Pensare l’aldilà è facoltà del figlio

1. Corpo (primo aldilà), versus occultismo

Il tema «Aldilà» ci introduce nel cuore del clima culturale di questa fine di millennio. La nostra trattazione del tema, però, ci permette di assumere una posizione che va in senso contrario a quella più diffusa, i cui prodromi sono precisamente rintracciabili nella storia della psicologia di questo secolo. Un esempio: nella propria autobiografia, Jung racconta in termini sprezzanti un aneddoto che riguarda una discussione con Freud avvenuta nel 1910, poco prima della rottura: “Ho ancora vivo il ricordo di ciò che Freud mi disse: «Caro Jung, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità. Questa è la cosa più importante; dobbiamo farne un dogma, un incrollabile baluardo». Me lo disse con passione, con il tono di un padre che dica: «E promettimi solo questo, figlio mio: che andrai in chiesa tutte le domeniche». Con una certa sorpresa gli chiesi: «Un baluardo contro che cosa?». Al che replicò: «Contro la nera marea di fango – esitò un momento e poi aggiunse – dell’occultismo…».[1]

L’occultismo, che all’inizio del secolo era una pratica riservata per un verso a circoli esoterici e per l’altro ad ambienti scientisti e positivisti – che provavano interesse a misurarsi con fenomeni quali, tra altri, la telepatia – oggi è uscito allo scoperto, con vesti molto più secolarizzate e raffinate e coincide con quell’aldilàche non parte dall’avere come primo aldilà il corpo, bensì la sua cancellazione. L’occultismo, oggi, consiste nel tentativo di espungere il corpo per fare della questione della soddisfazione una pura utopia, il cui luogo mancante è il luogo del corpo in quanto pos della soddisfazione. L’utopia, posta dal pensiero politico dei secoli passati come una terra e un regno, ha ristretto i suoi confini e li ha tutti concentrati nel perimetro del corpo: è il corpo stesso a essere diventato utopia, così che anche la parola risulterebbe puro flatus vocis atopico privo di efficacia.

Di ciò si ha una ricaduta assolutamente spiritualistica anche sulla terapia, così come una recente occasione apparentemente insospettabile[2] ha documentato, riconfermandomi nell’idea che il tema «aldilà» sia oggi centrale proprio nel suo aggancio spiritualista. Ecco il fatto: una persona che si occupa di trattamenti di gruppo,[3] intervenendo a un congresso per parlare della conclusione della terapia e di ciò in cui la terapia conclude, teorizzava infatti che la conclusione non esiste. Concesso che se ne possa individuare una, essa, per il singolo, consisterebbe puramente nel collocarsi all’interno della storia del gruppo. Nulla è più spiritualista di questa conclusione, che nega programmaticamente la pertinenza del corpo alla questione della soddisfazione.

La stessa persona, raccontando poi la sua esperienza di supervisore di terapeuti che agiscono in condizioni molto più precarie (per esempio: con gruppi di pazienti ricoverati in istituzioni) di quelle che egli si può permettere, commiserava i propri allievi per il fatto che essi si trovano a operare con gruppi molto meno motivati, «in cui i pazienti vanno alla seduta come se andassero – il disprezzo è palese – a mensa o al cesso». Orrore del corpo, insomma. Intervenendo a mia volta nella discussione, feci notare che, a parte una personale preferenza per il ristorante, sia «mensa» sia «cesso» vogliono dire – come minimo – pulsione orale e pulsione anale: il riferimento a «mensa» e «cesso» comporta il riconoscimento della pertinenza del corpo nel momento che dovrebbe essere di terapia, ovvero di elaborazione dei motivi del proprio scacco in ordine alla soddisfazione. Il disprezzo dichiarato nei confronti di chi, permettendosi di mischiare sacro e profano, va alla seduta come andasse a mensa o al cesso, palesa il disprezzo del corpo, il cui apprezzamento, al contrario, è la fonte di un trattamento non perverso della domanda. Ciascun individuo è tanto più pervertibile quanto più viene attirato in un’idea alta e spirituale del trattamento, perché il trattamento che perverte la domanda è proprio quello che astrae la domanda dal suo ancoraggio al corpo, ancoraggio presente, in nuce, nella posizione dell’andare alla seduta come se si andasse a mensa.

