La psicopatologia: una strategia dell’Io alle prese con la sua vocazione giuridica

Con una geniale iniziativa risalente agli anni universitari, lo studente di medicina Sigmund Freud si dotò di biglietti da visita in cui si presentava in qualità di studente di giurisprudenza.[1] Non è solo la mancanza di ulteriori particolari a permettere di considerare come assolutamente seria e non goliardica questa iniziativa del giovane Freud. Essa appare sorprendentemente anticipatrice del maggior risultato scientifico cui egli sarebbe in seguito approdato: mettendo in luce le ragioni del malato nel sostenere la propria malattia, Freud fece virare la professione del medico verso quella dell’avvocato, costringendo il furor sanandi a una battuta d’arresto e imprimendo alla cura della malattia psichica una torsione che la fa uscire dal campo della medicina per trovarsi più a suo agio in quello giuridico, non solo perché nell’analisi si tratta di seguire tracce e indizi e di ricostruire moventi, quanto perché la sua conclusione – la guarigione – consiste nella formulazione di un giudizio, la cui precedente e apparente assenza – si scoprirà nella cura – è, più spesso di quanto non si vorrebbe ammettere, frutto di un atto colposo o doloso, compiuto in ossequio a una equivoca obbedienza, di cancellazione e occultazione di un pensiero che in qualche momento si era avviato.

Con Freud la cura torna dunque a essere un processo nel senso giudiziario del termine; precisamente un processo di appello in cui al paziente – convocato in tutti i precedenti gradi di giudizio come imputato – è offerto con perfetta legittimità il posto di giudice, il cui giudizio è una sanzione non vendicativa e in cui l’imputato è il primo beneficiario della correttezza, veridicità e completezza della sua formulazione. In tale processo il posto del curante è pertanto quello dell’avvocato difensore, che non ha il mandato di affermare sempre e comunque l’innocenza del suo cliente, ma di sostenerne la razionalità attuando il riconoscimento del suo avere agito non senza scopo.

Così facendo Freud sottolinea la pertinenza dell’aspetto morale e pratico nella genesi del disturbo mentale, nel risultato patologico e nel suo trattamento, ma la sua riconduzione della psicopatologia al campo della morale avviene in una prospettiva del tutto nuova. Altri Autori prima e dopo di lui[2] erano giunti a una conclusione simile, ma mentre per quelli la moralità rappresenta uno stato di perfezione iniziale, fondamentalmente irrelato e senza storia, Freud riconosce che, in primo luogo, «la via dell’innocenza è tutta da percorrere»[3] e che, in secondo luogo, la psicopatologia è frutto di scelte che ogni soggetto compie personalmente, ma muovendosi nell’orizzonte definito dall’irrinunciabile legame con altri soggetti.

Profittando della lezione freudiana usiamo dunque la parola «psicopatologia» evidenziandone due significati. Nel primo essa indica una condizione praticata individualmente, così che – anche quando questa condizione fosse condivisa da intere popolazioni e avesse un carattere sociale e culturale – l’accento va comunque sul suo contenuto individuale. In altre parole, si può dire che la psicopatologia descrive un insieme di atti umani che, in quanto si discostano dalla normalità, si discostano dal solo senso economicamente vantaggioso di un’azione. Da ciò deriva che l’intento più adeguato dello psicopatologo non può essere altro che l’individuazione, in quegli atti, di ciò che propriamente li rende svantaggiosi dal punto di vista psichico, alias patologici. Risulta opportuno, a questo proposito, un richiamo al concetto di atto: la psicopatologia non è il risultato della produzione automatica di qualcosa che si impone al soggetto tramite un dispositivo; al contrario là dove esiste psicopatologia vi è sempre un apporto soggettivo alla costituzione delle teorie che la sostengono, vi è sempre un lavoro. È ciò che chiamiamo imputabilità.[4]

Nel secondo significato, «psicopatologia» indica la scienza che ha come proprio campo di indagine il costrutto psicopatologico, la scienza che lo esamina in quanto prodotto, benché diseconomico, pur sempre dotato di efficacia nella vita reale, quantomeno nel determinare incapacità e limitazioni delle facoltà del soggetto, vincolandolo a quelle impossibilità che hanno i nomi di inibizione, rimozione, evitamento.[5] In questo secondo senso la psicopatologia, in quanto scienza della condizione psicopatologica, costituisce un’indagine volta ad acquisire un orientamento organico nella comprensione delle varie produzioni psicopatologiche in cui di volta in volta ci imbattiamo. Ciò diviene possibile nella misura in cui la nostra opera porta a evidenziare i nessi che collegano le une forme compiute di psicopatologia alle altre, mettendo in luce i passaggi attraverso i quali esse si rielaborano, mostrando le scelte successive che le stabilizzano o che le trasformano.

Ritornando al primo significato di condizione costruita e praticata individualmente, troviamo immediatamente uno spartiacque che distingue le due modalità con le quali la psicopatologia ci si presenta. La prima riflette la direzione che il soggetto generalmente ha assunto all’inizio del percorso patologico, costruito in quel momento come una soluzione di compromesso tra tendenze o esigenze diverse e in contrapposizione tra loro. Parliamo in questo senso di psicopatologia clinica e primariamente di nevrosi, soluzione di compromesso a cui corrisponde una certa forma di legame sociale,[6] che a sua volta realizza un compromesso in due sensi: in primo luogo tra l’aspetto individuale e quello gregario, che ricalca e segue canoni condivisi socialmente; in secondo luogo in quanto la nevrosi è compromesso tra critica rivolta all’altro e mantenimento della relazione con l’altro cui è rivolta la critica, cui è pur sempre riconosciuta la funzione di soggetto collaboratore – benché generalmente cattivo collaboratore, che non sa farsi desiderare e al quale all’occorrenza il soggetto renderà la pariglia – al proprio fine di piacere.[7]

La seconda modalità che possiamo cogliere nella psicopatologia – talvolta la nettezza e la direzione assunte da questo secondo carattere sono tali da rendere assolutamente evidente la progressione compiuta dal soggetto all’interno del ventaglio, in fondo limitato, delle pseudosoluzioni patologiche possibili – è quella che consegue all’avere imboccato la strada dell’abbandono del compromesso – parliamo allora di perversione -, avendo ceduto alla tentazione di provarsi a costruire una soluzione che può pretendersi ideale solo accettando una contraddizione interna.[8] In che cosa consiste la contraddizione interna che permea il tentativo perverso di costruire una soluzione pretesa ideale? Consiste in fondo nell’assunzione dello stesso o analogo compromesso sintomatico nevrotico, su cui viene però operata una trasformazione che ne fa mutare radicalmente il senso. Tale trasformazione avviene attraverso un processo a cui concorre largamente il fattore rappresentato dal rinforzo culturale, per mezzo di meccanismi di vero e proprio adescamento pubblicitario, che non solo suggerisce, ma anzi legittima l’assunzione del compromesso sintomatico nevrotico, disconoscendone proprio l’aspetto compromissorio, che in sé comporta il non rifiuto della consapevolezza che la soluzione adottata è tale solo per approssimazione. Mentre il nevrotico sa che le sue soluzioni sono di compromesso, approssimative – l’angoscia e i sintomi glielo segnalano ed egli è ancora pronto a intendere questi segnali –, il perverso assume quegli stessi contenuti come ideale, operando su di essi una trasformazione che porta a disconoscerne proprio l’aspetto compromissorio.

In questo caso il carattere di difesa della nevrosi si trasforma radicalmente, per assumere il carattere di offesa. Il disconoscimento è il mezzo attraverso cui il soggetto assume – e mentre assume, quasi senza soluzione di continuità pretende di imporre a chiunque altro – come via di uscita dal punto di crisi su cui il giudizio si è arrestato, proprio il punto di crisi stesso. Del punto critico viene rinnegato il contenuto critico, ovvero la segnalazione di qualcosa che non va, che viene eretto a punto di forza. Abbiamo facile accesso osservativo al comportamento di alcuni soggetti – che proprio per questo individuiamo come perversi – che, posti di fronte all’esperienza palese dell’angoscia, la negano. Che cosa rende possibile questo disconoscimento? Il fatto che quella stessa soluzione di compromesso viene assunta dopo che ne è stato invertito il segnale: da punto di crisi a segnale di forza, come se il soggetto dicesse: «Mi ricompatterò attorno a questo mio punto insoluto». La perversione è infatti quella condizione in cui le stesse soluzioni sintomatiche di compromesso adottate dal soggetto nevrotico, trovano rinforzo fino a trascendere il proprio contenuto soggettivo e sintomatico e a trasformarsi in offerta di un modello.[9]

In questo sta la differenza fra psicopatologia clinica – nevrosi e in subordine psicosi – e psicopatologia non-clinica – o perversione – che è tale proprio per il suo proporsi come modello di soluzione. Mentre la prima si propone, se ne ha la forza, come soluzione di compromesso: «Non ho trovato di meglio», la perversione propaganda sé stessa come modello di soluzione perfetta: «Non troverai di meglio».

