L’indagine attorno al lemma altruismo acquista rilievo qualora si intenda parlare della patologia (e, in essa, dei fatti della clinica) in quanto scelta, da parte di un soggetto, di un modo di esistenza. In tale prospettiva si pone la possibilità di verificare (o rigettare) l’antecedenza logica, nella storia della cultura, di una certa figura dell’esistenza, individuata nella posizione comunemente indicata con il concetto di altruismo, rispetto a quella produzione di pensiero e pratica patologica che l’autismo costituisce nella storia del singolo. Le osservazioni che sviluppo in questo lavoro, l’elaborazione delle quali è ancora iniziale, rappresentano dunque un tentativo di penetrare nell’esperienza autistica interpretandola come il risultato, di rilievo patologico, di quella specifica scelta di esistenza che, nel versante civile della kultur, è costituita dall’altruismo. La comparabilità tra autismo ed altruismo si fonda sulla possibilità di intendere entrambi in quanto offerta, ad un soggetto che l’accetti, di una strada di realizzazione del proprio inconscio via totale adeguazione ad un altro, pur essendo questi pensato (conosciuto e sperimentato) come nemico del soggetto stesso. In subordine si pone la questione di sapere se l’elaborazione di questo pensiero dell’Altro presupponga necessariamente la presenza di un altro reale effettivamente pensabile come nemico.
In via preliminare è utile operare una breve messa a fuoco del concetto di autismo così come trova posto all’interno del pensiero psichiatrico.
Autismo è un termine introdotto nel 1911 da Eugen BLEULER,[1] contestualmente alla sua proposta, poi universalmente accettata in campo psichiatrico, di riformulare l’entità nosografica kraepeliniana di dementia praecox nel concetto di schizofrenia. Egli presuppone che il carattere distintivo della schizofrenia risieda -dal punto di vista clinico-descrittivo- nella presenza di quattro alterazioni che chiama sintomi fondamentali (da distinguere dai sintomi accessori), vale a dire: il disturbo dell’associazione ideica (Spaltung), il deterioramento dell’affettività (atimia), l’ambivalenza, l’autismo. Dal punto di vista psicopatologico invece egli propone una diversa bipartizione non sovrapponibile alla precedente, distinguendo sintomi primari (disturbo dell’associazione e dell’affettività) e sintomi secondari (autismo, ambivalenza, delirio, ecc.); questi ultimi verrebbero considerati secondari in quanto sarebbero derivabili dai precedenti.
Bleuler definisce autismo “il distacco dalla realtà e la predominanza della vita interiore”;[2] secondo l’Autore questo fenomeno non corrisponde semplicemente al concetto di introversione junghiana, ma è l’aspetto positivo di ciò che Janet, dal versante negativo, ha chiamato perdita del senso del reale. La dimostrazione del fatto che non si tratti semplicemente di un fenomeno deficitario è data, secondo Bleuler, dalla possibilità di osservare che “anche i cronici gravi hanno un contatto abbastanza buono con l’ambiente per quanto riguarda le cose di tutti i giorni, chiacchierano, partecipano ai giochi, cercano anche degli stimoli ma hanno fatto una scelta: i loro complessi li tengono per sè, non ne parlano mai e non vogliono essere toccati dall’esterno su certi argomenti”.[3] Nell’articolazione bleuleriana l’autismo mantiene dunque il valore di sintomo patognomonico, sebbene non manchino riferimenti -pur non adeguatamente elaborati- ad una sua correlazione in certo qual modo essenziale al concetto stesso di psicosi. Più precisamente per MINKOWSKI autismo si riferisce ad una modalità simbolica di pensiero che costituisce il contenuto essenziale della psicosi. Nella linea del pensiero fenomenologico si può dunque rintracciare: a) l’aspetto di centralità dell’autismo nella scelta di vita psicotica, indipendentemente dalla presentazione sintomatologica della malattia; b) il suo carattere positivo costituito dall’essere un certo modo di produzione di esistenza soggettiva.
Nella linea sviluppata da Henry EY, linea che ancora non si discosta troppo dalla precedente, risulta interessante la seguente formulazione dell’autismo, come “parti-pris dall’uomo schizofrenico”[4] ad ogni tornante che gli si presenta, definizione che mi sembra pertinente al concetto di autismo che qui intendo sviluppare.
