COORDINATE GENERALI:
NORMALITÀ – MALATTIA – PSICOPATOLOGIA
Un tratto che accomuna le concezioni di psicopatologia[1] che ritroviamo generalmente nei manuali e nella letteratura, porta a individuare le forme cliniche attraverso scarti e differenze reciproche tra l’una e l’altra, senza la possibilità (a posteriori, per chi trova già costruite tali concezioni, e le utilizza) o l’interesse (a priori, per chi le ha elaborate) di operare il riferimento, per ciascuna di esse, al pensiero della norma. La nosografia che consegue a una simile concezione di psicopatologia risulta pertanto costruita come un sistema avente riferimenti puramente intrinseci all’interno del campo della psicopatologia, assunta come orizzonte esaustivo (Tav. 1). Valga per tutti l’esempio costituito dal DSM-III-R – ovvero il Manuale Statistico Diagnostico della nosografia psichiatrica, proposto dall’American Psychiatric Association -, il quale porta alle estreme conseguenze questa anomia (Tav. 2). Non a caso si parla ormai quasi soltanto di sindromi, mentre il termine di disease, cioè di malattia, è riservato tendenzialmente alle condizioni per le quali è rintracciata e provata un’alterazione genetica, biochimica e morfologica del S.N.C.
La deduzione, implicita ma assolutamente stringente, che si impone a partire da una simile impostazione, costringe a riconoscere che l’esistenza stessa del pensiero di norma, in quanto fondamento di normalità e in quanto criterio di riconoscimento di patologia, è rimosso da queste concezioni di psicopatologia. Ancor più: è il concetto stesso di normalità a essere negato, con la sola permanenza delle due alternative apparentemente opposte, ma di medesimo valore e significato: «tutto è normale» o «nulla è normale». Il risultato è l’appiattimento, la diluizione della psicopatologia in quelle che sono state definite «le forme dell’esistenza», «i modi dell’essere-nel-mondo» e, inversamente, è la cancellazione del concetto stesso di normalità, che viene ridotta al «possibile» delle condizioni che si determinano con frequenza statisticamente più rilevante.




La concezione di psicopatologia a cui ci si riferisce nel contesto della SPPP è costruita, invece, in modo tale da costituire un’area dell’esperienza pratica inconcepibile senza il riferimento a un’esperienza di norma, positivamente descrivibile e costitutiva dell’io, che avviene nel soggetto normale. La psicopatologia è pensabile allora come una giurisprudenza, ovvero una casistica quantitativamente vasta ma qualitativamente limitata, delle singole modalità di infrazione a questa norma costitutiva dell’io, giuridicamente attiva nel regolare i moti-a-soddisfazione del soggetto fin dai tempi più precoci della vita psichica.
Se provassimo a rappresentare graficamente[2] il rapporto tra la norma, costitutiva del soggetto normale, e la psicopatologia, incontreremmo, all’interno dell’area della psicopatologia ma al confine tra questa e la condizione dell’io normale e con una propaggine che ancora «pesca» nella condizione di normalità, un’area che definiamo area della malattia (Tav. 3). Ciò rende conto della nostra asserzione secondo cui la rinuncia del soggetto alla norma (come meglio vedremo più avanti) avviene attraverso un punto di passaggio comune, che chiamiamo malattia. Tale punto di passaggio obbligato tra norma(lità) psichica e ogni forma di psicopatologia, gode di un proprio distinto statuto, dotato di caratteri non completamente assimilabili a quelli della psicopatologia, in forza dei quali possiamo descrivere la malattia come quello stato in cui il soggetto è forzosamente costretto nella condizione di dubitare della norma da lui stesso originariamente posta, senza averne ancora positivamente elaborata e fissata una alternativa nel campo della patologia.


La malattia costituisce pertanto il primo tempo transitorio della psicopatologia, punto di accesso comune e obbligato a essa; condizione instabile da cui prende avvio o l’elaborazione del secondo giudizio, che rende possibile il recupero della norma, o la transizione alle forme stabilite della psicopatologia clinica e non-clinica.