In entrambi i casi la psicopatologia rappresenta sempre e comunque una modalità attraverso cui si esprime il pensiero del soggetto, facoltà che comprendiamo maggiormente se mettiamo in secondo piano la questione dell’individuazione delle leggi che lo regolerebbero, per privilegiare il riconoscimento della sua funzione primaria: essere esso stesso l’istanza di elaborazione della legge che permetterà la riuscita dei possibili e concreti moti del corpo. Il pensiero opera per scopi e la psicopatologia stessa rimane incomprensibile se non è intesa come uno dei possibili modi di espressione degli scopi del soggetto, un’espressione del tentativo individuale di pervenire a una soluzione e di costruirla. Essa non esprime dunque la scomparsa del pensiero e neppure il vuoto della rinuncia a uno scopo.[10]

Ciò che conosciamo e ci colpisce della psicopatologia – anche metaforicamente questa parola esprime la carica offensiva che cogliamo nelle produzioni e nelle modalità psicopatologiche – non è semplicemente la manifestazione del processo patogeno o di un deficit, ma l’espressione del tentativo compiuto dal soggetto per raggiungere uno scopo. Freud per primo – nel suo scritto del 1923 intitolato Nevrosi e psicosi – avanza l’ipotesi che nella psicopatologia il soggetto operi per raggiungere la sua guarigione. Nel corso di questi anni, nella Scuola promossa da Studium Cartello,[11] si è precisata questa osservazione di Freud, perché siamo portati a ritenere che la parola e il concetto di guarigione vadano utilizzati solo quando, almeno in una qualche misura, vi corrisponda un qualche grado di avvicinamento effettivo all’esperienza della norma. Nel contempo, concediamo volentieri a Freud una serie di giustificazioni che rendono interessante la sua scelta lessicale: in primo luogo il fatto che – almeno per larga parte della sua indagine – egli si è occupato della nevrosi, cioè del costrutto psicopatologico che maggiormente tende alla normalità. In secondo luogo, introducendo questa parola nel cuore della psicopatologia, Freud ha indubbiamente il merito di offrire il punto di appoggio su cui operare il raddrizzamento del pensiero rispetto alla psicopatologia. In seguito all’affinamento operato, riteniamo oggi più utile il concetto generale di «soluzione» che, pur essendo logicamente inclusivo del primo, sembra meglio descrivere le scelte effettivamente praticate, e alternative, della psicopatologia, che pur proponendosi di raggiungere qualcosa che appaia come una soluzione-guarigione, assume spesso un carattere ferocemente divergente dalla norma, a cui la guarigione è invece correlata.

Giungiamo pertanto all’affermazione che la psicopatologia rappresenta complessivamente il modo mediante cui il soggetto pone in un compromesso anche i propri scopi personali e pertanto qualcosa che si riferisce al proprio scopo fondamentale, vale a dire – l’ho già detto – l’urgenza di elaborare delle soluzioni.

L’affermazione testé fatta è però ancora incompleta. Se scopo della psicopatologia è elaborare soluzioni, dobbiamo chiederci: soluzioni a che? Nel rispondere a questa domanda la filosofia ha generalmente mostrato l’effetto disastroso che consegue all’avere trasportato una serie di questioni – ricordo per tutte le quattro enunciate da Kant: Che cosa posso sapere?[12] Che cosa debbo fare? Che cosa mi è lecito sperare? Che cosa è l’uomo? – a un grado di astrazione[13] che, invece di depurarle per renderle più elaborabili, le allontana dal soggetto reale, fino a rendere irriconoscibile la questione principale rispetto a cui il soggetto cerca individualmente soluzione: assicurarsi la collaborazione dell’altro, dopo che l’esistenza individuale stessa si è inaugurata come avvento – che precorre perfino la facoltà di domanda del soggetto, inizialmente non ancora costituita – di collaborazione da parte di un altro, che proprio per la sua non automatica predestinazione ad assumere questa iniziativa inaugurale nei confronti del nuovo venuto al mondo, abbiamo chiamato «altro qualunque».[14]

Il pensiero politico – che percorre la storia del pensiero di tutte le epoche, da Platone a Thomas More a Tommaso Campanella, per proseguire nel nostro tempo con Burrhus F. Skinner – ha elaborato diverse utopie per rispondere su scala sociale a questo medesimo problema, cui l’individuo non può sfuggire nella propria vita individuale. Poiché la collaborazione dell’altro è infatti il requisito della coesione sociale, la teorizzazione compiuta dal pensiero utopico si assume il compito di assicurarla mediante l’educazione, l’incitamento alla spassionatezza morale o – più apertamente – la coercizione, pratica che più modestamente si astiene almeno dalla pretesa totalitaria di guadagnare anche l’assenso del pensiero, oltre che dei comportamenti, dei soggetti cui si applica.

Anche la psicopatologia esprime le possibili forme di risposta – intellettuali e pratiche – a questa questione, che viene ancora prima della domanda «Chi è l’uomo?». Ne è una prova il fatto che ogni psicopatologia clinica risulta instabile, poiché non risolve, o risolve in maniera insufficiente, il problema dell’apporto dell’altro. La tesi sostenuta dal pensiero nevrotico a questo riguardo consiste nel pensare l’altro come un partner che si sottrae al rapporto o dal quale è preferibile sottrarsi. Ammettendo che ogni esperienza psicopatologica possa riassumere in una frase la teoria che la sostiene – e di cui essa fa tanto il proprio manifesto programmatico quanto l’ammissione palese del suo intrinseco esito fallimentare -, secondo la formulazione sintetica suggerita da Giacomo Contri, l’isterico afferma: «Aspettami, non vengo». A tale motto potremmo aggiungerne un secondo che potremmo udire dall’ossessivo: «Vengo, ma tu non aspettarmi». In ogni caso, nella nevrosi il rapporto è continuamente mancato – vuoi che l’altro si sottragga sempre, vuoi che sia implacabilmente presente – e proprio questo fa della nevrosi una struttura instabile. Per parte sua la tesi sostenuta dal pensiero psicotico, è che l’altro abbia mantenuto un posto che però non occupa, lasciando al soggetto l’onere di far tutto da solo o, come si suol dire, mettendolo nella condizione di fare «il boia e l’impiccato». E infatti la psicosi è mortifera.

Pur rivelandosi insufficienti a scongiurare il fallimento della partnership dell’altro, queste soluzioni pensate e praticate da nevrosi e psicosi restano nel campo di ciò che è giuridico, in quanto cercano entrambe di individuare una regola che renda conto del mancato apporto dell’altro, così come tentano di individuare le contromosse che potrebbero scongiurare il completo fallimento del rapporto. Il pensiero nevrotico, secondo cui ci potrà essere partnership nella misura in cui saprò far appello alla compassione dell’altro – è ciò che comunemente si chiama «manipolazione» – stabilisce una regola che, supplendo a un vuoto di legge, tenderà pur sempre a normare il rapporto con l’altro. Nevrosi e psicosi non escono dalla problematica giuridica, in quanto lavorano a prefigurare i requisiti legali, benché deformati, che permetteranno all’altro di essere partner, in ordine allo scopo di soddisfazione raggiungibile dal soggetto solo a condizione che un altro gli si alleghi.[15]