Nel lessico di FREUD il termine autismo non compare; i concetti di riferimento rimangono quelli di autoerotismo (Autoerotismus) e narcisismo (Narzissmus), termini che Freud riprende da HAVELOCK ELLIS il quale li introduce per primo nel 1898 nel saggio Autoerotism, a psychological study. In particolare, in Pulsioni e loro destini, con Autoerotismus Freud indica lo scambio tra oggetto e fonte della pulsione;[5] mentre Narzissmus rappresenta quello stato che permette di unificare, dal punto di vista nosogragfico, il gruppo delle nevrosi narcisistiche (narzissitische Neurosen) in opposizione alle nevrosi di transfert ¨bertragungsneurosen), ricoprendo l’insieme delle psicosi funzionali, così dette perchè in esse i sintomi non sono effetto di una lesione somatica.
Con l’appannarsi di quella che potremmo definire la psichiatria classica, negli anni ’40, il concetto di autismo perse progressivamente di rilievo, ma venne ripreso e sistematizzato nell’ambito della clinica infantile ed in una linea ormai kleiniana, ad opera di Leo KANNNER attuandosi contemporaneamente, nel modo di questa ripresa, un cambiamento di statuto del concetto che venne ad indicare non più un sintomo ma una sindrome. La sindrome di autismo primario di Kanner (1943) costituisce il raggruppamento semeiologico di base complessivamente riconosciuto ed accettato da tutti gli autori che si sono occupati di psicosi infantili in campo psichiatrico. Va notato che Kanner lo propone senza avanzare ipotesi sulla sua eziologia, ma comunque presupponendo in essa l’integrità anatomica e funzionale degli apparati senso-percettivi, motori e cognitivi. La derivazione kleiniana del concetto di autismo utilizzato da Kanner può essere fatta risalire alla descrizione precedentemente proposta dalla KLEIN del caso di Dick,[6] la cui interpretazione in quanto risultato di inibizione, piuttosto che regressione, dello sviluppo psichico, inaugura – dal punto di vista metapsicologico – la distinzione tra schizofrenia ed autismo.
Rivolgendoci ora al lemma altruismo ed al pensiero filosofico, troviamo le fonti del concetto all’interno della corrente positivista; esso viene infatti introdotto da COMTE e ripreso da SPENCER.
Collocato in questa ottica può esserne data la seguente definizione: “senso di solidarietà per l’altro a cui, nonostante le differenze, ci sentiamo profondamente legati o per un istinto naturale o per un comandamento interiore”.[7] Noto per inciso, all’interno della definizione, come il “nonostante le differenze” rimandi alla teoria (patogena) di rifiuto della castrazione in quanto modo normale di avvenimento del soggetto; mentre la formula “per un comandamento interiore” istituisca, in funzione di imperativo alternativo alla castrazione, il criterio superegoico, usurpatore di ogni possibile principio di legalità nella relazione tra soggetto e Altro. Addentrandoci nell’indagine del pensiero comtiano ci imbattiamo, nel Système de politique positiviste, nella definizione di altruismo in quanto “subordinazione dell’istinto alla vita comune dell’individuo, all’umanità”[8] ed approdiamo, nel Chatechisme positiviste, al concetto sintetico del “vivre pour autrui”,[9] dove, per le premesse del discorso comtiano, si tratta di cogliere nell’autrui – aldilà dell’apparenza linguistica – la liquidazione della forma personale e la sua sostituzione con l’impersonale costituito dal concetto di umanità, spazio astratto in cui ogni incontro è vanificato. A questo proposito può essere preso in esame anche il lemma filantropia definito, sulla linea di questo pensiero, come quel comportamento che ha di mira “non il singolo come tale, così da costituire con esso un vincolo di amicizia, ma il singolo come membro della comunità umana”.[10] Nella stessa linea, SPENCER opera la sostituzione di benevolent e beneficent con altruism, appellandosi alla valutazione che altruism esprima meglio la contrapposizione con egoismo.[11] Con questo liquida, oltre che la realtà del bene, le facoltà di volere e di fare, proprie del soggetto.
