Interrogati dal muto quesito che la presenza autistica ci esprime, una domanda prima di ogni altra ci si pone ed esige di trovar risposta. La formuliamo con le parole con cui già altrove l’abbiamo espressa: “In questo territorio psichico che ci appare desertificato, l’inconscio avanza ancora offerte al soggetto?”[1] Ovvero: mantiene l’inconscio la sua funzione di essere cooperatore del soggetto nella ricerca della propria norma?
Sarebbe inesatto e fuorviante intendere il quesito come un appello che invoca le risorse di un inconscio ridotto ad energia vitalistica; al contrario: la questione ci sembra ben posta e feconda solo se esaminata mantenendo un riferimento rigoroso alla dottrina psicoanalitica. In questa prospettiva due sono le vie – freudiane – che vogliamo percorrere per articolare la risposta. La nostra tesi, che anticipiamo parafrasando quanto già adombrato nel titolo, è che l’autismo costituisca una strada di occupazione del posto dell’Altro da parte del soggetto, strada che l’inconscio offre a quel soggetto che si trovi nella necessità di supplire alla carenza dell’Altro, e tesa a preservare, a spese del soggetto, sia l’Altro, sia il posto (logico e topologico) dell’Altro e dall’Altro inoccupato.
La prima di queste due vie prende le mosse da una costante preoccupazione metodologica presente in Freud quando si accinge ad esaminare la psicosi, preoccupazione che lo porta a saggiare la comparabilità o non comparabilità (e fino a che punto) dei procedimenti di elaborazione, in atto nel soggetto, risultanti nella psicosi con quelli il cui risultato produce la nevrosi. La sua conclusione è documentata in modo assai limpido in uno scritto ben noto del 1924, intitolato La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi[2] dove, riconfermata la distinzione, per quanto riguarda il meccanismo della nevrosi, delle operazioni di rimozione e di ritorno del rimosso e del loro rispettivo effetto, viene sostenuta la comparabilità dei due processi (nevrosi e psicosi) stante, nell’instaurarsi della psicosi, un analogo svolgimento in due tempi. L’affermazione, testuale, è che “effettivamente qualcosa di simile” – alla nevrosi – “può essere riscontrato nella psicosi; in essa pure esistono due stadi, il secondo dei quali” – e questo giudizio ci preme sottolineare come particolarmente illuminante – “ha il carattere delle riparazione”.[3] La conclusione che “l’analogia sul significato dei due processi non tollera di essere portata innanzi”, seguita a breve distanza dalla riaffermazione della tesi che abbiamo sottolineato, ovvero che “nevrosi e psicosi si differenziano in modo assai più netto nella reazione iniziale di partenza che non in quella successiva, che rappresenta un tentativo di riparazione”,[4] rafforza in noi la convinzione di dover dare rilievo al comune denominatore così individuato.
Inoltre, se il secondo tempo di questa scansione rappresenta il tempo dell’esordio dei sintomi, esso rappresenta anche, in entrambi gli stati, dal punto di vista metapsicologico, un tentativo di riparazione, messo in atto dall’inconscio, dell’illecito che nel primo tempo si è realizzato in maniera silente. La comparabilità tra nevrosi e psicosi è dunque spinta fino al punto di mettere in luce il paradosso non compreso dalle indagini, precedenti e seguenti, che dalla psicoanalisi si distolgono, paradosso rappresentato dalla comprensione del valore riparatorio che essendo proprio del meccanismo sintomatico in quanto formazione di compromesso, è insito dunque anche nel processo di ritiro autistico caratterizzante la psicosi.
La seconda via che vogliamo percorrere riguarda la problematica afferente all’individuazione del narcisismo quale regime libidico fondamentale che governa l’esperienza autistica nel suo complesso. In effetti la condizione di cui parliamo e che Freud definì nevrosi narcisistica, mette in evidenza la possibilità che ha la libido (utilizziamo per comodità il linguaggio corrente della psicoanalisi che meriterebbe, a nostro avviso, non poche precisazioni) di ritirarsi dalla realtà esterna, di reinvestire l’Io disinvestendo l’oggetto. Ma se l’esperienza del narcisismo consiste nel fatto che l’Io, nella sua totalità ed unità, venga assunto ad oggetto d’amore, non può sfuggire che tale unità è precipitata da una certa immagine che il soggetto acquisisce di se stesso sul modello dell’altro, ciò che appunto è l’Io.