Al contrario, la psicopatologia non-clinica – e la perversione, che di questa classe è la forma più rappresentativa – compie un’escalation, perché opera per costruire un apparato che, pur nell’incertezza degli esiti – che restano comunque incerti – tenda ad assicurare sempre e comunque l’associazione dell’altro, o meglio la sua disponibilità. In che modo? Mentre ogni psicopatologia clinica è una formazione instabile che, come tale non può evitare di trovarsi prima o poi al bivio in cui viene riproposta la scelta fra crisi e rilancio della patologia stessa, cioè fra domanda di guarigione attraverso la cura ed escalation verso la perversione, quest’ultima rende stabile la psicopatologia nel costituirsi come modalità tesa ad assicurare al soggetto che un altro sia, sempre e comunque, a sua disposizione mediante il puro comando. Articolare il proprio rapporto con l’altro a partire dal comando fa uscire da ciò che è giuridico, non perché vi sia un territorio nel quale non si pone questa problematica – che resta giuridica -, ma perché così facendo il soggetto assume una posizione antigiuridica. Se infatti il diritto non è all’origine coercizione, ma principio e mezzo di riuscita pacifica, il comando, che non è giudizio, comporta il suo scardinamento, in quanto scardinamento del rapporto normato.[16] Nel rapporto di comando, l’altro cui il comando è indirizzato non deve mettere niente di proprio, salvo la pura disponibilità o a eseguire il comando o a essere utilizzato come corpo morto.[17] La perversione consiste appunto nella costruzione di tale dispositivo di comando e la sua antigiuridicità si manifesta in quanto il partner, da cui ci si aspetta unicamente l’esecuzione del comando, senza aggiunta da parte sua di alcun lavoro di pensiero, è privato del proprio status di soggetto giuridico e ridotto alla condizione di oggetto. Per illustrare la scomparsa del soggetto che ne deriva possiamo riprendere il salace aforisma di Giacomo Contri secondo cui la perversione non è rappresentata dalla fantasia di desiderio di avere «una ragazza con le calze», bensì dalla fantasia di disporre delle «calze senza la ragazza», cioè senza che ci sia il lavoro della ragazza o senza che ci sia un soggetto che possa compiere un lavoro.[18] Similmente vediamo all’opera la perversione nella metafora di Proust, che gode per la grazia delle belles filles trasformate en fleurs: metamorfosi al ribasso, decostruzione. L’esito della perversione è una sub-limazione, un passaggio a un altro stato che comporta la denaturazione, cioè la perdita, di una proprietà, o facoltà, desiderabile.

Dal momento che la perversione vive nella necessità di procurarsi un altro la cui disponibilità possa essere assicurata escludendone il lavoro, ecco che la questione dell’altro si introduce anche nella perversione, sebbene posta in termini ben diversi da quelli individuati mediante la parola «rapporto». Poiché qualunque rapporto vive del lavoro di entrambi i partner – domanda e offerta – nella perversione non si dà rapporto in quanto l’altro è denaturato a ente non più lavorante: le calze. La necessità di procurarsi un altro di tal fatta induce inoltre il perverso alla caratteristica attitudine di coatta «missionarietà»:[19] dato che anch’egli non può prescindere dal contributo di un altro soggetto, si tratterà di costruirlo, o meglio: di decostruirlo.[20]

Riconoscere che la psicopatologia non-clinica ha di mira la costruzione di una soluzione di questo tipo permette di costituire la psicopatologia come scienza ed anzi la pone al cuore stesso della scienza, di cui indica lo scotoma. Se fare scienza della psicopatologia si risolvesse nell’allineare o sottoscrivere in una elencazione i fatti che il senso comune è pronto a qualificare come patologici, resterebbero incerti i criteri di individuazione del suo oggetto di studio e si finirebbe con il negarla in quanto scienza,[21] non potendo ambire a raggiungere altro obiettivo che connettere, secondo il semplice criterio della somiglianza, le forme note, quasi che il solo principio organizzatore fosse il riconoscimento di una «omofonia» tra fatti. Da tale procedimento non consegue un principio di classificazione che sia degno di questo nome e che ambisca a rintracciare la connessione tra intento individuale e risultato sintomatico, o forma clinica.[22] Si elegge a criterio nosografico la pura rivisitazione di un principio conoscitivo associazionista alla Locke o al modo di Herbart.

Individuare il motivo di ogni psicopatologia nell’intento di elaborare una soluzione alla questione di come assicurarsi la collaborazione dell’altro, schiude immediatamente un campo di possibilità che trova ai due estremi due modalità: da un lato il pensiero della partnership, del patto, della domanda e dell’offerta – cioè i pensieri rappresentativi della norma -, dall’altro il campo del comando. Il soggetto rappresenta la soluzione alla propria questione in una delle forme contenute nel ventaglio rappresentato dall’intero arco che si distende tra i due poli anzidetti e li collega passando per tutte le forme intermedie rappresentate dai vari gradi del pensiero della servitù. Questo pensiero esprime il tentativo di realizzare un compromesso tra i due estremi e di trovare quel punto di equilibrio inevitabilmente contraddittorio tra patto – sovrano, asimmetrico e universale – e comando – schiavo, simmetrico e automatico.

Patto. Sovrano, quanto alla fonte legale; asimmetrico, quanto alla distinzione dei posti tra soggetto e altro, conservata senza alcuna obiezione; universale, quanto alla sua applicabilità a chiunque, previo giudizio di convenienza espresso caso per caso.[23]

Comando. Si regge sulla schiavitù, in quanto la soppressione di una delle fonti legali del rapporto – il soggetto cui si comanda – nega e inevitabilmente fa perdere legittimità anche all’altra fonte legale – il soggetto che comanda -;[24] simmetrico, non tanto a causa dell’indistinguibilità dei posti, quanto degli atti, che si trovano regolati dal puro automatismo infernale messo in luce da Hegel in quella che ha chiamato la lotta di puro prestigio tra padrone e servo e la cui frase-emblema suona come confessione di impotenza: «Sono comandato a comandarti perché tu non mi puoi amare»; automatico, in quanto si regge su un dispositivo che ha abolito la formulazione del giudizio economico di convenienza.

L’INFLUENZA DELLE CULTURA SULLA PSICOPATOLOGIA

Chiarito che ciò che motiva la psicopatologia è l’intento di elaborare una soluzione al problema rappresentato dall’incertezza circa l’intenzione dell’altro a divenire socius, riusciamo a individuare una possibile connessione tra le forme assunte dalla psicopatologia e le vicissitudini della psicopatogenesi del singolo individuo, per la cui riuscita occorre l’azione combinata nel soggetto di almeno due elementi a lui esterni. Quali? Il primo elemento è la presenza di una tentazione del pensiero, di un inganno da parte di un altro, di un tradimento che viene perpetrato smentendo l’esperienza di soddisfazione già compiuta.[25] Il secondo elemento è costituito dal fatto che un rappresentante di un apparato culturale o scientifico compia un atto di legittimazione del contenuto dell’inganno perpetrato, così che l’inganno risulti convalidato dalla falsa testimonianza resa da un’istanza sovrapersonale. In seguito, il soggetto sarà esposto alla tentazione di praticare strade patologiche che lo mettano al riparo dalla possibilità che si rinnovi il tradimento dell’altro. Nell’avvento della psicopatologia, il soggetto non è ancora alle prese con quella che sarà la sua questione dopo la crisi, cioè come assicurarsi la collaborazione dell’altro, ma si trova alle prese con la questione precedente: come mettersi al sicuro da un altro che potrebbe ingannare di nuovo? Per raggiungere questo scopo incomincerà a operare patologicamente per legarlo a sé senza rimuovere l’inganno. Si asterrà pertanto dal giudizio, e in forza di questa omissione si esporrà a propria volta a ingannare sé stesso. Infatti, la mancata imputazione all’altro dell’inganno compiuto comporta una rinuncia al giudizio, che coincide con l’autoinganno. Ogni formazione psicopatologica rappresenta pertanto l’esito di una strategia che il soggetto adotta per mantenere il legame con l’altro a prezzo della rinuncia a giudicarlo. Questa strategia, secondariamente, fa diventare il soggetto a sua volta ingannatore, in primo luogo di sé stesso.

