo soggetto che pare non aver compiuto nulla di buono in tutta la sua vita. Il fatto è banale, ma il dottore ben presto è investito da un’informazione che ha qualcosa di inesplicabile: “La storia è ancora più terribile di quanto lei immagini, dottore!» disse scrollando il capo. – «Ancora più terribile?» chiesi. – «Sì, dottore! Se sapesse quanto lo amava!» – «Lei lo amava?» – «Sì, lo viziava, lo abituava male». – «Viziava un individuo simile?! E perché?» – «Già, perché! Vede, dottore, il giovane si era guastato fin dall’infanzia. Lei chiudeva un occhio su tutto, gli perdonava le peggiori malefatte. Noi vicini eravamo costretti spesso a metterla in guardia, quel fannullone si ubriacava già da ragazzo, e da grande poi…». […] «E lei ha permesso tutto ciò?». «Permesso?! – Lei lo amava sempre di più…».”[3]

Il giorno dopo, in un momento di lucidità che interrompe l’agonia, la donna fa allontanare coloro che l’assistono e chiede di parlare con il medico. Le sue parole hanno il tenore di una confessione: “Mio figlio è innocente – o almeno più innocente di quanto si possa immaginare. Io sono stata una pessima madre, una madre spregevole… […] Sono stata una criminale.”[4]

Già fin d’ora possiamo notare che nella psicopatologia – il seguito ci mostrerà che si tratta di un crimine che non sarebbe stato commesso al di fuori dalla psicopatologia – vi è spesso non solo la consapevolezza, ma anche l’evidenza del compiersi di un crimine. Nonostante ciò, manca: 1. la corretta individuazione del delitto e 2. la corretta individuazione dell’imputabile e dei motivi dell’imputazione. L’attribuzione del giudizio «delitto» non va a colpire correttamente né il delitto né il delinquente; il giudizio che fa dire che vi è stato delitto sembra essere piuttosto il puro effetto di un senso di colpa in cui manca l’individuazione della fattispecie oggetto di imputazione.

Alle parole consolatorie del medico, che a tutta prima ritiene l’affermazione frutto del deliquio, la donna riprende a parlare per completare la propria ricostruzione dei fatti, non senza precisare, però, quasi con un acido e piccato sussulto: “Io non sono la signora Eberlein… Sono la signorina Martha Eberlein… La gente crede ch’io sia vedova… Io non volevo imbrogliare nessuno, ma non potevo certo raccontare a tutti queste vecchie storie…”[5]

Il tono della puntualizzazione rivela perfettamente che la donna pone l’accento sul proprio stato anagrafico e non sulla condizione di donna abbandonata. Precisando il proprio status di signorina, Frau Eberlein fa paradossalmente passare in secondo piano l’informazione che apparentemente sembra voler dare, ovvero il fatto di essere stata abbandonata e di avere subìto passivamente l’abbandono, ma, al di là delle proprie intenzioni, rivela di essere stata in qualche modo lei stessa artefice di quell’abbandono, così che sarebbe probabilmente restata comunque Fräulein Eberlein, anche se avesse vissuto la propria vita accanto a un uomo.

"Sono trascorsi ormai vent’anni dacché fui abbandonata... abbandonata ancora prima che mio figlio, nostro figlio, venisse al mondo."[6] Il passaggio da «mio figlio» a «nostro figlio» evidenzia l’unico riferimento al padre che troveremo nelle parole di questa donna. In questo spostamento da «mio» a «nostro» precipita inoltre l’individuazione del vero obiettivo dell’omicidio di cui ella sta per accusarsi.

Ma prima di giungere al chiarimento del delitto di cui la donna intende accusarsi, soffermiamoci ancora sull’amore «in-condizionato» che essa manifesta nei confronti del figlio e che ci è stato anticipato dalle parole della vicina. Questo amore è tale solo in quanto «non-condizionato» dal padre. Per questo possiamo chiederci se questo figlio, è davvero divenuto figlio o non è rimasto piuttosto il «prodotto del concepimento», imprigionato nel realissimo utero extracorporeo e iperprotettivo (vediamo chiaramente che, come accade ogniqualvolta ci sia un iper-, l’effetto è nefasto) di un soggetto che non è mai divenuto donna e dunque madre.

