Psicopatologia – Psicologia

1. Lo status quaestionis

La psicopatologia come base del sapere psicologico

Il lemma «psicologia» si presenta nella nostra enciclopedia in coppia con «psicopatologia», stante che il lemma – unico – risulta per noi significativo soltanto nella forma composta in cui sono presenti entrambi i termini della coppia. In essa, inoltre, la precedenza di «psicopatologia» su «psicologia» indica che è la prima a illuminare la seconda, e non l’inverso. Il motivo di questo ordine di precedenza non è semplicisticamente dettato da considerazioni pratico-professionistiche che ci porterebbero a individuare i nostri topoi a partire dalla psicopatologia perché, alla fin fine – svolgendosi, il nostro lavoro, «sul campo» della cura –, questa è la condizione che ci si presenta nei nostri pazienti. Neppure si tratta di un motivo gerarchico, in base al quale la psicopatologia verrebbe messa su di un gradino più elevato, in quanto la deviazione dalla norma manifesterebbe il raggiungimento, da parte del soggetto, di un livello di libertà superiore a quello raggiunto dalla media degli altri soggetti, per l’appunto «normali» (nell’accezione-riduzione statistica del concetto di «norma»).[1]

Nella precedenza di «psicopatologia» rispetto a «psicologia» si tratta piuttostodell’inversione del senso di marcia della nostra comprensione: solo procedendo dall’una all’altra diviene possibile ricostruire le condizioni di una psicologia normale che non sia ridotta a un’astrazione spiritualistica, cioè (ancora una volta) alla perversione.

Nella nostra Scuola, possiamo datare al 1991 gli antefatti dell’individuazione di questo senso di marcia.[2] Il punto di partenza fu costituito da una critica che Giacomo Contri avanzò nei confronti della pretesa della psicologia scientifica di essere – essa sola – considerata «la» psicologia. Poiché la psicologia, al contrario, non può rappresentare nient’altro che la scienza di tutte le leggi del moto individuale che i singoli soggetti sono in grado di elaborare personalmente, tale pretesa fu da Contri paragonata a un «sopruso politico». Il riconoscimento della pluralità di psicologie, che vanno per strade diverse, portò all’affermazione che non esiste «la» psicologia ma «le» psicologie, e alla considerazione della psicologia in quanto «scienza delle psicologie»: “La psicologia è ed è sempre un atto. […] Se c’è una scienza psicologica, essa è la scienza dei nostri atti. […] Questi atti sono sempre atti legali. […] L’atto psicologico è una componente ordinaria nella vita quotidiana di ciascuno, […] e non tutti gli atti psicologici sono di buona qualità.”[3]

In seguito, la distinzione – in seno alla psicopatologia – di una modalità di essa con caratteri «non-clinici» (e pertanto configuranti moti soggettivi apparentemente normali in quanto asintomatici),[4] congiuntamente alla ricostruzione della «legge di natura» fondante il movimento del soggetto normale (e dunque la sua psicologia), costituirono i due fattori che permisero l’ingente risultato di rendere possibile la classificazione di ciascuna delle molteplici psicologie a partire dal requisito di normalità o dagli specifici caratteri di patologia propri di ciascuna di esse. Il criterio per orientarsi nella molteplicità delle offerte legali rappresentate dalle varie psicologie (ciò che è stato indicato con la formula «le psicologie») venne dunque introdotto con la distinzione tra legge di natura e psicopatologia non-clinica. Se dunque il riconoscimento della pluralità di psicologie –­­ che vanno per strade diverse – è ciò che ha portato alla prima affermazione, la scoperta della psicopatologia non-clinica ha permesso di dare nome e cognome a queste «le» psicologie: la distinzione tra legge di natura (psicologia normale) e psicopatologia precisa la distinzione esistente tra le psicologie, nel senso che individua ogni psicologia che non sia obbediente alla legge di natura (legge del padre) come psicologia psicopatologica.

Il risultato di una visione come questa consiste nel riconoscimento dello statuto di psicologia anche per quelle leggi di moto che, pur essendo patologiche, non sono meno efficaci nel determinare il moto soggettivo, senza per questo attribuire loro una «patente» di normalità, di cui beneficerebbero grazie alla veste asintomatica.

Criteri di inclusione del lemma «psicopatologia» tra i lemmi enciclopedici

Il convincimento dell’opportunità di riconoscere uno statuto enciclopedico al lemma «psicopatologia» fu raggiunto, nella nostra Scuola, attraverso due passaggi avvenuti nei medesimi anni. Il primo passo fu compiuto nel 1991-92, quando lo Studium Il Lavoro Psicoanalitico dedicò il proprio Seminario annuale al tema Le teorie sul divano. L’assunto di partenza del Seminario era costituito dall’osservazione che ciascun soggetto, e in particolare il soggetto di cui si parlava in quel contesto (ovvero quello che intraprende una cura), ci mostra che, quando parla, «parla enciclopedia», come si direbbe che «parla in prosa». Ciò significa che qualunque parola, nell’atto stesso in cui prende forma negli organi fonatori e viene pronunciata all’orecchio di un altro, istituisce la relazione del soggetto con i propri altri secondo forme legali bene individuabili ed eventualmente alternative. La parola, infatti, (ma ogni parola è già una frase completa nel suo senso) esprime un lavoro del soggetto, un vero e proprio trattamento del reale, mediante il quale esso prende le strade alternative che lo introducono nei due distinti ambiti legali dell’universo – umano – o dell’ambiente. Il primo (l’universo) è popolato di relazioni con altri soggetti, nel secondo (l’ambiente) l’altro è fatto decadere a oggetto.