Più recentemente, W.G. MACLAGAN[12] sostiene la tesi dell’esistenza di un obbligo morale nei confronti dell’altruismo, in contraddizione con il proprio piacere, nei confronti del quale non sussiste alcun obbligo di reciprocità, in modo tale che – qualora si delinei un conflitto – prevalgano gli obblighi morali superiori costituiti dal dovere di promuovere la felicità di coloro che stanno intorno.
L’indagine sullo statuto del lemma altruismo sembra dunque permettere l’individuazione in esso di una modalità di pensiero che opera, nel primo tempo, riducendo l’Altro singolare in Altro impersonale e, nel secondo tempo, imponendo al soggetto l’assunzione dell’obbligo di colmare la mancanza dell’Altro (qui vi è un nesso con l’aggressività), non potendo sopportarne alcuna insufficienza. Tale modalità di pensiero, che troviamo celato in una certa elaborazione culturale e che la dice lunga sull’intrinseca violenza di alcune proposte di civiltà, concorda con il pensiero che troviamo espresso in forma rudimentale e senza ulteriori articolazioni, nella forma clinica dell’autismo. Questo, parallelamente a quello, si configura come risultato insoddisfacente, e per questo patologico, elaborato ed assunto dal singolo in funzione riparatoria (altruistica) di una impasse prodottasi nel processo di costituzione della soggettività, a causa del venir meno della necessaria collaborazione dell’Altro.
Possiamo rappresentarci la scelta autistica come la strada di occupazione del posto dell’Altro da parte del soggetto che, essendo nella necessità di supplirne la carenza, sceglie di preservare, a proprie spese, l’Altro assente dal posto che avrebbe dovuto occupare, col risultato di farsene interprete e di farlo esistere da sè stesso di una esistenza tanto fittizia quanto totalizzante (la legge di questa scelta potrebbe essere formulata come legge del non rispetto per il posto del soggetto). In questo, assumo da CONTRI che “l’Altro è ciò o chi offre al soggetto una legge, la sua di Altro, e, quando è un soggetto parlante, la offre nella sua perfezione con essa, nel suo dissidio da essa, nel suo fallimento in essa, nella sua mancanza di essa, nella sua menzogna su essa, nella menzogna di essa, nell’insufficienza di essa”[13] e rilancio, nei riguardi dell’autismo, la tesi generale (e particolare: insufficienza), ponendo la questione di sapere se esista e, nel caso affermativo, quale sia la particolare legge dell’Altro che induce autismo. Ovvero se si tratti di insufficienza da intendere come latitanza dell’Altro, tout court, nel suo porsi in quanto Altro o come latitanza dell’Altro nel pro-porre una legge per la relazione. La questione può essere meditata (anche per quanto riguarda l’aspetto del suo essere vera questione, ovvero esistenza di vera alternativa tra insufficienza del porsi o del pro-porre) ancora con l’aiuto di Contri quando descrive il prodursi della condizione di alienazione “allorché l’Altro, dopo che il suo soggetto già è in procinto di viverne l’esperienza come reale, si sottrae proprio nella sua offerta legale, lasciando così solo il socius di… minoranza. Solo in che senso? Solo con il compito – l’unico che sia davvero schiacciante – di farsi da sè tutta la legge, cioè anche per l’Altro. Questo è il caso in cui l’Altro reale nella sua legge ha rinunciato al suo desiderio e alla sua libertà insieme, cioè alla sua stessa realtà”.[14]
Nell’autista non vi è odio per l’Altro, ma l’odio (logico) sarebbe tutto indirizzato, in questo caso, dal soggetto alla propria (mancata) posizione di soggetto a partire dalla posizione di Altro: l’autista si odia dalla posizione di Altro che ha assunto. Il mondo dell’autista non è un mondo privo di oggetti (eventualmente: di buoni oggetti), ma esattamente il contrario: è un mondo privo del soggetto; un mondo in cui il soggetto è presente solo in quanto egli stesso oggetto dell’Altro. Questa sarebbe a mio avviso una buona pista da cui riconsiderare i sintomi psichiatrici dell’autismo, infantile e non: isolamento, estraniamiento, fino al mutismo ed all’inaccessibilità.