La donna prosegue: “E poi… è solo per puro caso che egli sia vivo, poiché, dottore… ho tentato di ucciderlo la prima notte! […] Presi la coperta e il lenzuolo e li misi sul neonato, pensando che sarebbe morto soffocato… Poi al mattino spostai di nuovo timorosamente la coperta… ed egli piagnucolava!”[7]

Il movente, come per Medea, è la vendetta: l’omicidio cui la paziente precisamente allude, non è il tentato omicidio del figlio, bensì l’eliminazione, riuscita benché inconsapevole, dello stesso pensiero del padre. E il primo crimine (o meglio: il primo atto criminale da cui derivano, come in una cascata, i successivi) consiste nella privazione, per questo figlio, della possibilità del riferimento a un padre.

"E io dinanzi a quell’esserino che non aveva neppure un giorno di vita tremai veramente... Ricordo ancora bene di averlo fissato forse per un’ora e di aver pensato: quale rimprovero c’è in quegli occhi! Forse egli ti ha capito e ti accusa! E forse ha già una memoria e ti accuserà sempre, sempre..."[8]

Non ci si lasci ingannare dal pathos della narrazione: in questa conclusione è la donna ad attribuire il proprio pensiero di odio al neonato; egli, di proprio, non ha messo ancora nulla nel rapporto. E che si tratti di un vero e proprio delirio interpretativo è confermato dalla immutabilità di questa idea, non frutto di una obnubilazione momentanea – come il medico benevolmente sostiene allo scopo di consolare più sé stesso, forse, che non la sua paziente –, ma tenace e reiterata convinzione che, come verremo a sapere, non sarà minimamente scalfita lungo il corso degli anni. Tutto è già compiuto: «sempre, sempre…» non si riferisce alla memoria incancellabile di un evento passato, ma a un programma di lavoro da elaborare nel corso della vita intera. La memoria stessa ne viene rimaneggiata: la protagonista paventa infatti che una memoria sia già in funzione nel neonato, e in questo non si sbaglia, ma la facoltà di ricordare è ridotta a una grottesca memoria di… fissazione: memoria fotografica senza alcuna elaborazione, impressione che salda in uno stesso momento l’esperienza soggettiva e la causa di questa nelle intenzioni dell’altro. Essa formula una teoria che attribuisce all’esperienza infantile originaria non solo l’effetto soggettivo – ovvero ciò che il bambino ha sperimentato –, ma anche l’intenzionalità dell’altro.

2. La vittima omicida

Dobbiamo concedere a questa donna di avere riconosciuto che fin dal primo momento di vita si ha a che fare con l’aldilà, sebbene trasformato – nel suo pensiero – nel cattivo aldilà automaticamente coincidente con l’inizio, presupposto dalla fissazione patologica all’accaduto iniziale trasformato in vincolo, che – invece di innescare l’elaborazione del soggetto – lo blocca nell’infinita ripetizione senza elaborazione, vale a dire senza soluzione.

"Poi quell’esserino crebbe – e in quei grandi occhi di bambino c’era sempre lo stesso rimprovero. Quando mi accarezzava il viso con le manine, pensavo: ... ti vuole graffiare, vuole vendicarsi, poiché si ricorda di quella sua prima notte di vita, in cui tu lo seppellisti sotto le coperte! – Poi egli cominciò a balbettare, a parlare. Avevo paura del giorno in cui sarebbe stato capace di parlare davvero. [...] Io ero sempre in attesa – sempre, e ogni volta che apriva la bocca pensavo: ecco, adesso te lo dirà. Sì, sì, ti dirà che egli non si lascia ingannare, che tutti i baci, le carezze, l’amore non possono trasformarti in una vera madre. [...] Io mi lasciavo picchiare da un bimbo di cinque anni, e anche in seguito mi lasciavo picchiare e sorridevo... Avevo un folle desiderio di liberarmi della mia colpa, eppure sapevo che ormai non era più possibile! Ma avrei mai potuto espiare quella colpa?..."[9]

