Il dibattito intorno alla psicosi verte in gran parte sullo stabilire se il difetto in questione, responsabile della malattia e sottostante al caratteristico profilo clinico che possiamo individuare come processo di distacco dalla realtà chiamato autismo, sia esito di un processo di regressione dell’Io a punti di fissazione, come si dice, pre edipici o il risultato di una impasse insuperabile nel cammino di soggettivazione dell’essere umano.
A questo bivio, infatti, possono essere schematicamente ricondotte la gran parte delle ipotesi e delle teorie che la letteratura, in special modo psicoanalitica, ha formulato, con distinzioni che – in verità – spesso inducono nel lettore l’impressione di cavillosità gesuitica, in particolare allorché gli Autori che vi si sono cimentati tentano di descrivere con completezza la casuistica generale e particolare delle innumerevoli forme cliniche della malattia, allo scopo di ricondurre ciascuna particolare costellazione sindromica a specifici intoppi evolutivi. Questa operazione, la cui ratio è modellata sul modo di procedere della clinica medica, e – per essere più precisi – neurologica (avente come obiettivo quello di risalire, metaforicamente, le vie anatomiche, per saldare, con certezza e senza lasciarsi sedurre da false analogie, il fenomeno, costituito dal sintomo, al livello in cui è occorsa la lesione), deve essere criticata non perché manchi l’obiettivo, ma perché, potenza del miraggio!, lo sostituisce con uno inesistente. La prova di questo è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano darsi la pena di vederla: il limite tra psicosi e nevrosi sembra farsi via via più sfuggente ed inafferrabile: come lo psicotico spesso ricorre ad utilizzare meccanismi di difesa e sintomi nevrotici, così il nevrotico, seppure con minore stabilità, non è estraneo al ricorso a sintomi che, presi nel loro valore assoluto, trovano posto nella fenomenologia psicotica. Di fronte a questa difficoltà non pare essere una soluzione accettabile quella che porta ad enucleare, sempre in maggior numero, forme cliniche di confine (le cosiddette sindromi borderline) e di transizione tra nevrosi e psicosi così come tra psicosi e psicosi, in una sorta di corsa, che non ha traguardo, alla moltiplicazione delle entità di malattia, a ciascuna della quali dovrebbe corrispondere rispettivamente e necessariamente, secondo la causalità naturale, un “livello lesionale psicopatogeno” distinguibile, dal precedente e dal seguente, per scarti di significato sempre più esigui ed aleatori.
Con questo, anche un secondo risultato (infausto, se lo consideriamo alla luce della riduzione che provoca alle nostre possibilità di comprendere qualcosa della psicosi in quanto possibilità umana) è raggiunto: prende forma la mitizzazione della psicosi, la psicosi come entità mitica, arcaica, archetipica, in una parola: originaria all’essere umano che resterebbe naturalmente e irrimediabilmente “marcato” da questo retaggio di condizione morbosa inaugurante il processo di costituzione dell’Io.
Il rifiuto di questa seduzione ci conduce invece a ritrovare, all’origine della soggettività psichica, la prima elaborazione dell’Io normale che chiamiamo inconscio,[i] intendendo con questo termine il complesso di risposte elaborate dal singolo a fronte della richiesta, incessantemente avanzata dalla pulsione, di trovare una legge del movimento del corpo, cioè del desiderio umano in quanto ancorato e non disancorabile dal corpo. Tale lavoro di elaborazione non è facoltativo (ogni soggetto senza eccezione vi si trova impegnato) quantunque possa essere disatteso, ed il risultato a cui dà luogo non è patogeno (diciamo infatti che l’inconscio è normale) in quanto non omette di includere alla propria riflessione due fattori capitali, che in questo contesto possono solo essere accennati in forma schematica:
– il riconoscimento e la trattazione delle questioni fondamentali che, dopo Freud, chiamiamo edipo e castrazione;
– l’articolazione, in ordine al compito di trovar meta al moto pulsionale, della posizione di Soggetto con quella di Altro.[ii]
L’affermazione che l’inconscio è normale ha dunque il semplice valore, ma non è poco, di ammettere che gli “ingredienti” per la sua riuscita (per la riuscita di quell’elaborazione normativa che è risposta alle questioni con cui ogni soggetto individuale si confronta) sono presenti, senza che alcuna resistenza, ab origine, agisca nel soggetto contro il darvi rilievo.