In secondo luogo, il lemma «psicopatologia» è tratto dalla privatezza e diviene inconfutabilmente lemma enciclopedico per la scoperta – cui già, più sopra, ho accennato – della forma di psicopatologia definita «non-clinica».[5] Questa formula dà ragione del fatto che, nel moto umano, non tutto ciò che è inconclusivo e insoddisfacente accusa apertamente il colpo della propria inconclusività e del proprio termine insoddisfacente, al contrario può addirittura aspirare a proporsi come nuova norma e nuovo stato risolutivo.[6] Da ciò risulta evidente che le due posizioni profondamente confliggenti sono rappresentate, da un lato, da normalità & malattia – le quali, benché non confondibili, risultano strettamente associate su di un versante del crinale –, mentre dall’altro lato fa loro da contrappeso la realtà, che in questo momento consideriamo ancora indistinta, della psicopatologia non-clinica: l’opposizione radicale alla norma non si realizza tanto nella malattia clinica, quanto nella psicopatologia non-clinica; è da questa che la malattia trae la propria forza paradossale – perché in realtà si tratta di debilità – ed è da questa che la malattia trae la propria stabilità nel tempo.

Il nucleo non-clinico della psicopatologia

Abbiamo più volte affermato che la malattia sarebbe facilmente guaribile se non traesse forza e stabilità dalla psicopatologia non-clinica, perché il passaggio a questa condizione – nella quale la tendenziale liquidazione di ogni residuo sintomatico (questo ne è per lo meno l’orientamento, benché mai completamente realizzato) produce almeno l’illusione di rinnegare, insieme al sintomo, la contingenza della propria soggettività – permette al soggetto di aspirare a trasformare la propria malattia in teoria generale. Una teoria di portata generale gode più facilmente del privilegio dell’omologazione culturale, cosicché, dall’alto di questa supposta rispettabilità, può offrire copertura agli insuccessi della malattia, propiziandone la durata nel tempo. È la psicopatologia non-clinica, dunque, a costituire il nucleo e il motore segreto da cui la malattia è sedotta e da cui mutua la forza di opposizione alla normalità, così come accadrebbe a un corpo celeste che, privo di luce propria, illumina di luce riflessa.

Per quanto riguarda la distinzione esistente nel primo versante del crinale indicato, ovvero tra normalità e malattia, aggiungo solo una parola per non perdere di vista due concetti fondamentali che in parte ho già delineato. Il primo: la malattia è ostacolo all’esperienza di normalità. Il secondo: la malattia, in sé stessa, non è opposizione alla normalità. Il suo essere ostacolo, che non fa opposizione, risulta evidente qualora si ponga mente al fatto di comune osservazione che la malattia psichica – nei suoi elementi costitutivi che ritroviamo nella triade di inibizione-sintomo-angoscia – è denuncia dello stato insoddisfacente in cui un soggetto si trova, in quanto costituisce la condizione mediante la quale l’esigenza della soddisfazione, presente nel sintomo come soddisfazione mancata (o raggiunta solo compromissoriamente, vale a dire senza correzione dell’errore), insiste, nel medesimo tempo, nella ricerca di una meta più soddisfacente al proprio moto.

Con questo, però, normalità e malattia, pur essendo collocabili sul versante opposto a quello della psicopatologia non-clinica, non sono coincidenti all’origine.[7] Le teorie che lo affermano, pongono un’irrimediabile ipoteca sulla capacità morale dell’essere umano: il soggetto umano per quanti sforzi faccia, resta così inestricabilmente impigliato per un verso nella propria esigenza morale ineliminabile (si veda, per esempio, la nevrosi ossessiva) e contemporaneamente, nel verso opposto, nel difetto di capacità morale propria della specie cui appartiene, con il risultato di ritenersi non imputabile rispetto alla propria e di tutti (in)capacità morale.

L’opposizione frontale alla norma avviene allorché la deficienza morale che già è nella malattia clinica, si arma, spogliandosi dei sintomi, e passa ad atteggiamento culturale, ricercando contemporaneamente una omologazione legale.

Posto in questi termini, si potrebbe dire che il rapporto tra malattia clinica e psicopatologia non-clinica (ovvero tra patologia con sintomi e patologia senza sintomi) risulta paradossale, in quanto, concernendo il soggetto in quanto tale, concerne in ugual modo pazienti e curanti, con la conseguenza che il vantaggio etico, per così dire, starebbe addirittura dalla parte del malato, in quanto più evidentemente la malattia si manifesta così a corto di risorse da difettare della possibilità di dare copertura completa, senza scarti o residui, a teorie autogiustificatorie della propria condizione, la quale, per definizione (in quanto malattia e fino a quando rimane malattia clinica), risulta confinata nella sfera personale e accusa apertamente il colpo della propria inconclusività teorica. L’occasione che la patologia clinica fornisce, in forza della quale possiamo affermare di considerare a buon diritto la malattia, pur distinta, dallo stesso lato della normalità, è vantaggiosa nel solo fatto che obbliga il soggetto, quando parla dei propri sintomi, a parlare in quanto caso personale, particolare, in una parola: da soggetto che cerca ri-soluzione al proprio problema particolare, soggettivo.