PSICOPATOLOGIA CLINICA E NON-CLINICA


La partizione del campo della psicopatologia in due aree, l’una definita clinica e l’altra definita non-clinica (Tav. 4), è conseguente a un’esperienza osservativa che noi tutti possiamo compiere quotidianamente, ma la cui percezione rimane sterile fino al momento in cui non poniamo una precisa distinzione tra il concetto di psicopatologia e quello di clinico, concetti generalmente confusi fino a essere considerati sinonimi. L’affermazione che le forme cliniche non esauriscono completamente le «possibilità» della psicopatologia, ma che al contrario ne rappresentano solo una piccola parte, oltre a rispondere all’esigenza di individuare l’ambito nosografico in cui sistemare la perversione e tutte quelle forme che tendono alla liquidazione del sintomo, permette di rendere conto, con precisione ancora non adeguatamente sviluppata, della possibilità, di cui ogni soggetto dispone, di superare la propria malattia clinicamente sintomatica per giungere non alla guarigione, bensì alla fissazione a-sintomatica del contenuto teorico di essa nelle forme sublimate e pertanto condivisibili socialmente delle elaborazioni culturali.[3] Ciò significa che la formazione sintomatica (che caratterizza la psicopatologia clinica) obbedisce a un intento prevalentemente difensivo del soggetto; inversamente l’intento della patologia non-clinica, in cui l’apparenza del sintomo è soffocata mediante la legittimazione culturale della propria teoria patologica, è prevalentemente interpretabile come uno spostamento compiuto, a propria volta dal soggetto, verso un pensare e un agire offensivo nei riguardi dell’altro. Quando si afferma che la formazione sintomatica obbedisce a un intento prevalentemente difensivo, occorre precisare che esiste un gradiente, da nevrosi a psicosi, progressivamente decrescente per quanto riguarda il «tasso» di intenzione difensiva e l’efficacia della difesa stessa; tale tasso è, all’inverso, crescente per quanto concerne il passaggio, a propria volta, all’offesa.
L’IO NORMALE
I due elementi fondativi che ritroviamo nel concetto di io normale (Tav. 5) sono rappresentati dalle facoltà:
a. di distinguere tra esperienza di piacere e dispiacere;
b. di concepire il proprio moto soggettivo come moto che include il corpo nella relazione con l’altro reale.
A questi due concetti è stato dato il nome, nell’elaborazione freudiana, di:
a. principio di piacere e
b. pulsione.
Essi significano rispettivamente:
a. la facoltà di giudizio originaria del soggetto e
b. il suo altrettanto originario riferimento all’altro reale in quanto spinta e meta del proprio moto (che ha il proprio punto conclusivo nella soddisfazione).


Si tratta dei due elementi in base ai quali noi affermiamo il soggetto attraverso due predicati:
primo: il soggetto è competente;
secondo: il soggetto è dipendente da un eccitamento esterno per la prosecuzione del proprio moto e della sua conclusione in una meta soddisfacente in quanto esterna.
Chiamiamo primo giudizio la facoltà originaria del soggetto di formulare la propria legge di rapporto con l’altro accogliendone l’apporto. La formula talento negativo (che compare nella Tavola 5 come elemento del primo giudizio) significa che il soggetto è dotato del particolare talento di pensare una legge del rapporto tale per cui egli trae il proprio vantaggio dall’operare di altri. Talento negativo vuol dire dunque: capacità di procurare vantaggio a sé stessi non frapponendo ostacoli all’iniziativa benefica dell’altro.
L’insufficienza del primo giudizio (e pertanto la necessità per il soggetto di giungere a regolare il proprio moto affidandosi a una facoltà di giudizio più compiuta, che chiamiamo secondo giudizio) sta nel fatto che il primo giudizio è sì facoltà di distinzione di esperienza soggettiva di piacere da esperienza soggettiva di dispiacere, ed è sì pensiero dell’altro in quanto collaboratore, ma non è ancora capacità di discriminazione di vero e falso nell’altro. Da qui, per il soggetto, il rischio iniziale ineliminabile di privilegiare l’adesione all’altro anche qualora l’altro della relazione contingente non rispetti il principio di piacere del soggetto ovvero il suo beneficio.[4] La facoltà del primo giudizio è dunque chiamata a completarsi e a estendersi nel secondo giudizio, che è giudizio sull’offerta dell’altro.