L’incipit della patologia è allora il risultato di qualcosa che accade in un secondo tempo, quando il soggetto, che si trova a far fronte all’intrinseca necessità (= spinta della pulsione) a trovare compimento (= meta) al proprio moto pulsionale, dapprima espunge ed infine respinge programmaticamente la facoltà di collaborazione dell’inconscio (ovvero della propria elaborazione originaria) a fornirgliene una, meta, che non menta sull’Altro, vale a dire che né lo escluda né lo consideri pregiudizialmente avversario. Il solo onere che compete all’Io è quello di non cedere all’Altro l’esercizio della facoltà di giudizio sull’offerta che dall’altro gli viene.
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Mi sono sufficientemente convinto che in tutti i casi di psicosi, con la sola limitazione ed esclusione delle forme in cui la prevalenza della disorganizzazione del pensiero e della condotta rende difficile e forse impossibile rintracciare quanto sto per affermare, noi non dobbiamo dimenticare che, nella cura, interveniamo quando la malattia è già diventata patologia elaborata dal singolo, fino al punto che esso stesso se ne è fatto alfiere. In altre parole: l’insulto patogeno al principio legale in base al quale ogni soggetto discrimina i propri ed altrui apporti di pensiero ed azione, ha già operato in modo tale da pervertire la facoltà di giudizio del soggetto, che è passato – con atto positivo della volontà (qui inizia l’elaborazione patologica dell’individuo singolare non più soltanto vittima di quanto è patogeno, ovvero patologico e patogenetico, nell’altro) – ad assumere un contro-principio di piacere. La formazione del superio rappresenta la conseguenza sistematizzata di questo passaggio, che l’Io ha facoltà di compiere, all’adozione in forma stabile di una difesa impropria, il cui esito – da questo momento in poi si entra nel regno del determinismo – è la patologia ed il cui segnale è la corruzione dell’esperienza della soddisfazione (presieduta dal principio di piacere, d’ora in avanti narcotizzato) che decade ad imperativo al godimento.[iii]
Mentre il nevrotico ha l’avventura di arrestarsi in bilico sul crinale dove avviene questa assunzione, lo psicotico va oltre e passa decisamente ad assumere quello che ho chiamato il contro-principio di piacere, ovvero il principio radicalmente contrario al proprio beneficio. Il nevrotico non compie questo passaggio e, mentre si fissa, con la rimozione, ad inibirsi la facoltà di giudicarlo (giudicare ciò che è comportato dall’alternativa di questo passaggio), resta ugualmente fissato all’impossibilità del potervisi sottrarre, vale a dire all’inconcludenza del proprio pensiero che giunge a formulare la soluzione insoddisfacente rappresentata dal sintomo. Nella patologia, ogni forma clinica costituisce una specifica modalità di inconcludenza nella quale l’emergenza del sintomo (ritorno del rimosso nella nevrosi, costruzione delirante ed allucinazione nella psicosi) segnala il carattere inconcludente del programma di antitesi all’inconscio specificamente in atto: rimozione (Verdrängung) o rinnegamento (Verwerfung).
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Ma torniamo alla psicosi. Quando lo psicotico prende o acconsente a prendere (poiché spesso è spinto a farlo dagli accadimenti procuratigli dalla malattia, così come dall’intervento delle persone che gli vivono accanto) l’iniziativa di chiedere un trattamento ovvero riconosce il significato clinico della patologia che ha abbracciato, non dobbiamo dimenticare che agiscono in lui due tendenze opposte, i cui rapporti di forza sono comunque largamente a favore della seconda tra le due che descriverò.
