SOMMARIO
1. L’AUTISMO OVVERO UN CASO DI OPPOSIZIONE ALLA REALTÀ PSICHICA
1.3. LA PERDITA DELLA REALTÀ PSICHICA
2. IL LEMMA “AUTISMO” NEL PENSIERO PSICHIATRICO
3. EQUIVALENZA TRA AUTISMO E ALTRUISMO
3.1. ORIGINE DEL LEMMA “ALTRUISMO” IN COMTE
3.4. I DUE TEMPI DELL’ALTRUISMO
4. L’ASSUNTO DEL PENSIERO AUTISTICO
4.1. ODIO PER IL POSTO DI SOGGETTO
4.2. FONDAZIONE DEL SOGGETTO SULL’ALTRO
4.3. UN’OSSERVAZIONE EZIOPATOGENETICA
5.1. DIPENDENZA DALLA PRESENZA DELL’ALTRO
5.2. L’USO DELLA SECONDA PERSONA SINGOLARE PER INDICARE SE STESSI
5.3. LA PRESENZA DELL’ALTRO NELL’ALLUCINAZIONE
5.4. “NESSUNO È IL MIO PROSSIMO”
6.1. AUTISMO E HANDICAP PSICHICO
6.1.1. Nell’autismo la legge del rapporto si fonda sull’eliminazione del posto del Soggetto
6.1.2. Che forma prende, nello handicap, la legge del rapporto?
6.1.3. L’apporto dell’indagine di R. Colombo sullo handicap
6.1.4. Nello handicap la legge del rapporto si fonda sull’opposizione nei riguardi dell’altro
6.3. AUTISMO E PENSIERO CONCRETO
6.4.1. Dissimmetria tra soggetto e altro
6.5. AUTISMO COME PERDITA DELLA COMPETENZA SOGGETTIVA. ECOBULIA
6.6. UNA CONSEGUENZA: IL BLOCCO DEL PENSIERO
6.6.1. Il pensiero si blocca perché, senza il posto del Soggetto, procede zoppo
6.6.2. L’odio come possibilità
1. L’AUTISMO OVVERO UN CASO DI OPPOSIZIONE ALLA REALTÀ PSICHICA
Nella lista dei temi di cui intendiamo occuparci, il tema “autismo” può essere inscritto per illustrare il tema “realtà psichica”. La tesi in base alla quale si giustifica la pertinenza di “autismo” a “realtà psichica” si costituisce attorno all’affermazione che l’autismo rappresenta un caso di (auto?, etero?) opposizione alla ri-costituzione del dato iniziale della realtà psichica.
Benché sia indubbio che autismo significa psicosi (come meglio si vedrà in seguito), pure è altrettanto vera l’osservazione secondo cui non solo la psicosi, ma ogni patologia psichica è tendente all’autismo, vale a dire:
a) si costituisce come opposizione alla facoltà di realtà psichica individuale,
b) si realizza come ostacolo alla relazione.
L’impostazione data alla trattazione del tema non si soffermerà sulle descrizioni cliniche dei comportamenti autistici, che credo siano noti a tutti, salvo alcune note esemplificative al termine dello scritto, a cui rimando (si veda il § 5.). Lo scopo della trattazione è invece quello di descrivere il concetto di autismo e di operare con il concetto piuttosto che operare con la descrizione.
1.1. LA REALTÀ PERDUTA
Definizioni di autismo secondo gli Autori classici, in particolare Eugen BLEULER e Karl JASPERS:
– Autismo come separazione tra soggetto e realtà.
– Impenetrabilità del soggetto.
– Impermeabilità del soggetto alla realtà, agli oggetti della realtà.
– Rifugio del soggetto nelle fantasie create dai desideri.
– Rifugio nella vita interiore.
1.2. QUALE REALTÀ È PERDUTA?
Quale è il concetto di “realtà” supposto da queste definizioni?
La realtà perduta nel processo autistico è la realtà materiale, la realtà fisica ovvero l’ambiente; rispetto alla quale realtà vi è la presunzione che il soggetto possa vivere separato, rinchiuso nell’irrealtà reale della propria vita interiore e che possa mantenere la propria consistenza a prescindere dal suo essere immerso o astratto nella e dalla realtà delle relazioni.
1.3. LA PERDITA DELLA REALTÀ PSICHICA
Quale è invece il concetto di realtà cui riteniamo si debba fare riferimento in psicologia? Il concetto è rappresentato dalla nozione di “realtà psichica”.
Concorrono al concetto di realtà psichica le nozioni di:
– corpo
– pulsione
– altro
– relazione
in articolazione reciproca tra di loro.
2. IL LEMMA “AUTISMO” NEL PENSIERO PSICHIATRICO
In via preliminare è utile operare una breve messa a fuoco del concetto di autismo così come trova posto all’interno del pensiero psichiatrico.
2.1. BLEULER
Autismo è un termine introdotto nel 1911 da Eugen BLEULER,[1] contestualmente alla sua proposta, poi universalmente accettata in campo psichiatrico, di riformulare l’entità nosografica kraepeliniana di dementia praecox nel concetto di schizofrenia.
Egli presuppone che il carattere distintivo della schizofrenia risieda – dal punto di vista clinico-descrittivo – nella presenza di quattro alterazioni che chiama sintomi fondamentali, in quanto solo la loro presenza permette di porre indubitabilmente la diagnosi (a differenza dei sintomi accessori i quali, sebbene maggiormente eclatanti sul piano della fenomenologia clinica – come ad esempio sono il delirio e l’allucinazione –, non posseggono il medesimo valore patognomonico e dunque non permettono al clinico di fondare su di essi la corretta diagnosi). Detti sintomi fondamentali sono:
1. il disturbo dell’associazione ideica (Spaltung),
2. il deterioramento dell’affettività (atimia),
3. l’ambivalenza,
4. l’autismo.
Dal punto di vista psicopatologico invece egli propone una diversa bipartizione non sovrapponibile alla precedente, distinguendo:
a. sintomi primari, in quanto non derivabili da altri: disturbo dell’associazione e dell’affettività
b. sintomi secondari, in quanto derivabili dai precedenti: autismo, ambivalenza, delirio, ecc.
Bleuler definisce autismo “il distacco dalla realtà e la predominanza della vita interiore”;[2] secondo l’Autore questo fenomeno non corrisponde semplicemente al concetto di introversione junghiana, ma è l’aspetto positivo di ciò che Janet, dal versante negativo, ha chiamato perdita del senso del reale. La dimostrazione del fatto che non si tratti semplicemente di un fenomeno deficitario è data, secondo Bleuler, dalla possibilità di osservare che “anche i cronici gravi hanno un contatto abbastanza buono con l’ambiente per quanto riguarda le cose di tutti i giorni, chiacchierano, partecipano ai giochi, cercano anche degli stimoli, ma hanno fatto una scelta: i loro complessi li tengono per sé, non ne parlano mai e non vogliono essere toccati dall’esterno su certi argomenti”.[3]
Nell’articolazione bleuleriana l’autismo mantiene dunque il valore di sintomo patognomonico, sebbene non manchino riferimenti – pur non adeguatamente elaborati – ad una sua correlazione in certo qual modo essenziale al concetto stesso di psicosi.
Per quanto concerne invece il pensiero teorico formulato da Bleuler al riguardo, risultano interessanti le due seguenti affermazioni. Egli rimarca infatti che “soprattutto gli autori francesi ne hanno sottolineato gli aspetti di autofilia, egocentrismo ed ipertrofia dell’Io”,[4] che costituirebbero gli aspetti positivi, nel senso di produttivi, dell’autismo.
In secondo luogo, Bleuler ammette che l’autismo è pur sempre “l’esagerazione di un fenomeno fisiologico. Esiste un pensiero autistico normale, che non tiene in nessun conto la realtà e che è governato dagli affetti. Questo pensiero autistico fisiologico è l’esercizio della pura capacità combinatoria come il gioco dell’animale o del bambino è l’esercizio dell’abilità fisica. (…) Chi tenta di realizzare nella vita questi desideri irrealizzabili, l’uomo che vive solo di fantasia, va incontro a delusioni che possono portare alla malattia. (…) L’insufficiente distinzione tra fantasia e realtà si riscontra nella disattenzione, nel sogno e nei discorsi dei bambini che dicono cose non vere, ma senza mentire coscientemente, come certi selvaggi”.[5]
Vedremo più avanti che la nostra critica della concezione “classica” rappresentata da Bleuler diviene frontale proprio nei confronti di affermazioni come queste. Il nostro riesame dell’autismo ci permette di affermare che esso non costituisce in alcun modo una ipertrofia dell’io, bensì una ipotrofia, fino a atrofia. Similmente, per quanto concerne la seconda citazione, noi abbiamo seri motivi sia per dubitare che esista un pensiero come “pura capacità combinatoria”, vale a dire scisso dalla ragione pratica, sia per dubitare che affetti e desideri non occupino un posto talmente preciso nella realtà, da dover essere giudicato irreale un concetto di realtà che non contempli tanto i primi quanto i secondi fra i suoi elementi costituenti.
2.2. JASPERS
Nella settima edizione della sua Psicopatologia Generale, edita nel 1959, Karl JASPERS considera l’autismo all’interno del paragrafo intitolato “Rifiuto della realtà mediante l’inganno di sé stessi”, che così continua: “Poiché è difficile essere sempre adeguati, pronti alla realtà che esige una costante rinuncia, continui sforzi, esperienze e conoscenze dolorose, c’è l’impulso a sottrarsi alla realtà. La vita trova sempre delle possibilità per aggirare la realtà, per velarla, sostituirla, sempre con un piacere momentaneo di sollievo, ma sempre a prezzo di una perdita reale di vita o di una malattia. L’individuo in tante situazioni particolari o inglobate insieme, viene sempre posto dinanzi alla scelta fra la penetrazione della realtà o la negazione di essa”.[6]
Anche in questa citazione appare cruciale il concetto di realtà, che già appare gravido, per il soggetto umano, delle conseguenze patogene che, più oltre, vengono esplicitate e rinforzate: “Ci si rifugia dalla realtà nelle fantasie che permettono di creare facilmente ed abbondantemente, come per magia, ciò che sarebbe difficile e frammentario se dovesse essere realizzato. Le fantasie sono in relazione con i desideri che nascono dalle inibizioni e dalle deficienze dell’esistenza individuale, e, pur essendo irreali, procurano sollievo”.[7]
Secondo la visione su esposta, la realtà viene ridotta al solo aspetto di quanto è totalmente estraneo al soggetto e per questo motivo, imponendosi, esige necessariamente rinuncia ed esperienze dolorose, cosicché non solo il corpo (ciò che è basso), ma anche la stessa esistenza individuale (ovvero quanto sarebbe alto e psichico) viene ultimamente e radicalmente derealizzata. È da questa concezione di realtà che prende avvio il processo di comprensione dell’autismo che fa tutt’uno con la sua ambigua giustificazione: esso sarebbe pur sempre il luogo in cui il soggetto, destinato a soccombere nella lotta contro la dura realtà, può rifugiarsi per una estrema difesa dei desideri che nascono dalle proprie inibizioni (anche l’accorpamento di desiderio con inibizione è, a tale proposito, assai eloquente).
