I. COME INTRODUZIONE.
ATTORNO ALL’EQUIVOCO DEL PARLARE QUANDO SI HA A CHE FARE CON L’INCONSCIO ED IN SPECIAL MODO QUANDO SE NE VUOL DIRE QUALCOSA.
Due sono i casi a cui il parlare dell’inconscio ci espone: l’uno non evita l’equivoco di assumersi il compito di spiegarlo (la ratio di questa intenzione è, a nostro avviso, un caso di resistenza), l’altro fomenta la disposizione ad accettarne il contributo.
Per quanto ci riguarda, non per spiegare l’inconscio scegliamo di parlarne. Del resto, l’inconscio non è spiegabile, semmai registriamo le occasioni, che sono innumerevoli ma non superflue, in cui esso si dispiega da sé. Ci disponiamo a parlarne, invece, per promuoverlo, ovvero per favorire il compimento del lavoro dell’inconscio, opera che consiste nella ricerca di una norma per il soggetto. In questa prospettiva potremmo dire anche: “Parliamo per l’inconscio”, da intendersi non solo come in favore di, ma anche e soprattutto nel senso del per mezzo di, ovvero nel senso della causa agente.
Conseguentemente l’inconscio non può essere considerato l’oggetto di una scienza, ad esempio oggetto della scienza medica, psicologica o linguistica, e neppure può essere considerato l’oggetto della scienza stabilita dal pensiero di Freud, in quanto esso stesso è pensiero che, irrompendo nelle maglie del discorso parlato e dunque sintomatico, non cessa di asserirsi. “Pensiero inconcluso di un lavoro che non si conclude da sé”,[1] rispetto al quale la psicoanalisi non svolge altra funzione che quella di “ripresa del e dal pensiero dell’inconscio, e rilancio e riproduzione della questione della sua conclusività”.[2]
Definita la prospettiva in cui consideriamo l’inconscio e riconosciuto il suo carattere di pensiero piuttosto che di oggetto di discorso (ancorché di discorso scientifico), due sono pure, e alternativi, gli effetti a cui rispettivamente ci si introduce parlandone nell’una o nell’altra prospettiva: messa al bando della possibilità di soddisfacimento, nel caso in cui se ne parli per spiegarlo, messa a punto dei requisiti occorrenti al soggetto per rendere conclusivo il contributo dell’inconscio, nel caso del parlare per promuoverlo.
Già si è detto che il parlare dell’inconscio coll’intenzione di spiegarlo debba essere considerato una forma della resistenza, forma che come tale mette dunque al bando la possibilità di soddisfacimento, e in esso di verità. Se richiamiamo una collegabilità (o sovrapponibilità addirittura) tra soddisfacimento e verità, lo facciamo a ragion veduta e di tale legame diamo giustificazione, come semplice accenno non ulteriormente sviluppato, ponendo l’accento sulla condizione fondamentale della verità: quella di essere soddisfacente di un moto (moto intellettuale compreso) giunto alla sua meta: compimento dunque, e non complemento.
II. NORMALITÀ E NEVROSI: LA NEVROSI COME INSUFFICIENZA DELLA NORMALITÀ.
Perché ed in che senso possiamo ripetere con Freud che la nevrosi è normale? Si tratta, è indubbio, di una strutturazione dell’io diffusamente incontrabile e manifesta, la cui ubiquità pur non riscatta dall’essere giudicabile – e giudicabile pianamente: per gli effetti che produce nell’esistenza storica del soggetto umano – come male. Più correttamente e più plasticamente: come effetto di un mal(e)andato, immagine che preferiamo evocare per evitarci alla radice l’illusione di apprezzare in ogni male la grandiosità della promessa di Faust; mentre si tratta, nel male, di nulla di più che impossibilità, impotenza. Del resto, non è forse vero che la condizione cardine della nevrosi risiede nella condotta di inibizione, del tutto differente, negli effetti non meno che nei principi, dall’esercizio della facoltà di astensione, che come ognun sa è invece sconosciuta al nevrotico?
E veramente alla portata di ogni pur minima riflessione storica non viziata da pregiudizio, sta l’osservazione di quanto normale sia il male, il che equivale a riconoscere, con Freud, il carattere fittizio dell’io normale – la contraddizione apparente sta solo nell’uso del termine, qui, in contrapposizione – ed a trattare come reale solo l’io patologico.