La prima forza è costituita dalla domanda che lo psicotico stesso può costruire, più spesso in maniera rudimentale e provvisoria, a partire da quelle che potremmo chiamare, prendendo a prestito il termine usato da un paziente, “le macerie” del principio di piacere. Domanda che verte sul senso che potrà essere attribuito ai sintomi della psicosi, veri e propri resti, che ancora possono sopravvivere in lui, della liquidazione del principio di piacere operata nella psicosi.
La seconda forza è costituita precisamente dal fatto che lo psicotico è tale proprio perché è già andato abbastanza avanti sulla strada che si apre dopo l’alternativa segnalata poc’anzi. È già sceso abbastanza lungo l’altro versante del crinale prima indicato, e il risalirlo costituisce un’impresa né semplice né certa.
Si tratta, insomma, di un individuo che, a partire dal momento in cui ha incominciato a elaborare la propria teoria patologica (e questo – regola generale – è avvenuto in maniera silente in un momento temporale di gran lunga precedente all’epoca dell’esordio della sintomatologia clinica), ha abbracciato positivamente la contro-soluzione rappresentata dalla composizione sinergica di questi elementi:
– la negazione della propria autorità legislativa in ordine al principio di piacere;
– la negazione (e l’odio) nei confronti del concetto di legge, nel senso di legame, ovvero odio per l’Altro in quanto con-ponente della legge.
Con questa doppia operazione lo psicotico ha negato contemporaneamente entrambi gli articoli della legalità, ovvero la propria singolarità in quanto realtà che trae vantaggio dall’Altro.
Quali che siano le esperienze patogene a cui il singolo è stato esposto, precocemente, per l’intervento dell’altro (il concetto di intervento include l’omissione dello stesso da parte dell’altro, il suo negarsi al “fare la propria parte”, che non è parte di poco conto, essendo stata definita altrove[iv] come parte del “socio di maggioranza”), quale che sia l’effettivo insulto subito, ciò che fa del soggetto insultato uno psicotico è l’atto attraverso il quale il rigetto viene applicato contemporaneamente alla propria posizione di Soggetto (che senza il sostegno dell’Altro si sente perduto e si lascia effettivamente perdere) e al concetto di legge come risultato della con–posizione dell’interesse di due partners aventi reciproco vantaggio soggettivo.[v]
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Liquidati questi, l’unico elemento a cui lo psicotico non rinuncia, nella sua elaborazione patologica, è quello rappresentato dall’Altro. Possiamo rappresentarci la scelta autistica (laddove accettiamo di mantenere la centralità del concetto di autismo in relazione alla psicosi) come la strada di occupazione del posto dell’Altro da parte del Soggetto che, essendo nella necessità di supplirne la carenza, sceglie di preservare, a proprie spese, l’Altro assente dal posto che avrebbe dovuto occupare, col risultato di farsene interprete e di farlo esistere da se stesso di una esistenza tanto fittizia quanto totalizzante.[vi] L’illecita legge che governa questa scelta potrebbe essere formulata come legge in cui il singolo non rispetta il posto del Soggetto, né in se stesso né nell’Altro. Lo psicotico mantiene nella propria elaborazione soltanto la posizione dell’Altro ormai ridotta a funzione assoluta (ab–soluta, slegata dalla relazione), il che vuole dire anche: slegata dal riconoscimento della presenza, nell’altro, di ogni pur minima vestigia di soggettività. Egli parteggia per l’Altro slegato dalla sua connessione-legame legale di servizio al Soggetto nella sua domanda di soluzione.[vii]