Dal punto di vista etico, la posizione del curante è, paradossalmente, più fragile e delicata, anche per gli effetti sociali comportati dall’esercitare la professione. Questi può superare la malattia fissandone il contenuto teorico nelle forme sublimate, e pertanto condivisibili socialmente, proprie delle elaborazioni culturali. Questo è il cammino della perversione, in particolare, e di altre forme, come per esempio della querulomania o della melanconia: forme che sempre meno si presentano come malattie e sempre più vengono considerate «modi dell’esistenza», fino al punto di scomparire dalle classificazioni nosografiche attuali. La cultura personale e politica dei nostri tempi, ma anche quella scientifica che può infettare il terapeuta, offre molti esempi di narcotizzazione del giudizio distintivo tra ciò che va bene e ciò che non va bene e di trasformazione, sul nascere, della malattia clinica in patologia non-clinica, più subdola proprio perché diviene offerta patogena su scala sociale.[8]

La psicopatologia non-clinica: forma generale della perversione

La prevalenza della perversione è il prodotto di quella che forse è stata una vera e propria «rivoluzione industriale» nel campo della cultura ed in particolar modo nel campo delle teorie psicologiche.[9] Il perverso dei nostri tempi non è più colui che detiene un «rapporto perverso» con l’altro (pensiamo per esempio allo schiavista che si serviva, secondo le regole dello schiavismo, del lavoro del soggetto reso in schiavitù, ma che non poteva sottrarsi ad alcuni obblighi derivanti da questo rapporto, che era pur sempre di natura legale, come l’obbligo «contrattuale» di nutrirlo e alloggiarlo). Il perverso dei nostri tempi è colui che, grazie a questa particolare versione e applicazione della rivoluzione industriale alla dimensione della cultura, è passato a detenere il possesso dei «mezzi di produzione» (della psiche) ovvero il possesso di teorie costruite in modo tale da imporsi attraverso il loro programmatico sottrarsi a ogni giudizio che riconosca la propria fonte in una qualsivoglia competenza soggettiva a formularne uno. Grazie alla sostituzione operata, il capitalista-perverso può evitare di assumere qualunque obbligo, che deriverebbe dallo stabilirsi di una relazione da soggetto a soggetto; può evitare persino di porsi il problema di come controllare il soggetto non più formalmente schiavo, essendogli sufficiente mantenere il controllo delle macchine e dei mezzi con cui lo ha sostituito ovvero il controllo del discorso, in tutte le forme in cui esso ha veste di ufficialità, e pertanto: discorso scientifico, discorso dominante, discorso dei mass media.

Nel caso rappresentato dall’altro perverso, la menzogna dolosa, affermata da questi, sulla veridicità del proprio principio di piacere, va intesa nella sua potenza corruttrice, perché non è una menzogna inane (come più frequentemente nel caso del nevrotico o dello psicotico), ma è una menzogna «armata», frutto di una scelta non sempre solo implicita, spesso intellettualmente formalizzata in modo adeguato e seducente nella sua freddezza. In forza di essa, essendo sostituito l’oggetto al soggetto, si corrompe alla radice il significato stesso del concetto di relazione.

Anche l’elaborazione freudiana[10] esclude che la patologia non-clinica sia producibile attraverso i soli due tempi necessari allo stabilirsi della patologia clinica. Il passaggio alla perversione necessita di un terzo tempo che in alcun modo può essere considerato un passaggio necessario. Si tratta del terzo tempo costituito dalla costruzione di una teoria che permette, illusoriamente, al soggetto di «fare a meno della relazione»; teoria in opposizione frontale non a «quella» relazione particolare con «quel» partner patogeno (questo è il giudizio), ma in opposizione a ogni partner in quanto non riconosce lo statuto di partner consistente nella facoltà di giudicare l’offerta ricevuta. Quando il rigetto della relazione viene raggiunto quasi senza parere, attraverso il declassamento di ogni altro a oggetto, quando viene raggiunto nei modi sottili e formalmente eleganti della civiltà (oggi, più che in altri tempi, abbiamo frequenti occasioni di osservarlo), allora abbiamo la forma più compiuta di ciò che intendiamo per «psicopatologia non-clinica».[11]

Se la formazione sintomatica, che caratterizza la psicopatologia clinica, ancora obbedisce a un intento del soggetto prevalentemente difensivo nei confronti dell’altro con cui è in relazione insoddisfacente, l’intento della patologia non-clinica, in cui l’apparenza del sintomo è soffocata mediante la legittimazione culturale della propria teoria patologica, è prevalentemente interpretabile come uno spostamento compiuto a propria volta, dal soggetto, verso un pensare e un agire tanto offensivo nei riguardi dell’altro da rinnegarne la soggettività. A questo proposito si è infatti parlato di «neuropsicosi da offesa».