III. DEFINIZIONE DEI LEMMI IN ARGOMENTO: INCONSCIO, COMPROMESSO, CLINICA.
In virtù di questo chiarimento, e sviluppandone il presupposto, potremmo a questo punto dettare la definizione dei tre lemmi (inconscio, compromesso e clinica a cui aggiungiamo, per obbedire ad un’esigenza di precisione, il lemma patologia, in quanto concetto da distinguersi in relazione alla coppia non sinonima patologia/clinica) che determinano il nostro discorso particolare in sintonia con lo scopo e l’orientamento più generale che l’elaborazione avvenuta in Lavoro Psicoanalitico propone. Va da sé che le definizioni a cui ci accingiamo non rappresentano nulla di nuovo o di ulteriore rispetto a tale elaborazione, e forse risulteranno più elementari di altre possibili, bastandoci che esse aiutino a meglio articolare alcune osservazioni che seguiranno.
1 – Inconscio è il complesso di risposte elaborate dal soggetto alla richiesta incessantemente avanzata dalla pulsione di trovare una legge del movimento del corpo, cioè del desiderio umano in quanto ancorato e non disancorabile dal corpo. Tale lavoro di elaborazione non è facoltativo (ogni soggetto senza eccezione vi ci si trova impegnato) quantunque possa essere disatteso, ed il risultato a cui dà luogo, benché sia insufficiente, non è menzognero in quanto non omette di includere alla propria riflessione due fattori capitali:
– il riconoscimento e la trattazione delle questioni fondamentali che, dopo Freud, chiamiamo Edipo e castrazione;
– l’articolazione, in ordine al compito di trovar meta al moto pulsionale, della posizione di soggetto con quella di Altro.
L’affermazione che l’inconscio non è menzognero ha dunque il semplice valore, ma non è poco, di ammettere che gli ingredienti per la sua riuscita, per la riuscita dell’elaborazione normativa in risposta alle questioni del soggetto, sono presenti, senza che alcuna resistenza, ab origine, agisca nel soggetto contro il darvi rilievo.
2 – Quando parliamo di compromesso, il riferimento a Freud ci conduce immediatamente a pensare alla formazione più eminente che ne porta le stigmate: il sintomo. Esaminando il sintomo quale formazione di compromesso, la letteratura psicoanalitica si è quasi unanimemente volta ad esaminare il versante che collega sintomo a conflitto, privilegiando uno dei possibili significati della parola compromesso, ovvero l’idea di un beneficio raggiunto a prezzo di qualche rinuncia operata da entrambe le parti. Vorremmo introdurre invece nella nostra discussione il termine compromesso alla luce di altri legittimi contesti semantici in cui questo termine trova posto, ed in particolare ci sembra significativo richiamarci a compromesso nell’accezione di impegno, non essendo trascurabili le conseguenze formali (economiche e legali) di un impegno siffatto quando ad esempio indichi il momento preliminare, ma già dotato di un suo specifico effetto, alla stipulazione di un contratto, compreso quello i cui requisiti ben conosciamo nel caso si tratti di contratto qualificato dall’aggettivo terapeutico.
È il ritorno del rimosso, nel sintomo, che compromette – ovvero impegna – il soggetto a prendere posizione, offrendogli la praticabilità di un aut aut non illusorio, nell’alternativa tra la scelta della rimozione promossa a programma o del riconoscimento del fallimento di essa.
Chiosiamo dal Lexikon[3] un altro passo pertinente a questo problema: “Nel sintomo come formazione di compromesso, il compromesso” – traduciamo: l’offerta dell’alternativa – “precede la rappresentazione di conflitto”[4] – in quanto ricostituisce, per così dire, la funzione arbitrale dell’inconscio -. E ancora: “Non c’è patteggiamento conflittuale tra ragioni del rimuovente e ragioni dell’inconscio”,[5] bensì opera di giustizia, tanto che, a questo proposito, si è parlato[6] di legge del taglione perfetta, comminata da un’istanza legale che chiamiamo inconscio vendicativo e, aggiungeremmo, clemente, data la reversibilità del danno rappresentato dal sintomo.
3 – Non è sottigliezza astratta distinguere (logicamente e quindi terminologicamente, perché sia possibile astenersi, nelle applicazioni terapeutiche, da azioni confondenti e nocive) tra patologia e clinica. La lettura di quanto Freud ha potuto comunicarci del suo procedere investigante, ci dà testimonianza di un anelito tanto illimitato nell’esplorazione, da vero topografo, di tutta quanta la realtà costituente l’apparato psichico (operazione da cui deriva la teoresi concernente anche la patologia), quanto prudente e rigoroso (in una parola: severo) nel tracciare i requisiti per l’applicabilità, intesa in senso medico, di quanto egli ha scoperto (operazione, questa seconda, che corrisponde all’esigenza di formulare una precisa, sebbene sperimentalmente perfettibile, teoria della clinica).