2.3. MINKOWSKI
Per MINKOWSKI autismo si riferisce a una modalità simbolica di pensiero che costituisce il contenuto essenziale della psicosi.
Nella linea del pensiero fenomenologico si può dunque rintracciare:
a. l’aspetto di centralità dell’autismo nella scelta di vita psicotica, indipendentemente dalla presentazione sintomatica della malattia;
b. il suo carattere positivo costituito dall’essere un certo modo di produzione di esistenza soggettiva.
2.4. EY
Nella linea sviluppata da Henry EY, linea che ancora non si discosta troppo dalla precedente, risulta interessante la seguente formulazione dell’autismo, come “parti-pris dall’uomo schizofrenico”[8] ad ogni tornante decisivo che gli si presenta nella vita. Definizione che mi sembra pertinente al concetto di autismo che qui intendo sviluppare, per il fatto che permette di passare dal piano della causalità naturale, fino a questo momento il solo ad essere preso in considerazione per l’interpretazione e la spiegazione del sintomo, al piano dell’intenzionalità e pertanto dell’imputabilità, che scopre l’esistenza di un’implicazione soggettiva all’interno del meccanismo di produzione del sintomo.
Questo passaggio diviene perfettamente confermabile qualora alla usuale lettura retrospettiva di una storia di malattia (compresa la propria personale) si sostituisca una considerazione della stessa storia di malattia, non volgendosi all’indietro ma esaminandola “da qui in avanti”. Chi così facesse, non solo scoprirebbe la presenza di intenzionalità nella malattia e di imputabilità dell’agire psicopatologico, ma apprezzerebbe anche la deformazione comportata dalla lettura retrospettiva della stessa storia di malattia effettuata fino a quel momento, deformazione consistente nell’apparente determinismo della causalità in atto, determinismo che lascia spazio solo ad atteggiamenti sterilmente auto o etero recriminatori.
2.5. FREUD
Nel lessico di FREUD il termine autismo non compare; i concetti di riferimento rimangono quelli di autoerotismo (Autoerotismus) e narcisismo (Narzissmus), termini che Freud riprende da HAVELOCK ELLIS il quale li introduce per primo nel 1898 nel saggio Autoerotism, a psychological study.
In particolare, in Pulsioni e loro destini, con Autoerotismus Freud indica lo scambio tra oggetto e fonte della pulsione.[9]
Narzissmus rappresenta invece quello stato che permette di unificare, dal punto di vista nosografico, il gruppo delle nevrosi narcisistiche (narzissitische Neurosen) in opposizione alle nevrosi di transfert (Bertragungsneurosen), ricoprendo l’insieme delle psicosi funzionali, così dette perché in esse i sintomi non sono effetto di una lesione somatica.
2.6. KANNER
Con l’appannarsi di quella che potremmo definire la psichiatria classica, negli anni ’40 del Novecento, il concetto di autismo perse progressivamente di rilievo, ma venne ripreso e sistematizzato nell’ambito della clinica infantile ed in una linea ormai kleiniana, ad opera di Leo KANNNER attuandosi contemporaneamente, nel modo di questa ripresa, un cambiamento di statuto del concetto che venne ad indicare non più un sintomo, ma una sindrome.
La sindrome di autismo primario di Kanner (1943) costituisce il raggruppamento semeiologico di base complessivamente riconosciuto ed accettato da tutti gli autori che si sono occupati di psicosi infantili in campo psichiatrico. Va notato che Kanner lo propone senza avanzare ipotesi sulla sua eziologia, ma comunque presupponendo in essa l’integrità anatomica e funzionale degli apparati senso-percettivi, motori e cognitivi.[10]
2.7. KLEIN
La derivazione kleiniana del concetto di autismo utilizzato da Kanner può essere fatta risalire alla descrizione precedentemente proposta dalla KLEIN del caso di Dick,[11] la cui interpretazione in quanto risultato di inibizione, piuttosto che regressione, dello sviluppo psichico, inaugura – dal punto di vista metapsicologico – la distinzione tra schizofrenia ed autismo.
Con questa distinzione è raggiunto anche un ulteriore, in senso ironico, risultato: prende forma la mitizzazione della psicosi come entità arcaica, archetipica, in una parola: originaria all’essere umano che resterebbe naturalmente e irrimediabilmente “marcato” da questo retaggio di condizione morbosa inaugurante il processo di costituzione dell’Io.
Secondo la nostra Scuola, la malattia è invece il risultato di qualcosa che accade in un secondo tempo, quando il soggetto, che si trova a far fronte all’intrinseca necessità (= spinta della pulsione) a trovare compimento (= meta) al proprio moto, dapprima acconsente all’esautorazione (malattia) ed infine respinge egli stesso programmaticamente (elaborazione della psicopatologia) il proprio originario pensiero, che è pensiero della relazione, vale a dire che non esclude l’altro né lo considera pregiudizialmente avversario. Il solo onere che compete all’Io è quello di non cedere all’altro l’esercizio della facoltà di giudizio sull’offerta che dall’altro gli viene.
Alla domanda circa quale sia l’equipaggiamento del soggetto umano, si può rispondere che l’uomo, a differenza degli animali, non necessita di alcun equipaggiamento per vivere o sopravvivere nel mondo, in quanto normalmente egli può prendere tutto dall’altro. Per orientarsi nella realtà è pertanto sufficiente che egli sia dotato del giudizio.
3. EQUIVALENZA TRA AUTISMO E ALTRUISMO
Nella nostra prospettiva del discorso delle due Città, la psicopatologia clinica individuale è in presa diretta con scelte e norme che regolano la cultura della Città dei malati, in cui queste stesse norme assumono forma non-clinica, senza per questo affrancarsi dal regime psicopatologico.
L’autismo è equivalente, sul piano clinico, a quella specifica scelta di esistenza che, nel versante civile della kultur, è costituita da un termine a prima vista insospettabile, quello di altruismo.
L’equivalenza di autismo e altruismo si fonda sul fatto che entrambi costituiscono un imperativo di totale adeguazione (identificazione) ad un altro astrattamente pensato, ed in quanto pensato solo astrattamente, per ciò stesso nemico del soggetto.
In subordine si pone la questione di sapere se l’elaborazione di questo pensiero dell’Altro presupponga necessariamente la presenza di un altro reale effettivamente pensabile come nemico.
3.1. ORIGINE DEL LEMMA “ALTRUISMO” IN COMTE
Non è un caso che la parola altruismo venga inventata piuttosto tardi, alla metà del secolo scorso, e precisamente appartenga al lessico del Positivismo.
Del concetto può esserne data la seguente definizione: “senso di solidarietà per l’altro a cui, nonostante le differenze, ci sentiamo profondamente legati o per un istinto naturale o per un comandamento interiore”.[12]
In questa definizione si notino i due passaggi:
a. “nonostante le differenze”: rimanda alla teoria (patologica e patogena) secondo cui ogni differenza, in primis quella nel sesso, ostacola la relazione (è ciò che da tempo confutiamo, definendo essere la castrazione una possibilità di avvantaggiarsi per l’apporto dell’altro, e dunque modo normale secondo cui il soggetto si regola convenientemente);
b. “per un comandamento interiore”: istituisce, attraverso il ricorso alla forma imperativa del comandamento, una via, alternativa alla norma, che permette di stabilire un rapporto con l’altro pur nel rifiuto di ogni apporto dell’altro. Questo comandamento costituisce pertanto, nonostante le apparenze, il comandamento della radicale inimicizia e disistima per l’altro e per il soggetto, criterio usurpatore di ogni possibile principio di legalità, ovvero di con-venienza, nella relazione tra soggetto e altro.
Addentrandoci nell’indagine del pensiero comtiano ci imbattiamo, nel Système de politique positiviste, nella definizione di altruismo in quanto “subordinazione dell’istinto alla vita comune dell’individuo, all’umanità”[13] ed approdiamo, nel Chatechisme positiviste, al concetto sintetico del “vivre pour autrui”,[14] dove, per le premesse del discorso comtiano, si tratta di cogliere nell’autrui – aldilà dell’apparenza linguistica – la liquidazione della forma personale e la sua sostituzione con l’impersonale costituito dal concetto di umanità, vero e proprio spazio astratto in cui ogni incontro è vanificato.
A questo proposito può essere preso in esame anche il lemma filantropia definito, sulla linea di questo pensiero, come quel comportamento che ha di mira “non il singolo come tale, così da costituire con esso un vincolo di amicizia, ma il singolo come membro della comunità umana”,[15] vale a dire: il singolo in virtù di ciò che di meno singolare lo caratterizza.
3.2. SPENCER
Nella stessa linea, SPENCER opera la sostituzione di benevolent e beneficent con altruism, appellandosi alla valutazione che altruism esprima meglio la contrapposizione con egoismo.[16] Con questo liquida, oltre che la realtà del bene, anche l’Io insieme alle facoltà di volere e di fare, proprie del soggetto.
3.3. MACLAGAN
Più recentemente, W.G. MACLAGAN[17] sostiene la tesi dell’esistenza di un obbligo morale nei confronti dell’altruismo, avente priorità rispetto al proprio stesso piacere, non sussistendo alcun obbligo di reciprocità nei confronti si sé stessi, in modo tale che – qualora si delinei un conflitto tra sé stesso e l’altro – prevalgano gli obblighi morali superiori costituiti dal dovere di promuovere la felicità di coloro che stanno intorno.
3.4. I DUE TEMPI DELL’ALTRUISMO
L’indagine sullo statuto del lemma altruismo sembra dunque permettere l’individuazione in esso di una modalità di pensiero che opera in due tempi:
a. – riduzione dell’altro singolare in Altro impersonale,
b. – imposizione al soggetto dell’obbligo di colmare la mancanza dell’altro, nel quale non può essere sopportabile alcuna insufficienza.
Questo non poter tollerare l’insufficienza dell’altro ha un nesso molto preciso con l’odio per l’altro.
Tale è il pensiero che troviamo celato dentro quelli che sono ormai diventati luoghi comuni della cultura e che la dice lunga sull’intrinseca violenza di alcune proposte di civiltà che si fondano sull’odio per il soggetto, per qualunque soggetto individualmente individuato. Nella Città dei malati, la cittadinanza è concessa solo al soggetto in quanto rappresentante di una classe e dunque in quanto astrattamente considerato.
4. L’ASSUNTO DEL PENSIERO AUTISTICO
Quanto detto ci aiuta a comprendere quale è l’assunto del pensiero autistico.
Prima di proseguire è bene però richiamare il significato della distinzione, da noi ritenuta fondamentale, tra posto di soggetto e posto di altro. Nel pensiero di ogni soggetto è presente questa sorta di categoria a priori rappresentata da soggettività ed alterità. Possiamo tradurre il concetto di soggettività in quello di corpo pulsionale e considerare l’alterità in quanto, ad un tempo, spinta e meta del moto di questo corpo.