L’individuazione della categoria «psicopatologia non-clinica» colloca dunque il lemma «psicopatologia» al di fuori degli orrori privati e ne fa immediatamente un lemma enciclopedico.

L’esame della psicopatologia clinica come via d’accesso alla psicologia normale

L’esame della psicopatologia è la nostra via di accesso alla psicologia per il fatto che noi non incontriamo un astratto soggetto della psicologia normale, ma solo soggetti reali, che vivranno di psicologia normale limitatamente alle due condizioni rappresentate dal bambino sufficientemente piccolo per non essere ancora stato ammalato e dall’adulto guarito, salvo ri-ammalabilità.[12] Queste sono le due uniche possibilità di delineare osservativamente (e non per deduzione astratta da qualche principio) i tratti di una psicologia normale.

Nel bambino, più facilmente che nell’adulto, ciò può essere colto in maniera limpidamente esemplificativa, come nel caso del bimbetto che, rivolgendosi al padre, lo interpella chiamandolo: «Mam-papà». Sbaglieremmo se considerassimo psicopatologia quotidiana questo modo di rivolgersi all’altro. Infatti, se l’adulto di turno è sufficientemente normale per non sentirsi offeso, l’apparente confusione del bambino potrà essere riconosciuta nel suo valore di atto psicologico normale: intendendo rivolgersi al proprio padre, il bambino ha ben chiaro che questi è l’altro di una relazione, tale che egli, soggetto interpellante, potrà raggiungerlo anche «facendo il giro» per la relazione (papà-mamma ovvero Uomo-Donna) costitutiva dell’altro cui intende rivolgersi.

Per quanto concerne invece il soggetto adulto, nell’individuazione della psicologia normale non possiamo prescindere dalla crisi e dalla guarigione. Qualunque atto psicologico che abbia la presunzione di proporsi come normale, ma che non consegua alla correzione di un errore di pensiero, risulta una costruzione astratta e non credibile. Non potremmo farcene nulla di una teoria psicologica che fondasse il suo sapere sull’ignoranza della crisi, vale a dire che non prendesse in considerazione il fatto che l’esperienza normativa della psiche (consistente nell’istituzione del pensiero soggettivo) va incontro a una vicissitudine da cui nessun soggetto è esentato. Ciò equivale a dire che, nella costruzione della normalità, il punto di partenza è la domanda ovvero l’attività di elaborazione del soggetto che si innesta sull’offerta dell’altro e che, così facendo, mette alla prova la forma legale della relazione ed esercita il giudizio.

2. Alcune distinzioni tra Psicopatologia e Psicologia

Fig. 1

Dalla indistinzione, alla distinzione dei posti S e A

Si ha psicopatologia quando la differenza dei sessi non introduce alla differenza dei posti della relazione. Infatti, quando Freud afferma che la pulsione in un primo tempo è probabilmente indipendente dal suo oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo, riconosce che il movimento della pulsione è regolato dalla meta soddisfacente e non dall’oggetto.[13] Freud non teme di affermare che – in origine – l’interesse del bambino si rivolge all’altro da cui gli verrà l’apporto soddisfacente e che il suo concetto di «bisessualità» indica precisamente l’insufficienza della sola predeterminazione biologica in ordine alle caratteristiche che renderanno soddisfacente il partner: il requisito per la soddisfazione del soggetto risiede, a un livello che potremmo definire gerarchicamente superiore, nell’istituzione della distinzione dei posti, a prescindere dalla distinzione di sesso. Il bambino non si misura con l’altro preso – in prima battuta – per la sua differenza di sesso, ma con l’altro preso nella sua differenza di posto, introduttiva al beneficio della differenza di sesso.

Ai fini della relazione, l’importanza della differenza di sesso (il suo carattere normale) sta tutto e solo nell’essere un supplemento, una facilitazione a godere del beneficio della differenza di posto, di cui la relazione vive.

Dalla sostituzione di sesso con sessualità, alla distinzione dei due sessi

È dunque corretto individuare l’errore ne «la sessualità»,[14] perché essa è la teoria che sovrappone alla differenza di posto la differenza di sesso: tale errore fissa e riduce a un unico concetto differenza di posto e differenza di sesso. La teoria patologica afferma che la differenza di sesso garantisce della differenza di posto.[15] Di questa teoria sono facilmente riconoscibili almeno le due versioni militate da nevrosi e perversione. La teoria nevrotica idealizza la differenza di sesso, fino al punto in cui ostacola, rende inaccessibile e impraticabile (inibizione) la relazione con l’altro dell’altro sesso idealizzato o invidiato, ma non rinunciato. La perversione annulla invece la differenza di sesso, perde l’accesso a godere della differenza dell’altro sesso, non perché non sopporta l’altro dell’altro sesso, ma perché si oppone frontalmente all’altro in quanto occupante un altro posto. L’ostilità radicale della perversione colpisce il sesso in quanto si indirizza al posto dell’Altro.