Patologia è dunque, come abbiamo ricordato, la condizione in cui l’io si trova, qualora come normalmente accade (qui il concetto di normalità è preso nella sua rilevanza statistica che designa semplicemente una ricorrenza percentualmente non insignificante fino ad essere maggioritaria) faccia fronte all’intrinseca necessità (= spinta della pulsione) a trovare compimento (= meta per il moto pulsionale) espungendo dapprima ed infine respingendo programmaticamente la facoltà di collaborazione dell’inconscio a fornirgliene una, meta, che non menta sull’Altro, vale a dire che: né lo escluda né lo presenti pregiudizialmente avversario.
Il soggetto infatti, citiamo dal Lexikon, “non può comunque non concludere”,[7] intendiamo conclusione come l’azione di pensiero che corrisponde – per la qualità del pensiero di essere rappresentazione – alla dinamica della richiesta di soddisfacimento pulsionale, ovvero: il concludere sta al pensiero come il soddisfacimento sta alla pulsione, e proseguiamo: “la coazione patologica” – semplificando: la patologia – “è la conclusione forzata che si impone a partire da una inconcludenza che ne è la premessa”.[8] Alternativamente: le forme cliniche, nella patologia, costituiscono specifiche modalità di inconcludenza nelle quali l’emergenza del sintomo (ritorno del rimosso nella nevrosi, costruzione delirante ed allucinazione nella psicosi) segnala il carattere inconcludente del programma di antitesi all’inconscio specificamente in atto (Verleingung o Verwerfung).
Potremmo allora porci la questione, a cui inclineremmo a rispondere affermativamente, se esistano anche forme non cliniche della patologia, ovvero stati di cui possiamo dire che il carattere inconcludente del programma di antitesi all’inconscio di cui sono risultato, non emerge, nel senso che non fa questione al soggetto che se lo rappresenta – il proprio stato patologico – come supposto stato di natura, presuntivamente sufficiente e legale pertanto, sebbene in realtà insufficiente ed illegale. È questo il caso, di cui non diciamo di più, di perversione e melanconia.
Traendo le conseguenze dall’aver puntualizzato la distinzione tra patologia e clinica, o meglio: tra fatti riguardanti la patologia e fatti riguardanti la clinica, si pone allora la questione di sapere se alcuni dei fatti qui definiti come patologia (l’esempio può nuovamente essere quello di perversione e melanconia) possano divenire materia di clinica. Per esprimere la questione ad un tempo con maggiore rigore e concretezza potremmo così formularla: se un soggetto che militi la liquidazione del proprio inconscio attraverso un programma di tipo, ad esempio, perverso, possa aprirsi, ad un certo punto e senza che tale programma – che ben possiamo chiamare programma di controlavoro rispetto all’inconscio – sia stato abbandonato, ad una qualche contestazione dello stesso. Non sapremmo al momento risolvere definitivamente questo problema, rispetto al quale ora possiamo dire solo che ci sembra rimandi ancora a qualcosa di ulteriore che accade nel soggetto, dal momento che è talmente evidente – ed è il caso opposto – che nemmeno tutti i soggetti (i casi) che appaiono riconducibili alla categoria della clinica mostrano sempre la disposizione ad impegnarsi di fatto nel lavoro di elaborazione richiesto per il superamento del conflitto.
IV. L’APPORTO DEL SINTOMO ALLA CONDIZIONE DELLA NEVROSI.
“Non so dirlo”, scappò detto durante la seduta ad una paziente isterica, che confermava con questo, non già di non sapere, ma di non voler sapere. Per inciso, se volessimo indagare il contributo dell’istanza che chiamiamo Superio alla concezione di una simile frase, bene faremmo ad intenderla come l’ammissione, ancora, non già di non sapere, ma, in più, di non doverne sapere, e la frase potrebbe essere riscritta nella forma altrettanto lapidaria del: “So non dirlo”, oppure – ma allora l’accento scopertamente umoristico denoterebbe ormai l’affrancarsi dalla conclusione nevrotica – del: “Lo so, ma non lo dico”.
Introdottici così alla realtà clinica della nevrosi, dobbiamo chiarire che scopo di questo lavoro non è fornire un’esposizione compiuta di nevrosi e psicosi, quanto invece passare in rassegna le stesse alla luce di una domanda, ovvero se si possa mettere in evidenza, in nevrosi e psicosi, un apporto, rintracciabile nell’intrinseca struttura di queste stesse forme cliniche, che – attraverso un percorso labirintico quanto si vuole – costituisca il punto di passaggio ad altro stato meno insufficiente nella propria capacità di rispetto per la posizione di Altro.