In ciascun individuo sono dunque rintracciabili i due distinti posti: il posto del soggetto e il posto dell’altro. Queste due posizioni rappresentano come le polarità opposte e complementari necessarie all’attività stessa del pensiero soggettivo. Posto del Soggetto e posto dell’Altro sono distinguibili, in quanto categorie, dalle realtà empiriche del soggetto e dell’altro (in questo caso scritti con l’iniziale minuscola) fattualmente e concretamente esistenti e sperimentalmente incontrabili.
Richiamato questo, possiamo ora proseguire affermando che il pensiero autistico rappresenta la strada attraverso cui il soggetto:
a. abbandona l’interesse per la propria posizione di soggetto (vale a dire l’interesse per il proprio beneficio) e nega pertanto la propria autorità legislativa in ordine al principio di piacere. In termini classici questo è il significato dell’espressione “disinvestimento dell’Io”;
b. conseguentemente a questo abbandono, il soggetto che cessa l’investimento sull’Io ovvero sul posto del soggetto, occupa il posto dell’Altro (vale a dire: il soggetto “fa l’altro”).
4.1. ODIO PER IL POSTO DI SOGGETTO
Facciamo ora un passo in avanti che ci porta a un’affermazione che si chiarirà meglio in seguito, ed ammettiamo pertanto che all’origine di questo abbandono del posto del soggetto e occupazione del posto dell’altro vi sia la necessità del soggetto stesso di supplire alla carenza dell’altro. Il risultato sarà che l’autista, misurandosi con la carenza dell’altro, sceglie di preservare a proprie spese l’altro e così facendo se ne fa interprete, come si dice che un attore “interpreta un personaggio sulla scena”, ma che poi, nella vita, non riesce più a liberarsene. L’autista sceglie dunque di fare esistere l’altro mutuandolo da sé stesso, dandogli un’esistenza tanto fittizia quanto totalizzante. La legge che governa questa scelta potrebbe essere chiamata legge che impone la disistima per il posto di soggetto.
Nell’autista non vi è odio per l’altro, ma l’odio è tutto indirizzato dal soggetto alla propria (mancata) posizione di soggetto, a partire dalla posizione di Altro: l’autista si odia dalla posizione di Altro che ha assunto.
Corollario: il mondo dell’autista non è un mondo privo di oggetti (eventualmente: di buoni oggetti), ma esattamente il contrario: è un mondo privo del soggetto; un mondo in cui il soggetto è presente solo in quanto egli stesso è oggetto dell’altro. Questa sarebbe una buona pista da cui riconsiderare i sintomi psichiatrici dell’autismo, infantile e non: isolamento, estraniamento, fino al mutismo ed all’inaccessibilità.
Il solo elemento a cui l’autista non rinuncia, nella sua elaborazione patologica, è quello rappresentato dall’Altro. L’illecita legge che governa questa scelta potrebbe essere formulata come legge in cui il singolo non rispetta il posto del Soggetto, né in sé stesso né nell’altro. L’autista mantiene nella propria elaborazione soltanto la posizione dell’Altro ormai ridotta a funzione assoluta (ab-soluta, slegata dalla relazione), il che vuole dire anche: slegata dal riconoscimento della presenza, nell’altro, di ogni pur minima vestigia di soggettività. Egli parteggia per l’Altro slegato dalla sua connessione-legame legale di servizio al soggetto nella sua domanda di soluzione.
Utilizzando una metafora economica, ci si potrebbe allora rappresentare l’autismo come condizione che si instaura quando un soggetto vive in un regime di monopolio dell’altro. O ancora, l’immagine politica potrebbe essere quella di un colpo di stato, attuato dall’altro, di cui il soggetto, contro il proprio interesse, è fautore e artefice.
4.2. FONDAZIONE DEL SOGGETTO SULL’ALTRO
Ma perché il soggetto dovrebbe tenere così tanto all’altro da poter incorrere non solo nel rischio di investire a tutti i costi su di un altro anche se sperimentatamente inaffidabile (deludente), ma soprattutto fino al punto di assumere le parti dell’altro per rinnegare la propria?
“Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente e pertanto, in questa accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale“.[18] Questa affermazione tratta dallo scritto Psicologia delle masse e analisi dell’io conferma un punto forte della concezione freudiana, che è tale anche la nostra concezione, vale a dire la fondazione del soggetto sull’altro. Pertanto, non può stupire che l’inconsistenza o, a maggior ragione, la vacuità del partner possa “comportare il soggetto stesso come oggetto perduto”[19] ovvero come soggetto addirittura non costituito in quanto non compiuto a causa della non cor-rispondenza dell’altro.
Se è vero che “l’Altro è ciò o chi offre al soggetto una legge”,[20] l’antefatto dell’autismo è da rintracciare nella latitanza dell’altro a cui spetterebbe di pro-porre una legge per la relazione.
CONTRI descrive il prodursi della condizione di alienazione “allorché l’Altro, dopo che il suo soggetto già è in procinto di viverne l’esperienza come reale, si sottrae proprio nella sua offerta legale, lasciando così solo il socius di… minoranza. Solo in che senso? Solo con il compito – l’unico che sia davvero schiacciante – di farsi da sé tutta la legge, cioè anche per l’altro. Questo è il caso in cui l’altro reale nella sua legge ha rinunciato al suo desiderio e alla sua libertà insieme, cioè alla sua stessa realtà”.[21]
Qualora venga dato al soggetto di incontrare un altro radicalmente deludente, la delusione può venire trasformata in estrema dedizione. Invece di “lasciarlo perdere”,[22] il futuro autista si lascia perdere ed investe (così come si dice: “fare un investimento”) la propria soggettività nel tentativo di sostituirsi all’altro per elaborare il suo principio di Altro, col risultato – derivante dall’aver fatto un cattivo investimento – di perdere, oltre agli interessi sperati, anche il capitale iniziale.
Ritrovo questa scelta nell’unica frase che una donna ormai adulta è in grado di rispondere, invariabilmente da anni, a chi le chieda che cosa pensi: “Penso che c’è il Signore”.
Pertanto, se è vero che il moto pulsionale non è moto autonomo, bensì è causato dall’altro,[23] allora si comprende come, per il singolo che deve avvenire come soggetto, l’assumere il posto dell’Altro possa essere motivato dal tentativo di preservare la possibilità stessa del proprio moto, tentativo il cui destino è però quello del fallimento perché, nel compierlo, il soggetto ha disinvestito l’Io.
L’altro “viene fatto tornare” dalla latitanza mediante l’operazione, tutta interna all’individuo stesso, che ne trasforma l’assenza patogena (che all’occorrenza può essersi espressa anche nella forma di una presenza impositiva, mentitrice o sadica), in una presenza tanto assoluta da essere sia presenza alternativa alla possibilità di associarsi nella realtà ad ogni altro altro successivamente incontrato, sia presenza occupante tutto lo spazio psichico di cui il singolo dispone, con annullamento della propria realtà psichica di soggetto e con annullamento della facoltà stessa di pensare la soggettività. Nell’autismo il soggetto non può che pensare l’Altro assoluto, rinunciando a pensare sia sé stesso, sia la soggettività che pure è dell’altro, sia la relazione. Con questo, lo stesso pensiero del legame diviene superfluo.
Il rischio imposto dal trauma della delusione[24] è quello di tacere la delusione dell’altro, passando invece alla sua difesa. L’elaborazione autistica costituirebbe l’estrema ed ingiusta difesa dell’Altro (mancante) in favore del quale realizzerebbe, agli antipodi della melanconia, l’estremo sacrificio del posto del soggetto, compresso e cancellato nel tentativo illusorio di preservare all’Altro che non viene (o che non vuole) il suo.
4.3. UN’OSSERVAZIONE EZIOPATOGENETICA
Lo stato di malattia è per definizione uno stato instabile e transitorio: dura il tempo necessario all’avviarsi dell’elaborazione e permane fintanto che essa non abbia imboccato o la strada della guarigione o quella di conclusioni non conclusive e dunque patologiche.
A fronte dell’insulto subìto ovvero alla messa in scacco del principio di piacere, il bambino, a parità delle altre condizioni, può permanere più a lungo che non l’adulto in stato di malattia (e infatti sosteniamo che non esiste nevrosi infantile, ma malattia infantile). Il bambino può permanere più a lungo dell’adulto in stato di malattia a causa dell’effettiva problematicità rappresentata dal compito di elaborare soluzioni pratiche a fronte della messa in scacco del principio di piacere, messa in scacco che avviene, per la prima volta, non per cause naturali (fisiche o chimiche: fame, freddo, ecc.), ma a causa dell’altro della relazione.
Il compito di ristabilire leggi praticabili per il piacere nella relazione, già gravoso in ogni momento della vita allorquando deve essere portato a termine senza il contributo dell’altro ed anzi difendendo il piacere originario della relazione con l’altro dalla minaccia che l’altro stesso in quel momento costituisce, è ancor più gravoso per chi, come il bambino, vi si misura e lo affronta per la prima volta in assoluto. È per questo motivo, per il fatto di necessitare di un certo maggior tempo per condurre a termine il proprio lavoro di elaborazione, che il bambino necessita di maggior tempo per risolvere la malattia ed è per lo stesso motivo che può rimanere più a lungo dell’adulto come sospeso sopra una forma specifica di psicopatologia clinica senza precipitarsi ad abbracciarla.
Forse la precocità dell’autismo cosiddetto precoce è l’esito di una precoce conclusione, a corto circuito, di questa elaborazione; conclusione tanto più irrevocabile (negli effetti clinici cui dà luogo) quanto più dal bambino tratta in un tempo assolutamente insufficiente al compimento di un’elaborazione le cui conclusioni, se non fossero giunte troppo in fretta, avrebbero potuto avvalersi dell’apporto dei due pilastri dell’attività del pensiero costituiti dai pensieri di Padre e talento negativo, pilastri che, pur essendo presenti nel pensiero infantile, possono ancora non essere attrezzati per sostenere il peso di questa elaborazione allorché essa debba avvenire in difetto dell’altro.
5. ALCUNI ESEMPI CLINICI
5.1. DIPENDENZA DALLA PRESENZA DELL’ALTRO
Si nota talvolta in pazienti autistici adulti, un atteggiamento di maldestrezza e goffaggine nell’esecuzione dei movimenti, di disattenzione e trascuratezza per il moto del proprio corpo e la sua fluidità ed armoniosità. Questa maldestrezza si manifesta anche come inattenzione agli oggetti che si trovano nella traiettoria del corpo in movimento, così come può dare luogo al timore di non essere capaci di orientarsi in uno spazio che non sia quello già abituale, con la conseguenza di mantenere una dipendenza dall’altro per compiere ogni spostamento che avvenga attraverso qualsiasi spazio che possa essere definito come “pubblico”.
Sarebbe un errore interpretare questa incapacità come effetto del blocco dello sviluppo di una autonomia ovvero come processo deficitario. Si tratta invece di un processo attivo che mira a due obiettivi:
1. realizzare un modo attraverso il quale garantirsi la permanenza dell’altro all’interno del proprio campo percettivo,
2. escludere ed allontanare da sé una parte della realtà pulsionale.