Il contenuto dell’errore psicopatologico consiste nella non elaborazione della distinzione dei posti della relazione, presupposto da cui consegue il poter beneficiare della differenza di sesso. L’inganno, al contrario, vincola illusoriamente il soggetto a ritenere che la differenza di posto sarà di per sé deducibile dalla differenza di sesso.

Dalla presunzione dell’inintenzionalità dell’atto, al riconoscimento dell’imputabilità

È proprio della psicopatologia il presentarsi e pretendersi come insensata, inintenzionale, non imputabile. La psicopatologia classica (prefreudiana) ha sostenuto questa tesi di de-imputazione del soggetto accettando che l’onere della prova della presenza di un senso nelle formazioni psicopatologiche fosse tutto a carico della scienza: era lo studioso, l’osservatore (meglio se «dotato di empatia»!) che avrebbe potuto riconoscere o donare un senso a quanto di insensato era presente nel paziente e presentato dal paziente.

I due atti del riconoscere il senso (nascosto) o del donare un senso originariamente assente costituiscono il prodotto finale della distinzione jaspersiana tra comprendere (Verstehen) e spiegare (Erklären). Egli infatti afferma: “Quando consideriamo la vita psichica, ci troviamo di fronte due vie: ci immergiamo nell’altro, immedesimiamo (Einfühlung), «comprendiamo» oppure consideriamo singoli elementi dei fenomeni […] come dati nella loro connessione e successione senza «comprendere» dall’interno questa connessione tramite l’immersione e l’immedesimazione.”[16] E inoltre: “Se osserviamo gli elementi fenomenologici, nella vita psichica dei malati ne troviamo alcuni che sono difficilmente perspicui, ma che alla fine, in condizioni favorevoli, lo diventano; e altri che in linea di principio non lo sono mai, che possiamo definire solo negativamente, tramite ciò che essi non sono. Questi elementi in linea di principio inaccessibili alla nostra intuizione psicologica li chiamiamo incomprensibili […] o anche impenetrabili tramite Einfühlung.”[17]

La scoperta dell’imputabilità del soggetto rappresenta il nostro debito maggiore a Freud, il quale per primo, nella trattazione dei suoi casi clinici, ha documentato in maniera convincente l’affermazione di Kelsen secondo cui l’uomo non è imputabile perché è libero, ma è libero perché è imputabile. Freud infatti, a partire dal rilievo che esiste spesso un notevole divario tra il contenuto dissoluto di molti sogni e il senso morale della persona che sogna, accetta di confrontarsi con la domanda se ci si debba assumere la responsabilità morale per il contenuto dei propri sogni. E risponde: “È ovvio che certamente bisogna considerarsi responsabili per i cattivi impulsi che si manifestano nei nostri sogni: che altro atteggiamento dovremmo mai assumere di fronte ad essi? Se il contenuto del sogno, rettamente inteso, non è un’ispirazione di menti estranee, il sogno è senz’altro una parte del mio essere. Se voglio classificare in buoni o cattivi, secondo un criterio di valutazione sociale, gli impulsi presenti in me, allora dovrò assumermi la responsabilità degli uni e degli altri; e se, per difendermi, dico che quanto c’è in me di ignoto, di inconscio e di rimosso, non appartiene al mio «Io», allora non mi trovo più sul terreno della psicoanalisi, evidentemente non ne ho accettato le conseguenze, e forse mi potranno insegnare qualcosa di meglio le critiche del mio prossimo, i miei disturbi nell’azione o la confusione dei miei sentimenti; forse potrò imparare che questi elementi che io rinnego non solo «sono» in me, ma a volte «agiscono» anche fuori di me… Inoltre, se anche volessi cedere alla mia presunzione etica e decretassi che dal punto di vista morale posso benissimo trascurare gli elementi di malvagità presenti nell’Es, che non occorre che il mio Io se ne assuma la responsabilità, tutto ciò a che cosa mi servirebbe? L’esperienza mostra che io mi assumo questa responsabilità comunque, che in un modo o nell’altro vi sono costretto. […] Chi, non contento di tutto ciò, non rinuncia all’idea di essere una creatura «migliore» di quella che è, provi pure a vedere se nella vita riuscirà a ottenere qualcosa che va al di là dell’ipocrisia o dell’inibizione.”[18]

Nel 1930 Freud intervenne sul caso di un giovane parricida di nome Halsmann. Questi era stato condannato in primo grado dalla Corte di Innsbruck e tale giudizio era stato successivamente confermato dalla corte di Appello di Vienna, che pure aveva ammesso l’imputato al perdono giudiziale. La conferma della colpevolezza era avvenuta nonostante le risultanze di una perizia della difesa che si era pronunciata favorevolmente nei riguardi dell’imputato, in base a considerazioni di tipo psicoanalitico vertenti sul complesso edipico. Freud, sollecitato dall’avvocato difensore dell’imputato perché convalidasse con la sua autorità le tesi della perizia, affermò che “di lì [vale a dire: dall’esistenza di un conflitto nella relazione, a cui egli stesso aveva dato il nome di «complesso edipico», nota mia] a causare un’azione di quel genere di strada ne corre davvero molta”[19] e che, proprio in ragione dell’onnipresenza del tema edipico, non può essere ascritta a esso la responsabilità di, pur sempre, uno dei possibili svolgimenti di questo tema. Altrimenti – e qui Freud cita un noto Witz – avverrebbe come in quel caso in cui, “dopo una rapina, viene condannato un uomo in possesso di un grimaldello. Dopo il verdetto, alla domanda se ha qualcosa da dichiarare, egli risponde di voler essere punito anche per adulterio, perché porta con sé l’arnese relativo.”[20]

