La psicopatologia non-clinica e l’impossibile ritorno

Ripropongo lo schema di Giacomo Contri,[1] che già avevo rielaborato in modo da articolare i concetti di inganno, errore, errore patologico, con norma, malattia, psicopatologia e guarigione,[2] e completo quell’esposizione con una breve serie di osservazioni.

1. Transitorietà della malattia

Questo schema (Fig. 1) conferma che la malattia non è una condizione stabile, ma transitoria, e ha – nel tempo – la durata necessaria all’elaborazione di una soluzione alla crisi della legge. La malattia rappresenta il tempo della crisi della legge ed è una condizione che urge il soggetto verso la costruzione di una soluzione.

Fig. 1

2. Psicopatologia come soluzione alla crisi

Questa rappresentazione (Fig. 2) fa emergere che la psicopatologia stessa può avere il carattere risolutorio di una sedicente soluzione che deforma la vera soluzione che ha nome «guarigione». Possiamo individuare questo momento risolutorio al momento III (successivo al momento II della crisi della legge/malattia), là dove Giacomo Contri definisce la pulsione di morte come «compimento» e dunque come tempo della guarigione. La psicopatologia si pone nello stesso momento, ma in un piano speculare rispetto alla guarigione:[3] questo è il carattere risolutorio, di risposta, proprio della psicopatologia.

Fig. 2

Conviene mantenere distinte le componenti della malattia e quelle della psicopatologia: inibizione, angoscia e sintomo sono della malattia, la fissazione è della psicopatologia. La funzione risolutoria dell’elaborazione psicopatologica giustifica il suo carattere di fissazione, che non è possibile ritrovare nella malattia, in quanto non possiamo certamente ritrovare nella malattia alcun carattere risolutorio, che sia percepito come tale dal soggetto, essendo la malattia il momento della crisi.

Questa scrittura ci permette inoltre di renderci conto del possibile e continuo passaggio fra guarigione e psicopatologia: si tratta infatti di due soluzioni, di cui la seconda rappresenta la continua tentazione rispetto alla prima.[4]

3. La permanenza dell’errore nella guarigione

Come potremmo individuare la permanenza dell’errore nella guarigione? Nella soluzione di guarigione, l’errore è la permanenza di un «pur sempre».[5] Se la norma iniziale si esprime nel pensiero del soggetto che può dire: «La mia soddisfazione passa per il dare soddisfazione a un altro» – senza che nulla ancora abbia potuto contraddire questa legge –, nel guarito l’affermazione della norma non può essere espressa altrimenti che: «La mia soddisfazione passa nel dare pur sempre soddisfazione a qualcun altro». Il «pur sempre» è l’indicatore della permanenza della possibilità di un errore che non può essere tolta dal rapporto. Ovvero, la guarigione corregge l’errore ma non toglie dal rapporto la possibilità dell’errore.

4. Psicopatologia clinica e non-clinica

Ci siamo abituati a distinguere psicopatologia clinica e non-clinica. Se al terzo tempo corrisponde la psicopatologia clinica, la psicopatologia non-clinica avviene laddove il soggetto, rigettando il momento della crisi, presume di poter restare al primo tempo della norma iniziale (Fig. 3). Non esiste normalità dell’adulto se non come guarigione.[6]

La psicopatologia non-clinica, e in particolar modo la perversione, tende a sovrapporre e rendere indistinguibili i concetti di guarigione e di norma iniziale, come se non vi fosse crisi. Dunque, rende indistinguibile la norma dalla malattia, perché il tornare alla norma iniziale equivale a rendere indistinta la normalità iniziale dallo stato di malattia: tutti malati o nessuno malato.

Fig. 3

La patologia non-clinica pretende di fare come se il momento della crisi della legge non fosse mai avvenuto: pertanto non occorre elaborare alcuna guarigione e si è condannati a restare ciò che si era. Sani o malati non fa più differenza: dipenderà dalle inclinazioni personali definire questa condizione come condizione di norma o condizione di malattia; in fondo sarà un’opzione irrilevante.


[1] Si veda: Giacomo B. Contri, Ri-capitolare. Gli aldilà, in La Città dei malati, vol. II, op. cit., p. 26.

[2] Si veda la mia lezione dell’11 febbraio 1995.

[3] Questo rende conto di tanto modo in cui la letteratura parla della pulsione di morte, appunto come patologica: sappiamo che non è la pulsione di morte a essere patologica, ma la sua deformazione che è la psicopatologia.

[4] Giacomo Contri osservava che dopo la guarigione vi è una nuova tentazione [si veda la lezione dell’11 febbraio 1995]. Per essere tentati bisogna essere pervenuti a una soluzione della crisi, perché il primo passaggio dalla norma alla crisi (o malattia) non avviene per tentazione, ma per ingenuità, cioè per difetto di difesa.

[5] [È qui contenuto un riferimento alla discussione svoltasi nella seduta del 24 febbraio 1995 del Seminario di Il Lavoro Psicoanalitico: Il compromesso].

[6] L’individuazione di «adulto» non avviene attraverso un criterio sociologico. Adulto è colui che è già stato esposto alla crisi, e questo può avvenire a tre anni.

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Contesto

Lezione svolta al Corso di Studium Cartello 1994-1995 "A non è non A", Milano, 25 febbraio 1995. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, A non è non A, Sic Edizioni, Milano, 1997, pp. 140-143.

Co-autori

Data

Feb 1995

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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