La permanenza della percepibilità dell’altro costituisce una modalità di imposizione, mascherata dalle forme del bisogno, di un fac simile di relazione, che potrebbe essere rappresentata dalla frase: “Ho concluso che non potrò averti che così: per il mio servizio e non per il mio (e tuo) piacere, accudiscimi!”.
Nel medesimo tempo la trascuratezza esprime anche l’intenzione di rinunciare, almeno in parte, alla pulsione attraverso un vero e proprio processo attivo quasi di deafferentazione propriocettiva, somoestesica e di orientamento del corpo nello spazio.
5.2. L’USO DELLA SECONDA PERSONA SINGOLARE PER INDICARE SE STESSI
Nella psicosi può accadere che il soggetto parli di sé indicandosi con la seconda persona.
Una persona, ormai adulta, parla di sé stessa quasi esclusivamente ripetendo le parole che, in varie occasioni, le sono state indirizzate dalla madre. Dice ad esempio: “Sei sempre la solita…”, “Va là, che sei pigra…”, “Non sei proprio capace…” e così via. È chiaro che, così dicendo, intende comunicare quello che ritiene essere esattamente un pensiero proprio e non la valutazione che la madre ha espresso su di lei. Il discorso della madre è diventato tout court il proprio discorso, non innanzi tutto nel contenuto (questo aspetto è secondario, anche se è evidente che si tratta dello stesso contenuto), ma precisamente nella forma.
L’essere autistico della paziente consiste essenzialmente nell’impossibilità di individuarsi a livello di soggetto grammaticale. Il solo soggetto concepibile è il “tu”, con esautorazione completa, da parte del soggetto, della propria competenza (fino a: competenza grammaticale), in favore del mantenimento del posto dell’Altro. In questa persona non è neppure necessaria l’allucinazione (che, come tutti sanno, spesso è costituita da una frase – evidentemente pensata dal soggetto – in cui il soggetto stesso si designa in seconda persona) per evidenziare la presenza di questa modalità del pensare la relazione che è negazione della relazione.
Si mostra, qui, l’atteggiamento di estrema dedizione all’Altro, con annullamento del posto del Soggetto (dedizione assolutamente compatibile ed anzi necessariamente connessa all’odio per il soggetto) e quindi della competenza individuale, esito di una operazione che ha spinto fino alle estreme conseguenze la scelta che è stata chiamata “altruismo” o “equivoca fedeltà”.
5.3. LA PRESENZA DELL’ALTRO NELL’ALLUCINAZIONE
Particolarmente significativa della scelta di mantenere in vigore il solo posto dell’Altro, è anche una produzione allucinatoria di una giovane paziente la quale, in treno, colse la seguente frase ingiuriosa che ritenne senza ombra di dubbio indirizzata a sé stessa: “Puttana, figlia di troia”. Quando fu in grado di riferire queste parole, ella ebbe cura di precisare tutto il proprio sdegno per l’insulto indirizzato alla madre. Una simile villania aveva provocato in lei, al momento, un moto di ribellione che solo il suo carattere estremamente timido le aveva impedito di manifestare apostrofando a sua volta la persona da lei ritenuta colpevole. Se fosse stata in grado di superare la propria inibizione, la sua intenzione sarebbe stata quella di difendere l’onorabilità della madre. Pur essendo la propria condotta integerrima, sembrava incapace di cogliere che parte dell’insulto era precisamente rivolto a lei stessa. Una simile inattenzione semantica (e non percettiva, in quanto la frase era stata udita e riferita nella sua completezza) è il segno di quella impasse, prodottasi nel processo di costituzione della soggettività, che ho tentato di descrivere affermando che, nell’autismo, l’Altro costituisce una presenza tanto assoluta da occupare tutto lo spazio psichico di cui il singolo dispone, con annullamento della propria realtà psichica.
5.4. “NESSUNO È IL MIO PROSSIMO”
Non è impossibile apparentare il malato autistico alla vittima dell’aggressione di cui alla parabola evangelica: come questo, anche quello giace in stato stuporoso dopo aver subìto il trauma e l’aggressione. Ma l’autista, se fosse in grado di parlare, non chiederebbe aiuto, bensì direbbe: “Poiché uno (inizialmente il bandito da cui sono stato assalito e spogliato) non mi è stato prossimo, nessuno più lo sarà”, frase da intendersi non principalmente nel suo significato deduttivo, quanto soprattutto nella sua intenzione ottativa. Il passaggio all’autismo va dunque ricercato in un avvenimento ulteriore rispetto al momento in cui il soggetto si accorge di essere stato assalito e posto in condizioni disastrose; il disastro irrevocabile si produce quando la frase ipotizzata suggella la negazione della relazione e dunque il rigetto della prossimità. L’irrevocabilità della scelta psicotica è funzione dipendente di quanto resta irrevocabile dopo che una simile frase è stata pronunciata.
Possiamo supporre che esista anche una variante della frase che abbiamo preso a prestito dalla parabola del Vangelo, una sorta di elaborazione successiva e sofisticata, una versione, per così dire, spiritualistica che elimina persino ogni traccia di attacco diretto al possibile partner. In questo caso la soluzione semplificata della psicosi opera sostituendo alla singolarità (dell’aver prossimità con qualcuno) l’astrattezza della sua generalizzazione. La frase, allora, suona così: “Tutti mi sono prossimi, per cui tu, che non sei i tutti, non puoi essermi prossimo”, che equivale a: “Nessuno, singolarmente, mi è prossimo”.
5.5. IL CASO DI DONATO
Donato era un giovane che nel 1985 aveva 24 anni e mezzo. Egli era l’unico figlio in una famiglia che mi era già nota in quanto il padre, da vari anni, era affetto da una forma di schizofrenia tardiva esordita in seguito alla vedovanza. La madre di Donato era infatti deceduta in seguito a malattia già dieci anni prima.
Il padre di Donato, che era maestro elementare, in seguito alla malattia era piombato in uno stato di passività, abulia ed isolamento interrotto solo da periodi di franca sintomatologia melanconica durante i quali si ripetevano lunghi periodi di ospedalizzazione, alcuni dei quali in seguito alla messa in atto di gravi tentativi di suicidio.
Completava il nucleo familiare di Donato una zia materna, nubile, più anziana del cognato, persona di carattere schivo e gentile, con dei tratti oblativi e materni nei confronti dei congiunti, sostanzialmente equilibrata benché spesso indecisa fino ad essere in alcuni momenti quasi disorientata sul da farsi a causa degli avvenimenti che le si svolgevano attorno. Nonostante questi limiti essa continuò a prendersi cura con costanza del cognato e del nipote.
Dopo la licenza media Donato aveva lavorato per tre anni, dai 16 ai 19, fino a poco prima della partenza per il militare, ma era stato licenziato in seguito ad assenze ingiustificate. A distanza di tempo egli giustificava retrospettivamente la sua decisione di allora dicendo che il lavoro, in fondo, non era importante e che pertanto non aveva trovato alcun motivo valido per continuarlo, dal momento che gli bastava poco per vivere.
Al ritorno da militare Donato interrompe progressivamente il rapporto con i parenti: da un anno il distacco si era fatto pressoché totale, ed all’epoca del primo ricovero presso il Servizio psichiatrico, egli si era trasferito nella cantina della casa in cui la famiglia abita, consumando lì, una volta al giorno, anche il pasto che si preparava da solo. Trascorreva la giornata inattivo, a volte usciva per raccogliere materiale ferroso di scarto che accumulava in cantina con l’intenzione di “lavorare”.
La casa costituisce per Donato uno dei due punti focali del suo rapporto con lo spazio. Essa rappresenta il luogo chiuso, protettivo ed esclusivo, in cui egli ha imparato a muoversi senza essere scorto, come un’ombra che non è mai afferrabile, segno concreto della sua evanescenza e del suo includersi, segno – in sostanza – della sua impossibilità di accesso alla relazione. L’altro punto focale della proiezione nello spazio di Donato è, come meglio risulterà in seguito, il luogo aperto, preferibilmente impervio ed isolato come le zone boschive che circondano la città, luogo deserto, senza confini e privo di relazioni animate, in cui si esclude, allo stesso modo di quando percorre a passo svelto, infaticabile ed anonimo, le vie della città, dis-locazione da sé stesso e dal proprio centro, irrimediabilmente senza una meta che non sia la pura ripetizione, anche quando un processo di razionalizzazione secondaria gli faccia dichiarare di averne una.
La casa rappresenta inoltre, in quanto eredità materna, la conferma dell’inesistenza – perfino per quanto attiene al patrimonio – dell’interesse del padre per lui. Si tratta di una villetta abbastanza grande ed articolata, con un giardino, posta in una zona quasi periferica della città e costituita da due corpi uniti e comunicanti, ma virtualmente separati, di cui uno, arredato completamente e modestamente, è di proprietà della zia che vi abita, mentre l’altro, di più recente costruzione, è stato ereditato da Donato in seguito alla morte della madre, sebbene pure il padre vi abiti e ne goda l’usufrutto, cosa a cui in alcuni momenti Donato si è opposto violentemente.
Il venir meno della madre ha determinato inoltre l’arrestarsi di quel processo di presa di possesso ed umanizzazione dei beni che tanto è evidente appena si faccia la ricognizione di un luogo abitato; la sensazione che si ha entrando invece nella casa di Donato è quella di affacciarsi a qualcosa di non concluso, fredda e morta essa stessa, nell’alternarsi di locali arredati con qualche pretesa e di altri, la più parte, vuoti e con i pavimenti di piastrelle lucenti come se mai fossero state calpestate, fino agli ambienti del sottotetto irrimediabilmente spogli, ancora allo stato di rustico. Proprio questi, insieme alla cantina, erano stati scelti da Donato per abitarvi dopo che, negli ultimi tempi, aveva abbandonato la propria stanza nella casa della zia che lo aveva fino ad allora ospitato.
Osserviamo a questo punto, riprendendo l’aspetto patrimoniale, che esso tragicamente conferma a Donato il fatto che nulla gli sia stato trasmesso da parte del padre: né legge né beni, né amore né interesse. Il padre infatti, fin dai tempi precedenti all’esordio della propria malattia, si è mostrato, a detta della zia, incapace di coinvolgersi nella relazione con Donato e se dapprima ha personificato il modello del padre inflessibile, autoritario ed esigente, per nulla incline alla pur minima manifestazione di affetto, in seguito, ritirandosi nella propria immobile e muta indifferenza anaffettiva, ha semplicemente confermato il precedente messaggio di rifiuto, sostituendo ad un atteggiamento incombente ed impositivo l’attuale inconsistente facoltà di volere e di agire. Si può ben dire dunque che egli, non avendo saputo indirizzare a Donato il proprio desiderio, non abbia assolto al proprio compito paterno di evocarlo ad un’esistenza umana e che così facendo abbia continuato a negargli realtà, sconfessando nel medesimo tempo la realizzabilità del nome che pure gli ha imposto: a Donato, infatti, per iniziativa del padre nulla è donato.