Questa battuta umoristica fornisce la migliore illustrazione della nostra asserzione che la vita psichica è vita giuridica ovvero parte dall’imputabilità, perché mostra che è l’imputabilità a far «partire» il pensiero. Infatti cogliamo il pensiero stesso, l’atto di pensiero, solo in quanto già elaborato dal soggetto; non lo cogliamo come materia grezza, archetipo presente nella mente senza che sia stato prodotto dal lavoro del soggetto – il termine freudiano è «elaborazione» –, ma non solo perché in questo stato grezzo non sarebbe coglibile e dicibile (ineffabile), bensì proprio perché esso non si dà. Non esiste il pensiero edipico (a prescindere dal fatto che noi ora si consideri questo pensiero un buon pensiero o un cattivo pensiero) al di fuori del soggetto che lo pensa: esso prende forma nell’atto stesso in cui il soggetto si fa imputabile nei confronti dell’altro assunto come meta di questo pensiero, ovvero stabilisce nel proprio foro interno il fondamento, la direzione, la meta che, per quanto sta a lui, desidera raggiungere con o contro l’altro.

Il pensiero non è coglibile prima o a prescindere dall’atto di elaborazione compiuto dal soggetto, in forza del quale esso si dà, essendo tutt’uno con una forma che indica il senso del moto (della relazione) che il soggetto ha intrapreso.

Dal dubbio al giudizio

Chiunque abbia esperienza di nevrosi ossessiva ha certamente ben presente quella caratteristica indecisione nel procedere del pensiero, tale per cui il malato è patologicamente votato alla perenne irresoluzione. Nei casi più gravi al soggetto può risultare impossibile prendere una posizione che non sia quella di oscillare indefinitamente nella morsa di scrupoli che lo paralizzano. Vista più da vicino, l’oscillazione del dubbio consiste nel rinnegamento, compiuto successivamente, di una conclusione formulata in un tempo immediatamente precedente, che porta a invalidare un atto precedentemente compiuto e valido.

In questo movimento – in cui Freud ha mostrato l’esprimersi della tardiva intenzione del soggetto di annullare quanto già compiuto nel pensiero (una sorta di «far che non sia fatto ciò che è stato fatto») – possiamo notare che il concetto di annullamento non è fisico-materiale, ma giuridico, in quanto si tratta di togliere validità (vale a dire effetti legali di rapporto) a un costrutto che ne era dotato.

Il dubbio, pertanto, non costituisce il momento della verifica del giudizio, ma è una procedura attraverso cui il giudizio viene metodicamente sabotato, affinché non sia possibile giungere ad alcuna formulazione giudicante (sanzionatoria). Con formula sintetica potremmo sostenere che il dubbio sta alla psicopatologia quanto l’atto del giudizio sta alla psicologia.

Dalla distinzione tra corpo e pensiero alla loro connessione

La distinzione tra corpo e pensiero rende impossibile la soddisfazione. L’uso di questa formulazione fa comprendere meglio che il pensiero non è mai sconnesso dal corpo, non è una formazione «spirituale», ma sempre pensiero del corpo e del corpo nei suoi moti, nelle sue relazioni. Nell’esperienza della soddisfazione vi è questa evidente indistinguibilità tra io-pensiero e io-corpo. La soddisfazione è «pensiero corporale», modo per dire che il pensiero si costituisce attraverso il corpo.

Inversamente, possiamo definire l’angoscia come il reciproco dell’esperienza della soddisfazione, perché – nella malattia – l’angoscia segnala che tale distinzione (o scissione) tra corpo e pensiero è stata introdotta indebitamente dalla psicopatologia. Se l’io è la sede dell’angoscia, questo vuole dire che l’io-pensiero produce l’angoscia, ma è l’io-corpo che la sperimenta. L’angoscia è una esperienza per così dire in presa diretta sul corpo, è un termine medio tra corpo e pensiero: è possibile perché è elaborata dal pensiero, ma non sarebbe avvertibile se non vi fosse il corpo.

La riflessione su angoscia e soddisfazione ci permette di criticare la supposta distinguibilità tra pensiero e corpo, proprio perché angoscia e soddisfazione sono con ogni evidenza due costrutti elaborati dal pensiero, ma impossibili finanche a essere costruiti logicamente in assenza di corpo.