A partire dall’osservazione del piccolo bambino entro i sei ed i diciotto mesi e collegando a questa osservazione i dati ricavati dall’etologia animale, dove sono incontestabili alcuni effetti di strutturazione e maturazione biologica operati attraverso la sola percezione visiva del simile, Lacan, nel suo contributo del 1936 (rielaborato definitivamente nel 1949) sullo stadio dello specchio,[5] pone in evidenza un momento genetico fondamentale, ovvero la costituzione del primo abbozzo dell’Io a cui il bambino è introdotto attraverso un movimento di identificazione all’immagine, Gestalt, dapprima altrui e quindi propria. La ricezione di tale immagine permette al soggetto, catturandolo in un momento del suo sviluppo in cui le funzioni psichiche sono prematurate rispetto alle capacità di padroneggiamento delle funzioni e dello schema corporeo, di sperimentare l’unità e l’integrità della propria forma, ma nel contempo lo aliena irrimediabilmente da se stesso nell’alter ego, il proprio personaggio, rendendo conto del carattere immaginario dell’Io che d’ora in poi non sarà distinguibile dall’Io ideale (Ideal Ich). Con ciò prende avvio il processo inarrestabile delle successive identificazioni secondarie, che renderanno conto inoltre del misconoscimento cronico che il soggetto non cesserà di intrattenere con se stesso, e della specifica impostazione della relazione intersoggettiva umana, impostazione che si accorda con la dinamica hegeliana del Servo e del Padrone impegnati nella lotta di puro prestigio per il riconoscimento della propria soggettività.
L’esperienza narcisistica fondamentale rappresentata dal sorgere nel soggetto dell’istanza e della funzione dell’Io si costituisce dunque, nella realtà psichica, come una reazione analoga a quella che, utilizzando la metafora biochimica, necessita della presenza di un enzima per avere luogo. Tale è una delle funzioni di ciò che indichiamo con il termine Altro, la cui pertinenza alla dottrina freudiana è indubbia benchè non le si dia correntemente il rilievo dovuto. La semplice lettura del testo di Freud ci pone più volte sulle orme di questa presenza, basti pensare all’“indimenticabile altro” della lettera 112 a Fliess,[6] o al passo contenuto in Psicologia delle masse e analisi dell’io in cui si trova l’affermazione che “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.[7] Non si tratta solo di una incidentale coincidenza di termini e siamo d’accordo con Contri quando individua “l’Altro nell’oggetto perduto del lutto e della melanconia, essendo chiaro che non vi si tratta dell’oggetto della pulsione alla fonte, ma dell’Altro in cui è possibile una meta. Oggetto la cui perdita – come perdita fisica nel lutto, come delusione nella melanconia –” e, aggungiamo noi: come vacuità ed inconsistenza nell’autismo, “comporta il soggetto stesso come oggetto perduto”,[8] ovvero come soggetto non costituito.
Le forme cliniche fondamentali (ma, per esse: i sintomi che ne manifestano la dinamica, e dunque: ritorno del rimosso, nelle sue varie forme, per quanto concerne la nevrosi, ed autismo con o senza apparente ricostruzione delirante, per quanto riguarda la psicosi) esprimono quindi il risultato insoddisfacente, e per questo patologico, elaborato e proposto dall’inconscio al soggetto in funzione riparatoria di uno scacco prodottosi, nel processo di costituzione della soggettività, in relazione al necessario ruolo che l’Altro vi assume.
Se il pensiero capitale del nevrotico, riguardo all’Altro, può essere espresso con la formula seguente che traiamo ancora dal Lexikon: “Se l’Altro vuole qualcosa da me, vorrebbe la mia castrazione per goderne”;[9] il pensiero dello psicotico, a nostro avviso, non può che essere: “Ma l’Altro, vuole qualcosa per me?”, rappresentandosi, il soggetto, precisamente allo stato di precipitato in cui solo si realizza per mezzo dell’Altro.