Nella psicopatologia occorre distinguere tra fenomeni psicopatologici elementari e costruzioni psicopatologiche individuali. Per fenomeni psicopatologici elementari possiamo intendere, ad esempio, un’allucinazione, un atto di rimozione, un’idea delirante. Per costruzioni patologiche individuali dobbiamo invece intendere i quadri nosografici di nevrosi, psicosi, perversione, psicopatologia precoce.[26] Queste seconde rappresentano sempre delle strategie complesse dell’Io, che il soggetto raccorda per un verso con i fenomeni psicopatologici elementari e per l’altro con i propri scopi e con le elaborazioni culturali sopraindividuali. Dobbiamo infatti abbandonare l’idea che la psicopatologia sussista immodificata come collezione di malattie naturali che si presentano in numero sempre uguale attraverso i secoli, con una sorta di proporzione interna tra le varie forme. Quelli che ho chiamato fenomeni psicopatologici elementari o parcellari sono i componenti con i quali il soggetto costruisce le forme psicopatologiche individuali, cioè le forme cliniche risultanti, invenzioni complesse in una continua evoluzione influenzata dalla cultura del tempo. Ciascuna delle forme psicopatologiche che incontriamo nella realtà individuale rappresenta il modo particolare secondo cui un certo soggetto – che vive in un certo tempo, in una certa cultura, immerso in certe relazioni ed eventualmente alle prese con alcuni fenomeni psicopatologici elementari – organizza la propria legge di moto per conseguire la soddisfazione per mezzo di un partner. Per chiarire il concetto anche a chi non abbia nozioni specifiche di psicopatologia, sarà sufficiente richiamare la differenza tra le esperienze descritte dai mistici cinquecenteschi nelle loro opere e le esperienze psicotiche sette-ottocentesche, in cui si delineano costruzioni che solo una lettura superficiale potrebbe confondere.

Allo stesso modo, non si può non restare colpiti dalla straordinaria frequenza di casi di grande isteria alla fine dell’Ottocento. Se rapportiamo questo dato con l’incidenza attuale dei fenomeni legati ad anoressia e bulimia, troviamo che la differenza nell’incidenza di questi quadri – che ha portato «quella» isteria a essere quasi irrilevante e contemporaneamente ha creato «questa» anoressia precedentemente sconosciuta – è un fenomeno reale e non il semplice esito di un artificio distorcente degli apparati descrittivi. Questi hanno certamente influenzato la psicopatologia della propria epoca, ma nello stesso tempo ne sono stati anche influenzati: hanno descritto ciò che con maggiore frequenza si presentava come dato sociale, ma così facendo hanno anche inevitabilmente incanalato la crisi della relazione – così come le soluzioni effettivamente elaborate dai singoli per uscirne – in certe forme piuttosto che in altre.

Nell’eziopatogenesi sono dunque all’opera i due elementi rappresentati dall’inganno personale e dalla sua legittimazione – talvolta si tratta dell’affermazione ingannevole contenuta nel luogo comune – messa in atto da un terzo che, agli occhi del soggetto, rappresenta la cultura. Il riferimento alla cultura apre un’interessante prospettiva che ci induce a porre alcune domande sul ruolo giocato da questo componente-agente della psicopatologia. Quali sono gli elementi patoplastici attribuibili alla cultura? Essa convalida un errore personale o addirittura preforma le soluzioni più facilmente accessibili al soggetto, incanalando la sua strategia attraverso strade preformate, la cui più relativa agevole praticabilità è funzione dello spirito di una determinata epoca? La sua efficacia è data semplicemente dal principio di autorità che incarna oppure essa suggerisce, facilita, dà forma alle modalità in cui si esprime la crisi della relazione in quanto crisi della partnership? In che modo la scienza, ovvero la cultura, orienta, in primo luogo, le forme e, in secondo luogo, i destini di questa crisi, fermo restando che la crisi della relazione – alias la crisi del nesso tra relazione e soddisfazione – è il denominatore comune della psicopatologia, di ogni psicopatologia in ogni tempo?

L’indagine di questa modalità è importante per vari aspetti. Se è necessario che l’influsso della falsa testimonianza operata dalla cultura si innesti sull’elaborazione del singolo affinché l’inganno riesca, cioè perché vi sia un risultato psicopatologico, allora la posizione del soggetto ingannatore risulta per così dire attenuata: non è necessario presupporre un altro ingannatore sempre doloso, cioè un altro che sa quello che fa; non è necessario ipotizzare all’inizio della patogenesi un altro individuale sempre perverso, cioè sufficientemente normale da poter agire per odio puro, con un atto libero e premeditato che mira all’affiliazione di altri soggetti al male. L’altro ingannatore non è sempre diabolico.

Viceversa, acquista rilievo la realtà e l’efficacia della cultura, intesa come approntamento di pensieri, giudizi, soluzioni parziali; in una parola, di tutto quanto possiamo indicare con il termine «teorie». Esse sono una sorta non di pre-pensieri, ma di post-pensieri; non pre-soggettivi, ma post-soggettivi, cioè qualcosa che del pensiero o dei pensieri individuali è passato a un altro stato, accomunato dall’apparente assenza di un pensante individuale. Le teorie costituiscono una sorta di deposito di post-pensieri post-soggettivi, non più personali, ai quali però ogni soggetto può attingere essendo addirittura incoraggiato a farlo, per il solo fatto di vivere in una certa epoca. Nella cultura vi è un coté che si offre al singolo come un canto delle sirene, per permettergli di attingere soluzioni già largamente costruite, risparmiandogli apparentemente il compito di giudicare in prima persona quanto offerto. Un risparmio del lavoro di giudizio che si paga a caro prezzo, evidentemente, ma che nonostante questo, almeno in un primo tempo, sembra offrire un risparmio; fino al momento in cui il soggetto, dopo essersi servito degli spezzoni di una teoria, non potrà sottrarsi alla necessità di fare i conti con gli effetti da lui stesso prodotti mediante la precedente operazione di assunzione pregiudiziale. La congerie di queste teorie funziona a sua volta come deposito in cui si sono stratificate le strategie dei singoli – in ordine al medesimo problema, ossia come assicurare l’allegarsi di un partner -, via via depurate da ogni traccia di memoria dell’insuccesso personale. Per l’ingenuità del singolo – che difficilmente sa difendersi dall’illusione e ancora più difficilmente sa difendersi dall’ingenuità – il maggiore appeal della cultura sta nel suo proporsi come deposito di soluzioni già «testate» e spacciate come se potessero offrire la garanzia di non produrre resti di insoddisfazione.

Rileggendo la storia della psicopatologia degli ultimi tre secoli alla luce di ciò che, in una prospettiva più generale, ha caratterizzato contemporaneamente la storia della cultura, ed esaminando il peso relativo assunto da ciascuna delle tre maggiori forme psicopatologiche – psicosi, nevrosi, perversione – troviamo uno spostamento che dall’ambito della follia (nome ereditato dall’epoca classica, ancora attuale nel Settecento e fino all’inizio dell’Ottocento, per individuare la psicosi) si volge a considerare la nevrosi nella seconda parte dell’Ottocento e fino all’inizio del Novecento, per poi mettere in primo piano, nell’epoca tra le due Guerre Mondiali e progressivamente dagli anni ’60 in poi, una serie di alterazioni apparentemente scollegate sul piano fenomenico – come i disturbi del carattere, gli stati cosiddetti borderline, i drammatici disturbi dell’alimentazione della serie anoressia-bulimia, per non dimenticare la vera e propria battaglia condotta all’interno della maggiore (numericamente parlando, e certamente più attrezzata di mezzi e influente) società scientifica di psichiatri, l’American Psychiatric Association, conclusasi con l’esclusione dell’omosessualità dallo status di ciò che è patologico – che possono essere riunificate in quella che Giacomo B. Contri ha chiamato «la dottrina generale della perversione».[27]

Se delineiamo con uno schizzo rapidissimo questa staffetta nosografica – in cui la nevrosi rileva il posto prima occupato dalla psicosi nell’interesse degli Autori, per essere a sua volta scalzata non solo dall’interesse per la problematica pertinente la perversione, ma anche dalla sua maggiore incidenza, e per lasciare infine il posto alle forme, sopra menzionate, precedentemente meno appariscenti o addirittura quasi del tutto sconosciute – rintracciamo nei punti di snodo – rispettivamente a metà dell’Ottocento e nella seconda decade del Novecento – due fatti, il primo relativo alla storia della scienza e il secondo alla storia politica, che in questa trasformazione sono implicati, non solo per avere reso disponibili gli strumenti intellettuali per cogliere qualcosa che pur esistendo già nella realtà non era adeguatamente riconosciuto, ma anche in quanto accadimenti che a loro volta hanno introdotto nella storia dei singoli un influsso decisivo atto a indurre il cambiamento della modalità stessa dell’ammalarsi, mettendo a disposizione forme di pseudosoluzione del conflitto alle quali il soggetto attinge per il solo fatto di vivere in questa epoca.

Fino alla pubblicazione dell’Origine della specie di Charles Darwin, avvenuta nel 1859, le comuni conoscenze scientifiche sostenevano la convinzione che le uniche variazioni introdotte in natura rappresentassero delle degenerazioni rispetto ai tipi ideali posti con la creazione. Il campo di applicazione della psicopatologia, pertanto, non poteva che essere definito dalla descrizione e dallo studio delle condizioni che rappresentavano, in qualche modo, una incompiutezza o un «di meno» rispetto alla normalità della ragione.