Dagli stadi di sviluppo, ai tempi della costituzione della legge. Dalla legge alla norma

Il ricorso di Freud al concetto di «stadi di sviluppo» è stato ben presto colonizzato dall’ideologia che ha contaminato il lessico di tanti psicoanalisti e la stessa psicoanalisi da essi divulgata – ma con essa tutta la psicologia – sul modello di una protoscienza etologica. Il primo risultato è stata la degradazione della pulsione a istinto ovvero a formazione vincolata a un destino predeterminato, che blocca l’ontogenesi secondo un percorso di sviluppo non soggetto al pensiero – almeno largamente non soggetto al pensiero – se non nella forma riducibile all’aspetto dell’apprendimento (che potremmo definire una sorta di pensiero «sotto tutela», sotto la tutela dell’arco riflesso stimolo-risposta).

La visione improntata agli stadi di sviluppo comporta un dato che appare problematico nella clinica, in quanto – con una frequenza che reputo significativa –osserviamo quelle che definirei delle vere e proprie «chimere psicopatologiche» ovvero dei soggetti che, nel tempo, mutano di diagnosi, trascorrendo da una forma clinica all’altra. La conciliazione di questo dato empirico con la teoria degli stadi di sviluppo risulta problematica, in quanto questa condizione implica un determinismo psicopatologico da imprinting, vale a dire il fatto che il soggetto, ammalandosi, non potrà far altro che esprimere nella psicopatologia lo stadio di sviluppo raggiunto o il «buco» della propria struttura soggettiva, a partire dal mancato raggiungimento dello stadio successivo entro il periodo di tempo in cui ciò sarebbe dovuto accadere.[21] Qualora si resti vincolati a questa teoria, in seguito – per ricomprendere quanto non riesce a essere discriminato dall’insufficienza di giudizio del sapere psicopatologico – si è costretti a rimescolare e a rendere sfumati i confini tra i differenti quadri nosografici, cosicché viene a prevalere un certo orientamento rassegnato a ritagliare delle aree di overlapping tra forme cliniche diverse.[22] Questa tesi risulta largamente insoddisfacente in quanto comporta l’assurdo di una presenza contemporanea di differenti e specifiche modalità psicopatologiche (vale a dire: di obiezione alla relazione), messe in atto nel medesimo tempo. Pertanto, un conto è escludere, come sostengo che si debba fare, la contemporaneità delle due distinte psicopatologie, mentre diverso è ammettere che il soggetto possa nel tempo «passare» a elaborare leggi diverse e pur sempre patologiche.

La legge posta in vigore in origine è già matura: ciò fa esistere imputabilità già nel bambino. Successivamente potrà essere ricostruita o corretta, lavoro che il soggetto potrà compiere con qualunque partner, poiché l’altro è il catalizzatore della legge, ma non la determina nel risultato né lega a sé indissolubilmente il soggetto nel suo lavoro di elaborazione.

 


[1] Questa – riferita alla psicopatologia – sarebbe piuttosto la concezione gnostica o dell’eroe, rappresentativa tout-court di una concezione perversa.

[2] Mi riferisco in particolare ai due contributi apportati da Giacomo B. Contri  in quell’anno, rappresentati dal ciclo di quattro Conferenze tenute all’Università di Pavia sul tema Psicologia: una questione aperta, e dal Corso svolto in seno all’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico, intitolato «Psicologia II: Psicopatologia».

[3] Il cespite di queste affermazioni è ripreso dalla conferenza dal titolo Storia dell’individuazione di un concetto di psicologia. A che punto siamo, tenuta da Giacomo B. Contri il 28 febbraio 1991 a Pavia su invito del Centro Culturale Giulio Bosco, nell’ambito del ciclo già segnalato [pro manuscripto]. Egli continuava: «Dovremmo parlare di “fare psicologia” analogamente a come si dice “fare affari”. Oppure dovremmo renderci conto che “facciamo psicologia”: se due passano un’ora a parlare insieme, fanno l’uno per l’altro psiche, pensiero, affetto e tutto ciò che costituisce le categorie psicologiche, con il nota bene che questi atti sono sempre atti legali, cioè instaurativi di una relazione che ha delle norme, che si manifesta».

[4] La distinzione tra psicopatologia clinica e non-clinica costituì il criterio in base al quale Giacomo B. Contri – nel succitato Corso dell’Istituto Il Lavoro Psicoanalitico nel 1991-92 – propose di riorganizzare l’intero campo psicopatologico, osservando che la presenza di formazioni sintomatiche rende facilmente riconoscibile la psicopatologia clinica, mentre tali formazioni, tendendo a farsi silenti nella psicopatologia non-clinica, rendono possibile il disconoscimento militante del suo carattere patologico, che giunge addirittura a proporsi come «neo-norma».

[5] Si veda la precedente nota 99. La trattazione della distinzione tra psicopatologia clinica e non-clinica costituì il «filo rosso» dello svolgimento dell’intero Corso e pose le basi dei criteri nosografici proposti dalla nostra Scuola (si veda anche, a questo proposito, il mio saggio riassuntivo dal titolo Nosografia psicopatologica. Introduzione, nel libro La Città dei malati, vol. II, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1995 pp. 153-173).

[6] Questo è il senso della successiva definizione di psicopatologia come neo-norma o neo-produzione giuridica. Si vedano a questo proposito gli esempi che possono essere tratti non solo dalla vita ordinaria, ma anche dalla letteratura e dalla storia del pensiero.