Anche la modalità che caratterizza gran parte dei lavori che trattano la condizione psicologica dei soggetti malati di AIDS adombra l’interesse per l’aldilà e costituisce il grimaldello che consente all’ideologia perversa di far pubblicità al proprio discorso in cui, in termini secolarizzati, il malato è assimilato alla vittima: qualunque individuo, assurgendo allo statuto di vittima, sancisce la propria autogiustificazione e liquida il tema dell’imputabilità. Di fronte alla mistica della sofferenza e della morte, rinnovata in versione secolarizzata, il concetto stesso di «imputabilità del soggetto» diviene un tabù impronunziabile.

2. Guarigione (secondo aldilà): giudicare l’altro nella verità del suo essere figlio

Guarigione è formulare o rielaborare il pensiero del Padre in modo che la parola «padre» – da riferimento all’esperienza empirica del rapporto con un tale – passi a essere concetto.

Se oggi qualcuno facesse la riduzione cinematografica di una vicenda conosciuta da tutti, quella di una famiglia detta «Santa Famiglia», in cui c’è un padre che è padre in quanto putativo, certamente quel padre putativo diventerebbe un padre adottivo. L’evoluzione giuridica che, partendo dall’istituto dell’adozione del Diritto romano, ha portato all’istituto dell’adozione speciale dei nostri Codici, ha fatto dello statuto di figlio, e di figlio adottivo, qualcosa di infantile. Nel Diritto romano, invece, l’istituto giuridico dell’adozione, in quanto riguardante il rapporto tra due adulti, comportava una relazione reciproca fra adottante e adottato, era cioè uno statuto che faceva appello alla competenza di entrambi a stabilire rapporto. La sua mutazione nell’istituto dell’adozione speciale ha ridotto questa partnership a una dimensione infantile, ne ha fatto qualcosa di cui la legge si occupa solo per fornire delle sponde ai buoni sentimenti.

Quanto siamo venuti dicendo circa il concetto di Padre comporta un rovesciamento nel pensiero del rapporto padre-figlio: la paternità non sta nel trattare i figli adottivi come propri figli, ma al contrario nel trattare i propri figli come adottivi. In questo sarebbe interessante una rivisitazione della figura e della funzione di quel padre putativo che fu san Giuseppe e sarebbe interessante un riesame della letteratura teologica che si è occupata del significato e della funzione della paternità putativa. Non credo che neppure la teologia dotta si sia discostata dal tenore della predicazione comune, in cui è sempre stato possibile cogliere un accento di commiserazione compassionevole nei confronti di questo pater minor.

La crisi, che abbiamo detto essere inevitabile per ogni soggetto, è collegata allo scarto esistente tra padre empirico e concetto di Padre, in quanto è indubbio che il bambino è obbligato in qualche misura a confrontarsi con questo dato come con un problema. Questo confronto può essere una via di accesso alla crisi.

Inversamente, la risoluzione della crisi avviene quando finalmente il soggetto si rende conto che giudicare il proprio padre non vuol dire misurare lo scarto esistente tra individuo e concetto – ovvero misurare lo scarto tra ciò che quell’individuo è e fa e ciò che, un padre che fosse tale, dovrebbe essere e fare nella relazione -, ma saperlo giudicare nella verità del suo essere figlio.[4] L’accesso alla guarigione si rende possibile e si documenta nella capacità di giudicare il proprio padre nella posizione di figlio che anch’esso occupa.