Le formule adottate hanno il privilegio di mostrare con chiarezza il punto rispettivo su cui l’interrogazione appoggia: se nel nevrotico prevale il pregiudizio dell’Altro seducente ed ingannatore (materia da operetta, si potrebbe dire, ed effettivamente è di questo tenore la gran parte dei resoconti psichiatrici aventi ad oggetto la nevrosi; opera buffa – o se esistesse il genere: cinica – che divertirebbe anche noi se potessimo rinunciare a considerarne gli effetti), nella psicosi la questione è posta, direttamente e senza mediazioni, sulla vacuità dell’Altro nella la sua inconsistente facoltà di volere (= riconoscere) il soggetto. Non vi è contraddizione a questa inconsistenza quando le storie dei soggetti non mostrano traccia di partners primari deboli o lontani, bensì incombenti ed impositivi. Si tratta al contrario, in questa imposizione, del tratto tipico che assume l’inconsistenza del volere allorchè venga elevata a norma.
Se dunque il nevrotico considera l’Altro talmente malevolo da non potere egli negarglisi né soddisfarlo, lo psicotico lo sperimenta talmente impotente e delusivo da non poter opporglisi né contrastarlo per timore che svanisca completamente. Il ritiro autistico ci appare dunque in questa luce come retrocessione del soggetto nel luogo non della propria interiorità, che non si è costituita ad esistenza in quanto non stabilita in virtù del riconoscimento che parte dall’Altro, ma – attraverso un movimento quasi di risucchio ex vacuo – nell’esteriorità siderale del luogo dove l’Altro – che è mancante – si suppone vuotamente risieda e possa pertanto farsi incontrare, senza che questo accada.
In forza di quanto detto risulta la nostra proposta, che ascriviamo alla linea di pensiero freudiano, di considerare la soggettività, sempre e comunque, la risultante di un processo in cui l’apporto dell’Altro è incluso come fondante, producendo capacità (o incapacità, nel caso di un apporto patogeno) di rispetto, nel soggetto stesso, della distinzione tra posto dell’Altro e posto del soggetto. Duplicità di posizione secondo cui alternativamente il soggetto si trova a funzionare nel gioco incessante che lo fa essere, nel contempo, soggetto in relazione al proprio Altro in cui si riconosce essendo da lui riconosciuto (compreso: in relazione ai propri altri reali e parentali), e Altro di altri soggetti la cui soggettività promuove.
Possiamo allora interpretare l’autismo come percorso del soggetto inconcluso e dunque patologico, in cui la carenza della funzione dell’Altro non viene risolta dall’inconscio attraverso una elaborazione che rifiuta di riconoscerne e di ammetterne il posto rimasto inoccupato o male occupato (come forse è il caso della melanconia), bensì attraverso una elaborazione che, realizzando l’estremo sacrificio del posto del soggetto, comprime questo posto nel tentativo illusorio di preservare all’Altro che non viene (o che non vuole) il suo.
[1] CAVALLERI P.R., L’inconscio nel compromesso: la clinica. Nevrosi e psicosi. Relazione al corso annuale dell’”Istituto Il Lavoro Psicoanalitico”, Milano, 23–24 settembre 1988, in corso di stampa.
[2] FREUD S., 1924. La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi. Boringhieri, Torino, 1978, OSF, vol. X:35–43.
[3] Op. cit., p. 41.
[4] Ibidem.
[5] LACAN J., 1949. Le stade du miroir comme formateur de la fonction du Je, telle qù elle nous est révélée dans l’expérience psychanalytique. In: Ecrits, Seuil, Paris, 1966, pp. 93–100.
[6] FREUD S. Lettere a Wilhelm Fliess 1887–1904. Boringhieri, Torino, 1986, p. 241.
[7] FREUD S., 1921. Psicologia delle masse e analisi dell’io. Boringhieri, Torino, 1977, OSF, vol. IX:261.
[8] CONTRI G.B. et al., Lexikon psicoanalitico e enciclopedia. Sic–Sipiel, Milano, 1987, p. 67.
[9] Ibidem.