Donato mostra di coinvolgersi nella relazione terapeutica molto più di quanto non lasci supporre lo stile della sua comunicazione verbale, che rimane scarna e quasi monosillabica, soprattutto nelle occasioni formali di colloquio. Anche nel corso dei normali rapporti quotidiani Donato evita generalmente di iniziare il discorso e soltanto lentamente e con sorpresa si incomincerà a notare un accenno di partecipazione emotiva attraverso il leggero incresparsi della mimica che potrà spingersi fino alla soglia di un sorriso trattenuto. Similmente avverrà, in quel periodo, che Donato si lasci sfuggire qualche parola a commento dell’atto compiuto, parola che egli non inserisce all’interno di un discorso indirizzato all’altro e pone quasi a mezza strada tra sé e l’interlocutore, come se il significante – non il significato – rappresenti in sé stesso l’oggetto che ci si scambia nell’atto comunicativo.
Il programma economico che Donato persegue tende ad azzerare ogni processo di scambio, a partire dagli scambi energetico-metabolici dell’organismo fisico, per passare all’azzeramento degli scambi necessitati dalla sussistenza in un sistema sociale organizzato (benché non implicante, per chi ne faccia parte, alcuna partecipazione in contrasto con il permanere del diritto al rifugio nell’anonimato), fino ad arrivare all’azzeramento di ogni processo di scambio degli affetti.
Donato si comporta infatti come se a lui fosse data la possibilità – al pari di un animale che si appresta ad entrare in letargo – di ridurre al minimo il proprio fabbisogno energetico (di cibo) e la dispersione termica che l’esposizione al freddo comporta per l’organismo vivente. Lo si vede infatti sostare a lungo immobile, nelle rigide mattinate invernali, nel giardino dell’ospedale, mentre più avanti – resosi nuovamente irreperibile – veniamo a sapere che ha ripreso compulsivamente a vagare nei boschi dall’alba al tramonto, senza portare con sé alcun equipaggiamento ed alcun cibo, come se, volendosi dimostrare affrancato dalle leggi che governano il proprio corpo mortale, volesse in realtà liberarsi dello stesso pensiero, applicando per scopi opposti una tecnica ascetica ben conosciuta e praticata fin dai secoli passati. A questo comportamento complessivamente autolesionistico non fa riscontro, a differenza che in passato, alcuna ideazione depressiva e pure dubbia rimane l’ipotesi di una sottostante costruzione delirante, peraltro non espressa, di cui potrebbero essere spia certe scelte ideologiche, quali la propensione ad una parca dieta vegetariana, la modalità primitiva di cottura dei cibi (che si prepara nel giardino della propria casa su di un vivo fuoco di legna) e l’impegno ad oltranza nell’attività fisica.
Prosegue e completa questa stessa tendenza sul versante riguardante la sussistenza all’interno di un sistema sociale organizzato, un’attività di accaparramento di scorte alimentari in quantità spropositata non solo rispetto al fabbisogno di un singolo (Donato infatti non ha più rinunciato – da tempo – a consumare i propri pasti separatamente dai familiari), ma addirittura rispetto al fabbisogno di una collettività numerosa. Per quanto concerne invece la qualità dei cibi che egli stiva nella propria dispensa, risalta l’uniformità e la monotonia – in una parola, ancora: la ripetizione – delle scelte merceologiche a cui si indirizza. L’esito degli innumerevoli viaggi che compie durante una stessa giornata al supermercato non lontano da casa, dopo aver rovesciato sotto gli occhi increduli della cassiera il contenuto sempre uguale del proprio zaino che ha riempito travasandovi, dal medesimo scaffale, lo scatolame in offerta speciale, sta bene allineato come un piccolo reggimento di soldati inquadrati e sovrapposti nella dispensa di casa da cui giornalmente attinge il cibo sempre uguale.
Oltre a ripetizione e ad affermazione di autosufficienza, cogliamo nel comportamento di Donato un tentativo di spoliazione materiale che, portandolo a disfarsi di suppellettili, di oggetti di casa e soprattutto di libri, da un lato invera la sua affermazione di “non essere legato a nessuno” e dall’altro sembra aiutarlo ad erigere una difesa dalla conseguente ed ineluttabile condizione di abbandono, tramite un processo di deafferentazione affettiva e di deconnessione dei propri apparati percettivi che neppure sul tavolo anatomico potrebbe essere perseguito con modalità più meticolosamente totale e scientifica.
Il pensiero poi, il mondo del pensiero, sembra essere precluso a Donato. Egli appare gettato nell’esistenza, dal momento in cui il regresso della malattia si fa evidente, senza poter ricorrere a quella struttura difensiva che il pensiero costituisce. Le cose ed i fatti lo colpiscono senza che alcuna intermediazione gli sia possibile e la sua rigidità mimica e muscolare, ancor prima che intellettuale, è una maschera che ha un che di inerme e di ottuso, di difficile – per sé stessi – a sopportarsi, ma, nel medesimo tempo, di artificiosamente semplificato. Così le costruzioni di pensiero che egli riesce a concepire non si discostano da valutazioni strettamente utilitaristiche il cui punto di applicazione è irrimediabilmente legato all’immediato ed al particolare scissi dalla globalità dell’esperienza. Tutto ciò non avviene a caso ma, a mio avviso, costituisce un aspetto assolutamente non marginale nell’esperienza autistica che raggiunge il suo vertice di sofferenza esistenziale, ma anche il punto fecondo dove può innestarsi – forse – l’avvio di un processo di rielaborazione fino a quel momento sconosciuto, quando – come accade a Donato dopo la dimissione dall’ultimo ricovero ospedaliero – giunge a comunicare la presenza di “pensieri che atterriscono”, senza peraltro saperne dire di più salvo il fatto che essi si ricollegano alla “solitudine” ed all’”abbandono” provati alla morte della madre ed alla conseguente necessità impostagli dal destino “di cavarsela da solo”. Questo inizialissimo saper dire qualcosa della propria storia – in termini non riduttivamente oggettivati ad una sequenza di fatti esteriori, ma tesi a riconnetterla con qualcosa che è accaduto – ripropone la questione centrale dell’autismo dal punto di vista teorico e cioè se una posizione soggettiva esista in nuce così da essere pertanto evocabile tramite il percorso terapeutico o se al contrario essa resti quel limite asintoticamente avvicinabile ma non raggiungibile.
6. QUESTIONI [25]
6.1. AUTISMO E HANDICAP PSICHICO
La questione posta da A. Ballabio è un invito a precisare la specificità e, per così dire, la collocazione dell’autismo rispetto alle quattro psicopatologie, in particolare, egli domanda se le condizioni di impenetrabilità e di apparente rifiuto della relazione che troviamo nella psicopatologia dello handicap siano anch’esse da considerare autismo oppure no.
La questione è molto opportuna e rappresenta inoltre un grosso stimolo ad applicarci nella definizione dei tratti distintivi, differenziali tra le patologie, dopo avere soprattutto lavorato nella nostra Scuola – fino ad oggi – su di un punto preliminare ovvero quello che ci ha portato ad affermare e riconoscere i due aspetti fondanti della psicopatologia, costituiti da:
1. preesistenza della malattia ad ogni psicopatologia e permanenza di malattia in ogni forma di psicopatologia clinica;
2. distinzione, capitale, tra forme cliniche e forme non-cliniche della patologia.
Ora si tratta di procedere ed elaborare i criteri in base ai quali formulare giudizi diagnostici differenziali.
Il nostro concetto di diagnosi differenziale all’interno della psicopatologia clinica è condizionato dalla possibilità di discriminare quattro distinte modalità di opposizione alla relazione che danno luogo a quattro tipi di legame patologico, ciascuno dei quali proprio di una psicopatologia (nevrosi, psicosi, perversione, handicap), e di operare questa discriminazione attraverso l’individuazione della specifica legge per la relazione tra S e A adottata-elaborata dal soggetto in ciascuna di esse.
6.1.1. Nell’autismo la legge del rapporto si fonda sull’eliminazione del posto del Soggetto
Autismo, come qui è stato introdotto, non indica propriamente il nome di un sintomo, ma è il nome di una specifica modalità di ostacolo alla relazione tra S e A che entra in vigore allorquando il soggetto formula la legge tenendo conto del solo posto dell’Altro e non tenendo conto del posto del Soggetto.
Pertanto, l’autismo può essere considerato una proposta di legge intrinsecamente illegale in quanto incostituzionale. Il suo essere incostituzionale deriva dal fatto che essa non rispetta la costituzione del soggetto la quale è fondata sui due pilastri costituiti da S e A i quali, pur in posizione di reciproca dissimmetria, occupano entrambi un proprio posto che non può essere soppresso né ridotto all’altro (si veda il successivo § 6.4.1.).
Dal momento in cui la proposta di legge rappresentata dall’autismo entra in vigore per carenza di costituzione, essa costituirà una alternativa, legalizzata dalla patologia, alla legge della relazione, e funzionerà, nonostante la propria insufficienza legale, come norma per le relazioni del soggetto, sebbene, per essere precisi, si dovrebbe dire che, usurpando il posto di una norma, da lì in avanti assicurerà al soggetto di non mancare l’obiettivo di mancare la relazione.
Detto in altri termini: l’autismo è il regime che regola le relazioni di un soggetto quando questi abbia radicalmente liquidato l’io.
Pur essendo evidente che questo regime rende impossibile ogni relazione, è importante tener fermo che si tratta pur sempre di una forma specifica di pensiero della relazione: è la forma di relazione che sopravvive allorché, a causa della liquidazione dell’io, ogni relazione è impossibile; è dunque quella forma di relazione che dà luogo al vuoto di relazioni. Il bersaglio di questa specifica forma di ostacolo alla relazione non è la relazione in sé stessa e non è neppure l’altro; il bersaglio dell’autismo, centrato il quale la relazione diviene impossibile, è il soggetto stesso.
6.1.2. Che forma prende, nello handicap, la legge del rapporto?
Fatte queste precisazioni, pur confermando la considerazione iniziale secondo la quale ogni patologia psichica è tendente all’autismo e tentata dall’autismo per il fatto che ogni patologia mina la facoltà di realtà psichica individuale ed erige un ostacolo alla relazione, è chiaro che si può parlare di autismo in maniera pertinente solo a proposito di psicosi. Solo? Effettivamente la questione posta da Ballabio pone l’accento sul fatto che esiste almeno una consuetudine generale a considerare sotto la categoria autismo molti dei comportamenti abitualmente osservabili nella psicopatologia dello handicap, comportamenti i quali, beninteso, hanno più di una ragione per indurci almeno ad interrogarci se non possano a buon diritto essere considerati tali.