La delusione da parte dell’Altro, qualora venga dato al soggetto di incontrare un altro radicalmente deludente, viene trasformata in estrema dedizione all’Altro. Invece di “lasciarlo perdere”,[15] il futuro autista si lascia perdere ed investe (così come si dice: fare un investimento) la realizzazione della propria soggettività nel tentativo di sostituirsi all’Altro nell’elaborazione del suo principio di Altro, col risultato – derivante dall’aver fatto un cattivo investimento – di perdere, oltre agli interessi sperati, anche il capitale iniziale. Ritrovo questa scelta nell’unica frase che una donna ormai adulta è in grado di rispondere, invariabilmente da anni, a chi le chieda che cosa pensi: “Penso che c’è il Signore”.
Ma perchè il soggetto dovrebbe tenere così tanto all’Altro da poter incorrere nel rischio di investire a tutti i costi su di un altro sperimentatamente inaffidabile (deludente)? In Psicologia delle masse e analisi dell’io si trova l’affermazione che “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”.[16] La fondazione sull’altro della dinamica della soggettivazione è un punto forte della concezione freudiana e concordo con Contri quando, nel testo Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, egli individua “l’Altro nell’oggetto perduto del lutto e della melanconia, essendo chiaro che non vi si tratta dell’oggetto della pulsione alla fonte, ma dell’Altro in cui è possibile una meta. Oggetto la cui perdita – come perdita fisica nel lutto, come delusione nella melanconia –” e, aggiungo: come vacuità ed inconsistenza nell’autismo, “comporta il soggetto stesso come oggetto perduto”,[17] ovvero – nel mio discorso, in cui questa conclusione può essere traslata – come soggetto non costituito. in quanto non compiuto a causa della non cor-rispondenza dell’Altro. Pertanto, se è vero che “c’è Altro nella causazione del moto pulsionale, non è un moto autonomo”,[18] allora si comprende come, per il singolo che deve avvenire come soggetto, l’assumere il posto dell’Altro possa essere motivato dal tentativo di preservare la possibilità stessa del proprio moto, tentativo il cui destino non può essere che quello del fallimento. Il rischio imposto dal trauma della delusione[19] è quello di tacere la delusione dell’altro, passando invece alla sua difesa. L’elaborazione autistica costituirebbe, secondo l’ipotesi da me formulata, l’estrema ed ingiusta difesa dell’Altro (mancante) in favore del quale realizzerebbe, agli antipodi della melanconia, l’estremo sacrificio del posto del soggetto, compresso e cancellato nel tentativo illusorio di preservare all’Altro che non viene (o che non vuole) il suo.
[1] E. BLEULER: Dementia praecox oder Gruppe der Schizophrenien. In: Aschaffemburg G., Handbuch der psychiatrie, Deuticke, Leipzig, 1911. Trad.it.: N.I.S., Firenze, 1985.
[2] Op. cit., p. 75.
[3] Op. cit., p. 76.
[4] H. EY: “Psychoses croniques: schizophrénies. Description clinique de la forme typique” E.M.C.-Psych., II, 282-A20:5, 1955.
[5] S. FREUD: Pulsioni e loro destini (1915), O.S.F., VIII:28, Boringhieri, Torino, 1976.
[6] M. KLEIN: “The importance of the Symbol-Formation in the Development of the Ego” Int.J.Psycho.Anal., 11:24, 1930.
[7] CENTRO DI STUDI FILOSOFICI DI GALLARATE: Enciclopedia filosofica, vol. I.
[8] A. COMTE: Système de politique positiviste, ou traité de sociologie, instituant la religion de l’humanité, Paris, 1851.
[9] A. COMTE: Chatechisme positiviste, Paris, 1852.
[10] CENTRO DI STUDI FILOSOFICI DI GALLARATE: Enciclopedia filosofica, vol. I.
[11] H. SPENCER: Principles of Psychology (II ed.), London, 1870-72.
[12] W.G. MACLAGAN: “Self and others: a defence of altruism” Philos.Quart., 109-127, 1954.
[13] G.B. CONTRI: Leggi, Jaca Book, Milano, 1989, p. 36.
[14] Op. cit., p. 40.
[15] Op. cit., p. 42.
[16] S. FREUD: Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921), O.S.F., IX:261, Boringhieri, Torino, 1977.
[17] G.B. CONTRI et al.: Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, Sic-Sipiel, Milano, 1987, p. 67.
[18] Op. cit., p. 60.
[19] Op. cit., p. 41.