L’EZIOPATOGENESI DELLA MALATTIA
Esaminiamo ora l’eziopatogenesi della malattia (Tav. 6). Il soggetto non si ammala (da solo), ma è ammalato per l’intervento patogeno di un altro reale e significativo nella relazione. «Significativo» vuole dire che l’altro, il cui intervento può avere conseguenza patogena, è l’altro già sperimentato dal soggetto e incluso nel primo giudizio in quanto collaboratore del moto del soggetto secondo il criterio di beneficio per entrambi. È dunque l’altro nei confronti del quale il soggetto si trova, almeno per un istante, indifeso nel momento in cui l’apporto, cambiando di segno, diviene ostacolo, insulto. L’altro già patologico (nevrotico, psicotico, perverso) costituisce dunque la noxa patogena della malattia nel momento in cui – con atto istantaneo, benché sistematico – ri-istituisce il soggetto in una relazione contraffatta. La contraffazione non consiste, in primo luogo, nell’incapacità dell’altro a sostenere la relazione (anch’esso è un soggetto, questo non deve mai essere dimenticato, altrimenti se ne fa un’istanza astratta e non più reale), ma in quanto, in questa particolare azione a effetto patogeno, l’altro mente sulla propria incapacità ovvero nasconde la propria insufficienza di legge, per sé stesso e per il proprio moto.[5]
L’atto patogeno è un atto che spaccia per legge valida una legge insufficiente; l’operazione patogena sta pertanto nella contraffazione della legge. Per questo motivo (nella Tav. 6) il tratto di freccia che rappresenta l’insulto patogeno fondamentale si fa più marcato nel caso del perverso: l’operazione di contraffazione, infatti, è operazione specificamente perversa, benché il compierla sia pur sempre possibile anche a ogni soggetto non perverso.


L’ammalarsi pertanto è caratterizzato da un movimento di fuga, da un atto di abbandono – compiuto dal soggetto – del principio distintivo fondamentale consistente nella facoltà di discriminare l’esperienza del piacere da quella del dispiacere ovvero, con termini meno empirici, è l’abbandono della facoltà di distinguere il soddisfacimento dall’impossibilità a concludere, facoltà che noi abbiamo definito come primo giudizio già formulato fin dall’infanzia. Questo atto di abbandono è sì movimento, ma passivo, patito: un altro reale (ecco lo «strapotere della realtà», di cui parla Freud) induce il soggetto a abbandonare la propria competenza soggettiva, a favore del mantenimento della relazione (ecco lo «strapotere dell’Es e della pulsione» di cui ancora parla Freud).[6]
Il primo tempo dell’ammalarsi, per colui che sarà nevrotico o psicotico (benché in questo tempo i tratti specifici della futura forma clinica possano essere ancora assolutamente indistinti), è dunque rappresentato dalla rinuncia passiva a quel pezzo di realtà psichica che chiamiamo competenza soggettiva allo scopo di non rinunciare alla relazione; è come se il soggetto nell’atto di lasciarsi ammalare dicesse al suo altro: «Mi fai male, ma non ti posso sostituire – che equivale a: non mi autorizzo a giudicarti – e perciò faccio conto che tu mi vada bene.»
LA MALATTIA E LE SUE COMPONENTI
Malattia è l’effetto dell’insulto sistematico, operato da un altro reale, patogeno nei confronti del soggetto, con destituzione del soggetto dalla facoltà normale di pensare la legge del proprio moto in relazione all’universo degli altri.
Le componenti, già cliniche, della malattia sono tre: inibizione, sintomo e angoscia.
Inibizione è il risultato dell’esautorazione della competenza individuale a con-porre la legge che regola il proprio movimento in relazione all’universo degli altri. È la componente fondamentale della malattia, da cui le altre componenti discendono come effetto o come tentativo di riparazione. L’inibizione è l’arrestarsi del moto soggettivo, a partire dal moto di pensiero e compreso il moto attivamente motorio (si pensi all’impedimento nevrotico ad assumere decisioni, a prendere iniziative o anche soltanto a uscire di casa) o passivamente motorio (si pensi ai disturbi sessuali di natura nevrotica, valga per tutti l’esempio della frigidità); arresto comportato dal regime di carenza di legge proprio della malattia, che non è ancora regime organizzato di vera contro-legalità, proprio della patologia clinica e soprattutto non-clinica.