Soffermiamoci pertanto su ciò attraverso cui emblematicamente si costituisce la perdita di realtà – formula freudiana – nevrotica e prendiamo in considerazione le due operazioni, concettualmente distinguibili e da trattare distintamente, chiamate rimozione e ritorno del rimosso.
Negli scritti freudiani si incontra più volte e lungo l’intero arco cronologico di elaborazione della teoria, l’affermazione che frutto del lavoro psicoanalitico è la costituzione di una facoltà giudicante grazie alla quale il procedimento della rimozione viene sostituito e superato attraverso alcuni passaggi, dei quali, se il primo è rappresentato dal riaffiorare del pensiero rimosso in un contesto che lo nega (Verneinung), il secondo ed intermedio è rappresentato dall’enunciazione di un giudizio di condanna (Verurteilung), che ha caratteri di maggiore stabilità nell’effetto in quanto non dà luogo alla possibilità di riuscita parziale e quindi a ritorno del rimosso.
La preferenza accordata alla soluzione rappresentata dall’enunciazione del giudizio si basa dunque, in Freud, su valutazioni di tipo economico, concernenti il risparmio energetico che, per la maggior stabilità dell’esito del processo, il giudizio assicura. La facoltà giudicante è tratta dunque dal piedistallo nevrotico, in cui è teorizzata nel novero di supposte e fumose facoltà superiori, ed è ricondotta, senza che per questo ci appaia meno degna, al livello in cui decisivo si mostra essere il vantaggio economico da essa derivante per la stabilità dell’apparato psichico. Questo concetto è già presente, in Freud, fin dal Progetto di una psicologia, del 1895, in cui è chiaro come egli consideri che scopo della funzione del giudizio sia quello di “porre termine al pensiero e lasciare iniziare una scarica”.[9]
Conseguentemente e contro la teorizzazione nevrotica sopraddetta, possiamo ricavare il corollario che, opponendo giudizio a Superio, rende manifesta la laicità del giudizio, in quanto procedimento di adeguazione tra attività di pensiero ed attività motoria, contro la clericalità del Superio, che si regge, al contrario, su di una automatica e dunque acritica applicazione all’Io dello schema di attività di pensiero, regolatore dell’azione motoria, derivato dalle prime identificazioni oggettuali (clericalismo qui inteso come procedimento di applicazione schematica di una regola, a partire dalla dichiarazione di una certa identità o assunzione di ruolo in cui la regola stessa sostituisce l’esperienza e non può essere da essa modificata).
A buon diritto possiamo dunque concludere che il sintomo apporti alla nevrosi non solo il suo realizzarsi come forma clinica, ma, stante il suo statuto di formazione di compromesso, apporti al soggetto l’offerta di impegnarsi nell’alternativa tra malattia e guarigione.
La topica del percorso possibile conduce dunque a mettere in rilievo i seguenti passaggi: dal ritorno del rimosso alla rimozione che lo ha preceduto, alla sua liquidazione nell’opera costituente la facoltà di giudizio (che è facoltà di pensiero conclusivo), via il passaggio attraverso negazione (il mezzo assenso al sapere prima negato dalla rimozione) e giudizio di condanna (il mezzo dissenso alla negazione del sapere riguardante il rimosso).
V. L’APPORTO INCONDIZIONATO DELLA PSICOSI ALL’ALTRO.
Abbordiamo l’esame della psicosi riproducendo il medesimo interrogativo che ci siamo posti ed a cui abbiamo tentato di rispondere esaminando la condizione dell’inconscio della nevrosi.
L’interrogativo in questione suona così: l’inconscio della psicosi avanza ancora offerte al soggetto?
La risposta a tale questione presuppone l’aver trovato risposta ad uno o più quesiti che logicamente la precedono, e che puntualizziamo in questa forma: permane, l’inconscio della psicosi, allo stato di inconclusione patente?, e inoltre: il sintomo, qui, mantiene ancora il carattere compromissorio proprio della formazione di compromesso?