[7] Uno sviluppo antifreudiano dell’asserzione freudiana sopra ricordata ha portato ad affermare che la malattia è normale, perché costituisce il punto di partenza di ogni soggetto umano. In particolare è questa la tesi kleiniana, secondo cui il soggetto origina nelle posizioni (schizoparanoide e depressiva) che traggono il loro carattere dall’essere omogenee alle grandi figure classiche della malattia mentale.

[8] Si è detto più volte che il nevrotico non è militante della propria nevrosi e lo psicotico neppure. Per parlare di «militanza» della psicopatologia, occorre che psicosi e nevrosi si emancipino dal sintomo e optino per una soluzione perversa della propria malattia.

[9] Almeno a livello di rilievo sociologico sul carattere delle teorie circolanti nella nostra civiltà, ritengo valida la considerazione che la prevalenza della perversione sia in aumento.

[10] Mi riferisco in particolar modo allo scritto del 1924, dal titolo La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi (in Opere, Boringhieri, Torino 1978, vol. X, pp. 39-48).

[11] Per esempio, uno dei modi sottili e formalmente eleganti della civiltà è il modo di produzione letterario, i cui risultati possono avvicinarsi al limite della psicopatologia non-clinica compiuta, limite raggiungibile solo asintoticamente dal soggetto reale.

[12] Il concetto di ri-ammalabilità rimanda alla psicopatologia come esito di una «tentazione» (riuscita) del pensiero di un soggetto, a opera di un altro già malato.

[13] «La nostra attenzione è attirata sul fatto che abbiamo l’abitudine di rappresentare in modo troppo intimo il legame della pulsione sessuale con l’oggetto sessuale. L’esperienza dei casi ritenuti anormali ci insegna invece che, in tali casi, tra pulsione sessuale e oggetto sessuale non vi è che una saldatura: noi corriamo il pericolo di trascurare questo fatto data l’uniformità della strutturazione normale, nella quale la pulsione sembra comportare l’oggetto. Così siamo ammoniti ad allentare nei nostri pensieri il legame tra pulsione e oggetto. La pulsione sessuale probabilmente è in un primo tempo indipendente dal proprio oggetto e forse non deve neppure la sua origine agli stimoli del medesimo [il corsivo è mio]». (S. Freud, 1905, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, Boringhieri, Torino 1970, vol. IV, p. 462).

[14] Si veda ancora Il pensiero di natura, Edizioni Sic Sipiel, Milano 1994, alle pp. 104 e sgg.

[15] Per il bambino, bisessuale, è esattamente l’opposto: l’istituzione della differenza di posto viene supplementata e arricchita dal fatto che questo posto sia occupato da un altro di un altro sesso. Ma soltanto in questa logica sarà benefica la differenza sessuale, altrimenti la relazione eterosessuale in sé stessa non garantirà alcun beneficio, tanto quanto quella omosessuale.

[16] K. Jaspers, 1910, Eifersuchtswahn. Ein Beitrag zur Frage: “Entwicklung einer Persönlichkeit” oder “Prozeß”?, in Gesammelte Schriften zur Psychopathologie, Springer, Berlin, 1963 p. 113; citato da O. Meo, Convergenze ed interrelazioni tra filosofia  e  psichiatria agli inizi del XX secolo, in Itinerari nella follia, a cura di Pietro R. Cavalleri, Liguori, Napoli 1993.

[17] K. Jaspers, Allgemeine Psychopathologie. Ein Leitfaden für Studierende, Arzte und Psychologen, Springer, Berlin, 19131, p. 90; citato da O. Meo, op. cit.

[18] S. Freud, 1925, Alcune aggiunte di insieme alla “Interpretazione dei sogni”, in Opere, Boringhieri, Torino 1978, vol. X, pp. 159-160.

[19] S. Freud, 1930, La perizia della facoltà medica nel processo Halsmann, in Opere, Boringhieri, Torino 1979, vol. XI, p. 48.

[20] Ivi, p. 48.

[21] La questione può essere espressa nel modo seguente: «È possibile ammalare psichicamente abbracciando forme cliniche differenti?» oppure, qualora ciò appaia, si tratta semplicemente di un miraggio, quale per esempio quello di uno psicotico che si fa passare per nevrotico o viceversa? Non possiamo sviluppare la questione in questo contesto, ma è utile segnalare che la confusione è oggi talmente grande che gli apparati nosografici vincenti (vedi il DSM-IV) hanno dismesso persino di porsela.

[22] Per esempio: la diagnosi di borderline pretende di individuare una condizione clinica che starebbe a cavallo tra nevrosi, psicosi ecc.

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Contesto

Lezione svolta al Corso di Studium Cartello 1995-1996 “Università”. Ri-capitolare, Milano, 2 dicembre 1995. Pubblicato in: Studium Cartello, a cura di P.R. Cavalleri, "Università". Ri-capitolare, Sic Edizioni, Milano, 1997, pp. 40-55

Co-autori

Data

Dic 1995

Riassunto

Tipo di testo

orale, pubblicato

Argomento

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