Ammesso che sia questo – il crimine -, il crimine è davvero inemendabile? Ogni omicidio avviene in primo luogo nel pensiero; la sua riuscita implica che il crimine, dopo essere stato compiuto, sia mantenuto e rinnovato nel pensiero mediante l’esercizio di una forza attiva. In questo caso, dunque, nonostante l’epilogo della vicenda di quella notte seguente al parto, l’autopercezione della protagonista, che si accusa di avere commesso realmente un omicidio, non è frutto di uno scrupolo o di un errore: ella è realmente responsabile di un omicidio, che non è l’esito di un momento di debolezza conseguente alla disperazione dell’abbandono nella prostrazione del parto, ma che è stato perseguito e reiterato con forza nel corso degli anni, mediante il suo essersi applicata a mantenere fuori dal pensiero del figlio il pensiero del padre. Un ente è amato, se è amato il padre, ovvero se è amata la fonte del principio di eredità: questo è l’incipit dell’amore verso un essere umano.

"Quando crebbe e andò a scuola, allora mi fu del tutto chiaro che egli mi leggeva nell’animo... E così sopportai ogni cosa, consapevole della mia colpa... Ah, egli non era certo un bravo bambino... ma... io non riuscivo a essere severa con lui! Ma che dico, severa! Io l’amavo, lo amavo follemente..."[10]

Assistiamo qui alla particolare trasformazione dell’odio, tramite formazione reattiva, nella caricatura del sentimento di amore.

Nel seguito della storia la Eberlein persegue l’obiettivo iniziale consistente nel tentativo di riparazione, impossibile in quanto tutta conclusa all’interno della supposta autosufficienza della coppia madre-figlio.

"Ma egli non mi perdonava. [...] Compì dieci, dodici anni; mi odiava! – A scuola si comportava male. [...] Faceva il vagabondo. [...] Tremavo aspettando il giorno in cui mi avrebbe detto in faccia: «Hai perduto il diritto di essere mia madre!». Ma non pronunciò mai quella frase... [...] Aveva bisogno di denaro, di molto denaro, e io dovevo procurarglielo..."[11]

La donna si attende che il figlio pronunci un’accusa… ma il figlio non parla, così come lei stessa non fa mai accenno al fatto che la loro vicenda di madre e figlio è un rapporto possibile solo in quanto al di là della coppia.

"Ma non era questo un suo diritto? [...] Perciò, dottore, vada in tribunale e racconti ai giudici ciò che ha udito qui da me; lo metteranno in libertà, devono farlo...!"[12]

E così, dopo la morte della Eberlein, il medico-Schnitzler dibatte in sé stesso se la richiesta della morta sia o non sia ricevibile, e, nel caso in cui lo sia, con quali argomentazioni potrebbe presentarsi al giudice.

"Nessun giudice al mondo farà valere lo smarrimento della madre come attenuante per il delitto del figlio, passibile della pena capitale. Il castigo più duro per quell’infelice madre era stato l’illusione di dover leggere negli occhi del figlio un eterno, incessante ricordo di quell’orribile notte."[13]

La distinzione tra primo e secondo diritto è posta, e posta correttamente, in quanto Schnitzler non ritiene che il ricordo incessante sia un semplice meccanismo fisiologico, ma ne afferra il carattere di sanzione penale efficace, applicata alla madre in forza del delitto da lei compiuto, e dunque gli assegna uno statuto giuridico.

Nella conclusione, infine, egli riprende e dibatte il tema centrale introdotto dalla protagonista: il tema dell’ineluttabilità dell’al di là del soggetto, della sua comprensione e decifrazione.