Le possibilità che si presentano all’indagine sono le seguenti:
1. anche nello handicap si tratta di autismo. In questo caso la questione di partenza non sarà ancora risolta e pertanto di dovrà proseguire l’indagine fino a scegliere motivatamente tra due alternative subordinate:
a. l’autismo non è specifico della psicosi, ma è comune anche alla psicopatologia dello handicap psichico;
b. l’autismo rimane specifico della psicosi e pertanto, nei casi di handicap psichico in cui esso fosse presente, sarebbe il segno della coesistenza di due distinte patologie: handicap e psicosi;[26]
2. nello handicap psichico non si tratta di autismo, ma di un modo di ostacolare la relazione che, pur somigliante in apparenza all’autismo, consiste in una diversa forma di legge della relazione. In questo caso si tratterà di individuare i tratti differenziali esistenti tra questa specifica modalità e l’autismo.
6.1.3. L’apporto dell’indagine di R. Colombo sullo handicap
L’indagine della dinamica psichica da cui risulta la psicopatologia dello handicap è ancora all’inizio ed è certamente un merito della nostra Scuola anche il solo avere individuato questo campo come il campo di una ricerca utile e interessante. Sarebbe pertanto un merito di cui potremmo fregiarci, anche se solo accadesse che, posta che fosse la diagnosi di handicap psichico, ad essa conseguisse, in virtù delle nostre ricerche, il mantenimento dell’interesse e non l’apposizione di una pietra tombale nell’intelletto dei curanti e di una pietra tombale assai meno metaforica nella vita dei malati.
La letteratura che si misura con il compito di dare una sistematizzazione teorica all’economia dello handicap è ancora molto scarsa. Tra i testi che tentano di dare avvio a questa indagine, quello che credo rappresenti a tutt’oggi il tentativo più sistematico cui fare riferimento è l’articolo di Raffaella COLOMBO intitolato Il manifesto dell’insoddisfazione,[27] che riesamineremo al fine di far luce sulla questione che ora ci occupa, ovvero se quanto detto dell’autismo sia sovrapponibile ai risultati di R. Colombo riguardanti la psicopatologia dello handicap o al contrario se convenga mantenere distinti i concetti ed in questo caso chiamare con diverso nome l’isolamento e il distacco dalla realtà delle relazioni che troviamo così profuso a piene mani nello handicap psichico.
In accordo con quanto proposto da R. Colombo, accettiamo di considerare lo handicap psichico come risultato di psicopatologia precoce, ed accettiamo di distinguerlo dallo handicap semplice, frutto, quest’ultimo, di puro svantaggio biologico come ad esempio “le forme legate a anomalie cromosomiche, i disturbi motori e psichici di origine centrale, le oligofrenie di origine metabolica, ecc.”.[28]
Nella classificazione sopra esposta che distingue handicap semplice da handicap psichico, lo handicap semplice è definito anche condizione di indisponibilità passiva (a atti di pensiero e di parola), mentre lo handicap psichico rappresenta la condizione in cui, al contrario, ha luogo una indisponibilità attiva (ovvero intenzionale e volontaristica) al compimento degli stessi atti, espressione di un essere stato ammalato troppo presto (psicopatologia precoce) che è frutto di un composto patogeno, a sua volta risultato della coincidenza di tre fattori:
1. la presenza entro i primi due anni di vita di una patologia organica che innesca la preoccupazione sistematica degli altri più prossimi;
2. il giudizio di “incapacità del soggetto” espresso da questi altri più prossimi e confermato scientificamente;[29]
3. l’assunzione attiva, da parte del soggetto, del dubbio metodico quanto alla propria incapacità.
L’azione dei tre fattori costituenti il composto patogeno avvia un movimento in tre tempi, corrispondenti a altrettanti atti traumatici, che segnano le tappe della progressione del cammino psicopatogeno il cui risultato finale è rappresentato dallo stabilirsi dello handicap psichico.
Questi tre momenti sono così illustrati nell’articolo citato di R. Colombo:[30]
1° momento. L’occasione offerta dall’eventuale patologia organica presente o sospettata nel bambino conduce il suo altro a dubitare della competenza del soggetto in ordine alla facoltà di rapporto. Questo atto soggettivo di esautorazione viene legittimato da un pronunciamento scientifico.
2° momento. L’introduzione, da parte dell’altro, del dubbio sulla competenza del soggetto viene colta dal soggetto, che si difende dalla mutazione spiacevole intervenuta nel rapporto. Questo movimento di difesa del soggetto viene a sua volta colto e stravolto dall’altro che lo interpreta “come volontà di opposizione da parte del bambino”.
3° momento. Il soggetto scopre che il rapporto con l’altro – che non può non volere – può essere ottenuto tramite il suo assumere e insistere sulla patologia del corpo a lui attribuita e si fissa pertanto alla patologia e al primitivo movimento di difesa interpretato dall’altro come opposizione. Nasce in questo modo l’opposizione reale all’altro. Da questo momento in poi, resa inaccessibile la meta della soddisfazione del moto, è l’opposizione in sé stessa che assicura al soggetto il mantenimento del legame, benché ridotto alla funzione di lungoassistenza.
6.1.4. Nello handicap la legge del rapporto si fonda sull’opposizione nei riguardi dell’altro
Al termine di questo esame della fenomenologia simil-autistica nello handicap psichico, possiamo trarre le conclusioni del confronto tra autismo nella psicosi e, rispettivamente, i sintomi analoghi dello handicap psichico. Credo si debba concludere che tutte le modulazioni e le arti che ben conosciamo e che nello handicap psichico vengono messe in atto per perpetuare e rendere irrisolvibile il legame tra il soggetto e il suo altro, vadano differenziate dall’autismo.
Lo handicap psichico è patologia della condotta[31] finalizzata al mantenimento di un legame che è legame di accudimento e di cura sostitutivo-dominante, propiziato attraverso l’incuria ostentata per il proprio e l’altrui corpo.
Credo che tanto il mutismo assoluto quanto tutto il rosario dei comportamenti motori più ripetitivi e “arcaici” (come si ama dire) che costituiscono il pane quotidiano dello handicap siano riconducibili ad una forma della relazione, specifica dello handicap psichico, nella quale il moto del soggetto avviene solo come moto di opposizione all’altro.
A differenza che nell’autismo, il soggetto si costituisce nella sola dimensione che lo porta ad opporsi all’altro, mentre l’altro è posto come puro supporto per il mantenimento di rapporto sottratto a meta soddisfacente.
Ritengo dunque, per i motivi che ho cercato di esporre, che non si possa parlare di autismo in senso proprio nello handicap psichico, per il fatto che diversa è l’intenzionalità che i sintomi esprimono. La dedizione all’”Altro assoluto” dell’autismo è qui ribaltata nella costrizione dell’altro alla dedizione al soggetto il quale, da parte sua, ripete all’infinito il proprio comportamento di pura opposizione.
È questo il motivo per cui propongo di indicare la fenomenologia simil-autistica presente nello handicap psichico con la dizione di condotte di opposizione alla relazione.
6.2. AUTISMO E MELANCONIA
Ancora in tema di diagnosi differenziale, Mariella Contri pone la questione della distinzione tre autismo e melanconia, sollecitata in particolare dalla lettura del caso di Donato (§ 5.5.). A mio avviso, anche in questo caso ritengo importante mantenere ferma la non confondibilità tra le due condizioni e pertanto sono contrario all’idea di ammettere che esistano due autismi, come qualche psichiatra sostiene.[32] Non è ora nostro compito esaminare lo status della melanconia e neppure è possibile integrare la descrizione fatta di Donato con una vera e propria discussione del caso (lo scopo della descrizione è semplicemente quello di permettere di apprezzare, come in un film, i piccoli tratti che dipingono un comportamento autistico). A conferma del giudizio che Donato è un soggetto autistico preciserò solo che non cogliamo in Donato l’intento melanconico di colpire l’altro mediante l’aggressione di sé stesso. Donato esprime piuttosto l’indistinzione e l’uniformità dei due posti ridotti ad uno, in cui governa la volontà tirannica dell’altro, con la conseguente progressiva evanescenza del soggetto che fa sì che il principio di piacere (ovvero la facoltà di distinguere fra ciò che conviene e ciò che non conviene) non abbia più, nel soggetto, un ubi consistam.
6.3. AUTISMO E PENSIERO CONCRETO
Roberto Ferro domanda di chiarire la distinzione tra pensiero concreto e autismo.
Conosciamo varie interpretazioni che sono state proposte circa il pensiero ed il pensiero schizofrenico. GOLDSTEIN[33] ha affermato che lo schizofrenico possiede, nei confronti del mondo, un solo atteggiamento che ha definito come quello governato dal pensiero concreto, a causa del quale l’individuo è legato all’esperienza immediata o agli stimoli specifici a cui si trova esposto al momento. Questa semplificazione è stata resa più sofisticata da ARIETI, che ha parlato di un processo di concretizzazione attiva del pensiero, intendendo con questo che “la psiche è ancora capace di concepire l’astratto, ma non di sopportarlo, perché l’astratto è troppo ansiogeno o troppo disintegrante”.[34]
Rimandando ogni considerazione in proposito alle lezioni che verranno dedicate all’esame del pensiero, è bene cogliere l’occasione offerta dalla domanda al fine di ribadire ancora una volta che la nostra considerazione per il pensiero risiede nel fatto che noi parliamo del pensiero, in primo luogo, come di un mezzo atto a preparare l’azione utile a raggiungere uno scopo soddisfacente. Questo è il criterio in base al quale definiamo e misuriamo la normalità dell’attività del pensiero. Il disturbo del pensiero presente nell’autismo è connesso all’impossibilità stessa di rappresentazione della meta, vale a dire all’impossibilità di pensare in termini conclusivi. Il riferimento all’attività della ragione pratica non può essere tralasciato allorché si esamina la funzione del pensiero. Il deficit di pensiero che penalizza ogni patologia (e certamente in funzione direttamente proporzionale alla gravità della stessa), non si apprezza in primo luogo come deficit di capacità di astrazione o prevalenza di operazioni di riduzione al concreto, ma si misura in maniera eminente come riduzione della facoltà di orientarsi nella realtà costituita dalle proprie relazioni in modo tale da propiziarsi il beneficio dell’altro.
6.4. DOMANDA E OFFERTA
Un’altra questione è posta da Mario Salis e verte su ciò che ho definito come “latitanza dell’altro”. Parlavo di “latitanza dell’altro” dicendo che essa starebbe a monte della tentazione che porta il soggetto ad abolire la propria competenza soggettiva, per costituirsi e “funzionare” appoggiandosi sulla sola polarità del posto dell’altro. Di un altro che è solo Altro, in cui è assente ogni competenza di soggetto in quanto, per l’appunto, l’incompetenza radicale dell’autista consiste nell’incompetenza a prendere in considerazione il posto del soggetto.
Per inciso: se si abolisce il soggetto si uccide anche l’altro in quanto non esiste alcun altro che sia solo Altro.
Nemmeno Dio è solo altro, anzi, proprio il contrario: Dio, in primo luogo, non è l’Altro; Dio è il soggetto per eccellenza ed è il primo difensore del posto del soggetto, in sé stesso ed in tutti gli altri.
Ma, tornando alla questione di Salis, egli chiedeva se la latitanza dell’altro non equivalesse al mancato riconoscimento del soggetto da parte dell’altro ovvero se non fosse il riconoscimento da parte dell’altro l’atto istitutivo della soggettività.