Kant stesso si interessò a più riprese di psicopatologia e la sua sistematizzazione nosografica, che egli riprese e modificò nell’arco di trent’anni, si circoscrive alla considerazione di quanto oggi corrisponde in senso lato al campo delle psicosi organiche e funzionali. Infatti, nelle due opere che il filosofo di Königsberg dedica specificamente alla psicopatologia – Versuch über die Krankheiten des Kopfes, del 1764 e Anthropologie in pragmatischer Hinsicht, del 1798 – al di là della nomenclatura utilizzata per individuare i Disturbi gravi – Debolezza mentale o idiozia (Blödsinnigkeit) e Squilibrio mentale (gestörtes Gemüt), nella prima e, rispettivamente, Deficienze della psiche (Gemütsschwächen) e Malattie della psiche (Gemütsskrankheiten), nella seconda[28] – il processo patologico sconvolge le funzioni operative di quelle facoltà che costituiscono il cardine della «conoscenza normale». Il seguente passo dell’Autore risulta particolarmente illuminante: “Non posso persuadermi in alcun modo che lo squilibrio della mente, come si crede comunemente, debba derivare da orgoglio, amore, da troppo profonda meditazione o da chissà quale cattivo uso delle facoltà dell’anima. Questo giudizio, che fa dell’infelicità del malato un nuovo motivo per rimproveri beffardi, è molto crudele ed è prodotto da un comune errore, secondo il quale si usa scambiare causa ed effetto. Se si presta solo un po’ di attenzione […], ci si accorgerà che è innanzitutto il corpo a soffrire e che all’inizio, poiché il germe della malattia si sviluppa inosservato, si avverte uno stravolgimento interpretato in vario modo, che non fa ancora sospettare uno squilibrio mentale e che si manifesta con strani capricci amorosi o con un atteggiamento borioso o con un vano e malinconico rimuginare. Con il tempo la malattia erompe e dà adito a porre la sua causa nella condizione dell’animo immediatamente precedente. Si dovrebbe dire che l’uomo è diventato orgoglioso perché era già in qualche grado preda di uno squilibrio, piuttosto di dire che egli è diventato squilibrato perché era stato così orgoglioso.”[29]

Commenta a proposito Oscar Meo che, per Kant, nella determinazione dei Disturbi gravi, “responsabile dell’errore di deduzione che il malato compie non è una stigmate degenerativa insita nella ragione, ma l’acquisto del predominio da parte del corpo”.[30] Nonostante questa conclusione, Kant non può evitare che il nesso tra norma intellettuale e norma morale si riproponga: la stoltezza (Torheit) e la sciocchezza (Narrheit), uscendo dal novero dei predetti Disturbi gravi, rappresentano le «malattie con correlato passionale», cioè non le malattie della ragione, ma lo stravolgimento che si produce quando la ragione è incatenata dalla passione.

Se tale era il paradigma scientifico e intellettuale ancora vigente alla metà dell’Ottocento, l’opera di Darwin aprì la strada alla possibilità di incominciare a ritenere che la psicopatologia non rappresentasse soltanto una variazione per forza di cose di carattere degenerativo rispetto allo standard ideale, ma che potesse presentarsi con le forme più sofisticate della ragione stessa. Questo presupposto permise di porre l’attenzione anche sulle forme precedentemente trascurate e costituite da quelle alterazioni meno radicali rispetto alla possibilità di comunicazione e più elaborate, che dalla fine dell’800 abbiamo imparato a riconoscere e unificare sotto il concetto di nevrosi. Ed effettivamente la nevrosi – in particolare l’isteria, la «grande isteria» – occupa trionfante la scena della psicopatologia fin de siècle, al punto da assumere la rappresentanza quasi esclusiva di ogni possibile modo di deviare psichicamente.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale – eccoci al secondo fatto – è avvenuto invece qualcosa di diverso. Questa esperienza storica, non a caso passata alla storia sotto il nome di «Grande Guerra», mise milioni di persone nella necessità di fronteggiare una situazione di minaccia diffusa e impersonale, introducendo di conseguenza la possibilità di pensare all’altro non più come a un altro individuale, ma come a un dispositivo, cioè a un ingranaggio senza volto e senza identità – si pensi all’uso dei gas nervini nelle trincee, ai bombardamenti massicci delle città e al coinvolgimento diretto della popolazione civile negli eventi bellici – che pertanto non può essere individuato e nei cui confronti non possono essere approntate delle contromosse affidate alla competenza di difesa del singolo. La diffusa esperienza di essere in balia di un dispositivo costituì un certo tipo di terreno comune, un certo modo di sentire che in seguito produsse conseguenze anche nella modalità assunta dall’ammalare psichico, facendo pendere la scelta della psicopatologia verso quelle forme che chiamiamo non-cliniche e che il soggetto costruisce proprio in quanto cede alla tentazione che lo induce ad abbandonare la limitatezza dell’agire da singolo nei confronti di singoli, per assumere l’illusione di superare il proprio stato di impotenza innestandosi nel meccanismo di un ingranaggio sovrapersonale – si pensi alla particolare modalità dell’agire del querulomane – o «elevandosi» a una disincarnata – si pensi all’anoressia – e deformata perfezione estetica.

Le due ultime figure psicopatologiche, la cui prevalenza è senza dubbio in impressionante ascesa, si stagliano come nitidi esempi della modificazione che è indotta nella strategia psicopatologica del singolo da questo nuovo contesto culturale. Il querulomane «depura» il proprio conflitto personale con l’altro, fino a dare al proprio odio la forma di una istanza logica, che rinuncia ad agire direttamente per demandarne la rappresentanza agli apparati legali. Contrariamente a quanto una lettura affrettata potrebbe indurre a ritenere, questa apparente rinuncia ad agire in prima persona – differentemente da quanto il paranoico medita, perlomeno, di fare contro colui che ha eletto al ruolo di persecutore – non significa una attenuazione del peso specifico della patologia, bensì esprime il deciso passo in avanti che consiste nella patologica identificazione tra l’Io individuale e la Legge: il querulomane si «scioglie» nella Legge fino a ritenere che l’offesa patita – non è qui il caso di soffermarsi a valutare il nucleo di verità storica contenuto nella denuncia del patimento di un’offesa – sia offesa non tanto a sé quanto al corpo della Legge. Da qui discende tanto la pretesa che sia la Legge stessa ad agire vendicativamente, quanto l’effettiva amplificazione della propria azione attraverso la messa in moto dei dispositivi e degli apparati costitutivi dell’organizzazione giudiziaria. 

Sono convinto che la trasformazione del tessuto culturale, di cui parlo, sia responsabile anche dell’andamento assunto dai disturbi di tipo anoressico, i cui caratteri di distribuzione e frequenza ci indurrebbero ad annoverare tra le malattie – sia consentita la licenza – ad andamento endemico-epidemico, tanto la sua diffusione risulta ubiquitaria e comune nella società occidentale. L’illustrazione di questa psicopatologia e delle sue cause non è certo tra gli scopi del presente lavoro, e pertanto mi astengo dal riferire con completezza le ipotesi e i risultati frutto dell’esperienza clinica al riguardo. Nel presente contesto importa piuttosto osservare che solo l’ammissione del ruolo patogeno di un fattore di tipo storico-culturale legato a una determinata epoca – che evidentemente si aggiunge alla complessità rappresentata da altri fattori, relativi all’integrazione del pensiero del corpo con il pensiero e l’esperienza della relazione, la cui vicissitudine si dipana in maniera più stabile nonostante il trascorrere dei secoli – permette di spiegare il significativo aumento dell’incidenza di questa condizione. La mia tesi è che il «valore aggiunto» fornito dalla cultura, responsabile dell’impennata numerica dei casi di anoressia-bulimia, non possa essere ridotto a un meccanismo semplicemente imitativo. Anche ammettendo che l’imitazione svolga un ruolo nel diffondere l’epidemia, ciò non toglie che il complesso comportamento imitato debba procurare in sé qualche vantaggio, debba essere in relazione o rappresentare qualcuno dei problemi fondamentali che la vita pone al soggetto e, di essi, debba dischiudere o abbozzare una soluzione specifica. La portata non-clinica della «soluzione» anoressica mutuata dalla cultura consiste anche in questo caso – come nel precedente – nel tentativo di operare la sostituzione della propria singolarità, portatrice di un desiderio individuale sentito con terrore come inesauribile e ingombrante, con l’impersonalità di un’alchimia energetica frutto di puri calcoli «scientifici» da metabolismo basale, che promettono il raggiungimento del perfetto equilibrio nella contabilità del dare e avere del soggetto. È come se l’anoressico dicesse: «Non ho più desiderio mio, di cui possa essermi chiesto conto; la scienza della natura mi impone la sua legge; nel piegarmi a essa sta la mia perfezione e bellezza: non ho più nulla di personale e tutto in me diviene trasparente. Non sono più io che vivo,[31] perché mi sono trasformato in pura opera e manifesto della scienza della natura. Con ciò mi è tolto il peso del vivere».