Angoscia è allora il risultato conseguente alla mancanza di legge propria del regime di inibizione; questo affetto ha funzione di segnale e pertanto è affetto ancora normale. Per questo motivo l’angoscia è stata definita «simbolo affettivo della situazione di pericolo».[7]
Il sintomo è la formazione che assicura, in regime di inibizione, la presenza di una legge di rapporto con l’altro, secondo un compromesso. Stante la sua funzione vicaria della legge rimossa, il sintomo è, per così dire, un’approssimazione della legge: sostituendola non assicura piacere, ma un succedaneo denaturato (che un autore come J. Lacan ha chiamato godimento) il quale pertanto, al posto della conclusione soddisfacente del moto (nel piacere), incita il soggetto alla ripetizione infinita del sostituto fallimentare, il godimento appunto, che non sempre è piacevole. Anche in questo caso il concetto di sintomo è freudiano, in quanto Freud ne parla come di un «sostituto del soddisfacimento pulsionale mancato».[8]
La formula coazione a ripetere significa semplicemente che la condizione in cui siamo posti dal sintomo è analoga a quella in cui ci troveremmo allorquando, dovendo risolvere un problema matematico di cui avessimo impostato male il procedimento, non giungendo ovviamente al risultato corretto, ci accanissimo a ripetere e controllare la correttezza delle singole operazioni matematiche, senza tornare a riconsiderare il procedimento nel suo insieme.
Inibizione, sintomo e angoscia bastano per descrivere la malattia nel suo statuto di transitorietà, la qual cosa non vuole dire necessariamente che la malattia sia breve nell’estensione temporale: si può infatti rimanere ammalati a lungo, almeno fino a quando permane l’adesione incondizionata all’altro patogeno.
L’adesione, che caratterizza la malattia, non equivale alla fissazione, che inaugura la psicopatologia clinica. Essa è la condizione in cui il soggetto necessita di ancorare la propria attività di elaborazione del pensiero alla presenza dell’altro empiricamente inteso, non essendogli sufficiente il riferimento alla «posizione di altro» che la realtà empirica suppone. Adesione significa incapacità del soggetto di elaborare il proprio pensiero senza il sostegno del rapporto con l’altro sensibile. Ciò non comporta ancora fissazione, vale a dire: non prescrive l’essere passati a elaborare stabilmente una teoria autogiustificatoria del proprio stato e/o giustificatoria dell’altrui offerta patogena, le quali cose, dal punto di vista pratico ovvero morale, coincidono.
L’INGRESSO NELLA PSICOPATOLOGIA
Chiamiamo fissazione il lavoro di elaborazione di teorie (autogiustificatorie del proprio stato di malattia e/o giustificatorie dell’altrui offerta patogena) che segna il passaggio alla patologia.[9] «Passare alla patologia» pone il soggetto non più in posizione solo passiva nei confronti dell’offesa patogena, ma attivamente elaborante sul solo contenuto offensivo della relazione sperimentata, con esclusione di ogni altro contenuto (Tav. 7).


L’ingresso nella psicopatologia consiste nell’abbracciare una particolare versione della teoria del trauma della nascita.[10] La particolare versione di questa teoria che il malato abbraccia implicitamente quando fissa la propria malattia nella patologia, è la teoria secondo cui «la nascita è avvenuta quando è avvenuto il trauma» ed equivale al giudizio autobiografico in virtù del quale il soggetto potrebbe dire di sé: «Sono nato nel momento in cui sono stato offeso, tutto quanto è avvenuto prima non è mai avvenuto». L’ingresso nella psicopatologia comporta la cancellazione dell’esperienza e dell’elaborazione precedente, in particolare la cancellazione e la rinuncia al primo giudizio. Il soggetto entra e resta nella psicopatologia per tutto il tempo in cui il proprio pensiero elaborante si applica a elaborare solo in funzione dell’offesa patogena: ancora non è giunto alla rinuncia dell’altro, ma lo pensa esclusivamente in relazione all’offesa subita. La fissazione è fissazione all’altro motivata dal pensiero dell’offesa; per questo l’amore incomincia ad assumere il carattere della rivendicazione e della contesa.