Ma perché l’individuo dovrebbe tenere così tanto all’Altro da poter incorrere nel rischio di investire a tutti i costi su di un altro sperimentatamente inaffidabile (deludente)? In Psicologia delle masse e analisi dell’io si trova l’affermazione che “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.[viii] La fondazione sull’Altro della dinamica della soggettivazione è un punto forte della concezione freudiana e concordo con Contri quando, nel testo Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, egli individua “l’Altro nell’oggetto perduto del lutto e della melanconia, essendo chiaro che non vi si tratta dell’oggetto della pulsione alla fonte, ma dell’Altro in cui è possibile una meta. Oggetto la cui perdita – come perdita fisica nel lutto, come delusione nella melanconia –” e, aggiungo: come vacuità ed inconsistenza nell’autismo, “comporta il soggetto stesso come oggetto perduto”,[ix] ovvero – nel mio discorso, in cui questa conclusione può essere traslata – come soggetto non costituito. in quanto non compiuto a causa della non cor-rispondenza dell’altro. Pertanto, se è vero che “c’è Altro nella causazione del moto pulsionale, non è un moto autonomo”,[x] allora si comprende come, per il singolo che deve avvenire come Soggetto, l’assumere il posto dell’Altro possa essere motivato dal tentativo di preservare la possibilità stessa del proprio moto, tentativo il cui destino non può essere che quello del fallimento. Il rischio imposto dal trauma della delusione[xi] è quello di tacere la delusione dell’altro, passando invece alla sua difesa.
È questo il motivo per cui può accadere che, quello che è stato definito “socio di maggioranza”[xii] reale di quell’impresa avente, per il Soggetto, scopo economico-legislativo in ordine alla praticabilità del proprio principio di piacere ovvero del proprio beneficio, “viene fatto tornare” dalla latitanza, fino a questo momento altrettanto reale, mediante l’operazione, tutta interna all’individuo stesso, che ne trasforma l’assenza patogena (che all’occorrenza può essersi espressa anche nella forma di una presenza impositiva, mentitrice o sadica), in una presenza tanto assoluta da essere sia alternativa alla possibilità di associarsi nella realtà ad ogni altro Altro successivamente incontrato, sia occupante tutto lo spazio psichico di cui il singolo dispone, con annullamento della propria realtà psichica di Soggetto e con annullamento della facoltà stessa di pensare la soggettività. Nella psicosi il Soggetto non può che pensare l’Altro assoluto, rinunciando a pensare sia se stesso, sia la soggettività che pure è dell’altro, sia la relazione. Con questo, il pensiero del legame stesso diviene superfluo.
Utilizzando in questa ottica una metafora presa a prestito dal linguaggio dell’economia, ci si potrebbe allora rappresentare la psicosi come condizione che si instaura quando un Soggetto vive in un regime di monopolio dell’Altro. O ancora, cambiando lessico e riformulando la definizione attraverso una rappresentazione politica, l’immagine che ne deriva potrebbe essere quella della legalità illegale attuata dall’Altro attraverso un colpo di stato di cui il Soggetto, contro il proprio interesse, è fautore e artefice. È l’invenzione del tiranno, in cui la delusione da parte dell’Altro, qualora venga dato al soggetto di incontrare un altro radicalmente deludente, viene trasformata in estrema dedizione all’Altro, con soppressione di ogni giudizio relativo alla limitatezza dell’altro, vale a dire al suo essere soggettivamente contingente, in quanto altro reale (e non solo: Altro). Invece di “lasciarlo perdere”,[xiii] il futuro autista si lascia perdere ed investe (così come si dice: fare un investimento) la costituzione della propria soggettività nel tentativo di sostituirsi all’Altro nell’elaborazione del principio di Altro, col risultato – derivante dall’aver fatto un cattivo investimento – di perdere, oltre agli interessi sperati, anche il capitale iniziale. Ritrovo questa scelta nell’unica frase che una donna ormai adulta e incamminata molto oltre nell’esperienza psicotica, è in grado di rispondere, invariabilmente da anni, a chi le chieda che cosa pensi: “Penso che c’è il Signore”, e null’altro.