In vista della guarigione, la condizione determinante non è rappresentata dall’avere avuto empiricamente un padre, quanto piuttosto l’essere acceduti al pensiero del figlio. Si presenta dunque il problema di comprendere quali siano le condizioni dell’accesso alla posizione di figlio.[5] L’accesso a tale posizione sarà facilitato nella misura in cui ci si proverà a ripensare la relazione con il proprio figlio svincolandola dall’ipoteca in cui è messa quando è pensata in funzione delle leggi della parentela.[6] Ugualmente, dato che anche il padre è un figlio, converrebbe togliere anche la relazione con il proprio padre dall’ipoteca che su di lei grava quando è inserita in un sistema di leggi di parentela. In entrambi i casi avremmo più facile accesso alla posizione di figlio.

«Toglierla dalle leggi della parentela» non significa assolutamente annullare la generazione. Quando una madre dice con stolida civetteria: «Per mia figlia io sono più amica che madre…», costei non solo opera una mistificazione confusiva, ma mostra di aver fatto figli che non è mai giunta a generare. Non si tratta di annullare la generazione, al contrario: si tratta di togliere il rapporto padre-figlio da una legge che ha un certo funzionamento (quello delle posizioni di parentela), per inserirlo in un’altra legge, quella di soggetto-altro, ovvero la legge del rapporto tra un soggetto e un altro soggetto.

3. La nostalgia utopica di Jung e il realismo di Freud

In una lettera del 1908, Jung comunica a Freud che il parto del primogenito si è svolto normalmente: “… Madre e figlio stanno bene. Peccato che non siamo più contadini, perché in tal caso potrei dire che ora posso andarmene tranquillo, visto che ora ho un figlio maschio. Ci sarebbe parecchio altro da dire su questo tema complesso.”[7]

Si può notare che in questa lettera Jung introduce il tema dell’erede e addirittura orecchia il Nunc dimittis.[8] Ma trovo che sia rilevante che il tutto sia preceduto da questo giudizio: “Peccato che non siamo più contadini…” Ovvero: «Peccato che non siamo più (o non siamo ancora) in quell’età dell’oro in cui ci muoveremmo come puri spiriti… Peccato che ci siano delle esigenze materiali…». Freud coglie precisamente il punto in cui Jung va a parare, e risponde: “Del resto, ho trovato molto prematuro il Suo dispiacere di non aver potuto recitare la parte del desiderato padre dell’eroe.[9] Per quanto tempo ancora il neonato La troverà indispensabile come padre con segno positivo e poi negativo!”[10]

Noi, oggi, diremmo qualcosa di più per specificare il senso di questo «positivo e negativo», e su come intenderlo. Freud, nel 1908, stava lavorando alla questione del padre e infatti era alle prese con quello che chiamava ancora «complesso paterno» e che sarebbe poi diventato «complesso di Edipo». Se è vero che si risolse ad abbandonare la formulazione primitiva e a licenziare alle stampe le sue conclusioni sull’argomento paterno ricapitolandole nella formula «complesso di Edipo», ciò accadde quando si accorse che, così come lo trovava nei soggetti che aveva in cura, il «complesso paterno» – proprio come per l’Edipo di Sofocle – era andato a finire male. Ma la questione, così come l’aveva individuata, aveva tutt’altra direzione. Per questo è corretto dire che il fulcro dell’indagine freudiana lavora attorno al complesso paterno.


[1] C.G. Jung, Memories, Dreams, Reflections, Randome House, New York 1961; citato da A. Vitale, Dalla psicologia alla psiche, in Itinerari nella follia. Percorsi, motivi, motivazioni nella fondazione della psichiatria contemporanea, a cura di P.R. Cavalleri, Liguori, Napoli 1993, p. 246.

[2] L’occasione mi è stata fornita dalla partecipazione al XXIX Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicoterapia Medica, svoltosi a Varese il 10 e 11 giugno 1995, sul tema La conclusione della psicoterapia.