Collocherei in questo contesto anche la folie à deux della nosografia classica, quella forma particolare di psicopatologia che mostra all’opera un dispositivo di interazione di cui non si viene a capo se viene interpretata all’interno dei parametri della psicosi. Il suo senso si chiarisce compiutamente solo se se ne colgono gli aspetti di evoluzione verso una patologia ulteriore e più sofisticata, in cui soggetto e altro sono collegati da una particolare forma di legame che non permette neppure di semplificarne i rispettivi ruoli, attribuendo all’uno la funzione dominante di persecutore, e all’altro quella di succube e vittima. All’interno della folie à deux, pur nella rigidità che contraddistingue la parte assegnata dal copione rispettivamente all’uno e all’altro dei due attori, entrambi i ruoli appaiono dotati di un coefficiente di comando intercambiabile e di pari valore all’interno della medesima strategia perversa. Se infatti il soggetto cosiddetto dominante agisce palesemente in base a un dispositivo di relazione formulato sulla pura modalità di comando-esecuzione, anche l’altro, che apparentemente occupa la posizione di succube, a sua volta esercita il dominio tentando il partner a comandarlo e legandolo saldamente con le funi del ricatto, che continuamente fa capolino sotto le spoglie dell’obbedienza incondizionata, e del rimprovero, che trapela nell’esibita rinuncia a ogni pensiero individuale.

In questo contesto il soggetto accudisce e obbedisce all’altro come farebbe con un bambolotto, e non occorre la lente di ingrandimento per poterlo vedere; l’altro verrà pure accudito, ma senza che ne siano prese in considerazione le domande: nel campo della perversione si è fatta piazza pulita di domanda e di desiderio e si è persa la possibilità di riconoscere sia la parte della difesa sia quella dell’offesa, perché si è attuato un passaggio di entrambi i contendenti all’offesa.

Ci siamo così introdotti alla perversione con la consapevolezza che si tratti di un punto di passaggio cruciale. Se la nevrosi ha la rappresentanza delle istanze di difesa del soggetto e costituisce ciò che è curabile – così da rappresentare il nucleo trattabile anche nella psicosi – la psicopatologia non-clinica trova la sua specificità nel costituire il nocciolo di opposizione militante alla normalità, il sostegno di ciò che in ogni psicopatologia resiste alla guarigione. Essa non rappresenta pertanto il deficit della patologia, ma la trasformazione dell’impotenza in prepotenza.

Per quale motivo la psicopatologia non-clinica costituisce il sostegno di ciò che in ogni psicopatologia si oppone alla guarigione? Per il fatto di proporsi essa stessa con la pretesa di essere una soluzione, pretesa che le altre forme appartenenti alla psicopatologia clinica non hanno, in quanto, in esse, inibizione, sintomo e angoscia sono almeno riconosciuti e denunciati come tali. La psicopatologia non-clinica si oppone alla guarigione in quanto si propone come soluzione alternativa alla guarigione – alias alla normalità – negando la propria componente di sintomo, angoscia e inibizione. Già Freud osservava come il rapporto tra nevrosi e perversione fosse analogo a quello tra negativo fotografico e stampa.[32]

Occupandoci della psicopatologia non-clinica ne abbiamo compreso il carattere teorico, come dire la portata generale, cioè il fatto che la psicopatologia non si risolve soltanto nella vicenda individuale di quel tale che soffre di un certo sintomo o che non riesce a fare una certa cosa. La psicopatologia non-clinica ha la rappresentanza della teoria generale della psicopatologia, in quanto tentativo di soluzione che statutariamente si costituisce in opposizione alla norma. Tramite l’esame della psicopatologia non-clinica scopriamo quindi che la psicopatologia costituisce sempre una rappresentazione del mondo, una Weltanschauung psicopatologica, e contemporaneamente scopriamo che è il carattere corrotto di tale rappresentazione del mondo – vale a dire la rappresentazione di un mondo corrotto nella sua natura – a sostenere la psicopatologia individuale.[33]

In che cosa la Weltanschauung propria della psicopatologia non-clinica presenta un mondo corrotto nella sua natura? Tale corruzione consiste nel suo essere conforme a un naturalismo ideale anti-giuridico, costituito in opposizione alla realtà del rapporto giuridico, che viene tacciato di artificiosità.

Chiariamone il concetto riprendendo le tre parole che definiscono la natura di questa corruzione. La psicopatologia non-clinica propugna il ritorno a un illusorio stato di natura contro l’artificiosità che sarebbe introdotta nel campo dell’esperienza dall’iniziativa del singolo soggetto, il quale costruisce rapporti attraverso una via giuridica, per mezzo dell’invenzione di leggi che rendano possibile il raggiungimento della meta del proprio moto pulsionale mediante la con-venienza con il moto di un altro. Il naturalismo della perversione sostiene che questa costruzione di rapporti per via giuridica non è necessaria: basta la natura. Non a caso la frase del perverso è: «Sono fatto così. C’è una legge già compiuta, perfettamente funzionante, alla quale non occorre che io aggiunga nulla; né io voglio aggiungervi nulla». Così dicendo il perverso rigetta la propria imputabilità, ovvero mente negando di svolgere una parte comunque attiva nel comporre la legge nell’esperienza dei propri rapporti. Mentendo, egli pretende che la legge sia solo legge di funzionamento naturale[34] e nega che sia posta dal soggetto.[35]

Naturalismo vuole dire ancora cancellazione del soggetto. Nella misura in cui viene denunciato l’apporto del soggetto – precisamente nel suo atto di costituire delle leggi di rapporto con l’altro – che cosa resta? Resta l’impersonale della specie: la teoria generale della perversione riduce l’interesse per il soggetto singolo a qualche cosa di impersonale. In altri termini si potrebbe dire che la teoria generale perversa è nemica dell’atto del soggetto.

Nella seconda metà dell’Ottocento Ernst Haeckel, professore di zoologia all’Università di Jena, formulò un concetto che trovò poi una notevole fortuna ben al di là della notorietà del suo inventore, diffondendosi e contaminando campi diversi del sapere scientifico, fino a impregnare di sé molto di ciò che è stato pensato fino alla metà del Novecento. Si tratta del concetto di «legge biogenetica», secondo cui l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. La legge biogenetica ha contribuito alla corruzione in senso perverso della psicologia, in quanto anche nella psicopatologia ha spostato l’accento dalla considerazione dell’atto individuale al meccanismo sovrapersonale, assegnando all’atto individuale un nuovo statuto che lo riduce alla semplice ripetizione di fasi proprie della specie in quanto tale.

La legge biogenetica ha poi dato l’avvio a una serie di concetti conseguenti, tra cui quello di «eredità debole», secondo cui le strutture geologiche dell’habitat eserciterebbero la propria influenza sui popoli. L’idea delle «radici» è a sua volta debitrice di tale legge, insieme alla lunga sequela di luoghi comuni che vi si collegano a proposito del «radicamento» e dello «sradicamento», in cui per un verso è implicata una corrispondenza dell’uomo con il paesaggio e per l’altro verso l’individuo viene stigmatizzato come privo della possibilità di identità nella misura in cui si allontana dal luogo che racchiuderebbe il suo humus. Un’idea succedanea di questa porta uno dei massimi autori – nel senso di maggiormente letti – di psicologia del Novecento a sostenere che: «C’è un legame fra spirito e corpo, come c’è un legame tra corpo e terra».[36] Non vi è nulla di poetico in questa metafora che, semmai, è una metafora geologica: la psiche sarebbe costituita a strati e gli strati più profondi sarebbero analoghi al magma del nucleo terrestre. La psicologia pertanto non sarebbe altro che un percorso in qualche modo «minerario» nel profondo di questo nucleo incandescente e dinamico simile a un sole, che farebbe del desiderio dell’individuo qualcosa di analogo all’impulso che determina il moto della falena nei confronti della sorgente di luce.