Particolarmente significativa è anche una produzione allucinatoria di una giovane paziente la quale, in treno, colse la seguente frase ingiuriosa che ritenne senza ombra di dubbio indirizzata a se stessa: “Puttana, figlia di troia”. Quando fu in grado di riferire queste parole, ella ebbe cura di precisare tutto il proprio sdegno per l’insulto indirizzato alla madre. Una simile villania aveva provocato in lei, al momento, un moto di ribellione che solo il suo carattere estremamente timido le aveva impedito di manifestare apostrofando a sua volta la persona da lei ritenuta colpevole. Se fosse stata in grado di superare la propria inibizione, la sua intenzione sarebbe stata quella di difendere l’onorabilità della madre. Pur essendo la propria condotta integerrima, sembrava incapace di cogliere che parte dell’insulto era precisamente rivolto a lei stessa. Una simile inattenzione semantica (e non percettiva, in quanto la frase era stata udita e riferita nella sua completezza) è il segno di quella impasse, prodottasi nel processo di costituzione della soggettività, che ho tentato di descrivere affermando che, nella psicosi, l’Altro costituisce una presenza tanto assoluta da occupare tutto lo spazio psichico di cui il singolo dispone, con annullamento della propria realtà psichica a causa dell’annullamento della facoltà stessa di pensare la relazione.
Il rigetto del pensiero della relazione, così come l’abbiamo ritrovato al centro del pensiero dello psicotico, ci introduce pertanto all’idea della psicosi in quanto semplificazione: l’azzeramento del Soggetto è il risultato dell’elisione del nesso tra Soggetto e Altro. In questa soluzione semplificata sopravvive solo l’Altro inteso come funzione assoluta. Alla singolarità si sostituisce la generalizzazione, e con la scomparsa di ogni singolarità, la totalità del campo psichico diviene spazio astratto in cui ogni incontro è vanificato.
[i] Ad almeno parziale chiarimento di questa asserzione necessariamente sintetica, aggiungo che (in sintonia con le formulazoni proposte da G.B. CONTRI et al. in Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, Sic–Sipiel, Milano, 1987, in particolare alle pagg. 38 e 39 cui rimando) chiamo “Io” quell’istanza che è competente a elaborare le condizioni della possibilità della soddisfazione in una meta (le teorie infantili rappresentano il vertice, già infantile, di questo pensiero formalmente competente) e che inoltre ha competenza di rigettare (attraverso rimozione o rinnegamento), così come di rispettare, il risultato dell’elaborazone ovvero l’inconscio come regolatore dell’incontro della pulsione con l’Altro.
[ii] Nessun misticismo nell’uso delle maiuscole: solo la necessità, per chiarezza, di esprimere graficamente la coesistenza, nel pensiero di ogni soggetto, di questa sorta di categoria a priori rappresentata da soggettività (il corpo pulsionale) ed alterità (ad un tempo: spinta e meta del moto). Posto del Soggetto e posto dell’Altro sono rintracciabili in ciascun individuo come polarità opposte e complementari necessarie all’attività stessa del pensiero e sono distinguibili, in quanto categorie, dalla realtà empirica del soggetto e dell’altro (in questo caso scritti con l’iniziale minuscola) fattualmente e concretamente esistenti e sperimentalmente incontrabili.
[iii] Jacques LACAN ha messo in evidenza il carattere superegoico dei risultati dell’elaborazione patologica e la sostituzione di piacere con godimento che ne è l’esito senza scampo. In alcuni passi questo paradosso cruciale è individuato ed asserito con grande causticità, valga per tutti il seguente esempio: “Rien ne force personne à jouir, sauf le surmoi. Le surmoi, c’est l’impératif de la jouissance – Jouis!”. (Le Séminaire, livre XX. Encore. 1972–73, Editions du Seuil, Paris, 1975, p. 10).
[iv] A questo proposito si veda più avanti la nota n. 9.