Il solo vantaggio della patologia clinica, rispetto alla non-clinica, sta nell’obbligare il soggetto, quando parla dei propri sintomi, a parlare in quanto caso personale e particolare, in una parola: da soggetto, che cerca ri-soluzione al proprio problema particolare, soggettivo. I fallimenti e l’insoddisfazione di cui la patologia clinica è intessuta in maniera evidente, ne fanno una manifestazione così a corto di risorse da difettare della possibilità di dare copertura completa, senza scarti o residui, a teorie autogiustificatorie della propria condizione. In quanto malattia e fino a quando rimane malattia clinica, questa condizione risulta per definizione confinata nella sfera personale e accusa apertamente il colpo della propria inconclusività teorica. Il caso, ben noto del resto, della fuga nella guarigione non costituisce obbligatoriamente passaggio alla patologia non-clinica, salvo il caso della fuga intesa come abbandono della propria posizione di soggetto, che il soggetto realizza attraverso il ricorso a forme della cultura, per autoincludersi in una teoria di portata generale, come parte di una classe all’interno di un discorso. Il superamento della clinica e la fissazione del contenuto teorico della malattia nelle forme sublimate, e pertanto condivisibili socialmente, delle elaborazioni culturali costituisce la psicopatologia non-clinica. È quest’ultima a ispirare alla patologia clinica la forza paradossale e la stabilità nel tempo che le riconosciamo, in quanto, passando alla psicopatologia non-clinica – nella quale è tendenzialmente rinnegata la contingenza della soggettività ed è eliminato ogni residuo sintomatico -, il soggetto può aspirare a trasformare la propria malattia in teoria generale e «oggettiva», la quale, godendo del privilegio dell’omologazione culturale può offrire copertura agli insuccessi della malattia, propiziandone la durata nel tempo.


Il limite, dunque, tra malattia, psicopatologia clinica e psicopatologia non-clinica, sebbene netto, appare complesso, per il fatto che il passaggio dall’una all’altra posizione non è irrevocabile. Dopo il primo tempo dell’essere passivamente ammalato, esse si compenetrano in proporzioni differenti (Tav. 8 e 9): tanto malattia permane nelle forme cliniche della psicopatologia (al punto che ritroviamo malattia anche nelle forme non-cliniche), quanto certamente il non-clinico rappresenta la tentazione permanente di ogni forma di malattia e di psicopatologia clinica nonché la condizione stessa della loro permanenza nel tempo.
[1] Nel programma di insegnamento della SPPP il presente scritto inaugura la parte di Psicopatologia Speciale. Il testo costituisce un’introduzione di carattere generale ai criteri classificatori elaborati dalla Scuola e in particolare tratta la partizione, fondamentale, tra normalità – malattia – psicopatologia e, nella psicopatologia, tra psicopatologia clinica e psicopatologia non-clinica.
L’idea generale che si vuole illustrare è costituita dall’affermazione che il campo della psicopatologia non istituisce un universo autonomo che possa essere pensato e descritto senza un riferimento alla norma(lità). Le forme cliniche stesse prendono rilievo solo mantenendo ben saldo, nella descrizione e discussione di esse e aldilà della discriminazione differenziale tre le une e le altre, il concetto del comune discostarsi dalla norma. Ciascuna costruzione psicopatologica infatti contraddice o rinnega la norma di relazione che ciascun soggetto ha facoltà di porre fin dai tempi di vita più precoci.
[2] Pur non enfatizzando il beneficio che si può ricavare dalla trasformazione dei concetti, espressi con le parole, in concetti espressi mediante schemi grafici, assumo il rischio di tale tentativo, precisando che le Tavole così costruite rappresentano una sintesi per immagini, forzatamente semplificata e provvisoria, dei criteri fondamentali che assumiamo per pensare la psicopatologia e per collocare le differenziazioni nosografiche che ne conseguono. La loro funzione non è dunque per nulla quella di cristallizzare delle formule, quanto semplicemente di facilitare la comprensione dei concetti che il Corso ha introdotto.