A mio avviso la parola “riconoscimento” è soggetta ad una ambiguità per il fatto di essere stata posta e proposta in larga misura come funzione della pulsione scopica, ovvero dipendente dall’attività della vista. Il soggetto riconoscerebbe sé stesso ovvero avrebbe accesso al pensiero della propria soggettività confondendosi, in un primo tempo, con l’immagine dell’altro. Il pensiero del corpo acquisirebbe la propria completezza solo attraverso questa confusione immaginaria tra sé e l’altro.
La nostra formulazione esce da questa ambiguità[35] quando afferma che l’atto istituente la soggettività è l’offerta dell’altro, a cui il soggetto accede attraverso l’udito e la parola non meno che attraverso la vista. Non meno, anzi più, e con incalcolata – ancora – minore possibilità, nell’atto di udire, di essere preda di una confusione immaginaria!
“Questa legge di moto ha inizio dall’altro: è un caso di rapporto di domanda e offerta, in cui l’offerta crea la domanda, e anche il domandante, cioè il soggetto non in generale o in astratto, anteriore a ogni determinazione, ma quello della singolare determinazione del soggetto della domanda. (…) L’altro, più spesso la madre, compie l’inapparente ma autentico atto istituente, nel bambino, di un soggetto piuttosto che di un altro: il soggetto di una legge di rapporto tra soggetti, come legge di soddisfazione del moto dell’uno e dell’altro”.[36]
Dire rapporto di domanda-offerta significa dire che il soggetto non deve fare da sé, non deve imparare a cavarsela con l’inganno dell’altro preso per la propria immagine, né con la propria immagine allo specchio presa per l’altro. Che se poi, per dirla con una battuta, non ha a portata di… occhio uno specchio…: è fregato…!
Dire rapporto domanda-offerta significa che l’altro gli si fa incontro con le caratteristiche inconfondibili di un’offerta di soddisfazione che, semplicemente, eccede l’autarchia del soggetto.
6.4.1. Dissimmetria tra soggetto e altro
Torniamo con ciò a sottolineare l’esistenza di una dissimmetria tra S e A (si riprenda, più sopra, il § 6.1.1.).
Affermare la dissimmetria dei due posti significa apprezzare la differenza tra soggetto e altro (anche nel senso di fare apprezzamento di entrambi).
Dissimmetria indica un principio di distinzione non gerarchico tra i due posti, che in alcun modo corrisponde ad un principio di subordinazione dell’uno (il soggetto) rispetto all’altro (l’altro).
In particolare va notata la differenza che esiste tra dipendenza e subordinazione gerarchica: è corretto affermare che il soggetto dipende dall’altro, ma l’altro da cui il soggetto dipende è sempre da intendere, teoricamente e praticamente, come l’altro preso dall’universo di tutti gli altri, il che vuole dire che il soggetto dipendente non è però subordinato all’altro, in quanto lo può ricusare mediante il giudizio e così facendo essere pronto a volgere la propria domanda ad un altro altro. La domanda è infatti il segno più compiuto della dipendenza, fino al punto che domanda e dipendenza potrebbero essere considerate sinonime.
Meno intuitivo, ma similmente corretto, è il dire che anche l’altro dipende dal soggetto, non ne è arbitro e padrone assoluto, in primo luogo perché anche l’altro è reale e dunque è soggetto. Ma poiché al momento stiamo esaminando S e A intesi come distinzione di posti di soggetto e di altro, dipendenti, ma non subordinati, parlare di dipendenza del posto dell’altro dal posto del soggetto significa semplicemente affermare che la sede della facoltà soggettiva del giudizio è nel posto del soggetto, e l’altro (il posto dell’altro) dipende dal posto del soggetto in quanto ne riceve il giudizio.
Il precisare che dissimmetria non equivale a subordinazione gerarchica significa inoltre prendere partito per la libertà del soggetto, rispetto alla teorizzazione hegeliana, ripresa da J. Lacan, della dinamica del servo e del padrone, cui rimando.[37]
6.5. AUTISMO COME PERDITA DELLA COMPETENZA SOGGETTIVA. ECOBULIA
È bene detto quando si dice che perdita della realtà è da intendersi come perdita della legge del rapporto con l’altro, e pertanto perdita dell’universo degli altri (rimane l’ambiente).
Ma come deve essere inteso il concetto di perdita della legge del rapporto con l’altro?
Non è da intendersi immediatamente come perdita del concetto (o del pensiero) di Altro, anzi la perdita dell’altro (nel senso del ritiro dalla relazione) è secondaria alla perdita (o alla non acquisizione) di soggettività.
A questo proposito, BALLABIO osserva[38] che la formula “perdita della realtà”, nell’uso che ne è seguito dopo la sua introduzione, è densa di equivoci “perché, nella migliore delle ipotesi, fa passare in secondo piano quello che dovrebbe risultare prioritario ovvero che la realtà che va persa è quella delle relazioni umane“.
La frase che il soggetto potrebbe pronunciare potrebbe essere questa: “Mi faccio tuo oggetto in una realtà in cui vi sono solo oggetti e nessun soggetto”.
Egli inoltre concorda con me che nello psicotico “c’è solo odio logico della competenza soggettiva”, il che equivale alla formula da me adottata secondo cui l’autista “si odia dalla posizione di altro che ha assunto”.
Analogamente, trovo una corrispondenza tra i concetti di altruismo e di dedizione assoluta da me proposti e l’osservazione di Ballabio che “nella psicosi si può riscontrare una volontà assoluta, ma occorre riconoscerla mutuata – con o senza deformazioni, assecondandola o opponendovisi – (…) da quella che è stata un tempo la volontà posta o imposta di un altro”, fino al punto da proporre, accanto al termine già in uso di ecolalia, il termine di ecobulia, costruito in modo equivalente al primo per indicare questo fenomeno di volontà assoluta che non è altro che puro eco di una volontà estranea, la quale nulla ha a che fare con il principio di piacere del soggetto.
Corollario: la semeiotica psichiatrica classica conosce e descrive da lungo tempo fenomeni caratterizzabili come eco: in particolare, oltre alla già ricordata ecolalia, l’eco del pensiero. Si tratta di azioni psichiche le quali, benché eseguite dal soggetto, sono sprovviste di spessore soggettivo.
6.6. UNA CONSEGUENZA: IL BLOCCO DEL PENSIERO
Una questione cui fanno riferimento implicitamente Mara Monetti ed esplicitamente Carine Cooreman, riguarda la possibilità di sovrapporre (o al contrario la necessità di distinguere) l’autismo (in quanto realtà sinonima di psicosi, così come qui se ne è parlato) e l’autismo infantile (in quanto forma a sé stante, a sua volta differenziabile, secondo le vedute generalmente accettate, dalle psicosi infantili a carattere schizofrenico).
Lasciamo per il momento ancora aperta la questione, in quanto non si può escludere che (come ho avanzato nell’osservazione eziopatogenetica esposta al § 4.3.) solo la precocità della malattia e proprio la precocità della conclusione patologica posta alla malattia costituisca l’aspetto differenziale tra psicosi degli adulti e psicosi infantile. Questo starebbe a dire che pur essendo identico l’insulto patogenetico nel bambino e nell’adulto, è la precocità del raggiungimento della conclusione che giustifica e spiega le specificità che rendono, rispettivamente, omogenee al loro interno e distinguibili tra loro le due forme cliniche.
Anche A. Ballabio, nel lavoro già citato,[39] dopo aver osservato che la “condizione di deficit fondamentale della competenza soggettiva, propria della psicosi, in genere non si evidenzia prima dell’adolescenza”, commenta che “questo fatto è stato per molti una complicazione”. E, rivolgendosi ad esaminare le psicosi che esordiscono dopo l’adolescenza, prosegue: “Le ipotesi al riguardo sono state le più disparate, ma l’unica che mi sembra da ritenere, perché in molti casi è un’evidenza, è che questo deficit appare funzionale alla patologia delle persone più prossime allo psicotico, e alle quali è imputabile in qualche modo che egli sia stato ammalato precocemente. Solo quando le richieste relazionali si estendono oltre il nucleo originario, il fatto che la norma originaria non sia mai giunta a completamento si evidenzia nella catastrofe” (della forma clinica, n.d.r.).
Per quanto concerne invece l’autismo infantile, è possibile che quell’evento che ho chiamato elaborazione dell’insulto, proprio a causa della precocità con cui giunge alla conclusione che ho descritto, provochi l’apparente arresto del moto di pensiero del soggetto insieme a tutta la sintomatologia che caratterizza l’autismo infantile.
Questo aspetto di blocco del pensiero è talmente evidente che una domanda rappresenta il patrimonio comune a tutti quanti si sono occupati di autismo infantile, ovvero la questione di sapere se il pensiero del bambino autistico si è, addirittura, costituito oppure no. La mia risposta, in controtendenza ad alcune tendenze, l’ho già esposta più sopra, affermando che nell’autismo si tratta pur sempre di una forma specifica di pensiero della relazione, elaborata dal soggetto che ha rinunciato ad avvalersi, nel moto del pensiero e nel moto del corpo, del contributo della propria soggettività.
È abbastanza sorprendente il fatto di potere ritrovare, pur nel contesto di teorizzazioni molto differenti da questa al punto da esserne per molti versi agli antipodi, delle affermazioni che credo di poter leggere, senza operare alcuna forzatura del pensiero dell’autore da cui sono tratte,[40] come ammissione della fondatezza della mia tesi fondamentale secondo cui, lo ripeto, l’autismo non costituisce un forma estrema di chiusura in sé stessi, quanto, al contrario, il radicale abbandono della competenza soggettiva. La TUSTIN infatti parla dell’autismo come della condizione in cui si realizza “la perdita del sentimento psichico di esistere”,[41] riflesso psicologico della perdita di competenza soggettiva. Essa inoltre raccoglie le testimonianze di alcuni soggetti i quali, una volta guariti dall’autismo, descrivono la propria precedente condizione come segnata particolarmente dalla difficoltà di sperimentare il “persistere nel loro essere”.[42] Questa stessa autrice dà testimonianza, inversamente, della propria esperienza di lavoro terapeutico con bambini autistici affermando che “dopo aver lavorato con loro, si ha sovente l’impressione che la vita sia stata estratta dalla nostra, ci si sente, per così dire, svuotati”.[43]
6.6.1. Il pensiero si blocca perché, senza il posto del Soggetto, procede zoppo
Ma Perché il pensiero si blocca? Il pensiero si blocca perché procede zoppo. I tempi di questo procedere sono, riassuntivamente, i seguenti:
a. L’altro reale non c’è stato (o la sua presenza aveva quelle certe caratteristiche che portavano ad annullare, nel modo del suo esserci, ogni aspetto di offerta);
b. il soggetto è costretto a inventarselo per preservare il proprio moto. L’invenzione comporta necessariamente che l’altro, in quanto invenzione ovvero prodotto del soggetto, sia dotato di una caratteristica, da cui conseguiranno tre effetti.
La caratteristica:
l’altro, allorché è inventato e non incontrato, è solo altro: la sua estraneità dal soggetto non è mitigata e corretta da alcuna sua empirica soggettività.