Preoccupazioni costanti a cui Freud non si è sottratto sono state quelle, complementari, di saggiare, da un lato, la comparabilità dei procedimenti di elaborazione, in atto nel soggetto, risultanti in nevrosi e psicosi, e di distinguere, dall’altro, un meccanismo di difesa specifico della psicosi. Il primo articolo di questo programma di ricerca è documentato in un limpidissimo e ben noto scritto del 1924, intitolato La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, dove, riconfermata la distinzione già ricordata tra rimozione e ritorno del rimosso per quanto riguarda la nevrosi, viene sostenuta la comparabilità dei due processi, stante un analogo svolgimento in due tempi nell’instaurarsi della psicosi. L’affermazione, testuale, è che “effettivamente qualcosa di simile” – alla nevrosi – “può essere riscontrato nella psicosi; in essa pure esistono due stadi, il secondo dei quali” – e questo giudizio ci preme sottolineare come particolarmente illuminante – “ha il carattere della riparazione”.[10] La conclusione che “l’analogia sul significato dei due processi non tollera di essere portata più innanzi”, seguita a breve distanza dalla riaffermazione della tesi che abbiamo sottolineato, ovvero che “nevrosi e psicosi si differenziano in modo assai più netto nella reazione iniziale di partenza che non in quella successiva, che rappresenta un tentativo di riparazione”,[11] rafforza in noi la convinzione di doverci arrestare su queste parole che ci portano l’eco della nostra questione iniziale, in cui l’inconscio è interrogato, nella sua inconcludenza clinicamente rilevabile, circa l’offerta che questa inconcludenza avanza al soggetto.
Tralasciamo in questo contesto di prendere in considerazione i passi freudiani (con buona ragione potremmo aggiungere: e lacaniani) riguardanti il secondo articolo del programma di ricerca, concernente la definizione del distinto meccanismo di difesa in opera nella psicosi, per tentare di articolare la tesi non da poco che abbiamo enucleato – che potremmo così sintetizzare: l’inconscio, in nevrosi e psicosi, agisce similmente in funzione riparativa del soggetto – in relazione al ruolo che, nel processo, l’Altro vi gioca.
Procederemo, a questo punto, con sintetiche contrapposizioni.
Se il pensiero capitale del nevrotico, riguardo all’Altro, può essere espresso con la formula seguente che traiamo dal Lexikon: “Se l’Altro vuole qualcosa da me, (…) vorrebbe la mia castrazione per goderne”;[12] il pensiero dello psicotico non può che essere: “Ma l’Altro, vuole qualcosa per me?”, rappresentandosi, il soggetto, precisamente attraverso la forma del complemento di mezzo che lo fa essere.
Le formule adottate hanno il privilegio di mostrare con chiarezza il punto rispettivo su cui l’interrogazione appoggia: se nel nevrotico prevale il pregiudizio dell’Altro seducente ed ingannatore (materia da operetta, si potrebbe dire, ed effettivamente è di questo tenore la gran parte dei resoconti psichiatrici aventi ad oggetto la nevrosi; opera buffa – o se esistesse il genere: cinica – che divertirebbe anche noi se potessimo rinunciare a considerarne gli effetti), nella psicosi la questione è posta, direttamente e senza mediazioni, sulla vacuità dell’Altro nella la sua inconsistente facoltà di volere il soggetto.[13] Non vi è contraddizione a questa inconsistenza quando le storie dei soggetti non mostrano traccia di partners primari deboli o lontani, bensì incombenti ed impositivi. Si tratta al contrario, in questa imposizione, del tratto più tipico che assume l’inconsistenza del volere allorché venga elevata a norma.
Se dunque il nevrotico considera l’Altro talmente malevolo da non potere negarglisi né soddisfarlo, lo psicotico lo sperimenta talmente impotente e delusivo da non poter opporglisi né contrastarlo.
L’invenzione delirante, dunque, è tesa a preservarne il posto.[14]
[1] G.B. CONTRI et al., Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, Sic-Sipiel, Milano, 1987, p. 43.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. la nota 2.
[4] Op. cit. p. 94.
[5] Ibidem.
[6] Faccio qui riferimento a contenuti dell’ elaborazione promossa da Lavoro Psicoanalitico.
[7] Op. cit. p. 127.
[8] Ibidem.
[9] S. FREUD, 1895. Progetto di una psicologia, Boringhieri, Torino, 1968, OSF, II:233.
[10] Ibidem.
[11] Lexikon, op. cit., p. 67.
[12] Lexikon, op. cit., p. 67.
[13] P.R. CAVALLERI, La posizione autistica: quando il soggetto, per preservare l’Altro, ne occupa il posto, comunicazione al Congresso nazionale su “Solitudine, isolamento e silenzio nella condizione umana: l’autismo schizofrenico”, Chiavari, 2-3-4-dicembre 1988, in corso di stampa.
[14] Ho sviluppato questa tesi nel lavoro (in corso di stampa) intitolato Il sacrficio vuoto, attraverso la discussione di una storia clinica.