[3] I gruppi di terapia di cui parla questo signore sono gruppi cosiddetti «aperti» o «semiaperti», avviati circa trent’anni or sono con un primo nucleo di pazienti che via via sono «usciti» dal gruppo e sono stati sostituiti da altri che vi sono «entrati», per poi a loro volta concludere il proprio «percorso» e uscirne, senza che nessuna di queste «entrate» e «uscite» significhi inizio e fine della vita del gruppo. Il gruppo, entità quasi immortale, ha accolto maree di pazienti che entravano e uscivano, rimanendo immutato e immutabile. Mi ricorda quelle colture tissutali di laboratorio, come il famoso tumore Galliera, che, da lustri, sopravvive in coltura, isolato dall’organismo da cui prese origine.

[4] La frase della madre che dice al proprio figlio:«Tu mi fai morire di crepacuore…» è un inganno, perché l’impresa più gravosa, per ogni uomo, non è quella di sopportare le delusioni a cui si è sottoposti dai propri figli, ma quella di giudicare i propri genitori. Il mito secondo cui i genitori sono tali ab origine sottrae papà e mamma dalla classe cui appartengono tutti gli individui e rende pertanto gravoso il compito del giudizio: si tratta dell’idea «lapalissiana» che, trascurando il fatto che i genitori non si conoscevano prima di essersi incontrati, li colloca in un ruolo genitoriale tanto indiscutibile quanto ipostatizzato come tale fin dall’origine [si veda Giacomo B. Contri, Il pensiero di natura, Sic Edizioni, Milano 19982, pp. 131]. Da questo mito trae origine la barzelletta in cui un bambino – già un po’ malato – dice al suo amico: «La tua famiglia è proprio strana… Nella mia, invece, da sempre si sono sposati tra parenti: mio padre si è sposato con mia madre…, il nonno con la nonna…». Giacomo B. Contri, intervenendo, precisa: «Il mito è duplice: oltre che del genitore ab origine, il mito parla del coniuge ab origine. La psicoterapia della famiglia si fonda su questo: «Se mi curo, mi curo con lui o con lei». Nella stessa confessione cattolica, non vi sono un marito e una moglie: in quel momento c’è un singolo individuo che, nel suo essere individuale, si confessa. La non esistenza dell’essenza «genitore» o «marito-moglie» ab origine comporta già la condizione di aldilà, ovvero comporta una realtà che precede tanto il matrimonio quanto l’essere nati da quel padre e da quella madre».

[5] Nella costruzione di una teoria della guarigione – successivamente all’introduzione dei pensieri riguardanti l’eredità, il beneficio, il superamento dell’ostacolo che impedisce di agire in modo che il bene sia ricevuto – questa affermazione delinea un punto di fuga ulteriore.

[6] Si veda l’intervento di Giacomo B. Contri alla seduta del 17 febbraio 1995 del Seminario della SPP 1994-95, Vita psichica come vita giuridica, 1. Vi è un accenno al fatto che, nella formula della clessidra, «non si tratta di padre, di madre e di figli nel senso familiare o di qualsiasi più complessa e antica, ancestrale, struttura familiare della parentela».

[7] S. Freud, Epistolari. Lettere tra Freud e Jung 1906-1913, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 198. Lettera n. 117J del 3 dicembre 1908.

[8] [Si veda la seduta del 3 febbraio 1995 del Seminario della SPP, Vita psichica come vita giuridica, 1].

[9] Cita in questo passo, inoltre, il Sigfrido di Wagner: «Mio padre mi generò e morì».

[10] S. Freud, Epistolari. Lettere tra Freud e Jung 1906-1913, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 200. Lettera n. 118F dell’11 dicembre 1908.

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Contesto

Lezione svolta al Seminario di Studium Cartello 1994-95 "Aldilà, 1", seduta quarta, Milano, 16 giugno 1995. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, L'aldilà. Il corpo, Sic Edizioni, Milano, 2000, pp. 39-45.

Co-autori

Data

Giu 1995

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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