La formulazione di teorie culturali di questo tipo ha concorso a modificare la perversione rispetto a ciò che essa era stata fino alla metà del secolo precedente, ne ha rinvigorito la prospettiva, agendo come un moltiplicatore in grado di dotarla dell’ambizione di costituire realmente una teoria di portata generale, come fino ad allora, forse, non era mai successo nella storia del pensiero. La costruzione di teorie come questa, di cui ho cercato di dare un sintetico esempio, ha fornito «una marcia in più» alle soluzioni psicopatologiche singole e individuali conosciute e praticate fino a quel momento.

Occorre aggiungere poco per chiarire la qualificazione di «ideale» propria di un naturalismo così inteso. Se con «naturalismo» si intende la negazione del contributo dell’atto soggettivo affinché vi sia storia, «ideale» significa che l’atto individuale viene sostituito dal ricorso al mito «del tutto e dell’indistinto» supposti esistenti prima dell’avvento del singolo. Il ricorso all’ideale pretende di dischiudere una via di comunicazione con il momento virtuale che starebbe prima dell’inizio della vita individuale, cui è promesso l’accesso mediante il simbolo. L’ideale rappresenta il tutto e l’indistinto, che vengono contrapposti ai concetti di uno e di inizio. Il pensiero del tutto non è il pensiero dell’uno: se quest’ultimo è la condizione della possibilità di introdurre una differenza, il tutto è l’annullamento di questa possibilità. Similmente, l’indistinto è ciò che si contrappone all’inizio.

Nella psicopatologia non-clinica il soggetto fa continuamente la spola fra due posizioni che stanno in prospettive opposte: per un verso essa costituisce il punto di maggiore sovrapposizione tra vicenda soggettiva e Weltanschauung, in quanto il soggetto che adotta una soluzione perversa è colui che massimamente tende a identificarsi con la Weltranschauung stessa; per un altro verso nel soggetto che adotta la psicopatologia non-clinica si registra anche la massima divaricazione fra l’apparente tenuta della teoria e la necessità cui è vincolato di appoggiarsi a un trucco soggettivo affinché la Weltranschauung adottata non riveli il marcio che racchiude. La prima esperienza possibile all’individuo che abbraccia la perversione è di non essere all’altezza della soluzione da lui stesso inventata o, più spesso, assunta. Può affermare di esserne all’altezza soltanto truccando le carte. In che consiste il trucco? Nella vecchia perversione – intendo con ciò la perversione dell’epoca classica, prima dell’avvento di questo passaggio – questo trucco è la negazione di qualcosa di saputo: la negazione del fatto che il feticcio non è parte del corpo dell’altro. Nella perversione rinnovata – o incrementata per mezzo del «passo in avanti» teoretico fornitole da questi stimoli provenienti dal mondo della cultura – il trucco viene per così dire elevato alla seconda potenza, consistendo nella negazione dell’imputabilità individuale, che si pretende annullata dalla completa inclusione del soggetto nel dispositivo (perfetto!) della natura.

Per comprendere la perversione occorre dunque fare continuamente la spola seguendo il soggetto in questa inarrestabile oscillazione tra la teoria generale – alla quale aspira a conformarsi massimamente – e la pratica – che divarica altrettanto massimamente dalla stessa teoria generale che propugna -, tesa a costruire forme che a loro volta concretizzino con il maggiore dispotismo e purezza possibili la teoria generale. Nella natura, viceversa – e per grazia -, solo il soggetto umano si trova in una condizione costitutiva, vale a dire nella condizione di supplire, mediante l’invenzione di leggi, alla carenza di quegli schemi precostituiti che – se fossero presenti anche in lui come lo sono in tutte le altre specie animate che vivono di sola natura – lo guiderebbero invariabilmente e infallibilmente all’unica meta – a questo punto non solo possibile e assicurata, ma anche vincolata – di un moto in cui il desiderio non ha posto.

 


[1] Questa notizia, di cui non si trova traccia nella monumentale biografia di Freud tracciata da Ernst Jones, è riportata nel saggio di R. Speziale-Bagliacca, Sigmund Freud: le dimensioni nascoste della mente, comparso nel numero monografico dedicato a Freud di «Le Scienze. I grandi della scienza», anno II, n. 12, dicembre 1999, p. 34.

[2] Si veda per esempio Karl Jaspers (Psicopatologia generale, traduzione italiana della VII edizione, curata da R. Priori, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 1964, p. 838). Questo autore parla della «malattia come falsità» e asserisce che «dove l’istinto congenito al bene è sviluppato liberamente, nessun fatto somatico può sviluppare una malattia mentale». Ricollegando queste sue considerazioni ad affermazioni di Heinroth («L’innocenza non diventerebbe mai pazza, lo diventerebbe solo la colpa») e di Gross («La perfezione morale e la salute psichica sono una stessa cosa»), Jaspers salta a pie’ pari l’orizzonte più vasto e completo offerto da Freud, il quale assume l’indagine psicopatologica non per una dubbia valorizzazione romantica delle oscure forze della natura, ma in quanto vi riconosce la «via regia» da percorrere per giungere alla validazione della norma.

[3] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, 1915-17, OSF, vol. VIII, p. 471.

[4] Vi è poi un risultato finale della psicopatologia, il resto patologico di ciò in cui la psicopatologia risulta, rappresentato dalle situazioni in cui si verifica una cessazione temporanea del lavoro del pensiero. Benché il pensiero non resti a lungo in questo stato di blocco – la sua vocazione è infatti l’elaborazione – esistono tuttavia delle situazioni in cui cessa temporaneamente la sua attività elaborativa e le sue manifestazioni divengono per così dire prive di un contenuto imputabile nell’attualità. Possiamo individuare questa condizione – che pertanto esula da quanto più propriamente consideriamo psicopatologia – sia negli stati di frammentazione ideativa acuta, sia negli stati costituiti o da una riduzione del moto del pensiero che giunge fino allo stupor catatonico o al suo aumento fino alla mania.

[5] Per dare conto dell’efficacia della psicopatologia nel produrre una perdita economica, Giacomo B. Contri ha introdotto l’idea che nella psicopatologia non sia perso l’oggetto, ma la possibilità di goderne: «L’esperienza dell’angoscia è stata paragonata, certo non da me per primo, all’esperienza della cacciata dall’Eden. Faccio osservare che non siamo mai usciti dall’Eden, né lo abbiamo mai perduto: il territorio è sempre rimasto lo stesso, non c’è un confine oltre il quale siamo stati estromessi. Anzi, l’angoscia è precisamente il fatto che si è rimasti nell’Eden e se n’è perso il possesso, il godimento, la soddisfazione. Si è perso l’accesso al reale di quello stesso Eden nel quale si è rimasti. Anzi, se non si fosse rimasti, l’angoscia non avrebbe neppure la possibilità di costituirsi: si sarebbe cambiato continente. L’angoscia è la perdita della bussola, essendo rimasti nel medesimo territorio e persino nella prossimità più fisica con la… ragazza o con qualsiasi altro contenuto. […] La modernità ha avuto molto a che fare con l’idea di paradiso perduto, qualsiasi contenuto si dia alla parola «paradiso», per esempio la ragazza. Non esiste paradiso perduto: esiste la condizione della perdita della soddisfazione. Si capisce bene perché la modernità ha specialmente sottolineato l’idea di paradiso perduto e dunque l’idea che partiremmo da una perdita originaria, da una mancanza originaria. Questo bene – e la modernità insiste su questo – sarebbe falso, sarebbe un errore» (cfr. Giacomo B. Contri in «Università», a cura di P.R. Cavalleri, Sic Edizioni, Milano 1997, p. 2).

[6] A questo proposito ricordo l’aforisma proposto dal compianto amico e collega Ambrogio Ballabio: «La nevrosi è un errore comune a tanti [in questo si manifesta il suo valore di legame sociale, nota mia], ciascuno dei quali lo re-inventa in proprio». Per questo motivo Ambrogio Ballabio ridefiniva la nevrosi «psicopatologia comune».

[7] «Soggetto» implica «attivo», vale a dire agente la facoltà di porre atti e fini propri. Nella nevrosi il soggetto ammette ancora che l’altro sia a sua volta un soggetto che ha facoltà di porre fini propri. Il compromesso tra critica e mantenimento della relazione si attua mediante la rimozione, cioè l’interminabile rimando del giudizio ossia del momento che potrebbe portare a conclusione la critica.