Le conseguenze:
1. questa invenzione richiede che tutta l’energia di investimento del soggetto vi sia convogliata;
2. l’esito è che nulla più è investito sulla competenza soggettiva (il soggetto rinuncia al posto di soggetto);
3. l’altro reale rimane inconoscibile e ingiudicabile.
6.6.2. L’odio come possibilità
Sono d’accordo con Mara Monetti la quale conclude la sua domanda osservando che nell’autista “non c’è più un ‘tu’ da odiare”. E per il medesimo motivo credo che Mara “veda bene” nel momento in cui si chiede se “quando l’altro viene percepito, mirato, distinto come permanente potenziale nemico, non è a questo punto che il soggetto autistico inizia a poter guarire?”. Credo che, ponendo questa affermazione, Mara mostri di veder bene: se il terapeuta riesce a innescare la dinamica di domanda-offerta di cui si è parlato, è chiaro che, per l’autista, l’offerta non riguarda l’avere accesso ad un oggetto, ma è offerta (laddove offerta fa tutt’uno con possibilità) di accedere alla relazione con un altro reale, il quale va a occupare il posto dell’altro fino a questo momento vicariato dal soggetto tramite il suo personale interpretare l’altro, con il risultato di restituire al soggetto la disponibilità di investire sul posto di soggetto, fino a questo momento negletto. L’ostilità, fino a odio, può essere finalmente indirizzata all’altro reale della relazione, e con ciò può divenire esperienza sottomettibile al giudizio. Fintantoché, al contrario, il soggetto non ha accesso all’altro reale in una relazione – e questo è forse il caso del bambino precocemente autistico –, l’odio rimane puro pensiero (lo si è chiamato odio logico) e come tale pre-costituisce la forma che blocca ad un tempo pensiero e relazione. Che il bambino autistico incominci a percepire l’altro, certamente corrisponde ad un primo passo che può andare nel senso della guarigione. È bene, però, mantenere sempre fisso in mente che questo primo passo introduce ad una alternativa a tre vie tra:
1. il preesistente autismo,
2. la guarigione,
3. il cambiamento costituito dalla perversione.
L’agire terapeutico infatti, riabilitando nel soggetto la competenza originaria, lo mette di fronte alla possibilità o di entrare nella relazione con l’altro finalmente giudicandolo oppure di opporvisi, assumendo l’opposizione di principio nei confronti di ogni relazione e di ogni altro non più in quanto impossibilità di fare altrimenti, ma in quanto scelta (si torni, a questo proposito, al § 6.2. in cui si distingueva autismo e melanconia).
[1] E. BLEULER, Dementia praecox oder Gruppe der Schizophrenien. In: Aschaffemburg G., Handbuch der psychiatrie, Deuticke, Leipzig, 1911. Trad.it.: N.I.S., Firenze, 1985.
[2] Op. cit., p. 75.
[3] Op. cit., p. 76.
[4] Op. cit., p. 277.
[5] Op. cit., p. 277- 278.
[6] K. JASPERS, Allgemeine Psychopathologie, VII ed, Springer Verlag, 1959; trad. it. Psicopatologia Generale, 3° ristampa della 1° ed., Il Pensiero Scientifico, Roma, 1988, p. 356.
[7] Ibidem.
[8] H. EY, Psychoses croniques: schizophrénies. Description clinique de la forme typique, E.M.C.-Psych., II, 282-A20:5, 1955.
[9] S. FREUD, Pulsioni e loro destini (1915), O.S.F., VIII:28, Boringhieri, Torino, 1976.
[10] L. KANNER, Autistic Disturbance of Affective Contact, Nervous Child, 1943, 2:217-250.
[11] M. KLEIN, The Importance of Symbol-Formation in the Development of the Ego, Int.J.Psycho.Anal., 1930, 11:24.
[12] CENTRO DI STUDI FILOSOFICI DI GALLARATE, Enciclopedia filosofica, vol. I.
[13] A. COMTE, Système de politique positiviste, ou traité de sociologie, instituant la religion de l’humanité, Paris, 1851.
[14] A. COMTE, Chatechisme positiviste, Paris, 1852.
[15] CENTRO DI STUDI FILOSOFICI DI GALLARATE, Enciclopedia filosofica, vol. I.
[16] H. SPENCER, Principles of Psychology (II ed.), London, 1870-72.
[17] W.G. MACLAGAN, Self and others: a defence of altruism, Philos.Quart., 1954, 109-127.
[18] S. FREUD, Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921), O.S.F., IX:261, Boringhieri, Torino, 1977.
[19] G.B. CONTRI et al., Lexikon psicoanalitico e enciclopedia, Sic-Sipiel, Milano, 1987, p. 67.
[20] G.B. CONTRI, Leggi, Jaca Book, Milano, 1989, p. 36.
[21] Op. cit., p. 40.
[22] Op. cit., p. 42.
[23] Op. cit., p. 60.
[24] Op. cit., p. 41.
[25] Questa parte raccoglie le questioni poste nel dibattito seguito all’esposizione e tenta di rispondervi.
[26] La coesistenza di due patologie fa riferimento al concetto medico di comorbidità. Qui si apre un’altra interessante questione che potremmo formulare con la seguente domanda: “È possibile in psicopatologia diagnosticare la compresenza nel medesimo soggetto di due situazioni psicopatologiche distinte?”, il che equivale a chiedersi: “È possibile ammalare psichicamente abbracciando contemporaneamente forme cliniche differenti?”. Non possiamo sviluppare la questione in questo contesto, ma è utile segnalare che la confusione oggi è talmente grande che gli apparati nosografici vincenti (vedi DSM-III e, ormai, -IV) hanno dismesso persino di porsela. Mentre un tempo si era orientati a ritagliare delle aree di overlapping tra forme cliniche diverse (ad esempio la diagnosi di borderline ha di mira una condizone clinica che starebbe a cavallo tra nevrosi e psicosi, ecc.) per ricomprendere quanto l’insufficienza di giudizio del sapere psicopatologico non era riuscita a discriminare, oggi si taglia corto e si accetta (alcuni dicono: pragmaticamente) di formulare diagnosi costruite come un mosaico. Un punto di avvio per elaborare una critica di questo andazzo dovrebbe a mio avviso prendere in considerazione l’avverbio di tempo contenuto nella domanda ovvero il contemporaneamente, nel senso che, se è vero che ciascuna delle forme psicopatologiche costituisce una specifica modalità di obiezione alla relazione, non si vede per quale motivo un soggetto dovrebbe metterne in vigore due distinte nel medesimo tempo. Pertanto, un conto è escludere, come io sostengo che si debba fare, la contemporaneità dei due distinte psicopatologie, mentre diverso è ammettere che il soggetto possa nel tempo “passare” a elaborare leggi diverse e pur sempre patologiche.
[27] R. COLOMBO, Il manifesto dell’insoddisfazione, in: AA VV, La Città dei malati, vol. I, Sic, Milano, 1993, pp. 100-140.
[28] Op. cit., p. 104.
[29] Sulla necessità dell’“idea di predizione propria alla scienza” che al peccatum patogeno dei genitori aggiunge la legittimazione perversa proveniente da parte della cultura perché si inneschi psicopatologia precoce, interviene anche G.B. CONTRI nel saggio dal titolo Una psicologia amica, sempre in: AA VV, La Città dei malati, vol. I, Sic, Milano, 1993 (si veda in particolare il paragrafo intitolato “Una rivoluzione patogena” e la p. 45).
[30] Op. cit., p. 137-140.
[31] Op. cit., p. 135.
[32] Mi riferisco in particolare ad un esame delle varie posizioni condotto da E. BORGNA in un lavoro dal titolo Autismo depressivo e autismo schizofrenico, presentato al Congresso dedicato all’“Autismo schizofrenico” svoltosi a Chiavari nel dicembre 1988 (Atti del Congresso, Pàtron, Bologna, 1990, pp. 37-47). L’autore, pur ammettendo che “si è tentati di parlare di autismo schizofrenico quando la vita interiore si automatizza e si immerge nell’immaginario e nel fantasmatico; e, invece, di autismo depressivo quando, immobilizzandosi la vita interiore in vissuti opachi e destoricizzanti, il distacco dal reale diviene radicale ed assoluto”, conclude egli stesso opponendosi a una simile visione, benché egli si basi su considerazioni differenti dalle nostre.
[33] K. GOLDSTEIN, The Organism, American Book, New York, 1939; The Significance of Psychological Research in Schizophrenia, in “J. Nerv. & Men. Dis.”, 1943, 97:261-279, citato da S. Arieti, op. cit.
[34] S. ARIETI, Interpretation of Schizophrenia, Basic Books, New York, 1974; trad.it. Interpretazione della schizofrenia, 2 voll., Feltrinelli, Milano, 1978; la citazione è a p. 297.
[35] Questa ambiguità ha certamente un lignaggio nobile, benché ora non sia il caso di fare riferimenti più completi a teorizzazioni, come quella dello “stadio dello specchio“, che J. LACAN definisce “stadio fondatore della funzione dell’io”. Si veda a questo proposito l’intervento del 1949, dal titolo “Le stade du miroir comme formateur de la fonction du Je”, raccolto negli Ecrits (Ed. du Seuil, Paris, 1966, pp. 93-100; trad. it. negli Scritti, Einaudi, Torino, 1974, vol. II, pp. 87-94). In particolare egli afferma che la visione della propria immagine allo specchio consegna il soggetto ad una forma che “situa l’istanza dell’io, prima ancora della sua determiazione sociale, in una linea di finzione, per sempre irriducibile per il solo individuo (…) quale che sia il successo delle sintesi dialettiche con cui deve risolvere, in quanto io, la sua discordanza con la propria realtà” (p. 88-89).
[36] G.B. CONTRI, Una psicologia amica, in: AA VV, La Città dei malati, vol. I, Sic, Milano, 1993, p. 44.
[37] Il riferimento alla teorizzazione hegeliana del servo e del padrone in tema di psicogenesi è costantemente presente nell’opera di J. Lacan fin dal 1946, quando compare in un intervento pronunciato alle giornate psichiatriche di Bonneval, dal titolo Propos sur la causalité psychique (raccolto negli Ecrits, Ed. du Seuil, Paris, 1966, pp. 151-193; trad.it. in Scritti, vol. I, Einaudi, Torino, 1974, pp. 145-187).
[38] Il riferimento è allo scritto La psicosi, come perdita della norma di competenza soggettiva, in via di pubblicazione sul 2° volume de La Città dei malati, di cui cito la versione preparatoria.
[39] Il riferimento è sempre allo scritto La psicosi, come perdita della norma di competenza soggettiva, in via di pubblicazione sul 2° volume de La Città dei malati, di cui cito la versione preparatoria.
[40] F. TUSTIN, The Protective Shell in Children and adults, Karnac Books, London, 1990; trad.franc. Autisme et protection, Ed. du Seuil, 1992.
[41] Op. cit., p. 60.
[42] Op. cit., p. 70.
[43] Op. cit., p. 72.