[3] La partizione dell’area della psicopatologia nelle due aree del clinico e del non-clinico, in linea generale corrisponde inoltre alla distinzione – proposta da G.B. Contri nel Corso sul tema «Psicopatologia», svolto nell’a.a. 1991-1992 in seno all’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico – tra neuropsicosi da difesa e neuropsicosi da offesa. Essa riprende il concetto di neuropsicosi da difesa, introdotto da Freud già nel 1894 con l’articolo che porta questo titolo e il cui sottotitolo giustamente accomuna nevrosi e psicosi in relazione al concetto di difesa, che diviene elemento caratterizzante di tutto il gruppo. Il lavoro freudiano introdusse all’acquisizione del carattere compromissorio del sintomo e segnò il riconoscimento del valore difensivo delle formazioni sintomatiche proprie delle forme cliniche. Il concetto di neuropsicosi da offesa individua con precisione un criterio in base al quale separare, da quelle, l’«esercito» rappresentato da tutte le possibilità di elaborazione patologica che, abbandonando lo scopo difensivo, ottengono il «risultato» della liquidazione dell’«inefficienza prestazionale» rappresentata dal sintomo per raggiungere l’«efficienza comportamentale» della perversione; ne evidenzia inoltre il tratto generale costituito dal radicale odio per la relazione.
[4] Questa «premessa naturale e generica della malattia» è stata chiamata, da G.B. Contri, ingenuità. In essa è stato individuato il punto di appoggio dell’ammalabilità del soggetto in quanto rappresenta «l’impreparazione alla patogenesi consistente nella menzogna di un altro, a fronte della già acquisita facoltà di un primo giudizio da parte del soggetto», laddove la menzogna dell’altro è «esperienza patogena irresistibile perché il soggetto non dispone della facoltà di isolare, individuare e rispondere a una menzogna che gli venga da parte di quell’altro insieme al quale fino allora ha costruito il proprio principio di piacere» (le citazioni sono tratte dai resoconti, inediti, del Corso di cui alla nota precedente).
[5] Nota bene: il caso di omissione del proprio apporto in qualità di altro nei confronti del soggetto, cioè il caso del disimpegno dalla relazione da parte dell’altro, può essere anch’esso un caso di contraffazione perversa dell’insufficienza di legge.
[6] Si veda in particolare lo scritto del 1924 La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi, la cui traduzione italiana è contenuta in OSF, vol. X, pp. 35-43, Boringhieri, Torino 1978.
[7] Cfr.: S. Freud, 1925, Inibizione, sintomo, angoscia, traduzione italiana in OSF, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 243.
[8] Si vedano, per esempio: i Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), alle pp. 473 e sgg.; la Lezione XXIII dell’Introduzione alla psicoanalisi (1915-17); Inibizione, sintomo, angoscia, al cap. 2; rispettivamente nei volumi IV, VIII e X delle OSF già citate.
[9] Il riconoscimento delle teorie non-cliniche che sostengono anche ogni forma clinica della psicopatologia (nevrosi e psicosi) sono state oggetto dell’attività di studio dell’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico, che ha dedicato il proprio Seminario negli anni 1991-92 e 1992-93 al tema «Le teorie sul divano». Se il divano dello psicoanalista è il luogo in cui tali teorie prendono forma nelle parole dei pazienti e sono coglibili nella loro applicazione evidente alla psicopatologia clinica, il divano non è però il luogo esclusivo in cui le incontriamo. Le stesse teorie sono enunciate e «circolano» per la strada, al bar o acquistano rispettabilità nell’articolo di fondo che possiamo leggere nel quotidiano. Il fatto di poter raccogliere tali teorie dal divano ci autorizza a ritenere che il malato che le espone, pur rappresentandosi nel proprio enunciato come fautore della teoria patologica, per il solo fatto di avere scelto di sostenerla dal divano ovvero come malato confesso, esprime, pur attraverso la forma della negazione, di aver colto l’aporia della teoria in questione, il punto in cui il sintomo fa crisi – ovvero giudizio – dell’incompletezza della teoria. I primi risultati di questo lavoro sono in corso di pubblicazione nella collana de I Quaderni rossi, edita da Sic Edizioni eSipiel.
[10] Questa teoria, formulata da O. Rank nel suo libro del 1924 intitolato Das Trauma der Geburt, fu presa in considerazione e in seguito criticata da Freud. Similmente essa è stata ampiamente criticata da G.B. Contri nel Corso di L.P., di cui alla nota n. 3.