"O è forse possibile una cosa simile? Non permangono forse in noi dei ricordi vaghi anche delle prime ore della nostra esistenza, ricordi che non siamo più in grado di spiegare e che tuttavia non spariscono senza lasciare traccia? Non è forse un raggio di sole che penetra attraverso la finestra la primissima causa di un temperamento tranquillo? – E se il primo sguardo della mamma ci circonda con infinito amore, non si riflette esso, dolce e indimenticabile negli azzurri occhi infantili? [...] Nessun essere umano è mai stato capace di raccontare la sua prima ora di vita, – e nessuno di voi – così potrei dire ai giudici – può sapere che cosa deve, per tutto ciò che di buono o cattivo è in lui, al primo alito di vento, al primo raggio di sole, al primo sguardo della madre!"14]

Le conclusioni cui Schnitzler sembra approdare non sono certo le nostre, tuttavia, dobbiamo riconoscere che egli – articolando fra loro i due estremi costituiti, da un lato, dai vincoli insuperabili e impersonali imposti dal ricordo e, dall’altro, dalle possibilità della loro elaborazione attraverso una facoltà di memoria soggettiva – imposta le linee di un vero dibattito sul tema dell’aldilà. Benché il narratore dichiari di essersi risolto a presentarsi in tribunale, il dibattito non raggiunge una conclusione definitiva nel finale della novella, delineandosi un’aporia che impone un’ulteriore riflessione. Vediamone i termini.

L’atto nel quale la donna individua la propria colpevolezza è circoscritto a quanto avvenuto durante la prima notte (abbiamo già detto che, in questa delimitazione, essa misconosce l’aspetto determinante perché vi sia crimine ovvero la sua sistematica reiterazione in altre e più compiute forme); la tesi in forza della quale ella si autoaccusa consiste nell’idea che l’altro, il figlio, abbia avuto e non possa far altro che avere continuamente accesso diretto, attraverso la propria esperienza di soggetto, all’aldilà dell’esperienza costituito dall’intenzione della madre. La memoria sarebbe dunque non memoria dell’esperienza, ma dell’intenzione. Considerare il comportamento del figlio come una vendetta implica il riconoscere che egli si vuole vendicare della madre, che dunque ha patito non tanto l’atto del mancato allattamento, ma l’intenzione omicida.

Il medico invece, meno incline a compiere passi azzardati di sapore spiritualistico, ammette questa tesi dopo averla corretta e resa più rigorosa: se vi è influsso insuperabile del ricordo, poco importa che la causa agente sia intenzionata oppure no: il raggio di sole, la folata di vento e lo sguardo della madre sono irrimediabilmente sullo stesso piano, benché nei primi due non si rintracci alcuna intenzionalità.

Giungiamo così al punto più importante: si può veramente dire che l’intenzionalità sia l’aldilà della natura da cui non possiamo sottrarci? Questa tesi sta all’interno dell’antico errore secondo cui l’aldilà è l’altro, di cui uno dei succedanei raccolti dalla cultura, è, per esempio, l’affermazione che «la donna è l’aldilà». La novella di Schnitzler è tutta costruita all’insegna degli esiti di questo errore, esiti che prendono forma nella domanda: «Chissà che cosa ha in testa l’altro?», con la semplificazione patologica – che supera lo scoglio di questo impossibile a sapersi (dato che l’altro «non pronunciò mai quella frase…») – costituita dalla conclusione che, allora, l’altro non potrà che pensare ciò che io penso.

Questa intensa esemplificazione dell’errore circa l’aldilà ci mostra, come in un negativo, che l’aldilà non è l’altro, ma il rapporto. Il rapporto è la metafisica rispetto alla realtà.


[1] Si veda, in particolare, il Corso di SC 1994-95: A non è non A, e i Seminari della SPP 1994-95 e 1995-96: Vita psichica come vita giuridica, 1 e 2.

[2] A. Schnitzler, 1889, Il figlio, in Opere, Mondadori, Milano 1988, pp. 53-63.

[3] Ivi, p. 56.

[4] Ivi, p. 59.

[5] Ivi, p. 59.

[6] Ivi, p. 60.

[7] Ivi, p. 60.

[8] Ivi, p. 60.

[9] Ivi, pp. 60- 61.

[10] Ivi, p. 61.

[11] Ivi, p. 61.

[12] Ivi, p. 62.

[13] Ivi, p. 63.

[14] Ivi, p. 63.

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Contesto

Lezione svolta al Seminario di Studium Cartello 1996-97 "Gli Aldilà, o: le metafisiche", seduta seconda, Milano, 24 gennaio 1997. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, L'aldilà. Il corpo, Sic Edizioni, Milano, 2000, pp. 119-126.

Co-autori

Data

Gen 1997

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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