[8] Questa frase potrebbe essere chiarita ricordando un antico adagio, che credo di aver ascoltato da qualche vecchio parroco, secondo il quale «il meglio è nemico del bene». La perversione è l’ideale, nemico del bene in quanto rinnegamento dell’ineliminabilità del compromesso.

[9] È il caso dell’anoressia e dell’omosessualità.

[10] Sosterrei piuttosto che il venir meno dello scopo – della meta del moto – equivale alla morte, a un certo tipo di morte. Questo può essere un criterio per distinguere tra morte naturale e omicidio.

[11] In seno a Studium Cartello, la Scuola Pratica di Psicopatologia svolge a Milano dall’inizio degli anni ‘90 un Seminario annuale di ricerca e insegnamento per i propri soci, aperto agli uditori ammessi alle sue attività.

[12] La medesima frase – in forma affermativa piuttosto che interrogativa – è stata il tema del Corso svolto nell’ambito di Studium Cartello durante l’anno 1998-99.

[13] Il passaggio al regime dell’astrazione rappresenta un cedimento, con conseguente contrapposizione tra astrazione e universalità.

[14] Si veda G.B. Contri, Il pensiero di natura, Sic Edizioni, Milano 19982, p. 195.

[15] Richiamo in termini assolutamente telegrafici i criteri distintivi tra nevrosi, psicosi e perversione. La nevrosi è la malattia, cioè la condizione in cui il soggetto cerca ancora di costruire una soluzione compromissoria che – rivolgendo a sé il peso della critica all’altro che non si autorizza a formulare – ripari il rapporto insoddisfacente; il punto di avvio della psicosi sta nella negazione di questo vero e proprio lavoro del compromesso nevrotico; la perversione scaturisce dal fatto che la condizione psicotica non riesce sorreggersi a lungo e per stabilizzarsi deve compiere ancora quel passo che consiste nel «farsi una ragione» dell’insoddisfazione, mentendo a sé stessi e cambiandone il segno da negativo a positivo e desiderabile. «Fattene una ragione» è, a livello di ragion pura, un appello autoriferito dal tenore di consiglio, con il corrispettivo di ragion pratica, al ribasso, consistente nella massima secondo cui la guarigione consisterebbe nell’imparare a convivere con i propri sintomi.

[16] Abbiamo dedicato all’esplorazione della distinzione tra norma e comando il Corso di Studium Cartello dell’anno 1996-97, pubblicato in L’esperienza giuridica. Istituzioni del pensiero laico, a cura di Carlamaria Zanzi, Sic Edizioni, Milano 1999.

[17] Sorvoliamo sulla oboedientia perinde ac si cadaver essent…

[18] Se qualcuno, a questo punto, si domandasse se questa fantasia può ancora essere chiamata «di desiderio», osserverei che non solo la questione è superpertinente, ma che chi la pone è sull’orlo di fare una vera scoperta!

[19] Se compissimo uno studio circa la diffusione attraverso i mass media delle tematiche che hanno generica attinenza psicologica, troveremmo che i temi della problematica gay hanno raggiunto una tale predominanza che il paragone, per esempio, con le tematiche sociali dell’esclusione e della follia, condurrebbe forzatamente a concludere con rammarico che l’epopea basagliana risulta inesorabilmente caduta dall’interesse riservatole dalla società.

[20] L’innamoramento rappresenta la forma debole e ubiquitaria – le sue tracce si possono trovare in chiunque – del dispositivo perverso, in quanto presuppone la corrispondenza automatica senza lavoro tra due soggetti. Possiamo ammettere che si tratti di una forma «benigna» di perversione soltanto in considerazione del suo carattere temporaneo. Quando viceversa l’innamoramento venga assunto come rappresentativo dell’esperienza amorosa compiuta o ideale, scompare ogni ragione per riconoscergli autonomia dal regime della perversione.

[21] A prova di questo si veda l’odierna incerta attribuzione dell’omosessualità alla psicopatologia.

[22] La messa in guardia non è eccessiva, perché il DSM-IV, lanciato sul mercato dall’associazione psichiatrica americana, si propone a chiare lettere di rinunciare a qualsiasi criterio di raggruppamento che vada al di là della descrizione sindromica.

[23] Quanto alla possibilità di essere fonte di soddisfazione reciproca, il soggetto sano considera complessivamente tutti gli altri «in lista d’attesa». Si veda a questo proposito in Aldilà. Il corpo, a cura di P.R. Cavalleri, Sic Edizioni, Milano 2000, p. 108.

[24] Lo schiavista non ha a che fare soltanto con un altro cui ha tolto statuto legale. Abolendo una delle fonti della legalità – quella che risiede nel posto dell’altro – perde necessariamente anche la propria.

[25] L’inganno di cui parlo non è una semplice affermazione ingannevole, non vera o erronea, e neppure un inganno della logica, sul modello dell’ingiunzione paradossale e della teoria del doppio legame su cui si sono appuntate le ricerche degli Autori della Scuola di Palo Alto. L’inganno si realizza nel momento in cui uno dei due partner – generalmente quello che, per età ed esperienza, occupa il posto di adulto – si sottrae alla legge del rapporto già in atto, smentendone retroattivamente la validità, vale a dire smentendo un dato dell’esperienza di quel rapporto ovvero che vi sia stata soddisfazione.

[26] Ci riferiamo alla quadripartizione nosografica frutto dell’insegnamento di questa Scuola (si veda per questo P.R. Cavalleri, Nosografia psicopatologica. Introduzione, in La Città dei malati, vol. II, Sic Edizioni, Milano 1995, p. 153-174).

[27] Sulla delineazione della teoria generale della perversione si è imperniato il lavoro del Seminario di Il Lavoro Psicoanalitico condotto da G.B. Contri nel 1991-92 presso l’Istituto ISTRA di Milano. Questo materiale è ora in corso di pubblicazione nel volume Materiali per il Trattato di Psicopatologia presso Sic Edizioni.

[28] O. Meo, La malattia mentale nel pensiero di Kant, Tilgher, Genova 1982.

[29] I. Kant, Versuch über die Krankheiten des Kopfes, pubblicato nel 1764, citato da O. Meo, op. cit., p. 39.

[30] O. Meo, op. cit., p. 40.

[31] È voluta l’assonanza tra questa frase e la dichiarazione paolina contenuta in Galati II, 20: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». La distinzione nel senso è però radicale: nel caso di Paolo si tratta dell’affermazione di una realtà di rapporto che sta a fondamento dell’identità soggettiva, nel caso dell’anoressico si tratta del rifiuto della possibilità stessa che un altro singolare con-ponga con il soggetto la legge del suo desiderio, della scelta di una strada alternativa al rapporto.

[32] Si veda S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905, in OSF, vol. IV, p. 477.

[33] Esaminando la psicopatologia, il pensiero compie pertanto un movimento di spola tra due posizioni, una di carattere induttivo – mediante la quale risaliamo dalla versione individuale o individualmente espressa da un singolo soggetto alla Weltanschauung psicopatologica – e l’altra di carattere deduttivo – per mezzo della quale, riconosciuta la particolare rappresentazione del mondo in atto nel pensiero di un soggetto, possiamo dedurre o almeno rendere spiegabile il perché della forma clinica presentata.

[34] O statuale: si vedano le considerazioni fatte a proposito del querulomane.

[35] Distinguendosi dal perverso, il nevrotico pronuncerebbe invece una frase del genere: «Non ce la faccio a fare la legge». La sua sarebbe una richiesta di attenuanti rispetto alla propria imputabilità piuttosto che la rinuncia all’imputabilità dei propri atti. Nel godimento delle attenuanti consiste il beneficio secondario della nevrosi.

[36] C.G. Jung, Sull’inconscio, in OCGJ, vol. X, p. 12, citato da R. Noll, The Jung Cult, Princeton University Press 1994 (trad. it. Jung, il profeta ariano, Mondadori, Milano 1999, p. 93).

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Contesto

Pubblicato in: Pierfranco Ventura, Ri-pensando al diritto, Giappichelli 2000I. Il testo riprende alcuni temi delle lezioni del 25 giugno, 22 ottobre 1999, 24 marzo e 24 giugno 2000, al Seminario della Scuola Pratica di Psicopatologia, di Studium Cartello

Co-autori

Data

Giu 2000

Riassunto

Tipo di testo

pubblicazione

Argomento

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