[v] Risulterebbe interessante riesaminare, a partire da qui, i sintomi che la psicopatologia classica ha posto tra i disturbi della coscienza dell’io ed in particolare l’estraniamento, la depersonalizzazione e la derealizzazione. Queste esperienze patologiche sono possibili proprio perché quando viene tranciato il nesso tra Soggetto e Altro ovvero quando è rigettata la possibilità stessa del legame e con essa il pensiero della relazione, entrambi i poli (quello soggettivo e quello pertinente all’alterità), non potendo sostenersi autonomamente, collassano.
[vi] P.R. CAVALLERI, L’invenzione dell’altruismo: osservazioni sul pensiero autistico, Comunicazione al XXXVIII Congresso della Società Italiana di Psichiatria, Salsomaggiore, 20–26 ottobre 1991, in corso di stampa negli Atti del Congresso.
[vii] Da una recente conversazione con Antonio ANDREOLI ho raccolto l’idea, di cui gli sono grato, che la frase implicita pronunciata dal levita e dagli altri personaggi della parabola evangelica del Buon Samaritano – ad eccezione di colui il cui comportamento successivo rivelò attitudine opposta di pensiero –, frase che potrebbe suonare: “Quello non è il mio prossimo”, possa essere presa ad emblema dell’atteggiamento che “fa passare” uno psicotico alla cronicità. Una riflessione ulteriore mi induce ora ad affermare, in sintonia non solo con quanto tento di esporre in questo lavoro, ma anche con una lettura più attenta del significato del testo, che il malato stesso, pur nella propria condizione disastrata, se fosse in grado di parlare, direbbe: “Poichè uno (inizialmente il bandito da cui sono stato assalito e spogliato) non mi è stato prossimo, nessuno più lo sarà”, frase da intendersi non principalmente nel suo significato deduttivo, quanto soprattutto nella sua intenzione ottativa. Il passaggio alla psicosi va dunque ricercato in un avvenimento ulteriore rispetto al momento in cui il Soggetto si accorge di essere stato assalito e posto in condizioni disastrose; il disastro irrevocabile si produce quando la frase che abbiamo introdotto suggella la negazione della relazione e dunque il rigetto della prossimità. L’irrevocabilità della scelta psicotica è funzione dipendente di quanto resta irrevocabile dopo che una simile frase è stata pronunciata.
Possiamo supporre che esista anche una variante della frase che abbiamo preso a prestito dalla parabola del Vangelo, una sorta di elaborazione successiva e sofisticata, una versione, per così dire, spiritualistica che elimina persino ogni traccia di attacco diretto al possibile partner. In questo caso la soluzione semplificata della psicosi opera sostituendo alla singolarità (dell’aver prossimità con qualcuno) l’astrattezza della sua generalizzazione. La frase, allora, suona così: “Tutti mi sono prossimi, per cui tu, che non sei i tutti, non puoi essermi prossimo”, che equivale a: “Nessuno, singolarmente, mi è prossimo”.
[viii] S. FREUD, Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921), O.S.F., IX:261, Boringhieri, Torino, 1977.
[ix] G.B. CONTRI et al., Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, p. 67.
[x] G.B. CONTRI, Leggi, Jaca Book, Milano, 1989, p. 60.
[xi] G.B. CONTRI, Leggi, p. 41.
[xii] CONTRI descrive il prodursi della condizione di alienazione “allorché l’Altro, dopo che il suo soggetto già è in procinto di viverne l’esperienza come reale, si sottrae proprio nella sua offerta legale, lasciando così solo il socius di… minoranza. Solo in che senso? Solo con il compito – l’unico che sia davvero schiacciante – di farsi da sé tutta la legge, cioè anche per l’Altro. Questo è il caso in cui l’Altro reale nella sua legge ha rinunciato al suo desiderio e alla sua libertà insieme, cioè alla sua stessa realtà” (G.B. CONTRI, Leggi, p. 40).
[xiii] G.B. CONTRI, Leggi, p. 42.